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L’Imitazione di Cristo Capitolo CVII°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CVII°

 

IL CORPO DI CRISTO E LA SACRA SCRITTURA MASSIMAMENTE NECESSARI ALL’ANIMA DEVOTA

Parola del discepolo

O soave Signore Gesù, quanto è dolce all’anima devota sedere alla tua mensa, al tuo convito, nel quale le viene presentato come cibo nient’altro all’infuori di te, unico suo amato, desiderabile più di ogni desiderio del suo cuore. Anche per me sarebbe cosa soave sciogliermi in pianto, con profonda commozione, dinanzi a te, e, con la Maddalena amorosa, bagnare di lacrime i tuoi piedi. Ma dove è tanto slancio di devozione; dove è una tale profusione di lacrime sante? Eppure, alla tua presenza e alla presenza dei tuoi angeli, dovrei ardere tutto nell’intimo e piangere di gioia; giacché nel Sacramento ti possiedo veramente presente, per quanto nascosto sotto altra apparenza. Infatti i miei occhi non ti potrebbero sostenere, nella tua luce divina; anzi neppure il mondo intero potrebbe sussistere, dinanzi al fulgore della tua maestà. Tu vieni incontro, dunque, alla mia debolezza, nascondendoti sotto il Sacramento. Possiedo veramente ed adoro colui che gli angeli adorano in cielo. Io lo adoro per ora nella fede; gli angeli, invece, faccia a faccia, senza alcun velo. Io devo starmene nel lume della fede, e camminare in essa, finché appaia il giorno dell’eterna luce e venga meno il velo delle figure simboliche (cf. Ct 2,17; 4,6). “Quando poi verrà il compimento di tutte le cose” (1Cor 13,10), cesserà l’uso dei segni sacramentali. Nella gloria del cielo, i beati non hanno bisogno infatti del rimedio dei sacramenti: il loro gaudio non ha termine, essendo essi alla presenza di Dio, vedendo essi, faccia a faccia, la sua gloria. Passano di luce in luce fino agli abissi della divinità, e gustano appieno il verbo di Dio fatto carne, quale fu all’inizio e quale rimane in eterno. Conscio di queste cose meravigliose, trovo molesta persino ogni consolazione spirituale: infatti tutto ciò che vedo e odo quaggiù lo considero un niente, fino a che non veda manifestamente il mio Signore, nella sua gloria. Tu mi sei testimone, o Dio, che non c’è cosa che mi possa dare conforto, non c’è creatura che mi possa dare contentezza, all’infuori di te, che bramo contemplare in eterno. Ma ciò non è possibile mentre sono in questa vita mortale; e perciò occorre che mi rassegni a una grande pazienza e mi sottometta a te in tutti i miei desideri. Anche i tuoi santi, o Signore, che ora esultano in te nel regno dei cieli, aspettarono l’evento della tua gloria, mentre erano in questa vita, con fede e con pazienza grande. Ciò che essi credettero, credo anch’io; ciò che essi sperarono, spero anch’io; dove essi giunsero, confido, per la tua grazia, di giungere anch’io. Frattanto, camminerò nella fede, irrobustito dagli esempi dei santi. Terrò poi, “come conforto” (1Mac 12,9) e specchio di vita, i libri santi; soprattutto terrò, come unico rimedio e come rifugio, il tuo Corpo santissimo.

In verità, due cose sento come massimamente necessarie per me, quaggiù; senza di esse questa vita di miserie mi sarebbe insopportabile. Trattenuto nel carcere di questo corpo, di due cose riconosco di avere bisogno, cioè di alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero queste due cose. Le quali potrebbero essere intese come le “due mense” (Ez 40,40) poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa; una, la mensa del sacro altare, con il pane santo, il prezioso corpo di Cristo; l’altra la mensa della legge di Dio, compendio della santa dottrina, maestra di vera fede, e sicura guida, al di là del velo del tempio, al sancta sanctorum (Eb 6,19s; 9,3).Ti siano, dunque, rese grazie, o Signore Gesù, che brilli di eterna luce, per questa mensa della santa dottrina, che ci hai preparato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, gli apostoli e gli altri dottori. Ti siano rese grazie, Creatore e Redentore degli uomini, che, per dimostrare al mondo intero il tuo amore, hai preparato la grande cena, in cui disponesti come cibo, non già il simbolico agnello, ma il tuo corpo santissimo e il tuo sangue, inebriando tutti i tuoi fedeli al calice della salvezza e colmandoli di letizia al tuo convito: il convito che compendia tutte le delizie del paradiso e nel quale banchettano con noi, e con più dolce soavità, gli angeli santi. Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. E’ proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). Onnipotente Iddio, venga in nostro soccorso la tua grazia, affinché noi, che abbiamo assunto l’ufficio sacerdotale, sappiamo stare intimamente vicini a te, in modo degno, con devozione, in grande purezza di cuore e con coscienza irreprensibile. Che se non possiamo mantenerci in così piena innocenza di vita, come dovremmo, almeno concedi a noi di piangere sinceramente il male che abbiamo compiuto; concedi a noi di servirti, per l’avvenire, più fervorosamente, in spirito di umiltà e con proposito di buona volontà.

Sulle tracce dell’alimentazione dei certosini

Sulle tracce dell’alimentazione dei certosini

certosini a tavola (certosa calci affresco refettorio)

Alcuni anni orsono è stato condotto uno studio volto alla ricerca di trovare tracce dell’alimentazione dei monaci certosini. Ciò è stato possibile a seguito di scavi effettuati all’interno della certosa di Santa Maria degli Angeli in Roma. Furono eseguiti dei saggi esplorativi nell’aula VIII delle Terme di Diocleziano, sede della certosa, al fine di trovare reperti della vita monastica. Il risultato di tale studio ha evidenziato tracce di pesce e sorprendentemente di lontra. Si evince dunque che la comunità monastica certosina di Roma fece largo uso di questo mammifero lacustre. A tal proposito occorre ricordare che che il Concilio di Nicea aveva dichiarato la lontra e alcuni volatili, come ad esempio il piviere, la folaga, la melanitta e l’oca delle nevi, “carni” di magro poiché vivevano il maggior tempo della loro vita in mare. Non potendo mangiare carne vietata dalla regola, i monaci optavano per queste specie particolari, che cucinavano in maniera prelibata realizzando gustose salsicce e salami di pesce, ma anche sanguinacci di tartaruga e di lontra, o lontra in umido.

Tra i resti ritrovati, pesci di acqua dolce (luccio, carpa) e di mare (spigola, orata, ombrina, ricciola, palamita e tonnetti) oltre ai numerosi carapace di tartarughe sia terrestri che palustri di cui erano ghiotti.

Ai certosini come sappiamo era permesso di consumare oltre al pane, legumi,verdure,formaggio, uova, pesce e bere vino “… accontentiamoci del pane e dell’acqua e, se ci piace, del sale il secondo e il quarto e il sesto giorno: il terzo, il quinto ed il sabato cuciniamo noi stessi legumi o qualcosa di simile, riceviamo dal cuoco vino e il quinto giorno, il formaggio o altro cibo delicato. Dalle idi di settembre sino a pasqua, fatta eccezione delle solennità, non mangiamo più di una volta al giorno: a Pasqua e sino al predetto termine, nei rimanenti giorni ci ristoriamo la seconda volta: a cena e a pranzo mangiamo, se è possibile erba cruda e frutta. Prendiamo una quantità necessaria al nostro sostentamento, né più né meno. Mangiamo il formaggio, pesce o uova una sola volta e restituiamo il superfluo. Beviamo vino a pranzo o a cena sia reso per il sabato ciò che avanza di pane e vino. Quando ci riuniamo in Refettorio aggiungiamo ai legumi e agli erbaggi formaggio o un’altra simile pietanza e per la cena se è possibile altri erbaggi, nell’Avvento non ci nutriamo né di uova né di formaggio” Dagli statuti dell’ordine

La lontra dunque al pari del castoro rientrava nella categoria degli Aquatilia per cui ne era consentito il consumo. Nei registri contabili dei certosini di Roma degli anni 1800 – 1810 sono stati appuntati acquisti di lontra tre quattro volte l’anno, e si evince che venivano acquistate prevalentemente tra novembre e marzo. Le folaghe acquistate erano in quantitativo molto numeroso e spesso cucinate a Natale ed a Pasqua, mentre i pesci consumati abitualmente subivano un calo di acquisti nel periodo della Quaresima. Le rane e le tartarughe erano acquistate in primavera ed assicuravano l’approvvigionamento per l’intero anno, date le enormi quantità comprate, oltre 800!!.

In altre certose vi era la presenza di laghetti e peschiere per allevare le specie palustri, onde consentirne la crescita e la riproduzione. In questo eccellente lavoro di ricostruzione effettuato, va segnalata la scarsissima presenza di animali domestici come cavalli e buoi, utilizzati per i lavori agricoli o per il trasporto. Senza trascurare anche la presenza di uno o più maiali  che consentivano e consentono tuttora all’interno delle certose lo smaltimento dei rifiuti.

Quaresima in certosa

Quaresima in certosa

ingresso

Certosa Scala Coeli (ingresso)

Dopo avervi offerto uno stralcio della intervista di Dom Antão Lopes, priore della certosa diS cala Coeli di Evora, Portogallo, eccovi l’intero documento filmato della RTP 2 andato in onda domenica 25 scorso, nel programma televisivo ’70×7′. Le telecamere sotto la direzione del priore ci conducono negli ambienti dell’antica certosa portoghese in questi giorni di inizio Quaresima, che come abbiamo visto sono molto importanti per la vita della comunità monastica certosina. Luoghi comunitari, la chiesa, il chiostro, il refettorio, e la clausura della cella con il suo scarno arredo, ci vengono svelati e spiegati da Dom Antão. Il suono della campana ed il cinguettare degli uccelli sono gli unici rumori che turbano la quiete ed il silenzio, facendoci ammirare un atmosfera fuori dal tempo. Le considerazioni del Padre priore sulla vita monastica in certosa, e nello specifico su questo periodo di quaresima che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua sono molto profonde.

Cari amici, oltre al video, vi allego la traduzione in italiano dell’intera intervista a Dom Antão Lopes.

“La Quaresima è la Certosa o la Certosa è la Quaresima continuata.

La nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno da soli con Dio e digiunando.

Durante la visita alla Certosa c’è il vantaggio di far conoscere la vita dei certosini. Perchè la nostra architettura è particolarmente costruita per il nostro modo di vita che è molto diverso. E così, anche la nostra chiesa è speciale, è particolare.

Nella nostra chiesa ci sono due parti. Da ormai 900 anni, perchè nel Medioevo i fratelli, la metà della comunità, non sapeva leggere. I lavoratori fratelli erano praticamente poco istruiti, quindi rimanevano dietro, a sentire il canto dei sacerdoti. Di fronte era il Coro, dietro i monaci conversi, così era la divisione. Attualmente questa chiesa è troppo grande per noi ed usiamo la antica sacrestia.

Bene, la cella è il deserto dei certosini ed uno degli aspetti della vita di Gesù durante la Quaresima nel deserto è stato il digiuno, ma per noi mangiare ha una caratteristica speciale, perché mangiamo da soli e questo costa troppo, soprattutto ai giovani. Riceviamo ogni giorno il cibo qui (indica la porticella), dall’esterno il fratello dispensiere lascia il cibo e il monaco lo raccoglie e mangia qui (apre un tavolino).

I fratelli, i giovani, che sperimentano un tempo qui, che trascorrono un mese sperimentando la nostra vita, dicono che quando sono da soli osservano che la solitudine è evidente, perchè quando stanno lavorando sono occupati, ma quando mangiano da soli sentono il peso del sacrificio, della rinuncia alla famiglia.

Perchè lì fuori sono nella università, stano lavorando e al mezzogiono si riuniscono. Questo è un aspetto molto importante della nostra vita, perchè ci fa sentire che abbiamo rinunciato all’umanità, alla famiglia, agli uomini. Mangiamo da soli, ma dopo abbiamo le feste e la domenica insieme. Mangiamo insieme e chiacchieriamo. Durante la settimana, in cui trascorriamo da soli, è uno dei simboli della nostra solitudine.

La Quaresima è la Certosa o la Certosa è la Quaresima continuata. Ricordiamo che la Chiesa celebra e imita anche il ritiro di Gesù 40 giorni senza mangiare nel deserto tentato dal diavolo. Questo è per tutti i fedeli un esempio da seguire in questi giorni. Questa parola ‘deserto’ è il significato della Certosa. Certosa è il deserto ed anche si chiama Eremo (termine arcaico in testi antichi). Eremiti perchè imitiano la vita da quei monaci dell’Egitto, della Siria che si ritiravano al deserto. Dunque la nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno nel deserto. E tutto l’anno da soli con Dio e digiunando. Quindi, questa quaresima per noi non è diversa del tutto resto dell’anno.

Tuttavia, il digiuno è un po’ più forte, il cibo è più povero e la liturgia soprattutto è più abbondante e ricca. Abbiamo più tempo di preghiera e i canti sono più ricchi e abbondanti, perchè durante l’anno si ripetono certe cose, ma qui abbiamo

tutti i giorni antifone proprie, infine, la ricchezza della liturgia è una delle caratteristiche.

Gesù è un modello per noi. È interessante ricordare e sapere che Gesù è così santo e così perfetto che ogni santo lo imita in un aspetto particolare. Non tutti i santi sono poveri come S. Ignazio, né predicatori come San Francesco Saverio, ecc. Noi certosini imitiamo Gesù proprio in questo punto, abbiamo scelto di essere Gesù e la sua vita è il nostro modello nel deserto. In questo modo speriamo di essere santi, e come ha detto San Paolo, il corpo mistico è un corpo in cui un fratello è il piede e l’altro è la testa. Siamo o ‘le mani’ o ‘i piedi’, siamo una parte specializzata del corpo mistico.

La Quaresima è bella, perchè è necessario riconoscere, anche se c’é questo aspetto esigente e mortificativo, la quaresima porta consolazioni. Anche I fedeli lì fuori sperimentano, ad esempio, lasciare il tabacco ed altri,e ricevono una ricompensa. E noi qui, invece di triste, siamo felici. Ha detto Gesù a non fingiamo il digiuno, però qui non abbiamo bisogno di fingere, perchè in realtà Dio consola.

È interessante notare che i giornalisti ed altri scrittori che scrivono su di noi, danno troppo importanza al digiuno, ma noi invece ne diamo molto meno.

I giovani che entrano qui, commentano questo. Loro vedono che non diamo così rilevanza al fatto di mangiare male o poco. Sembra che questo è un modo per avere più tempo libero, di spendere meno tempo e meno denaro per fare la vita, ma anche se, in realtà, lì fuori dicono che i certosini digiunano, non diamo importanza come pensano. Ci preoccupiamo di più della preghiera. La preghiera e il digiuno sono i due aspetti, ma la preghiera è l’aspetto più forte della nostra vocazione.

Il Triduo Pasquale non è giovedi, venerdì e sabato, ma solo, il venerdì, il sabato e la domenica. Il giovedi ancora conserva i testi normali, abituali. Solo ci sono propri testi per il venerdì, il sabato e la domenica.

Il giovedì santo ha molta forza, è il giorno dell’Eucaristia, il giorno di festa. Tra gli ultimi giorni, questo è il più allegro, ma non è esattamente parte del Triduo. Se parliamo dell’autentico Triduo, la morte del Signore e i tre giorni che aveva profetizzato e ha promesso di risorgere, ovviamente la Domenica è la più grande. Questo è il giorno che il Signore ha fatto, così cantiamo. La Domenica è il gran giorno! Il Venerdì è immensamente grande, perchè è il giorno della morte. Il Sabato abbiamo la liturgia, non abbiamo Messa. Lì fuori il sabato è in anticipo al pomeriggio nelle parrocchie. Man non per noi, il sabato non usciamo della cella.

Il digiuno ha molti aspetti, ne diremmo due : la quantità e la qualità. Mangiamo poco, e curiosamente ho appena detto che il Venerdì viviamo a pane e acqua, ma notiamo che il nostro sacrificio è il sabato. Sabato la mattina, perchè solo mangeremo a mezzogiorno, perchè abbiamo dormito male da venerdì al sabato. Diciamo che Gesù ha fatto il sacrificio il venerdì e noi facciamo il sabato, perchè sentiamo le conseguenze di mangiare male, la debolezza e la indisposizione.

Ma la qualità c’è un altro aspetto molto importante. Gli uomini hanno bisogno di impiegare molto tempo per fare una vita e hanno bisogno di lavorare. Questo non è una critica, so che è necessário, è evidente. Ma questa evidenza può essere meglio amministrata. Gli uomini hanno bisogno di dedicare parte della loro vita a fare soldi per mangiare, ma se mangiamo più semplicemente, perdiamo meno tempo per fare soldi.

Questa è la filosofia della Certosa, dividiamo la giornata in tre parti: otto ore di preghiera, otto ore di lavoro e otto ore di riposo. In queste otto ore non abbiamo bisogno di fare affari, fare grandi industrie e le complicazioni e, per questo, cerchiamo di avere costi minimi. Per l’aumento della vita contemplativa, i costi devono diminuire. E per ridurre i costi, dobbiamo mangiare meno, usare l’abbigliamento per un periodo più lungo, utilizzare i mobili e gli utensili della cella per più anni … questa qualità di digiuno e di mangiare più semplice hanno un obiettivo, al fine di dedicare più tempo alla spiritualità e meno al materiale

Siamo qui in cortile, in parte per poter vedere come è una cella, ma anche perchè è un luogo che ci collega al deserto della Giudea, quello esterno, alla natura, dove Gesù si è ritirato. Ci riporta anche ai primi Eremiti della Chiesa (Padri del deserto) che si sono ritirati nel deserto dell’Egitto e della Siria, Santo Antonio, San Paolo l’eremita, San Pacomio…tutti loro hanno cercato di imitare Gesù in un luogo che aiutasse loro. Il luogo è questo, la natura. Abbiamo preghiera liturgica, ma abbiamo la preghiera personale, abbiamo tempo libero perchè noi siamo qui tutto il giorno chiusi, e questa unione con la creazione aiuta molto a unirsi con il Creatore, facilita molto la preghiera.

Mentre parliamo di spazio, è interessante osservare che in altre Certose, più al Nord della Europa, il cortile è meno utilizzato. A Evora leggiamo molto qui seduti, facciamo passeggiata pregando il rosario o in silenzio. Il nostro cortile è molto utilizzato, adesso a febbraio possiamo restare qui seduti, ma in altre Certose questo è impossibile. Dunque, il nostro cortile è per la preghiera ed anche per la lettura.

Allora, cosa leggiamo? Principalmente la Scrittura e dobbiamo riconoscere, come la Chiesa ci insegna, che Gesù ha vinto le tentazioni durante la Quaresima con la parola di Dio. Il diavolo ha tentato Gesù tre volte e lui ha risposto con tre parole. Dunque per noi, la Scrittura è un aiuto fenomenale. Abbiamo anche le nostre tentazioni, le nostre idee, pensieri che a volte sorgono dentro di noi. La Scrittura e soprattutto il Vangelo, è molto importante.

È buono che le persone lì fuori sappiano, noi dovremmo conoscere a memoria la Scrittura, al fine che lei venga dentro di noi facilmente, quando abbiamo bisogno di un aiuto interiore.

Praticamente nessuno di loro giovani falliscono dal sonno o per il cibo. Abbiamo il sacrifício di dividere il sonno e questo costa nel primo mese, per alcuni più, per altri meno. Non riescono sdraiarsi alle 8 o alle 9 ed svegliarsi a mezzanotte, perchè erano abituati a sdraiarsi a mezzanotte, però dopo settimane si abituano.

Sul cibo, sono giovani di 20, 30 anni e possono mangiare qualche cosa. Noi, anche se mangiando in modo povero, si può vedere per la età che abbiamo, mangiamo ragionevolmente e siamo ben nutriti. Qui la difficoltà per la perseveranza dei giovani sono di solito due: la solitudine e la famiglia. La rinuncia alla famiglia costa molto, è costato a tutti noi, la solitudine costa meno a noi. Ma nessuno di loro sono andati via perchè hanno avuto fame.

Ora, questo è l’ingresso nella cella che nella letteratura certosina chiamiamo ‘Ave Maria’, perché c’è solo questo inginocchiatoio e questa immagine per preghiamo una Ave Maria quando entriamo nella cella.

C’è molto senso! La Madonna ci aiuta nella solitudine. La solitudine è comunque costosa, dobbiamo vivere con i nostri pensieri, ma la Vergine Maria è materna con noi. Ogni volta che arriviamo, preghiamo una Ave Maria. Il resto della stanza è grande perchè siamo qui per preparare le cose per mangiare ed altre cose, è una sala particolarmente grande. Però qui c’è un inginocchiatoio con l’Ave Maria, e cominciamo la vita di solitudine con il Signore nella cella. Dopo c’é l’oratorio.

Abbiamo liturgia cantata tre volte al giorno, ma altre quattro preghiere liturgiche anche noi preghiamo qui, da soli. Questo oratorio, la cappella privata della cella, è per questa liturgia solitario. Inoltre, ogni monaco può dedicare durante la giornata più volte liberamente il suo tempo alla preghiera. Lui può fare qui la conversazione con Dio, o molto spesso anche nel cortile.

Il grande vantaggio della solitudine, nonostante le richieste, è che permette di personalizzare molto la vita personale di preghiera e di unione con Dio. Ci sono monaci che pregano più volte il rosario, monaci che leggono più sulla vita dei santi, altri leggono più la teologia e, quindi, ogni monaco può applicarsi ai suoi gusti e dopo cambiare. Però sempre qui c’é una parte di preghiera liturgica e personale molto forte e il resto del tempo può essere dedicate al rosario, alla lettura, ecc. La preghiera è molto facilitata dalla solitudine, non solo nel senso che possiamo unirci a Dio più affettivamente, ma anche che siamo in grado di gestire il nostro tempo più liberamente.

La solitudine non è l’essenza della Certosa, è solo un mezzo, il fine è l’unione con Dio. Perché sopratutto rinunciamo alla famiglia che abbiamo, che amiamo, nostri genitori? Perchè? É perchè qui incontriamo Dio.

Gesù ha anche detto nel Vangelo che passava le notti da solo, dopo aver fatto miracoli trascorreva le notti di solitudine con Dio. La parola solitudine non è altro che una preparazione per quello che se permette, che se si persegue, e se si riesce, ci consente di unirci a Dio”.

Ringrazio a nome di tutti voi, l’emittente televisiva portoghese RTP 2 per averci offerto la possibilità di entrare nella certosa di Scala Coeli.

 

 

 

L’Imitazione di Cristo Capitolo CVI°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CVI°

 

LA SANTA COMUNIONE NON VA TRALASCIATA CON LEGGEREZZA

Voce del Diletto

A questa sorgente della grazia e della misericordia divina, a questa sorgente della bontà e di ogni purezza devi ricorrere frequentemente, fino a che tu non riesca a guarire dalle tue passioni e dai tuoi vizi; fino a che tu non ottenga di essere più forte e più vigilante contro tutte le tentazioni e gli inganni del diavolo. Questi, il nemico, ben sapendo quale sia il beneficio e il rimedio grande insito nella santa Comunione, tenta in ogni modo e in ogni momento di ostacolare, per quanto può, le anime fedeli e devote, distogliendole da essa. Taluni, infatti, quando vogliono prepararsi alla santa Comunione, subiscono i più forti assalti del demonio. Lo spirito del male – come è detto nel libro di Giobbe (1,6; 2,1) – viene in mezzo ai figli di Dio, per turbarli, con la consueta sua perfidia, e per renderli troppo timorosi e perplessi, finché non abbia affievolito il loro slancio o abbia loro strappato, di forza, la fede: nella speranza che essi lascino del tutto la Comunione o vi si accostino con poco fervore. Ma non ci si deve curare per nulla delle sue astuzie e delle sue suggestioni, per quanto turpi e terrorizzanti, Su di lui bisogna ritorcere le immaginazioni che provengono da lui. Va disprezzato e deriso, quel miserabile. Per quanti assalti egli compia e per quante agitazioni egli susciti, la santa Comunione non deve essere tralasciata. Talora avviene che siano di ostacolo alla Comunione persino una eccessiva preoccupazione di essere sufficientemente devoti e una certa angustia dubbiosa sul confessarsi. Ma tu agisci secondo il consiglio dei saggi, tralasciando ansie e scrupoli, che costituiscono impedimento alla grazia divina e distruggono lo spirito di devozione. Non lasciare la santa Comunione, per ogni piccola difficoltà o stanchezza. Ma va subito a confessarti e perdona di cuore agli altri ogni offesa ricevuta; che se tu hai offeso qualcuno e chiedi umilmente scusa, il Signore prontamente avrà misericordia di te.

Che giova ritardare tanto la confessione o rimandare la santa Comunione? Purificati al più presto; sputa subito il veleno; corri a prendere il rimedio: ti sentirai meglio che se tu avessi differito tutto ciò. Se oggi, per una piccola cosa, rinunci, domani forse accadrà qualcosa di più grave: così ti potrebbe essere impossibile per lungo tempo, la Comunione e potresti diventare ancora più indegno. Scuotiti al più presto dalla stanchezza e dall’inerzia, in cui oggi ti trovi: non serve a nulla restare a lungo nell’ansietà e tirare avanti nel turbamento, separandoti, in tal modo, per questi quotidiani ostacoli, dalle cose divine. Anzi è molto dannoso rimandare tanto la Comunione, perché ciò suole anche ingenerare grave torpore. Avviene persino – cosa ben dolorosa – che taluni, nella loro tiepidezza e leggerezza, accettino di buon grado questi ritardi della confessione, e desiderino di ritardare così la santa Comunione, proprio per non essere obbligati a una più severa custodia di sé. Oh!, come è scarso l’amore, come è fiacca la devozione di coloro che rimandano tanto facilmente la Comunione. E come è felice e caro a Dio colui che vive in modo da custodire la sua coscienza in una tale limpidezza da essere pronto e pieno di desiderio di comunicarsi anche ogni giorno, se gli fosse consentito e se potesse farlo senza essere criticato. Se uno qualche volta si astiene dalla Comunione per umiltà, o per un giusto impedimento, gli va data lode, a causa del suo rispettoso timore. Se invece fa questo per una sorta di torpore, che si è insinuato in lui, deve scuotersi e agire, quanto gli è possibile: il Signore aderirà al suo desiderio, grazie alla buona volontà, alla quale Dio guarda in modo speciale. Se, invece, uno è trattenuto da ragioni valide, ma avrà la buona volontà e la devota intenzione di comunicarsi, costui non mancherà dei frutti del Sacramento. Giacché ognuno che abbia spirito di devozione può, in ogni giorno e in ogni ora, darsi salutarmente, senza che alcuno glielo impedisca, alla comunione spirituale con Cristo; pur dovendo, in certi giorni e nel tempo stabilito, con reverente affetto, prendere sacramentalmente in cibo il corpo del suo Redentore, mirando più a dare lode e onore a Dio che ad avere consolazione per sé. Infatti questo invisibile ristoro dell’anima, che è la comunione spirituale, si ha ogni volta che uno medita con devozione il mistero dell’incarnazione e della passione di Cristo, accendendosi di amore per lui. Chi si prepara soltanto perché è imminente il giorno festivo, o perché la consuetudine lo sospinge, è per lo più tutt’altro che pronto. Beato colui che si offre a Dio in sacrificio ogni qualvolta celebra la Messa o si comunica.

Nel celebrare, non essere né troppo prolisso né troppo frettoloso; ma osserva il ragionevole uso, comune a coloro con i quali ti trovi a vivere. Non devi, infatti, ingenerare in altri fastidio e noia; devi mantenere invece la via consueta, secondo la volontà dei superiori, e badare più all’utile degli altri, che alla tua devozione e al tuo sentimento.

Intervista a Dom Antão Lopes

Intervista a Dom Antão Lopes

Dom Antao Lopes.

Oggi vi offro questa intervista rilasciata dal Priore, Dom Antão Lopes, della certosa portoghese di Scala Coeli di Evora. Questo documento filmato, in lingua portoghese, è imperniato sull’importanza del periodo quaresimale per i monaci certosini. La Quaresima che ha inizio con la celebrazione delle Ceneri (18 febbraio scorso), è un periodo di quaranta giorni, esclusa la Domenica, contraddistinto da digiuni, penitenze e conversione, finalizzato alla preparazione della Pasqua, la principale festa del calendario cristiano. Ciò premesso, oltre al filmato che potrete vedere vi allego la traduzione in italiano del testo della preziosa intervista, affinché possiate comprendere appieno il contenuto di essa.

Il Priore della Certosa Scala Coeli di Évora, Dom Antão Lopes, considera che il tempo della Quaresima corrisponda al quotidiano per i certosini, poiché essi vivono “tutto l’anno nel deserto.”

“Il deserto è il significato della certosa. La nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno da soli con Dio e digiunando”, il deserto del monaco è la sua cella, dove passa la maggior parte del tempo.

“Questo spazio ci collega al deserto della Giudea, quello esterno, alla natura, dove Gesù si è ritirato. Ci riporta anche ai primi Eremiti della Chiesa (Padri del deserto) che si sono ritirati nel deserto dell’Egitto e della Siria, Santo Antonio, San Paolo l’eremita, San Pacomio…tutti loro hanno cercato di imitare Gesù in un luogo che facilitasse la natura”.

Il Priore ha aggiunto che in certosa, il Tempo della Quaresima non si differisce molto dal resto dell’anno, tranne che per il digiuno che è “più forte” e la liturgia “più abbondante e ricca”, con maggior tempo dedicato alla preghiera ed al canto.

Dom Antão Lopes, osserva che quando i media parlano della certosa, danno grosso risalto all’ astinenza, ma che i monaci invece non le danno così tanta rilevanza.

“Egli nel descrivere la vita quotidiana di ogni monaco, rivela che mangiare poco fa parte della “normalità” di una vita in cui il nucleo importante è la preghiera.”

“È qualcosa che entra nella normalità della nostra vita. Il fatto che mangiamo poco e in modo più semplice è una cosa che ci rende più tempo libero e anche è più economico. Il più importante per noi è la preghiera. Questo è l’aspetto più forte della nostra vocazione”, ha asserito.

La giornata in certosa è divisa in tre parti (otto ore di preghiera, otto ore di lavoro e otto ore di riposo), in cui la lettura ha un posto centrale nella formazione spirituale del monaco, in particolare la Bibbia, a somiglianza dell’esperienza del deserto vissuta da Gesù.

“Non possiamo dimenticare che Gesù, nel deserto, ha vinto le sue tentazioni con la Parola di Dio. Per noi, la Scrittura è un aiuto fenomenale. Abbiamo anche le nostre tentazioni, le nostre idee, pensieri che a volte sorgono dentro di noi. La Scrittura e soprattutto il Vangelo, è molto importante “, afferma Dom Antão.

Egli ci ricorda che i monaci non si impegnano in attività redditizie e devono anche avere un minimo di costi.

“Per l’aumento della vita contemplativa, i costi devono diminuire. E per ridurre i costi, dobbiamo mangiare meno, usare l’abbigliamento per un periodo più lungo, utilizzare i mobili e gli utensili della cella per più anni … questa qualità di digiuno e di mangiare più semplice hanno un obiettivo, al fine di dedicare più tempo alla spiritualità e meno al materiale. ”

Solamente con 6 monaci, la radicalità della vita nella certosa di Évora, ha come  difficoltà principali “la solitudine e la famiglia.”

“La rinuncia alla famiglia costa moltissimo, è costato a tutti noi, la solitudine costa anche, ma è un mezzo per arrivare a Dio”, conclude.

 

La morte di Landuino nelle segrete

La morte di Landuino nelle segrete

 La morte di Landuino nelle segrete

Nel dipinto di Carducho “La morte di Landuino nelle segrete”, il pittore ci descrive la fine di uno dei sei compagni di Bruno. Insieme al Maestro, Landuino da Lucca fu una delle sette stelle che si recarono dal Vescovo Ugo per poi cominciare la vita monastica a Cartusia. Egli è stato colui che è rimasto in Francia allorquando Bruno si dovette recare a Roma da urbano II. Un personaggio di spicco nella storia dell’Ordine certosino, che purtroppo a seguito della sua visita in Calabria per incontrare Bruno, e sulla via di ritorno verso la Francia viene imprigionato dall’antipapa Clemente III. Carducho ritrae il beato certosino disteso su un tavolaccio all’interno di una cella, laddove scorgiamo catene e gioghi vicino ad un tavolino con pane ed acqua. Sotto lo sguardo di un immagine dell’ Immacolata Landuino rende l’anima a Dio, confortato da alcuni compagni di cella.

Il realismo di questa scena è notevole, sottolineato dal contrasto di luci ed ombre che creano una struggente atmosfera del momento istoriato dall’artista.

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preview63 pieceLa morte di Landuino nelle segrete

L’Imitazione di Cristo Capitolo CV°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CV°

 

OFFRIRE NOI STESSI A DIO, CON TUTTO QUELLO CHE E’ IN NOI, PREGANDO PER TUTTI

Parola del discepolo

Tue sono le cose, o Signore, quelle del cielo e quelle della terra: a te voglio, liberamente, offrire me stesso e restare tuo per sempre. O Signore, con cuore sincero, oggi io mi dono a te in perpetuo servizio, in obbedienza e in sacrificio di lode perenne. Accettami, insieme con questa offerta santa del tuo corpo prezioso, che io – alla presenza e con l’assistenza invisibile degli angeli – ora ti faccio, per la mia salvezza e per la salvezza di tutto il popolo, O Signore, sull’altare della tua espiazione offro a te tutti i miei peccati e le colpe da me commesse al cospetto tuo e dei tuoi santi angeli, dal giorno in cui fui capace di peccare fino ad oggi; affinché tutto tu accenda e consumi nel fuoco del tuo amore, cancellando ogni macchia dei miei peccati; affinché tu purifichi la mia coscienza da ogni colpa; affinché tu mi ridia la tua grazia, che ho perduta col peccato, tutto perdonando e misericordiosamente accogliendomi nel bacio della pace. Che posso io fare per i miei peccati, se non confessarli umilmente nel pianto e pregare senza posa per avere la tua intercessione? Ti scongiuro, dammi benevolo ascolto, mentre mi pongo dinanzi a te, o mio Dio.

Grande disgusto io provo per tutti i miei peccati; non voglio più commetterne, anzi di essi mi dolgo e mi dorrò per tutta la vita, pronto a fare penitenza e, per quanto io possa, a pagare per essi. Rimetti, o Signore, rimetti i miei peccati, per il tuo santo nome: salva l’anima mia, che tu hai redenta con il tuo sangue prezioso. Ecco, io mi affido alla tua misericordia; mi metto nelle tue mani. Opera tu con me secondo la tua bontà, non secondo la mia perfidia e la mia iniquità. Anche tutto quello che ho di buono, per quanto sia molto poco e imperfetto, lo offro a te, affinché tu lo perfezioni e lo santifichi; affinché ti sia gradito e tu voglia accettarlo, accrescendone il valore; affinché tu voglia portarmi – inoperoso e inutile piccolo uomo, qual sono – a un termine beato e glorioso. Offro parimenti a te tutti i buoni desideri delle persone devote e le necessità dei parenti e degli amici, dei fratelli e delle sorelle, di tutti i miei cari e di coloro che, per amor tuo, fecero del bene a me o ad altri; infine di tutte le persone – quelle ancora in vita e quelle che già hanno lasciato questo mondo – che da me desiderarono e chiesero preghiere e sante Messe, per loro e per tutti i loro cari. Che tutti sentano venire sopra di sé l’aiuto della tua grazia, l’abbondanza della consolazione, la protezione dai pericoli, la liberazione dalle pene! Che tutti, liberati da ogni male, ti rendano in letizia grazie solenni. Ancora, e in modo speciale, ti offro preghiere e sacrifici di espiazione per quelli che mi hanno fatto qualche torto, mi hanno cagionato dolore, mi hanno calunniato o recato danno, mi hanno messo in difficoltà; e anche per tutti quelli ai quali io ho dato talora motivo di tristezza e di turbamento, di dolore o di scandalo, con parole o con fatti, consciamente oppure no, affinché tu perdoni parimenti a tutti noi i nostri peccati e le offese vicendevoli. O Signore, strappa dai nostri cuori ogni sospetto, ogni sdegno, ogni collera, ogni contesa e tutto ciò che possa ferire la carità e affievolire l’amore fraterno. Abbi compassione, o Signore, di noi che imploriamo la tua misericordia; concedi la tua grazia a noi che ne abbiamo bisogno; fa che noi siamo fatti degni di godere della tua grazia e che possiamo avanzare verso la vita eterna.

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