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Una petizione a papa Francesco

Una petizione a papa Francesco

Appello per mantenere una comunità monastica a Trisulti

La certosa di Trisulti

Cari amici di Cartusialover, mi rivolgo a tutti voi amanti dell’universo certosino per sostenere una lodevole iniziativa promossa dal gruppo “Amici della certosa di Trisulti”.  Si tratta di una petizione rivolta all’attenzione del Santo Padre, per mantenere una comunità monastica nell’antica certosa di Trisulti in modo da assicurare così la custodia e la manutenzione del convento, dopo la recente decisione di allontanare i monaci cistercensi ultrasettantenni e malati che ancora la abitano. La certosa oltre ad avere un immenso patrimonio storico artistico, ha rappresentato nei secoli un punto di riferimento per la spiritualità cristiana. Mi rimetto quindi al vostro amore per questo luogo incantevole, affinché possa rimanere preservato nella sua aura di sacralità nei tempi che verranno!

GRAZIE

Il form per apporre la firma per la petizione lo si potrà trovare qui, per maggiori informazioni consultate questo sito, che parla ampiamente di questa iniziativa.

Estate 2015: buone vacanze

Estate 2015: buone vacanze

spaziamento

Cari lettori e care lettrici di Cartusialover, anche quest’anno l’estate è arrivata e il blog si concede un po’ di vacanza, mi congedo da voi per un breve periodo, nel quale potrete continuare a scrivermi ed espormi i vostri suggerimenti, o magari le vostre testimonianze. Ci ritroveremo presto!

Auguro a tutti voi di trascorrere una ritemprante estate.

Ma nel contempo vi annuncio che da oggi la sezione “canti certosini” si arricchisce di un nuovo contenuto audio, dal titolo “Cantate Deo”, che spero possa allietarvi nel periodo in cui non ci saranno nuovi articoli. Si tratta dei canti delle certosine della certosa spagnola di Benifaca, registrati il 5 maggio, il 30 giugno ed il primo luglio del 1998 nel coro della chiesa. Sono ventidue brani nei quali si percepisce la  preghiera serena e la gioiosa lode nella melodia tipica del gregoriano certosino.

Buone vacanze e… buon ascolto

Dall’abiura per Lutero alla certosa.

Dall’abiura per Lutero alla certosa.

Incisione dell'artista francese François de Poilly († 1693)

La storia che oggi voglio raccontarvi ha per protagonista una giovane ragazza di nobile famiglia nativa nel Ducato di Württemberg. Martina, baronessa di Schaurot vi nacque il 30 marzo del 1738 da una famiglia luterana, ma ben presto, a soli dieci anni, grazie ad alcune letture, in particolare la preghiera dei morti di Giuda Maccabeo, la fanciulla rimase particolarmente commossa, ed attratta. Crescendo e continuando a leggere testi cattolici, ella si rese conto degli errori della dottrina luterana al punto di ipotizzarne il distacco. A quei tempi, tale abiura era un atto ufficiale che si svolse dopo che la giovane venne diseredata dalla famiglia e cacciata di casa. Il coraggio della ragazza era sostenuto dalla fede inconsapevole e dalla Provvidenza che aveva per lei un altro disegno di vita. La cerimonia della sua abiura, avvenne nella chiesa dei Cappuccini di Messkirch, presso Rodenberg, nel 1758. La ragazza cosciente della sua condizione, ipotizzava di dover provare a fare la serva  per poter sopravvivere, presso qualche famiglia che l’avrebbe accettata. Ma presto si sviluppò in lei una profonda vocazione, che la spinse a voler abbracciare la vita monastica presso la certosa di Bruges. Pur non conoscendo niente su tale ordine, Martina entrò il 3 novembre del 1764 tra le certosine e rimanendo affascinata  tale tipo di vita religiosa vi rimase, facendo la sua professione solenne nel 1768, all’età di trent’anni, prendendo il nome di Athanasia. La storia della sua abiura, non passò inosservata, difatti il Vescovo di Bruges Monsignor Joannes-Robertus Caimo (1º aprile 1754 – 22 dicembre 1775), venuto a conoscenza di questa storia, volle presenziare alla sua professione solenne, e non solo questa cerimonia venne officiata con grande sfarzo. Il motivo di tale risalto fu chiarito dal Vescovo stesso che il 19 giugno si recò in certosa e presiedendo alla cerimonia dell’incoronazione di Athanasia Martina Schauroth e di una sua consorella Maria Batemans, volle poi fare un discorso nel quale si mostrava orgoglioso del coraggio della giovane autrice della abiura.

Venne per l’occasione scritta anche un ode ad essa dedicata, il cui testo vi propongo:

Pour la

Consécration

de Dame

ATHANASE MARTINE

SCHAUROTH

Religieuse Chartreuse

A Bruges en Flandre

le XIX juin MDCC. LXVIII

par Monseigneur

CAIMO

Ëvêque du dit Bruges

Sous les auspices de l’Auguste

Impératrice

Douairière

Apostolique

A Bruges en Flandre.

ODE

Lieu Saint, Azile Sacré

Oil la Virginité pure

En dépit de la nature,

Rencontre un Port assuré ;

Temple oil le Dieu qui nous aime

Recoit lui seul notre encens

Retentisses des accents,

Qui peuvent honorer Sa Majesté suprême.

Ce Dieu, véritable Auteur

Des perfections sublimes,

Ne se choisit des victimes,

Que pour faire leur bonheur,

Il ne veut d’autres hommages,

Que des cceurs humiliés

Et nous devons h, ses pieds

Apprendre, en le craignant, l’Art heureux d’être sages.

Vous connaissés ce grand art,

Vous, qui préférés au monde

La solitude profonde,

Qui vous sert de boulevard,

v ous connaissés la ressource

D’un amour chaste et Divin,

Q’uand Dieu vous ouvre son sein

Pour vous en indiquer l’intarissable source.

Naissance, titres, grandeur,

Vous passés comme des songes,

Trop agréables mensonges.

Votre Empire est dans nos cceurs,

Mais pour peu que l’on s’applique

A faire un solide choix

Sans s’asservir à Vos Loix.

On commence ici bas une vie Angélique.

Fu tale il risalto di questo evento, che rimase nella memoria anche negli anni successivi, anche a causa della notoria amicizia della diseredata baronessa Schaurot diventata certosina, con l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Ancora una volta la Divina Provvidenza aveva stravolto la vita di una giovane educata al luteranesimo, ma avvedutasi fino al punto di consacrarsi a Dio nella certosa di Bruges.

Il canto liturgico dei certosini

Il canto liturgico dei certosini

ufficio notturno nella penombra

La liturgia conventuale all’interno delle certose è sempre cantata, e prevalentemente in latino. Il canto gregoriano della chiesa di Lione dell’ XI secolo, preferito dai certosini, armonizza le melodie e le parole, ed è eseguito rigorosamente senza l’accompagnamento di strumenti musicali, come stabilito dagli Statuti. Esso si distingue da altri gregoriani, per la sobria ed austera semplicità, inoltre, va detto, che sin dall’inizio il loro esercizio doveva risultare un valido complemento espressivo alla contemplazione interiore di monaci dediti alla vita solitaria. Per una cronistoria più tecnica vi suggerisco questo interessante articolo.

Nei secoli, molti rimasero rapiti dalla melodia armoniosa sprigionata dal canto dei monaci certosini, come vi ho già menzionato anche Francesco Petrarca ne rimase profondamente ammaliato, definendolo “angelico canto“. Piu recentemente, nel 1985, Robin Bruce Lockart autore del libro “Halfway to Heaven. La vita nascosta dei certosini” scrive sul canto certosino ciò che segue:” Il giorno certosino inizia in un’ora in cui gran parte del mondo comincia la dissipata vita notturna o sta appena iniziando a dormire al termine degli eccessi di una giornata materialistica. Alle 23:45 il monaco si alza dal suo letto austero per recitare il Piccolo Ufficio della Madonna, poi, lasciando la sua cella, si reca attraverso i chiostri alla chiesa del monastero. Il coro si riempie, i monaci professi nei loro abiti bianchi, ed i novizi nei loro mantelli neri. La chiesa è nel buio quasi totale, l’unica luce proveniente dalla lampada del santuario e da lampade fioche ombreggiati nel coro. Dopo un periodo di profondo silenzio il canto della lunga della veglia notturna di Mattutino e Lodi inizia. Il canto porta, nelle sue cadenze, impennata lodi di Dio, poi affonda fino alla supplica umile. A volte sembra quasi di entrare in un pianto di pentimento prima di versare in sé sentiti sussurri d’amore. Il canto, ricco di antichità Gregoriana, ha una santità tutta sua, e come un ufficio cantato procede, è impossibile non rilevare come il fervore dei Salmi prende il sopravvento, avvolgendo non solo i monaci, ma anche l’ascoltatore in tribuna “. Ovvero qualche privilegiato ospite, esterno alla clausura, che raramente assiste alla celebrazione. “La purezza del canto certosino … è stata gelosamente conservata per secoli; più lento, più basso acuto e meno melismatico del canto dei Benedettini, e si ritiene che il  canto certosino sia più profondamente spirituale da parte di coloro che li hanno sentiti entrambi “.

E prosegue :”Il seicentesco Cardinale Bona, che effettuò una vasta ricerca sulla liturgia, narra che era esattamente il canto certosino che Cristo ha raccomandato nelle sue rivelazioni a santa Brigida, patrona della Svezia”. Lockart afferma senza mezzi termini che quella certosina è  “la vocazione più alta a cui l’uomo potrebbe essere chiamato, e che in ogni Certosa, vi è ‘la verità eterna, la sapienza eterna, la pace eterna e la sanità mentale eterna.

Come propostovi nell’articolo, dedicato all’’Umbratilem, anche il pontefice Pio XI, loda il canto certosino con splendide parole…a ora determinate, di giorno e di notte, si radunano in chiesa, non per salmodiare come si fa in altri Ordini, ma per cantare con voce viva e rotonda tutto l’intero Ufficio divino senza il soccorso d’alcun strumento e secondo le antichissime melodie gregoriane dei loro codici. Come potrebbe il Dio delle misericordie non esaudire i voti di quelle anime ferventi che lo supplicavano per la Chiesa e per la conversione degli uomini”?

Ma del resto il grande S. Agostino soleva affermare che “Chi canta prega due volte”

L’ascolto del canto gregoriano risulta inoltre essere un vero amplificatore d’interiorità, esso infatti sembra spalancare l’accesso al tempio dell’anima. E’ stato appurato, scientificamente, che l’ascolto del canto gregoriano regola, rafforza e intensifica la respirazione, favorisce lo sviluppo del sistema uditivo, fa vibrare il corpo, tonifica e calma il sistema nervoso donando benessere a tutto il corpo, rivitalizzando gli organi interni e vivificando tutto il sistema ghiandolare endocrino, amplificando ed ottimizzando il campo elettromagnetico. Insomma una vera terapia!

E’ per tutto ciò, cari amici che continuerò a proporvi nella sezione “canti certosini”, di questo blog contenuti audio che vi allieteranno nell’ascolto, contribuendo a schiudere il vostro animo elevando nel contempo la vostra capacità di meditazione, ed ascesi. A presto con nuovi brani certosini…..

Umbratilem, la Costituzione apostolica di Pio XI

Umbratilem, la Costituzione apostolica di Pio XI

PIO XI

Oggi vi propongo la Costituzione Apostolica “Umbratilem”. Edita da Pio XI nel 1924, e rivolta ai monaci contemplativi ed eremitici, ma in special modo all’Ordine certosino.

In un precedente articolo, vi avevo già parlato di come il giovane sacerdote Achille Ratti, poi divenuto papa Pio XI, era entrato in contatto con i certosini apprezzandone la vita contemplativa ed i loro testi spirituali. Forse per questo volle dedicargli questa costituzione apostolica, che vi offro di seguito.

Pio XI

Costituzione Apostolica 

Umbratilem

1924

Si deve certo dire che hanno scelto la parte migliore, come Maria di Betania, quei re1igiosi che per professione vivono nascosti e separati dallo strepito e dalle follie del mondo, e consacrano tutte le loro energie alla contemplazione dei divini misteri e dell’eterne verità, innalzando al Signore continue ed insistenti preghiere per l’estensione e la prosperità del suo regno, solleciti di lavare ed espiare con la penitenza spirituale e corporale, prescritta e volontaria, non tanto le colpe proprie, quanto quell’altrui.

Infatti, nessun genere o norma di vita si potrebbe proporre a chi vi sia chiamato più perfetta di questa, mentre l’intima unione con Dio e la santità interiore di quanti vivono nel chiostro, in tanta solitudine e silenzio, contribuiscono mirabilmente a rendere più splendido quel tesoro di santità che la sposa immacolata dì Gesù Cristo offre all’ammirazione ed all’imitazione di tutti.

Nessuna meraviglia quindi, se, volendo gli scrittori ecclesiastici dei secoli scorsi esaltare la preghiera dei solitari e mostrarne l’efficacia, siano giunti a paragonarla all’orazione di Mosè. A tutti è noto l’episodio al quale essi alludono: avendo Giosuè dato battaglia agli Amaleciti nella pianura, Mosè, sulla vetta del monte vicino, pregava con fervore Dio di voler concedere la vittoria al suo popolo; e siccome quand’alzava le mani al cielo vinceva Israele, ed appena le abbassava per la stanchezza, gli Amaleciti prendevano il sopravvento, gli si posero ai lati Aronne ed Hur, e gli sorressero le braccia fino a che Giosuè non uscì vittorioso dal combattimento.

Questo esempio esprime in modo efficace il valore dell’orazione dei contemplativi, che trovano valido appoggio nell’adorabile Sacrificio di Gesù massimamente, e poi nel sacramento della penitenza, raffigurati, in certo modo, in Aronne e Hur. Infatti, come dicemmo, è occupazione abituale e prerogativa di quei solitari l’offrirsi e consacrarsi a Dio come vittime di propiziazione per la salute loro e del prossimo, come rappresentanti ufficiali del genere umano.

Ed ecco perché, fin dai primordi della Chiesa, prese radice e si sviluppò questo genere di vita così perfetto, dal quale tutta la cristianità ricava un vantaggio superiore a ogni immaginazione.

Senza parlare, qui, degli asceti, i quali, fin dagli inizi del cristianesimo, vivevano nelle loro famiglie con tanta austerità che san Cipriano li considerava come “la porzione più illustre del gregge di Dio”. La storia ci narra come molti fedeli d’Egitto, perseguitati dall’imperatore Decio a motivo della loro religione, ripararono in una zona deserta del loro paese, e anche dopo, restituita la pace alla Chiesa, continuarono a praticare la vita eremitica, avendo compreso quanto fosse adatta per giungere alla perfezione; di questi anacoreti poi, che si diceva fossero numerosi quanto gli abitanti delle città, alcuni presero a vivere segregati dal consorzio umano, altri invece, dietro l’esempio di sant’Antonio, si radunarono nelle laure. Così, poco alla volta, sorsero gli Ordini monastici, i quali, governati e diretti da regole particolari, si diffusero ben presto in tutto l’oriente e si stabilirono poi in Italia, nelle Gallie, nell’Africa proconsolare, costruendo dappertutto monasteri.

Questo genere di vita che in forma totale permetteva ai monaci viventi separati ciascuno nel segreto della propria cella d’applicare l’animo in modo esclusivo alla contemplazione delle realtà celesti, esonerati e liberi da qualsiasi impegno di ministero esteriore, si rivelò d’una utilità ammirabile per la società cristiana. Infatti il clero e il popolo di quei tempi non potevano non considerare con la massima utilità l’esempio di questi uomini che, abbracciando per amore di Gesù Cristo le pratiche più perfette e austere, imitavano la vita interiore e nascosta da Lui condotta nella casa di Nazaret, allo Scopo di completare ciò che manca alla sua Passione (cfr. Col 1,24)

Sennonché, con il volgere degli anni, la vita puramente contemplativa divenne più rara, e finì per estinguersi quasi completamente; poiché è vero che i monaci avrebbero dovuto rimanere estranei alla cura d’anime e ai ministeri esteriori, però, in realtà, si diedero invece ad associare alla meditazione e alla contemplazione delle realtà divine gli esercizi della vita attiva, sia che sembrasse loro necessario di venire in aiuto al clero, insufficiente a tanti bisogni – e i vescovi non mancavano d’esortarveli – sia che giudicassero conveniente assumersi l’incarico dell’istruzione popolare promossa da Carlomagno. Si considerino anche i danni recati ai monasteri dalle perturbazioni politiche di quell’epoca, e sarà facile comprendere quanto fosse indispensabile, per rinsanguare la Chiesa, ricondurre all’antico splendore quel genere di vita così santo che per tanti anni aveva prosperato nei cenobi, di modo che mai venissero a mancare anime tutte dedite alla preghiera ed esenti da qualsiasi ministero per supplicare senza tregua la divina misericordia, e attirare sul mondo, così dimentico della propri a santificazione, benefici d’ogni genere.

Ed ecco che Dio, il quale nella sua misericordi a non cessa di provvedere in ogni tempo ai bisogni e agli interessi della Chiesa, scelse Bruno, uomo di gran virtù, perché richiamasse la vita contemplativa allo splendore della primitiva purezza. Bruno, a sua volta, istituì l’Ordine dei certosini, e dopo averlo tutto imbevuto del suo spirito, gli lasciò quelle regole austere le quali, mentre fanno percorrere rapidamente ai suoi religiosi la via della santità interiore, li sottraggono da ogni obbligo di ministero e ufficio esterno, e li tengono applicati con perseveranza e coraggio agli esercizi d’una vita uniformemente rigida e severa. Nessuno ignora poi come i certosini abbiano conservato fedelmente per quasi nove secoli lo spirito del loro fondatore e legislatore senz’aver bisogno, come gli altri Ordini, d’alcuna riforma.

Ora, chi potrebbe non ammirare questi monaci che si sono completamente separati, anzi segregati per tutta la vita dal consorzio umano per poter provvedere alla salute eterna dei loro fratelli mediante un vero apostolato di silenzio e di raccoglimento? Vivono ciascuno nella propria cella, osservando così strettamente la solitudine che non se ne allontanano per nessun motivo, per nessuna necessità, in nessun tempo dell’anno; a ora determinate, di giorno e di notte, si radunano in chiesa, non pere salmodiare come si fa in altri Ordini, ma per cantare con voce viva e rotonda tutto l’intero Ufficio divino senza il soccorso d’alcun strumento e secondo le antichissime melodie gregoriane dei loro codici. Come potrebbe il Dio delle misericordie non esaudire i voti di quelle anime ferventi che lo supplicavano per la Chiesa e per la conversione degli uomini?

Come dunque non mancò a san Bruno la benevolenza del nostro predecessore Urbano II, un tempo discepolo del dottissimo e santissimo uomo della scuola di Reims e che, eletto papa, volle al fianco come consigliere, così l’Ordine certosino, tanto raccomandabile, del resto, per la stessa semplicità e la santa rusticità della sua vita, godette sempre d’uno speciale favore presso la santa Sede. Né minore è l’affetto che noi nutriamo per quest’Ordine così salutare, e il desiderio ch’esso prosperi e si propaghi sempre più. Se infatti vi fu un tempo in cui si sentisse il bisogno d’anacoreti nella Chiesa di Dio, ciò si verifica soprattutto ai nostri giorni, mentre vediamo tanti cristiani, dimenticata totalmente la considerazione delle realtà celesti e deposto perfino ogni pensiero dell’eterna salute, correre sfrenatamente dietro alle ricchezze della terra e ai piaceri del corpo, vivendo in privato e in pubblico come pagani, in opposizione al Vangelo.

Che se c’è ancora chi pensa che certe virtù, ingiustamente chiamate passive, siano ormai da tempo cadute in disuso e si debba sostituire all’antica disciplina monastica l’esercizio più comodo e meno faticoso delle virtù attive, questa teoria però fu respinta e condannata dal nostro predecessore l’immortale Leone XIII, nella sua lettera “Testem benevolentiae” del 22 gennaio l899, e ognuno comprende da sé quanto essa sia dannosa e ingiuriosa al concetto e alla pratica della perfezione cristiana.

Ed invero – e facile comprenderlo – giovano molto più al bene della Chiesa e alla salute del genere umano coloro i .quali si dedicano assiduamente all’orazione e alla penitenza che non quelli che coltivano, lavorando il campo del Signore; se i primi non attirassero dal cielo l’abbondanza delle grazie divine sul terreno che gli operai evangelici devono irrigare, questi trarrebbero dalle loro fatiche frutti ben più magri.

Non c’è bisogno di dire quanto la nostra speranza si riprometta dai certosini, anche perché, osservando essi le costituzioni loro proprie, non solo con sollecitudine e diligenza, ma con tanto generoso slancio dell’anima, è impossibile che non debbano essere e non siano veramente efficaci intercessori presso la misericordia del Signore, a vantaggio del popolo cristiano.

Gli statuti dai quali è retto il loro Ordine parvero degni al nostro predecessore Innocenzo XI di venir muniti del “valido patrocinio della sede apostolica”, e furono da lui approvati in forma,specifica con la costituzione “Iniunctum nobis” del 27 marzo 1688, in cui leggiamo un magnifico elogio di quei religiosi, quanto più santa era la vita di quel pontefice. Eg1i non dubitò d’asserire che, come i romani pontefici suoi predecessori avevano riconosciuto nell’Ordine certosino “un eccellente albero piantato dalla destra di Dio nel campo della Chiesa militante, e sempre fecondo di frutti di santificazione” , così egli stesso portava in cuore “quest’Ordine e i suoi membri, che non cessano di servire il Signore nella contemplazione delle sublimi verità divine”.

Siccome poi si trattava di conformare i medesimi statuti alle norme del Codice di diritto canonico, si radunarono a capitolo generale i certosini a ciò designati, per studiare e insieme condurre a buon termine la revisione desiderata.

E l’esito fu proprio soddisfacente, poiché vennero abrogati quei punti di regola e quelle consuetudini che, pur lasciando completamente intatta l’essenza dell’Ordine, erano caduti in disuso o non sembravano più adatti ai nostri tempi, e vi s’inserirono invece alcune ordinanze dei precedenti capitoli generali.

Dato a Roma. Presso S. Pietro, l’8 luglio 1924, anno terzo del nostro pontificato.

Misericordiosissimo Gesù

Misericordiosissimo Gesù

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Alla fine di questo mese di giugno dedicato alla devozione del Cuore di Gesù, voglio offrirvi questa vera e propria dichiarazione di amore, di appartenenza, di abbandono, che il Priore certosino, nonché alacre scrittore di testi, Dom Heinrich Eger von Kalkar scrive per Cristo. Parole semplici, scritte con smodata passione e fervida devozione cristica.

“Misericordiosissimo Gesù, alla fine di questo mese, mi offro alla Vostra Maestà ed alla Vostra bontà; Umilmente mi raccomando a voi; Vi supplico prego per  le ferite del vostro corpo, per ogni goccia del Vostro prezioso sangue, per l’immensa tenerezza del Cuore di ricevermi nella Vostra grazia, di liberarmi e preservarmi da ogni peccato. Che la mia anima si unisca a Voi, oh mio Dio, per una carità molto perfetta, molto passionale, molto leale e perpetua, affinchè tutto il mio cuore e dal profondo della mia anima, io possa amarvi, in cercarvi, e desiderarvi, e che vi lodi e vi benedica in tutto e per tutto, dolce Gesù! Oh mio Dio! io non penso che a Voi, non desidero che Voi, che io mi attacchi inseparabilmente a Voi e che impegni tutto il tempo della mia vita, con tutte le forze del mio corpo e della mia anima a lodarvi, a glorificarvi ed a servirVi”.

Dom Heinrich Eger von Kalkar

Quel 24 giugno del 1084

Quel 24 giugno del 1084

La visione di Ugo

La visione di Ugo

Oggi 24 giugno, nel giorno che ricorda la fondazione del primo insediamento certosino nel deserto di Chartreuse​​, vi offro due dipinti di Vicente Carducho. Il primo dedicato alla visione avuta dal vescovo Ugo. In questa scena mirabilmente raffigurata dal pittore spagnolo, ammiriamo Ugo, vescovo di Grenoble, che ha un sogno premonitore. Egli infatti sogna sette stelle che indirizzano sette pellegrini in una valle solitaria e remota. Nel quadro è ben rappresentata una duplice scena, ovvero il vescovo dormiente e sognante sulla destra, mentre al centro oltre una balaustra si vedono in lontananza nel cielo sette stelle radiose, ed in basso sotto la direzione di un Cristo benedicente ed una schiera di angeli, che contribuisce alla costruzione di un insediamento monastico.
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preview90 pieceLa visione di Ugo

 

Bruno ed i suoi sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

Bruno ed i suoi sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

 

 

Nel secondo dipinto, viene descritto ciò che avviene all’indomani di questo sogno, che gli fa assumere il carattere di premonitore. Il vescovo Ugo sulla destra su di un baldacchino color porpora, con fare benedicente, riceve sette pellegrini a lui genuflessi. In costoro il vescovo individua le sette stelle sognate la notte precedente, ed ascoltandone la richiesta fatta da Bruno e dai suoi sei compagni di un luogo desertico dove poter sviluppare il proprio ideale di vita eremitico, tutto gli appare chiaro.

La Divina Provvidenza vuole che si realizzi ciò, pertanto Ugo non esita a donare il luogo desertico di Cartusia, adatto alla vita di preghiera e solitudine che essi desideravano condurre.
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preview90 pieceBruno ed i sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

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