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Umbratilem, la Costituzione apostolica di Pio XI

Umbratilem, la Costituzione apostolica di Pio XI

PIO XI

Oggi vi propongo la Costituzione Apostolica “Umbratilem”. Edita da Pio XI nel 1924, e rivolta ai monaci contemplativi ed eremitici, ma in special modo all’Ordine certosino.

In un precedente articolo, vi avevo già parlato di come il giovane sacerdote Achille Ratti, poi divenuto papa Pio XI, era entrato in contatto con i certosini apprezzandone la vita contemplativa ed i loro testi spirituali. Forse per questo volle dedicargli questa costituzione apostolica, che vi offro di seguito.

Pio XI

Costituzione Apostolica 

Umbratilem

1924

Si deve certo dire che hanno scelto la parte migliore, come Maria di Betania, quei re1igiosi che per professione vivono nascosti e separati dallo strepito e dalle follie del mondo, e consacrano tutte le loro energie alla contemplazione dei divini misteri e dell’eterne verità, innalzando al Signore continue ed insistenti preghiere per l’estensione e la prosperità del suo regno, solleciti di lavare ed espiare con la penitenza spirituale e corporale, prescritta e volontaria, non tanto le colpe proprie, quanto quell’altrui.

Infatti, nessun genere o norma di vita si potrebbe proporre a chi vi sia chiamato più perfetta di questa, mentre l’intima unione con Dio e la santità interiore di quanti vivono nel chiostro, in tanta solitudine e silenzio, contribuiscono mirabilmente a rendere più splendido quel tesoro di santità che la sposa immacolata dì Gesù Cristo offre all’ammirazione ed all’imitazione di tutti.

Nessuna meraviglia quindi, se, volendo gli scrittori ecclesiastici dei secoli scorsi esaltare la preghiera dei solitari e mostrarne l’efficacia, siano giunti a paragonarla all’orazione di Mosè. A tutti è noto l’episodio al quale essi alludono: avendo Giosuè dato battaglia agli Amaleciti nella pianura, Mosè, sulla vetta del monte vicino, pregava con fervore Dio di voler concedere la vittoria al suo popolo; e siccome quand’alzava le mani al cielo vinceva Israele, ed appena le abbassava per la stanchezza, gli Amaleciti prendevano il sopravvento, gli si posero ai lati Aronne ed Hur, e gli sorressero le braccia fino a che Giosuè non uscì vittorioso dal combattimento.

Questo esempio esprime in modo efficace il valore dell’orazione dei contemplativi, che trovano valido appoggio nell’adorabile Sacrificio di Gesù massimamente, e poi nel sacramento della penitenza, raffigurati, in certo modo, in Aronne e Hur. Infatti, come dicemmo, è occupazione abituale e prerogativa di quei solitari l’offrirsi e consacrarsi a Dio come vittime di propiziazione per la salute loro e del prossimo, come rappresentanti ufficiali del genere umano.

Ed ecco perché, fin dai primordi della Chiesa, prese radice e si sviluppò questo genere di vita così perfetto, dal quale tutta la cristianità ricava un vantaggio superiore a ogni immaginazione.

Senza parlare, qui, degli asceti, i quali, fin dagli inizi del cristianesimo, vivevano nelle loro famiglie con tanta austerità che san Cipriano li considerava come “la porzione più illustre del gregge di Dio”. La storia ci narra come molti fedeli d’Egitto, perseguitati dall’imperatore Decio a motivo della loro religione, ripararono in una zona deserta del loro paese, e anche dopo, restituita la pace alla Chiesa, continuarono a praticare la vita eremitica, avendo compreso quanto fosse adatta per giungere alla perfezione; di questi anacoreti poi, che si diceva fossero numerosi quanto gli abitanti delle città, alcuni presero a vivere segregati dal consorzio umano, altri invece, dietro l’esempio di sant’Antonio, si radunarono nelle laure. Così, poco alla volta, sorsero gli Ordini monastici, i quali, governati e diretti da regole particolari, si diffusero ben presto in tutto l’oriente e si stabilirono poi in Italia, nelle Gallie, nell’Africa proconsolare, costruendo dappertutto monasteri.

Questo genere di vita che in forma totale permetteva ai monaci viventi separati ciascuno nel segreto della propria cella d’applicare l’animo in modo esclusivo alla contemplazione delle realtà celesti, esonerati e liberi da qualsiasi impegno di ministero esteriore, si rivelò d’una utilità ammirabile per la società cristiana. Infatti il clero e il popolo di quei tempi non potevano non considerare con la massima utilità l’esempio di questi uomini che, abbracciando per amore di Gesù Cristo le pratiche più perfette e austere, imitavano la vita interiore e nascosta da Lui condotta nella casa di Nazaret, allo Scopo di completare ciò che manca alla sua Passione (cfr. Col 1,24)

Sennonché, con il volgere degli anni, la vita puramente contemplativa divenne più rara, e finì per estinguersi quasi completamente; poiché è vero che i monaci avrebbero dovuto rimanere estranei alla cura d’anime e ai ministeri esteriori, però, in realtà, si diedero invece ad associare alla meditazione e alla contemplazione delle realtà divine gli esercizi della vita attiva, sia che sembrasse loro necessario di venire in aiuto al clero, insufficiente a tanti bisogni – e i vescovi non mancavano d’esortarveli – sia che giudicassero conveniente assumersi l’incarico dell’istruzione popolare promossa da Carlomagno. Si considerino anche i danni recati ai monasteri dalle perturbazioni politiche di quell’epoca, e sarà facile comprendere quanto fosse indispensabile, per rinsanguare la Chiesa, ricondurre all’antico splendore quel genere di vita così santo che per tanti anni aveva prosperato nei cenobi, di modo che mai venissero a mancare anime tutte dedite alla preghiera ed esenti da qualsiasi ministero per supplicare senza tregua la divina misericordia, e attirare sul mondo, così dimentico della propri a santificazione, benefici d’ogni genere.

Ed ecco che Dio, il quale nella sua misericordi a non cessa di provvedere in ogni tempo ai bisogni e agli interessi della Chiesa, scelse Bruno, uomo di gran virtù, perché richiamasse la vita contemplativa allo splendore della primitiva purezza. Bruno, a sua volta, istituì l’Ordine dei certosini, e dopo averlo tutto imbevuto del suo spirito, gli lasciò quelle regole austere le quali, mentre fanno percorrere rapidamente ai suoi religiosi la via della santità interiore, li sottraggono da ogni obbligo di ministero e ufficio esterno, e li tengono applicati con perseveranza e coraggio agli esercizi d’una vita uniformemente rigida e severa. Nessuno ignora poi come i certosini abbiano conservato fedelmente per quasi nove secoli lo spirito del loro fondatore e legislatore senz’aver bisogno, come gli altri Ordini, d’alcuna riforma.

Ora, chi potrebbe non ammirare questi monaci che si sono completamente separati, anzi segregati per tutta la vita dal consorzio umano per poter provvedere alla salute eterna dei loro fratelli mediante un vero apostolato di silenzio e di raccoglimento? Vivono ciascuno nella propria cella, osservando così strettamente la solitudine che non se ne allontanano per nessun motivo, per nessuna necessità, in nessun tempo dell’anno; a ora determinate, di giorno e di notte, si radunano in chiesa, non pere salmodiare come si fa in altri Ordini, ma per cantare con voce viva e rotonda tutto l’intero Ufficio divino senza il soccorso d’alcun strumento e secondo le antichissime melodie gregoriane dei loro codici. Come potrebbe il Dio delle misericordie non esaudire i voti di quelle anime ferventi che lo supplicavano per la Chiesa e per la conversione degli uomini?

Come dunque non mancò a san Bruno la benevolenza del nostro predecessore Urbano II, un tempo discepolo del dottissimo e santissimo uomo della scuola di Reims e che, eletto papa, volle al fianco come consigliere, così l’Ordine certosino, tanto raccomandabile, del resto, per la stessa semplicità e la santa rusticità della sua vita, godette sempre d’uno speciale favore presso la santa Sede. Né minore è l’affetto che noi nutriamo per quest’Ordine così salutare, e il desiderio ch’esso prosperi e si propaghi sempre più. Se infatti vi fu un tempo in cui si sentisse il bisogno d’anacoreti nella Chiesa di Dio, ciò si verifica soprattutto ai nostri giorni, mentre vediamo tanti cristiani, dimenticata totalmente la considerazione delle realtà celesti e deposto perfino ogni pensiero dell’eterna salute, correre sfrenatamente dietro alle ricchezze della terra e ai piaceri del corpo, vivendo in privato e in pubblico come pagani, in opposizione al Vangelo.

Che se c’è ancora chi pensa che certe virtù, ingiustamente chiamate passive, siano ormai da tempo cadute in disuso e si debba sostituire all’antica disciplina monastica l’esercizio più comodo e meno faticoso delle virtù attive, questa teoria però fu respinta e condannata dal nostro predecessore l’immortale Leone XIII, nella sua lettera “Testem benevolentiae” del 22 gennaio l899, e ognuno comprende da sé quanto essa sia dannosa e ingiuriosa al concetto e alla pratica della perfezione cristiana.

Ed invero – e facile comprenderlo – giovano molto più al bene della Chiesa e alla salute del genere umano coloro i .quali si dedicano assiduamente all’orazione e alla penitenza che non quelli che coltivano, lavorando il campo del Signore; se i primi non attirassero dal cielo l’abbondanza delle grazie divine sul terreno che gli operai evangelici devono irrigare, questi trarrebbero dalle loro fatiche frutti ben più magri.

Non c’è bisogno di dire quanto la nostra speranza si riprometta dai certosini, anche perché, osservando essi le costituzioni loro proprie, non solo con sollecitudine e diligenza, ma con tanto generoso slancio dell’anima, è impossibile che non debbano essere e non siano veramente efficaci intercessori presso la misericordia del Signore, a vantaggio del popolo cristiano.

Gli statuti dai quali è retto il loro Ordine parvero degni al nostro predecessore Innocenzo XI di venir muniti del “valido patrocinio della sede apostolica”, e furono da lui approvati in forma,specifica con la costituzione “Iniunctum nobis” del 27 marzo 1688, in cui leggiamo un magnifico elogio di quei religiosi, quanto più santa era la vita di quel pontefice. Eg1i non dubitò d’asserire che, come i romani pontefici suoi predecessori avevano riconosciuto nell’Ordine certosino “un eccellente albero piantato dalla destra di Dio nel campo della Chiesa militante, e sempre fecondo di frutti di santificazione” , così egli stesso portava in cuore “quest’Ordine e i suoi membri, che non cessano di servire il Signore nella contemplazione delle sublimi verità divine”.

Siccome poi si trattava di conformare i medesimi statuti alle norme del Codice di diritto canonico, si radunarono a capitolo generale i certosini a ciò designati, per studiare e insieme condurre a buon termine la revisione desiderata.

E l’esito fu proprio soddisfacente, poiché vennero abrogati quei punti di regola e quelle consuetudini che, pur lasciando completamente intatta l’essenza dell’Ordine, erano caduti in disuso o non sembravano più adatti ai nostri tempi, e vi s’inserirono invece alcune ordinanze dei precedenti capitoli generali.

Dato a Roma. Presso S. Pietro, l’8 luglio 1924, anno terzo del nostro pontificato.

Misericordiosissimo Gesù

Misericordiosissimo Gesù

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Alla fine di questo mese di giugno dedicato alla devozione del Cuore di Gesù, voglio offrirvi questa vera e propria dichiarazione di amore, di appartenenza, di abbandono, che il Priore certosino, nonché alacre scrittore di testi, Dom Heinrich Eger von Kalkar scrive per Cristo. Parole semplici, scritte con smodata passione e fervida devozione cristica.

“Misericordiosissimo Gesù, alla fine di questo mese, mi offro alla Vostra Maestà ed alla Vostra bontà; Umilmente mi raccomando a voi; Vi supplico prego per  le ferite del vostro corpo, per ogni goccia del Vostro prezioso sangue, per l’immensa tenerezza del Cuore di ricevermi nella Vostra grazia, di liberarmi e preservarmi da ogni peccato. Che la mia anima si unisca a Voi, oh mio Dio, per una carità molto perfetta, molto passionale, molto leale e perpetua, affinchè tutto il mio cuore e dal profondo della mia anima, io possa amarvi, in cercarvi, e desiderarvi, e che vi lodi e vi benedica in tutto e per tutto, dolce Gesù! Oh mio Dio! io non penso che a Voi, non desidero che Voi, che io mi attacchi inseparabilmente a Voi e che impegni tutto il tempo della mia vita, con tutte le forze del mio corpo e della mia anima a lodarvi, a glorificarvi ed a servirVi”.

Dom Heinrich Eger von Kalkar

Quel 24 giugno del 1084

Quel 24 giugno del 1084

La visione di Ugo

La visione di Ugo

Oggi 24 giugno, nel giorno che ricorda la fondazione del primo insediamento certosino nel deserto di Chartreuse​​, vi offro due dipinti di Vicente Carducho. Il primo dedicato alla visione avuta dal vescovo Ugo. In questa scena mirabilmente raffigurata dal pittore spagnolo, ammiriamo Ugo, vescovo di Grenoble, che ha un sogno premonitore. Egli infatti sogna sette stelle che indirizzano sette pellegrini in una valle solitaria e remota. Nel quadro è ben rappresentata una duplice scena, ovvero il vescovo dormiente e sognante sulla destra, mentre al centro oltre una balaustra si vedono in lontananza nel cielo sette stelle radiose, ed in basso sotto la direzione di un Cristo benedicente ed una schiera di angeli, che contribuisce alla costruzione di un insediamento monastico.
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preview90 pieceLa visione di Ugo

 

Bruno ed i suoi sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

Bruno ed i suoi sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

 

 

Nel secondo dipinto, viene descritto ciò che avviene all’indomani di questo sogno, che gli fa assumere il carattere di premonitore. Il vescovo Ugo sulla destra su di un baldacchino color porpora, con fare benedicente, riceve sette pellegrini a lui genuflessi. In costoro il vescovo individua le sette stelle sognate la notte precedente, ed ascoltandone la richiesta fatta da Bruno e dai suoi sei compagni di un luogo desertico dove poter sviluppare il proprio ideale di vita eremitico, tutto gli appare chiaro.

La Divina Provvidenza vuole che si realizzi ciò, pertanto Ugo non esita a donare il luogo desertico di Cartusia, adatto alla vita di preghiera e solitudine che essi desideravano condurre.
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preview90 pieceBruno ed i sei compagni si presentano davanti al vescovo Ugo

Le profezie di Dom Giovanni Mazza

Le profezie di Dom Giovanni Mazza

ritratto Dom Antonio Mazza

Gli aneddoti che sto per narrarvi, sono legati ad un personaggio che vestì l’abito certosino nella certosa napoletana di san Martino. I personaggi in questione, in verità sono due.

Antonio e Giovanni Mazza furono due fratelli calabresi entrambi nativi di Monteleone, ovvero il nome che il comune italiano di Vibo Valentia aveva nel Regno di Napoli, poi Regno delle due Sicilie. Per introdurvi al racconto, è d’obbligo una breve biografia dei due fratelli.

Dom Antonio Mazza

Come già detto fu nativo di Monteleone, ed intraprese una brillante carriera di studi, che lo portarono a diventare professore di legge, egli era inoltre dotato di una profonda cultura. Ma ben presto fu infiammato da una vocazione per la vita monastica, che lo portò ad entrare nella certosa di Napoli, a san Martino egli fece la professione solenne il 21 marzo del 1526. Da subito mostrò il suo zelo verso la vita certosina, facendosi apprezzare per le sue doti. Ciò portò Dom Antonio ad essere eletto priore (1527-1546), per la gioia dei suoi confratelli che avevano in lui un grande consigliere, che si distinse anche per la sua lodevole misericordia ai poveri ed agli emarginati. Fu scelto per essere Visitatore della provincia certosina di san Bruno, e fu ricordato per la sua diplomazia e rettitudine che non ebbero uguali. Dopo una vita trascorsa tra l’amore dei suoi confratelli, morì tra lacrime e disperazione di costoro, il 6 ottobre del 1546.

Dom Giovanni Mazza

Nel tentativo di seguire le orme del fratello Antonio, Giovanni, nato nel 1501, studiò legge a Napoli ma non concluse gli studi poiché fu anch’egli attratto dalla vita certosina. Entrò da giovanissimo, a soli diciassette anni, e prima del fratello, nella certosa di san Martino, il 26 febbraio del 1517, nella quale visse per ben cinquanta anni senza mai cambiar cella. Era particolarmente silenzioso ed incline a profferire poche frasi, ma, pensate,  estratte dalle sacre scritture! Si narra che era molto zelante nel coltivare frutti ed erbe che soleva distribuire ai suoi confratelli dicendo: “Edent pauperes et saturabuntur”ovvero i poveri mangeranno e saranno saziati.

Si narra della sua particolare attenzione al cibo, non solo non mangiava la carne come imposto dalla regola, ma addirittura si privava anche di formaggio, uova e pesce, abbandonandosi spesso a digiuni prolungati interrotti da pane, acqua, frutta e qualche verdura. Insomma estremamente integerrimo alla regola certosina, ed anzi spesso la rese ancora più severa indossando permanentemente sotto la cocolla un cilicio e raramente usava calzature, affrontando con penitenza i rigori dei freddi inverni. Il suo fervente zelo lo portava a fare veglie estenuanti, Dom Giovanni era sempre il primo a giungere in chiesa per il mattutino, si narra che sovente aspettava il sagrista addetto all’apertura del portone. Fu devoto alla beata Vergine, celebrandone ogni giorno la Santa Messa, durante la quale fu spesso colto in estasi dai suoi confratelli testimoni delle sue doti mistiche. La fama della sua santità cominciò ad oltrepassare le mura della certosa napoletana, diffondendosi senza controllo.

pannello

Le profezie

Fu così, che la notorietà di Dom Giovanni Mazza attrasse l’imperatore Carlo V° d’Asburgo, il quale, di ritorno dalla spedizione di Tunisi, dopo essere stato acclamato  dai certosini di Padula,  il 30 novembre del 1535 ,  volle andare a trovare il religioso certosino a san Martino. Per accogliere l’imperatore a Napoli, si recarono tutti i priori delle certose del Regno: Dom Benedetto de Silice Alatrino (Serra), Dom Nicolò de Muro (Padula), Dom Girolamo (Chiaromonte), Dom Girolamo Bucciarelli (Capri) oltre ad Dom Antonio Mazza.

L’incontro fu incentrato sulle lodi del monaco all’imperatore per l’impresa effettuata, ma fu uno spunto per esortare Carlo V° a tornare celermente in Germania ed affrontare gli eretici luterani. Dom Giovanni rassicurò il monarca e gli predisse che accompagnato dalle sue orazioni, la vittoria sarebbe stata certa. Si racconta, che per effetto di quel colloquio il monarca negli ultimi anni di vita si rinchiuse nel monastero di Yuste, dove terminò i suoi giorni nella quiete monastica.

Ma i vaticini del pio certosino, continuarono, allorquando Giovanni d’Austria, figlio di Carlo V° nominato generalissimo della flotta della Lega Santa con la quale sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571, si recò a Napoli. Come suo padre, fu rapito dalla fama del profetico certosino dal quale volle farsi benedire, e si recò per incontrarlo alla certosa di san Martino. Dopo il primo incontro, egli fu folgorato dall’aura di santità del certosino che divenne il suo padre spirituale per tutta la sua permanenza a Napoli. Prima di salpare Giovanni d’Austria ricevette una benedizione particolare, a cui fece seguito una estasi nella quale venne pronunciata una profezia circa la vittoria che sarebbe occorsa  a Lepanto. La vittoria avvenne la domenica 7 ottobre 1571, in contemporanea al termine delle sue orazioni Dom Giovanni Mazza cadde in un estasi che durò circa due ore, ed  alla quale assistettero tutti i suoi confratelli testimoni di quel prodigioso evento. Il monaco riavutosi gridò: Vittoria, vittoria, vittoria! Benedicta sit sancta Trinitas. Al ritorno da Lepanto Giovanni d’Austria volle ringraziare il certosino che trentasei anni prima aveva già fatto un’altra profezia a suo padre. Ormai vecchio, Dom Giovanni rifiutò ogni medicina e continuando la sua severa regola di vita andò incontro al giorno della sua morte, che ovviamente aveva già profetizzato ai suoi confratelli, che lo cinsero di amore fino all’ultima ora della sua vita terrena che finì nel 1582.

Operò diversi miracoli e guarigioni anche dopo la sua morte, ma dei quali purtroppo si è perduta memoria. L’intenzione di questo articolo, è di celebrare il ricordo di questi due fratelli certosini, protagonisti indiretti di eventi storici, ma ormai dimenticati e condannati all’oblio. A loro vada una prece.

Dom Wartenberger ed il Cuore di Gesù

Dom Wartenberger ed il Cuore di Gesù

Cristo fons vitae (certosa pavia affesco)

La meditazione sul Cuore di Gesù che sottopongo alla vostra attenzione, fu realizzata da un giovane tedesco, che come vedremo da queste breve note biografiche  da luterano si convertì diventando certosino.

Laurent Wartenberger, nacque a Magdeburgo in Germania nel 1591 da famiglia luterana, ma ben presto si convertì, diventando dottore in utroque dopo aver studiato presso il collegio germanico di Roma. Divenne canonico di Halberstadt, ma in seguito fu attratto dalla vita monastica certosina ed entrò nella certosa di Gaming in Austria. Qui fece la professione solenne il 10 agosto del 1644. Fu in seguito priore nella certosa di Valdice dal 1648 al 1650. Successivamente fu anche priore  a Erfurt, Schnals ed a Ratisbona. Morì il 7 luglio del 1667.

Ho scelto per voi questo appassionato testo su cui meditare.

Gli ebrei si accaniscono sul suo corpo che la vita appena ha abbandonato: si trafigge il fianco; sgorga il sangue, e il sangue di una meravigliosa e miracolosa acqua. Ben presto il cuore di Gesù continua a spargere sangue, ma gli insulti non si fermano! Il sangue non scorre più ma le bestemmie continuano! Tuttavia, è in questo momento che il Salvatore si mostra più maestoso che mai. Non sarà crocifisso in segreto, nel cuore del Pretorio, ma come un re che indossa le sue  armi in mano, vuole che lo contempliamo sul luogo della battaglia! Egli vuole essere messo sulla croce, fuori dalle mura di Gerusalemme, in pieno giorno, esposto allo sguardo di una folla immensa giunta da  luoghi lontani per celebrare la grande festa di Pasqua. Se voi amate Nostro Signore, ricordate le torture che egli ha subito, inginocchiatevi all’ombra della croce, contemplate ! e il frutto della sua amara passione vi sembrerà di una amabile dolcezza. Vi chiedo una cosa troppo difficile se vi dico di pensare a quello che Egli ha risposto per voi? Non soffrite finchè il Salvatore non stenda le mani davanti a voi, non cercate quaggiù inutilmente la gioia vana, riservatevi di gioire nell’Eternità.

Oh uomo, ora ascolta la voce del Signore; non indurire il tuo cuore. Dio chiede il tuo cuore, lo vuole umile, sottomesso, pieno di buona volontà e di sfiducia di se stesso, liberato da ogni attaccamento al peccato. Oh Cuore umano, oh abisso! La terra trema, le pietre sono divise, tombe aperte e il cuore dell’uomo è insensibile, duro come un diamante! Il velo del tempio dietro l’altare di incenso di fronte al Santo dei Santi, è lacerato da cima a fondo: gli oggetti più misteriosi e più sacri di culto ebraico appaiono nudi: e apparvero i misteri della nuova legge, quando il Santo dei Santi aprendo il petto trasse dal suo Cuore un tabernacolo nuovo, che la mano dell’uomo non poteva costruire strappa per sempre il velo che ci separa da suo Padre. Anima mia, colomba di Dio, amica di Dio, entra nel Cuore aperto di Gesù, nei fori della mistica Pietra; nessuno, a meno che non lo vogliate, potrà farvi uscire, là voi sentirete il fuoco che lo ha costretto ad amare un così grande amore.

Attraverso i bordi strappati del tuo Redentore realizzeranno, come attraverso una griglia, i tesori della sapienza e della scienza divina. Resta con il tuo Dio, l’ombra che scende dall’albero della Croce è mirabilmente dolce, toccò il ladro e fu santificato.

Che il ricordo della Passione sia sempre davanti ai vostri occhi, questo è quello l’Apocalisse chiama: lavare i suoi vestiti nel sangue dell’Agnello, allora si avrà il potere di toccare l’Albero della Vita, e attraverso la porta delle piaghe di Gesù, entrerete nella città eterna. Sararanno ladri e malfattori, coloro che non passeranno attraverso l’apertura nel costato e nel Cuore di Gesù.

Dom Laurent Wartenberger

La chiave certosina

La chiave certosina

certosino con chiave in danza macabra 1732

Certosino con chiave in danza macabra (1732)

Nell’articolo di oggi, mi soffermerò ad approfondire un particolare molto curioso, di un piccolo dettaglio della vita all’interno delle certose. Le chiavi forgiate anticamente dai monaci certosini, e le relative serrature destinate alle porte dell’intero complesso monastico. La particolarità di esse è rappresentato dal fatto che esse sono una specie di passepartout, ma vediamo in dettaglio.

Va detto, che i monaci certosini nel corso dei secoli hanno sviluppato l’arte nel forgiare i metalli, difatti nei pressi della Grande Chartreuse già durante il primo secolo dalla fondazione dell’Ordine (1100-1200), avevano una fonderia in grado di forgiare il ferro. Da questa antica attitudine i monaci ottenevano cospicui guadagni, poiché realizzavano prodotti (armature, armi) che erano molto apprezzati dai loro committenti. A prodotti finiti i monaci imprimevano il loro marchio di fabbrica ovvero il globo crocifero dello stat crux dum volvitur orbis. Quasi tutte le certose ebbero il loro altoforno, oltre alla Grande Chartreuse celebri furono quelle di Mont- Dieu e Aillon, in Francia, ma anche le fucine della certosa di Aggsbach in Austria. Ma oltre ai lavori commissionati dall’esterno, i certosini realizzavano finimenti in ferro utili alla propria comunità, e tra questi soprattutto le serrature e le chiavi. Queste ultime furono molto particolari, difatti come vi dicevo erano caratterizzate dal fatto che erano dei passepartout, in grado di aprire tutte le serrature, appositamente realizzate, dell’intero complesso monastico. La spiegazione della scelta di questo particolare tipo di serratura e relativa chiave, usata non in tutte le certose ma nella maggioranza, è da ricercarsi nel fatto che essa consentiva un rumore minimo nel suo uso assicurando il mantenimento della quiete soprattutto nel chiostro. Difatti l’uso delle porte delle celle, degli sportellini per l’introduzione del cibo e degli ambienti monastici prospicienti la clausura claustrale dovevano non creare rumori molesti atti a distogliere i Padri intenti nella preghiera e meditazione. Questa particolare serratura, sembrerebbe una soluzione attuata nei tempi antichi, ed invece nelle certose di più recente costruzione come quella statunitense della Trasfigurazione, in quella argentina di San Josè ed in quella brasiliana di Medianeira sono state adottate serrature con il passepartout! Talvolta le chiavi forgiate per questo uso, avevano anche duplice o triplice funzione di passepartout, per relativi tipi di serrature dislocate nei vari punti del complesso monastico. Anche il sofisticato sistema di funzionamento della serratura fu concepito affinché fosse sicuro ma allo stesso tempo semplice da usare anche al buio, difatti la toppa era sovente facilmente identificabile al tatto. Ad eccezione di alcune chiavi particolari, in possesso al Priore ed al Procuratore, ogni Padre o Fratello ha in dotazione una copia del passepartout solitamente inserita nella cintura dell’abito sul lato destro. Questa consuetudine è molto antica poiché possiamo incontrarla in raffigurazioni antiche, che ci testimoniano come essa rappresenta una abitudine secolare, e talvolta anche simbolica poiché indicherebbe metaforicamente la chiave da portare sempre con se e che consentirebbe l’accesso nel Regno dei Cieli. Le immagini che seguono ci mostrano i vari tipi di chiavi e serrature.

CERTOSINI che lavorano il ferro ( porta coeli Jerez)

monaci che lavorano il ferro Porta Coeli e Jerez

serratura Jerez

serratura Jerez

montalegre

serratura e chiave Montalegre

Pavia

serratura Pavia

montrieux vedana Aula dei

chiavi Montrieux-Vedana -Aula Dei

Jerez trasfigurazione chiave doppia Portes

chiavi Jerez-Trasfigurazione- e chiave doppia Portes

La vocazione certosina vista da una madre

La vocazione certosina vista da una madre

Werner Thalman González,

La storia che oggi voglio raccontarvi, si svolse in Costarica ed ha per protagonista una madre ed un figlio. E’ la testimonianza della comunicazione che un giovane di 25 anni, appena laureatosi in architettura, fece alla propria mamma. Werner Thalman González, laureatosi  presso l’Università di Costa Rica (UCR), era convinto che la sua vita si fosse svolta, in futuro, tra progetti e calcoli atti alla realizzazione di costruzioni, e gratificazioni professionali. Ma come spesso accade non fu così. Questo giovane difatti, improvvisamente, cominciò a nutrire il desiderio di abbracciare la vita monastica, ed all’insaputa dei suoi genitori ebbe contatti con diversi ordini religiosi, poiché aveva deciso di dare una svolta radicale alla sua esistenza. L’ignara mamma un giorno ricevette da Werner la notizia sorprendente per la quale rimase esterrefatta. La signora Helena ci spiega: “Ho pensato che forse voleva farsi prete, perché era molto sensibile ai religiosi, ma mai che diventasse un monaco certosino, e che sarebbe dovuto entrare in un monastero così lontano da casa”. Venne naturale chiedere al proprio figliolo: “Perché certosino?” ed il giovane le rispose “desidero realizzare un rapporto più intimo con Dio, dedicarmi completamente a Lui e così nel silenzio e nella solitudine, implorando la misericordia per il mondo”. Parole semplici e lapidarie, che lasciarono la madre basita. Prima di entrare nella Grande Chartreuse, in Francia, Werner ha fatto cicli di prova vocazionale in altri monasteri contemplativi. In primo luogo, è stato un breve periodo in un monastero benedettino e poi in uno  trappista, in Venezuela. Poi entrò nella certosa in Brasile, dove ha trovato ciò che era la sua vera vocazione. Nel settembre del 1998, è stato trasferito in Francia. Lì, oltre a ripristinare documenti e libri antichi della biblioteca del monastero medievale è diventato uno degli artisti dell’ordine. Nel tempo libero, infatti, egli costruisce strumenti musicali, dipinge quadri e sculture ad intaglio per gli altri monasteri certosini nel mondo.Giunto il momento della professione solenne e preso il nome di Serafico, la sua famigli si recò in Francia per festeggiare l’evento. Ricorda la signora Helena che assieme alle sue figlie, non potette assistere alla funzione poiché donna essendo interdetta la presenza femminile in certosa. Al termine della funzione per pochi minuti incontrò il figlio consacratosi alla vita monastica, e condivise con lui un dolce fatto con le proprie mani avendo cura di prepararlo senza latte, poiché dato il periodo di Quaresima i certosini non possono ingerire tale alimento. Da quel momento è trascorso tanto tempo e la signora Helena, si è rassegnata alla scelta di vita fatta da suo figlio, ed oggi ne è anche orgogliosa. E’ consapevole di poterlo incontrare una volta l’anno e per due giorni e dice:

“Quando noi di famiglia lo abbiamo visitato, lo abbiamo aggiornato su tutto ciò che accade a noi in Costa Rica. E non smetteremo mai di parlare. Sappiamo che possiamo raccontarci attraverso tre o quattro lettere che ci scambiamo durante un anno. Se si verifica una situazione di emergenza, non ci è permesso di contattarlo via fax. L’unico che può utilizzare Internet, radio, televisione o e-mail è il Padre procuratore che ha i contatti con l’esterno “. Quando si reca in Francia per la signora Helena è “un momento speciale poiché è in grado di verificare di persona che Dom Serafico è un uomo molto felice dallo sguardo sereno, e che vive in un luogo unico nel quale sente la presenza di Dio in ogni angolo”. Il distacco dopo la visita annuale è tremendo per entrambi…Dom Serafico nell’ultima visita si è rattristato nel vedere la mamma malcelare le lacrime sul viso, e tristemente, ha accompagnato con lo sguardo l’automobile dei suoi parenti allontanarsi dalla certosa.

Tornerò a parlarvi di questo certosino del Costarica che è alla Grande Chartreuse, ma questo articolo ha voluto testimoniarvi la vocazione per la vita monastica certosina, ma vista da un altro punto di vista. Da quello dei genitori che devono accettare la separazione dal proprio figlio, spesso la lontananza notevole, ed abbandonarsi alla volontà di Dio.

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