• Translate

  • I Fratelli Certosini

  • Memini, volat irreparabile tempus

    aprile: 2019
    L M M G V S D
    « Mar    
    1234567
    891011121314
    15161718192021
    22232425262728
    2930  
  • Guarda il film online

  • Articoli Recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Segui assieme ad altri 480 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


  • I.F.S.B.

La Veglia Pasquale

Veglia pasquale

In questa giorno, vigilia della Santa Pasqua, è mio piacere offrirvi un documento filmato, proveniente dalla certosa portoghese di Evora. Si riferisce alla Veglia Pasquale nella Notte Santa dello scorso anno. Queste deliziose immagini, si aprono con il rumore della traccola, che rompe il silenzio e la quiete del Chiostro. Il Padre Priore Dom Antão Lopes , richiama al Mattutino i suoi confratelli, facendo le veci del consueto suono della campana, che durante la settimana di passione in segno di lutto per la morte di risultano essere silenti. A seguire la liturgia della luce o “Lucernario”, nel quale i certosini si radunano fuori della chiesa; attorno al fuoco che divampa, per accendere le candele.

l fuoco nuovo e la luce del cero sono simboli di Gesù risorto che vince le tenebre del male.

A seguire, comincia la funzione della veglia, in semioscurità. Vi lascio alla visione del video.

Meditando sul Venerdi Santo

19monaca certosina raccoglie sangue Cristo

Cari amici lettori, in occasione di questo Venerdi Santo in cui si commemora la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, ecco per voi una sublime meditazione di una monaca certosina. Una accorata e profonda preghiera!

 

Venerdì Santo

Santissima Vergine, Santa Maria Maddalena, San Giovanni, mettetemi insieme a voi ai piedi della Croce del vostro Amato, perché così, prostrata insieme a voi, io possa condividere la vostra adorazione ed il vostro dolore, ed il vostro riconoscimento e svenimento. Concedetemi che, nella vostra compagnia, io agonizzi ai piedi dell’Amato morente, ricevendo il Suo ultimo sguardo, ascoltando il Suo ultimo respiro; fatemi svenire d’amore, di dolore, di penitenza… portatemi a svenire ed a perdermi in amore e dolore grande come l’oceano, annegandomi, inondandomi e sommergendomi, non sapendo nulla tranne che muoio ai piedi del mio Gesù morente! Oh Gesù, ecco, ci hai amato “fino alla fine”.

“La più grande prova d’amore è dare la vita per tuo fratello”, hai detto la scorsa notte, oh mio Amato!… Ed ecco, poche ore dopo averlo detto, hai dato la Tua vita per me, oh mio Sposo! Concedimi la grazia di dare anche la vita per Te, ti supplico con tutte le mie forze; So che sono troppo codardo per farlo e indegna di questo onore, ma “Tutto posso in Colui che dà la forza”, e tu hai detto: “Chiedete e riceverete”.

Nel Tuo nome, oh Amato, ti chiedo la grazia di dare il mio sangue per Te, mio Sposo: con amore e coraggio, ed in un modo a glorificarti il più possibile!…Tuttavia, in questo come in tutto, che sia fatta la Tua volontà e non la mia! Fai di me ciò che più contribuisce alla Tua gloria! Possa io consegnarmi a Te senza riserve, per essere, fare, soffrire tutto ciò che Ti piace, non avere più di un desiderio e una richiesta: glorificarti il più possibile, mio Amato e Sposo: tu…che sei là, morto per me nella croce dove mi prostro e con cui voglio morire.

una monaca certosina (1964)

Poccetti e l’Ultima cena

 

1 Poccetti e Ultima cena

Autoritratto di Poccetti

Oggi, giovedi Santo, si celebra il giorno in cui Gesù ebbe l’ Ultima Cena con i Suoi discepoli. Moltissime sono le raffigurazioni pittoriche e scultoree che rappresentano tale scena, io voglio offrirvene due realizzate per i certosini da Bernardino Poccetti.

Pocetti è lo pseudonimo del pittore fiorentino Bernardo Barbatelli. Nato nel 1548, era di bassa statura, da cui derivò il diminutivo del nome. Fu specialista in affreschi di facciate e in decorazioni a grottesche. Il soprannome “Poccetti” pare derivi dalla sua abitudine a “pocciare” cioè a “bere” nelle osterie. Fu un prolifico pittore di affreschi, attivo in Toscana, ha lasciato poche opere a olio, per di più di modesta qualità. Morì a Firenze nel 1612.

I due affreschi, che analizzeremo furono realizzati entrambi per i certosini. Il primo fu eseguito nel 1596 per il Refettorio della certosa di Pontignano, in provincia di Siena, mentre il secondo anch’esso per il Refettorio ma della certosa di Calci, in provincia di Pisa.

La certosa di Pontignano, oggi è il centro congressi ufficiale dell’Università di Siena e meta ideale per soggiorni in Toscana, è adatta per ospitare gruppi, famiglie e singoli visitatori offrendo svariate tipologie di alloggi. Al suo interno, si possono ammirare diversi ambienti monastici residui, tra essi quella che oggi è una importante sala conferenze dedicata al Prof. Bracci. Essa è dislocata negli spazi che un tempo erano destinati a Refettorio della certosa. Questa sala è interamente affrescata da Bernardino Poccetti, che dipinse una prestigiosa e preziosa “Ultima Cena”.

18Ultima cena Poccetti 1596 (certosa di Pontignano)

In essa possiamo notare la caratteristica scena in cui Gesù siede al tavolo con gli apostoli, sullo sfondo notiamo un colonnato ed archi, tipici di una struttura certosina. Il momento raffigurato sembrerebbe quello successivo alla predizione del tradimento di Giuda, il quale appare isolato ed evidentemente turbato, con un volto che rivela la sua cupidigia. L’abilità del Poccetti sta nel calare questa scena biblica nella dimensione quotidiana della vita in certosa, poichè raffigura ai lati del tavolo due gruppi di monaci certosini in piedi, silenti spettatori di quel momento.

18Ultima cena Poccetti 1597 (certosa Calci) refettorio

Alla certosa di Calci, Poccetti dipinge ad affresco l’Ultima cena sulla parete di fondo del Refettorio, sotto le finestre che danno sul chiostro e sopra l’armadio ligneo, con la figura centrale in corrispondenza del sedile priorale. La disposizione dei soggetti è quella classica dei cenacoli, ovvero una lunga tavola con tovaglia bianca posta tra l’osservatore e i personaggi seduti a mensa con al centro il Cristo. In questa raffigurazione i due apostoli seduti alle estremità della tavola hanno alle spalle due Fratelli conversi certosini che provvedono al servizio della tavola. Davanti alla tavola scorgiamo, seduto su di una panca, Giuda che nasconde dietro le spalle un sacchetto, contenente i trenta denari, e gira la testa verso l’eterno della scena a simboleggiare l’isolamento a cui il suo tradimento lo condanna. Sullo sfondo si vede la prospettiva di un porticato, tipico dell’architettura certosina.

Entrambi le opere hanno accompagnato i pasti consumati nei Refettori delle certose toscane, a memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

Silenzio ed umiltà

Sarah e Dom Dysmas

Ancora uno stralcio tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Dom Dysmas de Lassus, risponde a due domande poste dall’intervistatore.

Nicolas Diat: Quale è il vincolo tra silenzio ed umiltà?

Dom Dysmas: Quando si tratta di Dio, il mistero e dappertutto. Lo stesso uomo è mistero, perchè è stato fatto a immagine di Dio. La creazione è mistero, perchè Dio lo è tutto e fuori di Lui non può esistere niente. Il primo versetto della Bibbia ci permette di affermare che Dio ha creato il mondo, ma non possiamo spiegarlo. Prima del mistero, prima di ciò che è troppo grande, troppo bello per essere capaci di capirlo, possiamo mantenere un silenzio di stupore. Nel suo libro ” Face a Dieu: la priere selon un chartreux” , Augustin Guillerand scriveva con eloquenza. ” Per trovare l’umiltà, è meglio guardare a Lui, anzichè guardare se stesso”.

Non posso dare una risposta migliore di questa alla sua domanda.

Nicolas Diat: Che luogo può occupare il silenzio nella liturgia?

Dom Dysmas: la adorazione è il centro della liturgia.

Questa attitudine del cuore non si esprime tanto con le parole come con la postura, i gesti, il silenzio. Una genuflessione ben fatta parla da sola. Se si eliminano tutti i segni espressivi della adorazione, dapprima scomparirà la propria attitudine, e poi il senso del sacro. Inginocchiarsi, baciare il suolo come facciamo in certosa durante l’angelus, prendere il calice durante l’offertorio coperto con il panno – qualcosa di caratteristico nella nostra liturgia –: tutti questi gesti contengono un proprio significato. Nei nostri monasteri abbiamo un segno molto bello come la prostrazione. Prima della messa il sacerdote si prostra nel presbiterio, si sdraia per terra leggermente raccolto su se stesso. Non posso evitare di pensare che questo entusiasmo sia terribilmente appagante. Più di una volta ho chiesto a coloro che vengono da noi a fare ritiri, se qualche volta hanno sentito parlare in qualche sermone

della fine e della vita eterna. La risposta è sempre stata ” MAI”. E se avessi aggiunto “e della filiazione divina?”e possibile che mi avrebbero risposto lo stesso. Perchè non si parla mai di quello che è la nostra speranza? Ma anche quando, ci osserviamo da vicino, comprendiamo che questa speranza è scritta nel cuore di ogni uomo: la speranza di un amore senza limite che non finirà mai. Che la Chiesa ricorda costantemente l’importanza della filiazione divina; che i sacerdoti non esitano nel parlare della fine e della vita eterna: quindi all’uomo moderno l’adorazione non sembrerà un umiliazione, ma l’atteggiamento naturale di chi scopre di aver ricevuto tutto. Con la adorazione, il silenzio recupererà il suo spazio naturale.

“Meditationes”

copertina

351. C’ erano due medici. L’uno prescrisse una pozione che riteneva mortale a un malato che odiava, e questi guarì. L’altro mosso da grande carità, donò una medicina che credeva salutare a un amico carissimo, e questi morì. La volontà perfetta, sia essa buona o cattiva, sarà giudicata in base ai risultati ottenuti.E come la pace sulla terra sarà donata agli uomini di buona volontà (LC 2, 14), così sarà dato il travaglio e l’inquietudine agli uomini di cattiva volontà. In tal modo, capita sovente che colui che uccide è stimato come un salvatore, e colui che ha guaito è considerato al pari di un assassino.

352. Due cose fanno un buon medico: la buona volontà e una scienza perfetta, poichè non è in suo potere tutti coloro ai quali profonde le sue cure. Nessuno, in effetti, può sapere quali sono i malati la cui condizione è disperata, e quali sono quelli per i quali vi è ancora la speranza di guarigione. Così il medico deve dare le sue cure a tutti e prodigare a ciascuno, con grande bontà, le risorse della sua arte. In tal modo, non meriteremo dal Padre comune meno grazia e ricompensa per quanti sono morti che per quelli che sono guariti.

353. ” Nello splendore della tua bellezza, sii attento, procedi felice e regna” (Sal 44, 5). Ciò significa se presti attenzione a una bellezza estranea, esteriore, non camminerai felice, non regnerai, ma servirai la creatura piuttosto che il Creatore, il quale è lo splendore e la bellezza dell’anima ragionevole e santa.

354. Il fariseo non avrebbe dovuto dire: ” Mio Dio, ti rendo grazie, perchè non sono come gli altri uomini, nè come questo pubblicano” (Lc 18, 11), ma : Non sono come avevo l’abitudine di essere” . Questo, in effetti, è il linguaggio di colui che progredisce e riconosce la grazia di Dio, l’altra è l’espressione di un orgoglioso che presume di conoscere i segreti del cuore altrui.

355. Il vizio che ha portato quel tale o quell’altro a disprezzarti è il medesimo che ha fatto soffrire te, che ti sei sentito umiliato, cioè la superbia. D’ altra parte, il vizio per il quale hai sofferto una tale perdita: cioè l’amore per i beni che periscono.

Un dono per la Domenica delle Palme

Dal Vangelo secondo Matteo.

21,1-9a

Alcuni giorni prima della festa di Pasqua,

Gesù e i suoi discepoli, avvicinandosi a Gerusalemme,

giunsero presso Betfage,

verso il monte degli Ulivi.

Allora Gesù mandò due discepoli dicendo loro:

“Andate nel villaggio che vi sta di fronte:

subito troverete un’asina legata

e con essa un puledro.

Scioglieteli e conduceteli a me”.

Cari amici, Buona Domenica delle Palme! Voglio offrirvi in dono per questo giorno di festa, un’altro cd audio, dal titolo “ Hosanna“, registrato nel 2001 nella Certosa di Serra San Bruno. Da oggi potrete ascoltare questo contributo audio nella sezione “Canti certosini“.

Auguro un buon ascolto a tutti voi!

Fratello Pedro Noguez

Fratello Pedro Noguez

Professo di Val de Cristo

Fratelli in lavori agricoli

Ancora una vita esemplare di un Fratello converso

Questo buon Fratello era, nel suo cinquantesimo anno, uno di questi servi assolutamente giusti che, alla fine del proprio viaggio, possono essere orgogliosi di avere, con l’aiuto di Dio, reso fecondo il talento del loro Signore. Eppure le occasioni non mancavano di scendere a compromessi con il dovere di commettere tali infrazioni leggere, di cui il Salvatore affermava che conducevano infallibilmente a gravi faglie, se non a clamorose catastrofi. Proprio come l’anima raggiunge le punte della perfezione a passi, quindi non è un salto che si ribella nel peggiore dei disordini. Pedro Noguez, dopo aver fatto le sue prove come factotum e religioso, era responsabile della vigilanza e della direzione dei mulini situati a breve distanza dal monastero. Una missione delicata tra tutti, è necessario dirlo? Per avere un piede nel chiostro e un altro nel mondo, la testa rivolta agli affari e il cuore costantemente unito a Dio dalla fine sottile dell’anima, c’è una posizione che, il comune mortale, non saprebbe corrispondere, e che l’amato Fratello occupato per trent’anni, con uno zelo superiore elogio, con piena soddisfazione dei suoi superiori e plauso del pubblico, molto esigente a questo riguardo, lo sappiamo tutti. Indubbiamente, un converso in queste condizioni non vive totalmente isolato dalla comunità. Fuori di domenica e nei giorni festivi che lo fanno tornare lì per ventiquattro ore, le necessità più frequenti lo riportano indietro ma non più di quel passaggio. Generalmente, è solo, assistito da alcuni servitori le cui idee, lingua e abitudini contrastano singolarmente con la condotta di un uomo, vincolato dai voti religiosi. E poi c’è questo contatto perpetuo con i secolaristi di ogni condizione e di ogni età, che è comunque pericoloso. È così difficile che la persona non vada fuori controllo, quanto sia facile perdere di vista l’unica cosa necessaria. Lo spirito religioso traboccava in questa bella anima. Nel mondo come nella solitudine, nell’azione come nel riposo, nel rumore della città come nella calma dei mulini, ha mantenuto intatto il ricordo di Dio; ma il suo ricordo era intriso di buona grazia. Non potevamo non ammirare la serietà della sua presentazione, la riserva della sua lingua e, allo stesso tempo, la nota di gioia dei suoi rapporti con la sua comunità. Nell’intimità, era la vita di famiglia. A questi uomini assoldati aveva le sue viscere, sorvegliando la sua salute, prendendosi cura delle anime. Che scuola dolce e fortificante quella di Fratello Noguez! Il devoto converso si era sempre distinto per la sua tenera devozione a Maria e per la sua adorazione dalle undicimila vergini: gli ultimi trenta anni della sua vita non passarono un solo giorno senza affidarsi a queste coraggiose mogli di Cristo. Qual è stato l’oggetto di questa preghiera incessante? Saremmo portati a credere che fosse la grazia di una buona morte. Questo glorioso sciame, infatti, venne a frequentare il servo di Dio nei suoi ultimi istanti e lo scortò al trono del sovrano giudice, che immediatamente gli diede la corona di giustizia. (8 settembre 1591).