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Buone vacanze 2021

15 certosini e vacanze

Cari amici lettori, è giunto il momento di separarci per qualche settimana. Sarà un periodo di riposo, che arriva a seguito di altri mesi difficili, vissuti dalla minaccia del Coronavirus, che tante vittime ha mietuto, e che tanto ha provato tutti noi. E’ giunto il tempo di ritrovare energie fisiche e spirituali. Quale ricetta migliore se non il silenzio e la preghiera?

Vi esorto pertanto a non trascurare la preghiera, ed è per questo che vi lascio ad un testo di Dom Giovanni Giusto Lanspergio, il quale ci esorta a perseverare nell’aprire il nostro cuore a Dio e chiedere, anche implorando, il suo aiuto.

Auguro a tutti gli amici lettori di Cartusialover di trascorrere in serenità questo periodo estivo, sia esso trascorso in vacanza o al lavoro. Arrivederci ed a presto!!!

Supplica insistente

Rivolgiti a Dio con tempestività, importuna, umile, continua, perseverante e fervente preghiera: rappresenta davanti a Dio il ruolo di chi è continuamente bisognoso. Qui sulla terra i poveri si fanno latosi e fastidiosi, se si presentano ripetute volte davanti ai ricchi; ma con Dio le cose sono diverse, poiché anche quando lo preghi e lo importuni, sia per te, sia per il suo prossimo, non si annoia o infastidisce minimamente; al contrario, più ti intrattieni nella preghiera e insisti a chiedergli e a importunarlo, più piacere gli causi.

In effetti, per quanto Dio non si impoverisce né diminuiscono le sue ricchezze; e non si preoccupa nemmeno della nostra importunità, né si disgusta della nostra povertà e della nostra miseria; anzi si delizia moltissimo nel vedere in noi questa santa avidità e questa avidità di virtù e beni spirituali.

Di conseguenza, in qualsiasi necessità tua o di altri, dopo aver usato l’industria umana e naturale, ricordati a Dio. Sia Lui il sicuro rifugio nelle tue richieste e premure, nei tuoi timori e nei tuoi pericoli; non devi vergognarti rivolgendoti a Lui ogni momento per supplicarlo per persone o necessità diverse, al contrario, devi avere quindi maggiore fiducia in Dio. Sarai ascoltato nella misura della fiducia che hai avuto in Lui. Quindi ricordati a Dio in qualsiasi tua necessità, chiedigli consiglio e aiuto.

Chiedi a Dio una umile e fervente contrizione e detestazione dei tuoi peccati, delle tue negligenze e delle altre colpe con cui hai offeso Dio. Supplica una fervente e perfetta carità che ti renda solito nel custodirti da ogni offesa a Dio e al prossimo, e premuroso nell’unirti a Lui e nel cercare solo Lui. Chiedi anche tu una pronta e perfetta abnegazione di te stesso, affinché tu possa compiere la volontà divina e ricevere ogni avversità con animo paziente, come venuta dalla mano di Dio. (…)

A questo punto c’è la vera devozione, cioè nell’avere la volontà pronta e disposta per fare la volontà di Dio, e ciò che è del suo onore e gloria. (….) Di conseguenza si ingannano quelli che credono che la devozione consista in una certa tenerezza di cuore che facilmente finisce nelle lacrime, o nel sentire dolcezza nelle pratiche devote. (…) La vera devozione non può tollerare avvertamente in sé qualcosa che sia contro la volontà di Dio.

Questa devozione persevera in qualsiasi aridità del cuore e distrazione della mente.

vacanze

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus 6

Ecco per voi il sesto ed ultimo paragrafo del capitolo “Piccola radiografia della bugia” sulla menzogna, e tratto dal libro “Risques et dérives de la vie religieuse”, di Dom Dysmas de Lassus.

Santo Doroteo di Gaza

Santo Doroteo di Gaza, che ci trasmette la saggezza dei primi monaci in una forma non invecchiata, ha un bel capitolo sulla menzogna. Dopo aver citato Gv 8,44, distingue: sono tre modi diversi di mentire: con il pensiero, con la parola o con la vita stessa. È nella sua mente, quella che accoglie i sospetti. Questa idea di mentire nel pensiero è molto originale e pertinente. Non è così sconosciuto perché esiste un’altra forma di mentire nel pensiero che chiamiamo: mentire a te stesso. Tuttavia, dopo uno sviluppo piuttosto lungo sui sospetti, Doroteo conclude: Niente è più grave dei sospetti. Sono così dannosi che alla lunga riescono a persuaderci e farci ovviamente credere che stiamo vedendo cose che non sono e non sono mai state. Non è esattamente quello che è mentire a te stesso? Riguardo alla menzogna a parole, osserva: Tutto il peccato viene dall’amore del piacere, o dall’amore del denaro, o dalla vana gloria. Anche il mentire nasce da queste tre passioni. Mentiamo o per evitare di essere ripresi e umiliati, o per soddisfare un desiderio, o anche per ottenere qualche guadagno. Infine, vale la pena citare abbastanza ampiamente ciò che dice sulla menzogna nella vita. Chi mente per tutta la vita è la dissolutezza che si vanta della castità, l’avaro che parla di elemosina e loda la carità, o l’uomo orgoglioso che ammira l’umiltà. Non è con l’intenzione di lodare la virtù che la ammira, altrimenti inizierebbe confessando umilmente la propria debolezza dicendo: “Ahimè, guai a me! Sono vuoto di tutto il bene! Dopo aver così confessato la sua miseria, poté ammirare e lodare la virtù. (…) Ma il bugiardo non ammira la virtù con tali sentimenti. È per coprire la propria vergogna che propone il nome di virtù e ne parla come se fosse virtuoso lui stesso; spesso è anche ferire e sedurre qualcuno. Infatti, nessuna malizia, nessuna eresia, né il diavolo stesso possono ingannare se non simulando la virtù, secondo la parola dell’Apostolo: Il diavolo stesso “si trasforma in un angelo di luce” Non è quindi da meravigliarsi che i suoi servi si travestono anche da servitori della giustizia. Quindi, sia che voglia evitare l’umiliazione di cui teme la vergogna, sia che abbia il disegno di sedurre e ingannare qualcuno, il bugiardo parla delle virtù, lo loda e lo ammira, come se avesse fatto proprie le virtù. pratica. Quindi è lui che mente per la sua stessa vita. Non è semplice, ma doppio: altro dentro, altro fuori. Tutta la sua vita è doppiezza e commedia. Anche questa volta, il capitolo precedente ha illustrato in anticipo questo detto. Quanto segue mostrerà come l’unità desiderata da Cristo tra i suoi discepoli può essere distorta e diventare anche una menzogna e un mezzo di controllo. Prima di chiudere questo capitolo, faremo nostra la conclusione di Santo Doroteo: abbiamo detto della menzogna, che viene dal Maligno. Della verità abbiamo detto: la verità è Dio. Fuggiamo dunque la menzogna, fratelli, per sfuggire alla festa del Maligno e sforziamoci di possedere la verità per essere uniti a Colui che ha detto: “Io sono la Verità” Che Dio ci renda degni della sua verità !

”Allez au diable Vauvert”

chartreux-1714

Nell’articolo odierno voglio parlarvi di una locuzione presente nella lingua francese, un pò in disuso e di cui molti non ne conoscono l’origine.

Essa, è legata ai monaci certosini. Ma perchè?

E’ necessario fare una premessa storica, a Parigi, a sud delle mura cittadine, in piena campagna, nel Medio Evo, il Re Roberto II il Pio si fece costruire un piccolo castello chiamato «Vauvert» ovvero val verde. Alla morte del re, nessuno volle abitare questo maniero, il quale cadde in rovina risultando parzialmente diroccato.

Si diffusero, in quel luogo abbandonato, molteplici leggende che fecero assumere a quella località la denominazione di Diable Vauvert, ritenendola infestata da spiriti malvagi e da demoni. Diamone però una spiegazione razionale, siccome c’erano molte cave nelle vicinanze e il vento, che vi si introduceva, produceva rumori sinistri e sibili simili a lamenti, tra la gente si diffuse l’idea che i diavoli si erano impossessati di quei luoghi.

Questa area periferica di Parigi, a causa di questa malfamata reputazione, era evitata da tutti sia di giorno che di notte, diventando un rifugio di reietti e malviventi.

Questa pessima fama durò per circa due secoli, allorquando Re Luigi IX il santo, nel 1257 decise di fondare una certosa a Parigi. Fu così che un gruppo di certosini provenienti dalla certosa di Val-St.-Marie, si insediò dapprima nel bosco di Gentilly, per poi giungere nel castello abbandonato di Vauvert il 21 novembre 1258, ubicato fuori le mura della città. L’arrivo dei monaci in quella zona pericolosa, riuscì a bonificare un territorio tristemente noto perché covo di dannati.

Tra realtà e leggenda vi riporto le cronache dell’epoca che ci raccontano che, per tre giorni, il primo Priore Dom Jean de Josserand ed i suoi 12 confratelli rimasero in preghiere, «tra tuoni, lampi e un forte puzzo di zolfo». I diavoli erano, ovviamente, riluttanti, ad abbandonare il loro ritrovo. Ma, «constatando che non avevano nessun poter sui religiosi, si videro costretti a lasciare il posto».

Pertanto ancora oggi, in francese si dice “Allez au diable vauvert» come sinonimo di «mandare a quel paese o andare in malora..» o anche «Vivre au diable vauvert» per indicare «vivere fuori mano».

chartreux

Ma cosa accadde poi a quella certosa parigina?

Re Luigi IX concesse forse come ricompensa ai certosini un grandissimo terreno che corrispondeva all’attuale area dove oggi possiamo ammirare le Jardin du Luxembourg.

Bisognerà attendere poi il 1325 affinchè la costruzione sia completata

Dunque i certosini si installarono nei pressi di Parigi e vi rimasero per circa cinque secoli, fino a quando ad ottobre del 1792, termine legale delle leggi rivoluzionarie, che costrinse la comunità ad abbandonare Vauvert.

Questo articolo ho deciso di pubblicarlo oggi, poichè è mia intenzione celebrare la memoria dell’ultimo priore della certosa parigina, Dom Félix Prosper de Nonant, morto ghigliottinato il 9 luglio del 1794.

Félix nacque a Nogent-le-Rotrou (Eure-et-Loire) nel 1725, fu dapprima capitano dei carabinieri, e successivamente volle abbracciare la vita monastica certosina, facendo la professione nella certosa di parigi l’8 febbraio 1761. In seguito fu Vicario a Rouen nel 1775, poi procuratore a Parigi nel 1776 , fu eletto priore lì nel 1778. Ha optato per la vita comune nel 1790, ha prestato giuramento di libertà-uguaglianza ma, rifiutò l’abdicazione, e fu brutalmente ghigliottinato. Un martire che volle difendere fino all’ultimo la Fede cristiana. Vi lascio ad una sua considerazione:

“Chi non conosce i piaceri della nostra condizione, nascosti sotto le spoglie di una vita austera, potrebbe farti credere che gemiamo sotto il peso delle catene che ci legano al servizio di Dio; potrebbero farti pensare che non siamo liberi. È piuttosto dal turbine del mondo e dalla schiavitù delle passioni che ci siamo ritirati, per diventare più liberi nella calma della solitudine e nella pratica dei consigli evangelici. Ci lascerete quindi godere, Nostro Signore, di questa libertà che amiamo e di questa felicità di cui godiamo”.

Chartreuse de Paris

Chartreuse de Paris

La Chartreuse aux chartreux!

Saint-Pierre-de-Chartreuse,_Grande-Chartreuse,_les_chartreux_en_promenade,_p34_L'Isère_1900-1920

Cari amici, lo scorso 29 aprile vi ho narrato la triste espulsione subita, nel 1903, dai monaci certosini dalla Grande Chartreuse, con il conseguenziale esilio della comunità monastica in Italia, a Farneta.

La certosa di Farneta diventava così la Casa Generalizia dell’Ordine.

Ebbene, dopo trentasette anni di esilio, nel 1940, i certosini poterono tornare in Francia grazie all’audacia del Padre Generale, Dom Ferdinand Vidal.

Ma chi era costui?

Dom Ferdinand Vidal

Clément Vidal nacque a Saint-Vincent-d´Olargues (Hérault) il 30 gennaio 1883. Dopo gli studi al seminario maggiore di Montpellier, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1907. Decise di enrare nei certosini nel 1913, ed emise la professione alla certosa spagnola di Montalegre l’8 settembre 1914. Fu dapprima maestro dei novizi e poi Vicario di questa casa, fu poi fu inviato in Francia l’8 ottobre 1928, per presiedere alla riapertura della certosa di Sélignac.

Divenne poi assistente del superiore della certosa di Tarragona il 14 ottobre 1929 e poco dopo svolse il ruolo di procuratore della Grande Chartreuse (in esilio). È stato eletto priore della Grande Chartreuse (a Farneta) il 2 marzo 1938. Il 21 giugno 1940, durante la guerra mondiale, riuscì a venire in Francia ed a reinsediare, come vedremo, la comunità certosina alla Grande Chartreuse.

Il ritorno della comunità della Grande Chartreuse fu opera sua, è stato lui a progettarlo ed a realizzarlo. Ha avuto la grande gioia e la pesante responsabilità di riportare i certosini nella culla del loro Ordine.

Il Capitolo Generale del 1967 gli concesse, come vedremo, la misericordia. Dom Vidal morì alla Grande Chartreuse il 3 febbraio 1976.

Ma come si svolsero i fatti che consentirono il reintegro dei certosini?

Il 2 marzo 1938, la comunità di Chartreuse, con sede a Farneta, elesse come Generale dell’Ordine, il suo Procuratore, Dom Ferdinand Vidal.

Le popolazioni dei paesi de Delfinato non si erano mai rassegnate all’allontanamento coatto dei certosini, anzi al contrario mostrarono una toccante tenacia nel preparare e facilitare il loro ritorno.

Nel 1912, un giornalista di Grenoble, il signor Léon Poncet, attirò l’attenzione di tutta la Francia sulla situazione critica della Grande Chartreuse, i cui edifici abbandonati minacciavano la rovina. Questo appello fu raccolto da letterati, artisti, giornalisti, politici che risposero con eloquenti appelli a favore della conservazione del famoso monastero di Grenoble. Tutto questo clamore fece si che Léon Bérard, allora Sottosegretario di Stato per le Belle Arti, stabilì che la Grande Chartreuse e le sue dipendenze fossero classificate tra i monumenti storici. Anche il vescovo di Grenoble, monsignor Caillot, per evitare rigurgiti antireligiosi, contribuì incoraggiando il ritorno dei certosini nella culla del loro Ordine. Il 29 maggio del 1927, a seguito di una imponente campagna di propaganda che coinvolse l’opinione pubblica, si riunirono a Voiron circa cinquemila persone che chiedevano a gran voce la restituzione della “Chartreuse aux Chartreux!“.

Ma a questo movimento per il reintegro vi era l’opposizione politica dei fautori delle leggi antireligiose, che avevano anche previsto di trasformare il monastero in un “Centro universitario estivo”, ciò suscitò indignazione generale e forti proteste.

La rinascita della Grande Chartreuse come casa madre dei certosini divenne nell’opinione pubblica, un obiettivo da raggiungere a tutti i costi ed al più presto.

Gli eventi che fecero seguito ne accelerarono il ritorno, difatti quando scoppiò la guerra del 1939, ed i monaci erano ancora in esilio a Farneta, il governo italiano fece sapere attraverso il Vaticano che se l’Italia si fosse trovata coinvolta nel conflitto, il clero francese non si sarebbe dovuto preoccupare.

Nel maggio 1940 le cose andarono diversamente, sebbene Benito Mussolini avesse ufficialmente assicurato ai certosini francesi la sua personale protezione, se l’avessero richiesta, il Reverendo Padre Dom Vidal non ritenne opportuno ricorrere ad essa. Decise di lasciare l’Italia senza indugio. La Divina Provvidenza aveva creato l’occasione per far recuperare la propria culla all’Ordine!

Inoltre, anche i diplomatici francesi ne consigliarono la partenza.

Il 23 maggio il Reverendo Padre ha inviato al Sig. Georges Mandel, allora Ministro dell’Interno, un telegramma con questo testo lapidario: “Invitato a lasciare l’Italia, con la comunità francese, chiedo a Vostra Eccellenza di mettere a nostra disposizione il monastero della Grande Chartreuse”. Il 29 maggio, Dom Vidal affrontando i rischi di questo esodo, arrivò a Grenoble con un piccolo gruppo di confratelli francesi, e si stabilì vicino a Voiron, a Orgeoise, nella piccola residenza dei Fratelli conversi responsabili della fabbricazione del famigerato liquore.

La risposta a quel telegramma non arrivò direttamente, ma a seguito di varie intermediazioni, vi fu una intenzione verbale che consentì il rocambolesco ritorno.

Essendo l’esercito tedesco giunto a Bourgoin, l’indomito Dom Vidal essendo intenzionato a tornare al monastero prima del loro arrivo, decise di farlo informando il governo della sua decisione e dei motivi che l’avevano motivata.

La sera del 20 giugno, con Dom Bernard e Dom Michel, il Reverendo Padre Dom Vidal arrivarono in automobile a Saint-Pierre-de-Chartreuse, dopo aver attraversato i posti di blocco preparati per fermare i tedeschi in avvicinamento.

Fu così che venerdì 21 giugno, i tre Padri, dopo aver celebrato la Santa Messa nella chiesa di Saint-Pierre-de-Chartreuse, si sono presentati alla porta principale del monastero, accompagnati dal signor Villard, sindaco di Saint-Pierre e consigliere generale di Isère. Su richiesta del sindaco, le guardie hanno aperto, e finalmente i poveri certosini varcarono la soglia del loro convento. Essi si recarono dapprima al cimitero, dove i Padri e Fratelli defunti, sotto la loro croce, attendevano il ritorno e la preghiera dei vivi.

La pia catena fu ripresa dopo trentasette anni di silenzio ed esilio. I Padri si recarono poi nelle loro celle, più povere di quanto non fossero mai state, per riprendere la preghiera che era stata interrotta per troppo tempo in questi luoghi. Il 22, la Messa è stata celebrata nella chiesa del monastero da un commosso ed emozionato Reverendo Padre Generale. Poco dopo, il 6 agosto, a seguito di un accordo sommario, il gruppetto in attesa a Voiron venne ad occupare le poche celle abitabili. La vita regolare riprese presto nella sua integrità, in particolare l’ufficio divino cantato giorno e notte, prima nella Cappella dei Morti, poi, poco dopo, nella chiesa conventuale. Dopo trentasette anni, il deserto è tornato in vita.

Trentasette anni: una breve pausa nei nove secoli di storia della Grande Chartreuse!

Alla fine dell’ottobre 1940 il ministro dell’Interno, per “regolarizzare una situazione di fatto” che considerava “moralmente lesiva della dignità dello Stato”, insistette affinché i certosini presentassero domanda di autorizzazione. I Padri potevano rispondere solo chiedendo il riconoscimento legale, che era stato loro concesso da una legge speciale (21 febbraio 1941). Un accordo (11 marzo 1941) giunse a precisare i “termini di concessione all’Ordine dei Certosini di edifici dipendenti dal demanio noto come Grande Chartreuse”.

Essendo il monastero e gli annessi classificati come monumenti storici nel 1912, la suddetta convenzione ha determinato in particolare le condizioni in cui si sarebbero svolti i lavori di riabilitazione e manutenzione degli edifici, salvaguardando la solitudine e il silenzio dei monaci.

Padre Dom Ferdinand si occupò attivamente di risollevare la certosa dalle sue rovine, prima nel pieno della guerra mondiale, poi attraverso le molteplici difficoltà del dopoguerra. Fu fatto un lavoro considerevole  grazie alla competenza ed alla comprensione dell’amministrazione delle Belle Arti.

Nel 1947 il Reverendo Padre poté finalmente convocare regolarmente il Capitolo Generale presso la Casa Madre, l’ultimo si era tenuto, nella Certosa di Farneta, nel 1938.

Nel 1967, giunto ad una veneranda età a padre Dom Ferdinand, il Capitolo Generale gli concesse la grazia di poter concludere i suoi giorni nel ritiro della cella. Accettando la sua richiesta di dimissioni, di incarico generalizio che si ricorda per essere è stata una dei più lunghi nella storia dell’Ordine, il Capitolo ha voluto esprimergli la sua gratitudine a nome di tutti i certosini: “Vogliamo mostrare la nostra gratitudine al nostro Reverendo Padre Dom Ferdinando, raccomandandolo alle preghiere di tutti e invocando su di lui le benedizioni del Signore. Per ventinove anni rimase a capo dell’Ordine. Per grazia di Dio, ha restaurato l’antica dimora della casa di Chartreuse; e soprattutto ha dato a tutti noi l’esempio di fedeltà, di gentilezza sempre paterna e di ammirevole pazienza ”.

Sul silenzio…

csm19

Cari amici, voglio condividere con voi questa stupenda considerazione di “un certosino” sul silenzio.

Un testo breve, semplice, ma che esprime con una precisa descrizione l’importanza del Silentium certosino.

«Il silenzio è ascoltare: non l’attesa febbrile di una parola che ci colpisca o ci riempia il cuore, ma una calma ricettività verso colui che è presente e che lavora silenziosamente nel nostro intimo essere. Per questo si dice che la nostra solitudine “è terra santa, un luogo dove, come un uomo con il suo amico, il Signore e il suo servo spesso parlano insieme; c’è l’anima fedele frequentemente unita alla Parola di Dio; c’è la sposa fatta una con il suo sposo; c’è la terra unita al cielo, il divino all’umano ”. Il silenzio, infatti, coniuga l’assenza di parole, sulle labbra e nel cuore, a un dialogo vivo con il Signore. . . “Il frutto che porta il silenzio è noto a chi lo ha sperimentato. Dio ci ha condotti in solitudine per parlare al nostro cuore. Questo è silenzio: lasciare che il Signore proferisca in noi una parola uguale a Lui. Ci raggiunge, senza che sappiamo come, senza che possiamo delineare i suoi contorni precisi; tuttavia, la stessa Parola di Dio viene e risuona nel nostro cuore. “

(Un certosino)

Le ricette dei certosini (3)

ricettario cartusia

Cari amici, prosegue la rubrica “Le ricette dei certosini”, ecco per voi altre tre appetitosi suggerimenti culinari, scelti per voi da un antico ricettario certosino.

Gli uomini retti sanno negare al corpo il cibo che non è strettamente necessario.

San Gregorio Magno.

Gazpacho alle mandorle

Ingredienti:

1 litro d’acqua
1/4 Kg. Mandorle
Sale a proprio gradimento
1 cucchiaio di olio e aceto

Svolgimento:
Lessare le mandorle. Rimuovere la pellicina. Schiacciarle bene nel mortaio fino a quando non si sono convertiti in polpa o pasta più fine possibile. Aggiungere il sale e l’aceto a secondo del proprio gusto e aggiungere poi l’acqua necessaria, in modo che rimanga un brodo più o meno denso, secondo il gusto del cuoco.
Questo gazpacho può essere preparato con acqua fredda in estate o caldo in inverno. È molto nutriente.

Fagioli bianchi (in scatola).

Ingredienti:
Fagioli 1/2 Kg
Cipolla 1/2 Kg
1 Rametto di Prezzemolo
3 Uno spicchio d’aglio
1 peperone verde
1 un pomodoro
1 foglia di alloro
Sale a proprio gradimento
1 patata
100 gr di cavolo cappuccio/ verza
1 rapa

Svolgimento:
Stufare i fagioli con la cipolla che avremo fatto soffriggere insieme all’aglio,
peperoni e pomodori sale e alloro. Quando iniziano a cuocere, e meglio aggiungere anche un pò di burro, la patata tagliata a quadratini, qualche pezzetto di verza e rapa. Cuocere per altri dieci o quindici minuti. Da servire freddo in estate.

Uova strapazzate con cipolla.

Svolgimento

Tagliare le cipolle a fettine; metterli in una casseruola con burro o olio. Cuocetele mescolando continuamente con una spatola. Non appena iniziano a rosolare, toglietele dal fuoco; aggiungere un altro po ‘di burro, in modo che non diventino più colorate e troppo bionde. Mettete questo burro con le cipolle nella padella; scaldare un po’; aggiungere le uova necessarie con sale e pepe e mescolare delicatamente con una forchetta all’inizio e più velocemente quando iniziano a rapprendersi in modo che non si brucino; toglieteli dal fuoco prima che siano completamente cotti per non rovinarli, poiché la loro bontà dipende dal grado di cottura. Versali in una ciotola capiente.

Ingredienti:

2 Uova per persona

100 Grammi di Burro

1 Cipolla

Pepe e sale a proprio gradimento.

converso cucina

Cuore Attrae Cuore

SacroCuoreGesu
Al termine di questo mese di giugno dedicato alla devozione del Sacro Cuore, voglio offrirvi questo testo meraviglioso di un certosino di Erfurt del XIII° secolo, che ci illustra l’importanza ed il senso di tale adorazione.

Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore;

Osea 11:4

“videte manus meas et pedes (Luca 24: 39) et latus (San Giovanni 24: 39)…… –Guardate le mie mani i miei piedi ed il costato”, aggiunge San Giovanni Apostolo.
Ma perché parlare di questa ferita al costato visto che nostro Signore non l’ha ricevuta se non dopo la sua morte e di conseguenza non ha sentito alcun dolore? A questo possiamo rispondere, in primo luogo, che la Beata Vergine e San Giovanni alla vista di questo atto di inutile crudeltà provarono un profondo dolore, il che spiega perché l’Apostolo è l’unico a farci una menzione molto speciale di questa ferita, la solo uno per entrare in questo dettaglio che sangue e acqua scorrevano dal costato di Gesù. In secondo luogo, dirò che questo pregiudizio aveva la sua ragion d’essere; è dal lato di Gesù che i sacramenti ricevono la loro efficacia; È dal costato di Gesù che dorme il sonno della morte sulla Croce, che la Chiesa si è formata come Eva si era formata da una costola di Adamo immersa in un sonno misterioso, farò notare, in terzo luogo, che Gesù sapeva chiaramente prima della sua morte la ferita che avrebbe ricevuto dopo la sua morte; questa consapevolezza gli fece soffrire un dolore atteso altrettanto grande come se, in quel momento, qualcuno gli avesse trafitto il fianco. Il solo pensiero delle sofferenze della sua Passione non gli faceva provare, nel Jardin des Olives, un tale sentimento di amarezza da versare un sudore di sangue? Guarda le mie mani, i miei piedi e il mio fianco, cioè guarda le profonde ferite che ci sono. – Questo invito contiene una grande lezione e questo è ciò che ci insegna. Se amiamo freddamente nostro Signore Gesù Cristo, guardiamo il suo costato trafitto e aperto per noi, e all’improvviso il fuoco della carità riaccenderà le nostre anime, perché necessariamente un Cuore aperto deve accendere in esso il fuoco dell’amore. Anima che lo contempla. Se ci manca il coraggio quando si tratta di mettere mano all’opera, guardiamo le mani trafitte di Gesù; se ci sentiamo deboli quando si tratta di sopportare le avversità, contempliamo i piedi di Gesù, quei piedi trafitti, inondati di sangue; sì, guardiamo questi piedi poiché sono quelli che sostengono tutto il corpo.
Per questo motivo lo Spirito Santo ci dice nel Cantico: “Vieni, o mia colomba, nelle fessure delle rocce” (Cantico dei Cantici 2: 13,14), entrare nelle piaghe di Gesù Cristo. Ci si può riposare senza paura, per nessun nemico oserà portare avanti voi in questo ritiro. Prendiamo rifugio presso lo stesso motivo nelle piaghe di Gesù Cristo nell’ora della nostra morte. Niente potrebbe essere più vantaggioso per noi. Lasciate che le piaghe di Gesù siano la nostra dimora. Segniamo la soglia e gli stipiti della porta con il sangue del vero Agnello pasquale e l’Angelo sterminatore, alla vista di questo sangue divino, non verrà a colpirci.

Un certosino di Erfurt XII° secolo

San Bruno in Messico

Mex

                San Bruno prega per noi

Cari amici lettori, lo scorso mese di aprile vi ho proposto un’articolo riguardante una parrocchia dedicata a San Bruno, in Costa Rica. Questa notizia mi era stata segnalata da un amico di quel paese centroamericano, decisi quindi di rivolgere un’appello a chiunque conoscesse altre parrocchie dedicate al fondatore dei certosini.

Ebbene, la mia richiesta non è rimasta disattesa, poichè ho ricevuto un’altra segnalazione.

Questa volta mi è stata segnalata la “Parroquia San Bruno”, esistente a Xalapa, nello Stato di Veracruz, in Messico.

Le immagini che seguono ci mostrano questa chiesa che ha sull’altare una statua di san Bruno, ed anche le iniziative legate al santo patrono certosino. La devozione è molto forte, e come di consueto si svolge la Novena da dedicare a San Bruno che ha sempre una grande partecipazione.

Una parrocchia sorta in un quartiere (barrio), nel quale nel 1852, fu fondata la “Fabbrica di Filati e Tessuti San Bruno”, in prossimità di alcuni mulini. Sappiamo che fino al 1950 l’attuale quartiere San Bruno era ancora ufficialmente chiamato Congregazione Andrés Montes. In seguito la trasformazione e la dedicazione della chiesa che vi sorse.

Nel ringraziare chi mi ha segnalato la presenza di questa parrocchia bruniana, colgo l’occasione per invitare chiunque ne conosca altre, di segnalarmele.

Il cuore di Gesù si è aperto (2)

Il cuore di Gesù si è aperto

Dom Polycarpe de la Rivière

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Proseguono le riflessioni di Dom Polycarpe de la Rivière, ecco il seguito del testo già propostovi.

* * * * * * *

Nell’apertura del Tuo Sacro Cuore, o Gesù, il mio cuore si arricchisca e si adorni del tesoro inestimabile e dell’incomparabile fulgore del Tuo amore. Possano tutti i miei affetti essere in te. Possano tutti i miei pensieri, immaginazioni, intenzioni e l’impiego della mia mente essere per Te. Possano tutte le mie facoltà, passive, sensibili, incentivanti, progressive e appetitive, tendere a Te. Desidero essere così trasformato e unito a Te, affinché la mia vita possa essere nascosta per sempre nella tua.

Ma perché lamentarsi, perché piangere e sospirare così tanto per la morte e il Cuore ferito e trafitto di questo Amore immortale? La sua morte non doveva essere la nostra vita, poiché la nostra vita era la causa della sua morte? Se vogliamo entrare in Paradiso, dobbiamo entrare in questo Cuore; questo lato deve essere aperto per noi, se vogliamo godere della felicità; e il ferro che l’ha aperto ha chiuso l’inferno contro di noi. Smettila quindi di piangere, o anima mia, perché in questo Cuore, aperto e messo a nudo, hai la felicità eterna di una gloriosa immortalità.

Lascia che il bisognoso cerchi la ricchezza, l’ambizioso la sete di onore, l’avaro pensi solo ai suoi tesori. Troverai tutto questo, e anche il completamento e la perfezione di ogni buon desiderio in questo santo Cuore, che è pieno di doni e grazie, ed è la ricchezza dei figli di Dio, il tesoro delle ricchezze divine, la luce della nostra comprensione, il fervore della nostra volontà, il magazzino della nostra memoria, il rimedio delle nostre passioni, il freno delle nostre paure, l’ancora della nostra speranza, il sapore delle nostre delizie spirituali; in breve, la forza dei deboli, il conforto degli sconfitti, il conforto degli stanchi, il polo nord del navigatore, il rifugio sicuro di coloro che sono scagliati contro la roccia, la santa morte dei vivi, la vera vita dei morti e il pegno della felicità eterna.

 

 

Il cuore di Gesù si è aperto

Il cuore di Gesù si è aperto

Dom Polycarpe de la Rivière

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Voglio proporvi diviso in due articoli un testo concepito dal certosino Dom Polycarpe de la Rivière, concernente in riflessioni sul Sacro Cuore di Gesù, di cui egli era un fervente devoto.

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O lancia spietata e disumana, cosa cerchi in questo Cuore, l’amore della mia anima, il Cuore del mio vero Dio d’amore? Sono i suoi discepoli? Tutti Lo hanno abbandonato ieri. È la Sua carne che desideri? È esposto sulla croce dalla sentenza del giudice. Hai sete del suo sangue? Non vedi come è stato versato per tutte le strade? Ma forse avresti le sue vesti? Ah! È troppo tardi, perché i soldati li hanno già divisi e tirato a sorte per il suo mantello. Avresti allora la sua bellissima anima? È sceso agli inferi per cogliere di sorpresa e sopraffare l’uomo forte armato e privarlo del prezioso bottino che ha tenuto lì rinchiuso. Se intendi ucciderlo, è già morto; se per privarlo del suo onore, la Croce lo ha svergognato e disonorato abbastanza; se per fissarlo all’Albero, i chiodi ti hanno prevenuto; se per versare il suo sangue, non vedi che non vive più e che la tua opera è inutile? Ma, o lancia spietata, è il suo cuore che cerchi. Il suo cuore divino, affinché tu possa uccidere la sua madre quasi senza vita colpendo il corpo morto di suo figlio.

Ma com’è, o dolce Gesù, e per quale legge della scienza medica sanguini così per guarire le nostre infermità, Tu che sei il diletto e santo Medico delle nostre anime? Quale medico ha mai preso la pillola prescritta per il malato che desiderava riportare in salute? Chi ha avuto le vene aperte con una lancia invece che con una cuspide? Chi ha preferito il colpo di lancia di Longino a un chirurgo esperto e abile? Chi è mai stato conosciuto per essersi inchiodato e sollevato su una croce di quindici piedi di lunghezza e otto piedi di larghezza, con tutto il suo corpo e il suo cuore presentati alla lancia di un soldato illuso, in modo che non potesse mancare il suo scopo? Ma perché dovrebbero essere colpiti il costato e il cuore del Salvatore, invece che le sue braccia, i suoi piedi o la sua testa?

C’è un grandissimo mistero in questo. Certamente, i nostri amici nel mondo a volte ci aprono le loro case, così che possiamo entrare, conversare e stare lì senza ritegno; ogni tanto aprono i loro granai e le cantine e ci lasciano portare fuori il grano e il vino; raramente aprono i loro forzieri e tesori e li mettono a nostra disposizione; ma quale amico gli ha mai aperto il cuore così liberamente da non aver trattenuto almeno alcuni pensieri segreti? Solo Gesù Cristo, il santo Amante dei redenti, non ha mai rifiutato né favori né piaceri ai suoi amici. Non li ha mai delusi nel momento del bisogno, né ha nascosto loro un segreto o un pensiero che fosse per il loro bene. E anche dopo la sua morte, permise che il suo fianco fosse aperto da un colpo di lancia, in modo che potessimo vedere con quale benevolenza aveva sofferto, e con quale ardore fu infiammato dall’amore per noi e dal desiderio della nostra salvezza. Perché allora, anima mia, non alzi il tuo cuore a questo Cuore e unisci il tuo fianco a questo Costato Divino?

Perché non affrettarti a mescolare il tuo sangue con questo prezioso sangue, in cui lacrime di compassione e devozione si mescolano alla gioia e alla speranza della gloria eterna che ci attende? Perché questa apertura del costato di Gesù e il meraviglioso spargimento di sangue e acqua dovrebbero riempirci di una dolce letizia, temperata da lacrime di dolore per il nostro male comune, ma piena di gioia al ricordo della morte della nostra morte, e come l’Albero della Vita, innestato su quello della Croce, ha prodotto il frutto della nostra salvezza.

Continua…