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La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.

Collaborazione nell’opera divina (2)

prostrazione

Sulla nostra piccolezza e la cura delle piccole cose
Parte seconda

Ci sono cristiani che si credono pronti per grandi sacrifici e volentieri svolgerebbero compiti eroici, ma trascurano i piccoli compiti come se essi fossero indegni di loro. Chi alimenta un’illusione simile, si perde miseramente perché nulla è insignificante alla luce dell’amore. Tutti gli atti animati dalla carità sono una nobiltà divina. Dimentichiamo troppo spesso che il Figlio di Dio e sua Madre hanno vissuto nascosti la maggior parte della loro vita, impegnati nei compiti più comuni e umili, e che nemmeno per un attimo hanno lasciato di rendere al Padre la pienezza della Sua gloria. Prima di insegnarci, Gesù ci ha dato l’esempio: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Chi disprezza il dettaglio, non ci vuole molto tempo a cadere nelle debolezze più gravi e, talvolta, anche a perdere poco a poco la nozione di peccato. Se tutti i discepoli di Gesù avessero osservato i Suoi precetti su questa fedeltà, Giuda non avrebbe commesso il suo crimine sotto la minaccia che è la controparte della promessa che abbiamo appena citato: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Non c’è nulla di sacro nella vita dell’anima che non può essere profanato: per più in alto che essa sale, si può sempre cadere. Ma, al contrario, non c’è nulla di profano nell’anima che non può essere santificato: lo dimostra l’esperienza dei santi che abbiamo l’obbligo di imitare.
Tra le persone pie ci sono delle anime che vogliono raggiungere gradi elevati di preghiera e credono di avere il diritto, in un certo senso, alla più intima unione, semplicemente perché osservano più o meno i comandamenti di Dio. Non sono consapevoli dell’alto concetto esagerato che fanno di se stesse, che è appunto un ostacolo alle vere grazie, di cui non hanno nemmeno l’ombra. Sarebbe necessario che una nuova purificazione le facesse confessare, prima, con sincerità che non hanno né il merito né il valore e dipendono in ogni momento della misericordia divina. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Quando Dio diventerà per noi l’unica realtà, l’ardore e la certezza viva traboccheranno sull’ambiente in cui viviamo con tale forza che rapirà le anime. Perché nessun uomo, nessuna creatura può impedire questa influenza, questa donazione spontanea di un’anima fervente verso tutti coloro che hanno bisogno di sostegno, di salvezza e di aiuto. Il Maestro vuole che l’amore irradii dal cuore dei suoi. «Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, quando sarai tornato, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Queste parole sono state dette a Pietro, ma sono rivolte a ciascuno di noi, perché nessuno può tenere per sé i tesori che gli sono stati affidati, se sono veramente spirituali. L’ultimo di noi ed il più nascosto ha una missione da quale non può schivarsi. La Verità vuole che le nostre azioni la manifesti, che tutto il nostro comportamento la faccia, che il nostro stesso essere, vivendo del suo amore, dia testimonianza. Guai a colui che si vergogna della sua fede, perché il Signore si vergognerà di lui. Dobbiamo combattere per Dio e per i Suoi diritti inalienabili, costi quel che costi. Il Salvatore predisse la sanguinosa storia della sua Chiesa: «Ma prima di tutto ciò vi prenderanno con violenza e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti ai loro re e ai loro governatori, a causa del mio nome. Allora avrete occasione di dare testimonianza. Ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare di quello che direte per difendervi; io stesso vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Eppure, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime!» (Lc 21, 12-15; 17-19)

(Un certosino)

Collaborazione nell’opera divina (1)

monache

Ancora una nuova meditazione di un certosino, riguardante la: “Collaborazione nell’opera divina”. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli. Un grazioso e dolce invito a collaborare…

Sulla volontà e la perseveranza

Parte prima

La cosa più necessaria alle anime desiderose di servire Dio è la perseveranza. Si inizia al mattino con un entusiasmo che diminuisce lentamente, in modo che a mezzogiorno le risoluzioni del mattino sono abbandonate del tutto. Spesso la causa è il peso del corpo che opprime lo spirito. Ed il rimedio per questo è abituarsi a riprendere il contatto con Dio durante la giornata, il senso della sua presenza. Che una fervente invocazione la rinnovi: «Gesù, mio Dio, io credo e spero in Te; Ti amo e quello che sto facendo in questo momento, lo faccio per amore di te». Nulla può essere perso: tutte le occasioni possono essere approfittate per alimentare questa vita interiore e divina. Dio ci chiede solo ciò che Egli stesso ci ha dato – la grazia di poter dare. Quello che Egli vuole è un cuore umile e un’ardente preghiera che implori il suo aiuto con sincerità. Egli provvede tutto ai nostri bisogni, con grazie sufficienti ed anche sovrabbondanti, in modo che nessun ostacolo potrà spaventarci: non c’è niente che abbia potere contro la bontà. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (l Cor 10,13).

Dobbiamo collaborare come se tutto dipendesse da noi. Prima di tutto, dobbiamo evitare di asservirci alle nostre tendenze e ai nostri gusti, perché la vita spirituale non è una ricerca di un piacere sensibile, ma una paziente sottomissione del sensibile allo spirituale. Dio ci ha dato il cuore e il sentimento affinché li mettiamo al servizio del vero amore. Ciò che non oltrepassa il sensibile ha poca nobiltà, non è degno del Dio della verità. È necessario che il cuore manifesti la sua sincerità attraverso le opere e sia provato nel fuoco del sacrificio. Il vero amore è radicato nella volontà: è dalla volontà che l’amore guida tutte le persone ragionevoli e ne determina la sua azione. Quando il nostro desiderio si sottomette perfettamente a Dio e corrisponde a Lui, tutto il nostro essere si pone in armonia con la sua idea eterna. Da qui l’insistente esortazione del Signore: «Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36).

È un pericolo per tutte le anime che desiderano il progresso, la cui intenzione è ancora imperfetta, perdersi nei dettagli della vita quotidiana, fermarsi in questa contabilità morale, che è ingannevole quando ci soddisfa e, spesso, quando ci lascia insoddisfatti. Al contrario, per volare a Dio in un impulso libero e diretto, non basta una forte volontà: è necessario che la grazia ci liberi dalla cura di noi stessi e che lo Spirito ci porti al di là del rispetto umano. «Obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6, 5-7).

La nostra ferma volontà di collaborare con Dio, di fare fruttificare i Suoi migliori doni, è tuttavia indispensabile: Egli non vuole santificarci senza di noi. Noi dobbiamo fruttificare al cento per cento il talento che ci è stato affidato. Non è senza una lotta che saremo fedeli alla grazia, né senza sforzo che noi verremo a vivere alla presenza di Dio. Solo il servo fedele dà la prova del suo amore. «Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mat 25, 22-23).

Se vogliamo vivere in modo soprannaturale, non dobbiamo accordarci con qualsiasi tirchieria: solo si può servire Dio con tutto il cuore, solo uno spirito aperto è in grado di riflettere la Sua luce. Mentre la pusillanimità accompagna la fede, è un segno che questa è ancora legata agli elementi della natura; e quando la vita interiore è profonda, non cessa di creare nell’anima un’audacia equilibrata, la libertà di guardare e l’ampiezza dello spirito, senza le quali non si può concepire una fioritura di forze nella grazia. «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sl 119, 32).

Questo è il motivo per cui le anime fedeli hanno una carità comprensiva e delicata, si sentono a loro agio ovunque e si soddisfanno di tutto. Nessun sacrificio è troppo grande per loro e nessun servizio da fornire è troppo piccolo: non c’è legno da cui non facciano produrre la fiamma luminosa dell’amore. «Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama…Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (II Cor 6, 8.10).

Che tristezza, invece, vedere alcune anime pie fermate alla minima difficoltà, si direbbe che preoccupate a fare una montagna da ogni piccola collina, costantemente preoccupate con se stesse e sempre pronte a giudicare che fanno del male a loro! C’è bisogno di una scossa di coraggio per rimuoverle, finalmente, da questa miseria. Che loro guardino Gesù e sua Madre nelle sue sofferenze indicibili, e così le loro piccole difficoltà si dissolveranno come gocce d’acqua nell’oceano! La grazia di Dio cambia il segnale a tutte le cose: solo essa ha il potere di dare un valore positivo per il male che noi supportiamo ed il potere di farci accettarlo con amore. «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia…Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12, 1-3).

Continua….nel prossimo articolo

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ATTENZIONE A DIO

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – 318. Evitare la curiosità. – 319. Attenzione e sottomissione. – 320. Il direttore spirituale.

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – Prima di piantare qualcosa, il giardiniere pensa a preparare il suo terreno mediante una coltura generale, che lo renderà atto a ricevere le varie sementi. Allo stesso modo, nella vita spirituale il terreno dell’anima dev’essere preparato a ricevere la semente che il celeste giardiniere vorrà far fruttificare in esso. Questa preparazione di fondo è compiuta dall’attenzione generale a ricevere ogni azione di Dio, senza la preoccupazione di sapere quale sarà, quali germi voglia spargere, quali mezzi usare, quali modi seguire. Ed effettivamente Dio compie molte delle sue operazioni, senza domandarmi altra cosa fuori di questa disposizione fondamentale di ricezione, che gli lascia libertà e facilità di coltivarmi a suo piacere. Ma la sua azione diviene talvolta più insistente. Certi colpi vibrati sull’anima, ancora poco stabilita nella pietà passiva, corrono il rischio di essere misconosciuti, allontanati, distrutti, per così dire, dalla resistenza, o rivolti alla propria soddisfazione a detrimento della gloria di Dio. È perciò necessario qualche volta conoscere più espressamente alcune particolarità di quest’azione, per imparare almeno a non misconoscerla. Quando ciò è necessario, Dio lo manifesta. Egli sa parlare e, quando parla, sa farsi comprendere. Parli per mezzo di attrattive o di rimorsi, di avvenimenti o di impressioni, con la voce dei superiori o con quella della sofferenza, la sua parola è sempre assai chiara per essere afferrata da un cuore docile agli insegnamenti divini. Dio agisce sempre e la sua azione richiede una semplicissima apertura di sottomissione. Egli parla meno sovente e quando parla, basta, per intenderlo, l’attenzione che produce nell’anima il desiderio del suo avanzamento.

318. Evitare la curiosità. – Per intendere Dio bisogna evitare la curiosità; anzitutto una certa curiosità sospettosa od orgogliosa che pretenderebbe controllare la sua opera; e poi una curiosità vana e sensuale che cerca di pascere ed accontentare se stessa. Dio non si rivela né all’orgoglio né alla sensualità; non ama di essere guardato con sospetto, né permette che i suoi segreti siano abbandonati in pasto alla stoltezza. Del resto, ha le sue ragioni ed i suoi momenti per rivelare i suoi misteri; occorre saper rispettare il suo silenzio ed attendere la sua luce.

Non cercare quello che è al disopra di te, e quello che è al disopra delle tue forze non lo indagare; ma pensa sempre a quello che Dio ti ha comandato e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di lui; perché non è necessario per te vedere coi tuoi occhi le cose astruse. Non ti lambiccare il cervello in cose superflue e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di Dio; perché a te sono state mostrate molte cose che sorpassano l’intelligenza dell’uomo. Molti sono stati tratti in inganno dalle loro opinioni e ritenuti nell’errore dai loro sensi (cf. Sir 3, 22-24).

319. Attenzione e sottomissione. – Mio Dio! mi sembra di avere un sincero desiderio di vivere secondo le esigenze del vostro beneplacito. Fate dunque, vi prego, che il mio desiderio sia conforme al vostro. Fate che io conosca e che mi sottometta quanto lo esige la vostra volontà. Voi volete che io conosca, in una certa misura, la vostra azione e mi sottometta interamente ad essa. Datemi la sincerità dell’attenzione e la semplicità della sottomissione. Sinceramente attento, non ignorerò nulla di ciò che voi desiderate manifestarmi; sottomesso con semplicità, non cercherò nulla di ciò che volete tenermi nascosto. L’attenzione manterrà il mio occhio aperto alla vostra luce; la sottomissione manterrà la mia azione in accordo con la vostra. Mediante l’attenzione acquisterò ciò che tanto mi manca, ossia il senso divino degli avvenimenti. Mediante la sottomissione, arriverò alla tranquilla sicurezza del riposo nella confidenza. La sincerità dell’attenzione mi farà evitare gli sviamenti delle sbadataggini e delle negligenze. La semplicità della sottomissione mi preserverà dalle curiosità indiscrete e dai turbamenti. Mio Dio, fate che vi comprenda e vi segua!

320. Il direttore spirituale. – Per togliere ogni oggetto d’inquietudine e d’illusione, Dio ha stabilito gli interpreti ufficiali della sua parola. Il direttore spirituale ha la missione di riconoscere e d’interpretare le ispirazioni divine. Se non voglio misconoscerne alcuna, non ho che da sorvegliare, con calma diligenza, il mio interno e renderne conto al direttore, il quale mi dirà ciò che dovrò fare. Quando Nostro Signore atterrò Saulo sulla via di Damasco per farne un san Paolo, gli diede un segno straordinario della sua speciale volontà a suo riguardo. Il lupo rapace, atterrato, lo comprese: Signore, che volete ch’io faccia? Va’ a trovare Anania: egli ti dirà quel che devi fare (cf. At 22, 6-10). Dio non gli manifesta direttamente la sua volontà, ma lo invia all’uomo che ha la missione di manifestargliela. Ho già conosciuto l’importanza del ministero della direzione circa i doveri di stato (n. 260). La riconosco anche qui circa i segreti del beneplacito divino. Che v’è di sorprendente in ciò, dato che le due parti della pietà sono indissolubilmente corrispondenti?

Millesimopost

millesimo-post-1

Ebbene si, questo articolo è puramente celebrativo della attività di questo blog.

Ne è passato del tempo da quella data casualmente particolare, era infatti il “nove nove duemilanove”, quando pubblicai il primo articolo dando vita a Cartusialover’s blog che affiancava il sito statico.

Il primo articolo:

Lettera a Rodolfo il Verde (9/9/2009) Da quel giorno si sono susseguiti, con una frequenza nel tempo crescente, tanti altri articoli, che hanno raccolto il vostro sempre maggiore gradimento. Di seguito vi segnalo i primi tre post più graditi di sempre:

1) Monache Certosine: Abito, Professione solenne, Consacrazione verginale (7/2/2011)

2) L’abito dei certosini (28/1/2011)

3) Ettore Majorana, tra le mura di una certosa? (27/9/2010)

Ma anche le pagine statiche hanno visto il vostro interesse particolare, tra queste quelle più visitate da voi:

1) Downloads (10.200 visualizzazioni)

2) I primi anacoreti ( 8.795 visualizzazioni)

3) Le sette stelle (6.946 visualizzazioni)

Cartusialover spesso ha corroborato i post con filmati, che hanno virtualmente superato le invalicabili mura del deserto certosino. I video da voi più apprezzati sono stati i seguenti:



Il mio incessante lavoro è stato alimentato dal vostro crescente interesse, mia unica gratificazione, è pertanto con tutti voi, miei cari appassionati lettori ed amici di Cartusialover, che voglio condividere la gioia di aver raggiunto questo inaspettato traguardo.

1000 volte Grazie

millessimo-post-2

Il certosino inquisitore

21-d-_luis_mercader

Nell’articolo odierno vi proporrò la storia di un certosino spagnolo: Dom Luis Mercader Escolano, il certosino inquisitore.
Luis nacque a Murviedro nei pressi di Valencia, nel 1444, da una nobile famiglia locale i Conti di Buñol. Sin da piccolo ebbe propensione per lo studio, e dapprima studiò dottrine umanistiche a Valencia e in seguito si recò a Salamanca dove si dedicò allo studio di matematica arte e teologia, giovanissimo divenne dottore in utroque. A soli ventiquattro anni, nel 1468, decise di entrare nella certosa di Val de Cristo e diventare monaco certosino. Date le sue doti, divenne maestro dei novizi e nel 1476 procuratore. Questo incaricò lo svolgeva a malincuore e diverse volte ne chiese misericordia, ma solo nel 1488 il Capitolo Generale dell’Ordine lo nomina Priore della certosa di Porta Coeli. Ma il 24 giugno del 1489 viene eletto all’unanimità Priore della sua certosa, e pertanto svolgerà tale mansione a Val de Cristo, non solo, l’anno seguente viene nominato Visitatore della Provincia cartusiana di Catalogna.
Ancora una volta Dom Luis con questo incarico vedeva turbata la sua vocazione alla solitudine ed alla quiete della cella! Fu così accolta la sua richiesta di misericordia anche per questo compito, e il 14 ottobre del 1491 fu deposto, ma il 9 gennaio del 1494 fu nuovamente eletto all’unanimità priore alla certosa di Val de Cristo. La sua personalità era davvero forte al punto che fu scelto dal re Ferdinando il Cattolico come suo confessore ed ambasciatore personale presso il Papa. Questo incarico condusse Dom Mercader a fare visite diplomatiche all’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo, al re Ladislao d’Ungheria e sul soglio pontificio retto da Alessandro VI. Questa sua attività diplomatica non fu gradita al capitolo Generale dell’Ordine, che nel 1511 intimava Dom Luis di ritirasi a vita claustrale. Il re Ferdinando difese questa censura ricevuta dall’ Ordine certosino, ma ne approfittò per nominare, il 13 gennaio del 1514, Dom Mercader vescovo di Tortosa ed investendolo anche del titolo di Presidente del Tribunale dell’inquisizione di Navarra e Aragon!
Quest’ultimo titolo scosse emotivamente Dom Luis, che svolse questa mansione in maniera estremamente mite, come fu la sua condotta episcopale secondo le virtù apprese tra i certosini. Continuò a praticare l’astinenza dalla carne ed un regime di vita severo. Il 9 giugno del 1516, a settantadue anni di età di ritorno da corte a Buñol, la sua anima salì al cielo. Il suo corpo fu seppellito nella Cappella della Maddalena nella sua amata certosa di Vall de Cristo. Durante il suo priorato infatti egli aveva disposto la costruzione di questa cappella, dove fu poi interrato tra la commozione dei suoi confratelli. Si spense con la fama santità, fu apprezzato come uomo saggio e ricco di rare virtù. Dopo la sua morte, e trascorsi 83 anni, da quell’infausto giorno, i monaci aprirono la cripta per pulire le reliquie del santo confratello, ma fu con grande stupore che assistettero ad un vero prodigio.
Le spoglie mortali di Dom Luis Mercader erano incorrotte!
L’aspetto fisico era identico al momento in cui era morto, aveva una folta barba rossiccia e l’abito monastico intonso e non vi era traccia di cattivo odore. I certosini, ringraziarono Dio per tale prodigio e benedissero le spoglie, seppellendole nuovamente. Nelle cronache della certosa di Val de Cristo, vi è notizia di un altro tentativo di indagine effettuato su queste spoglie. Difatti trascorsi altri cinquanta anni, ovvero centotrentaquattro dalla dipartita di Dom Luis, altri suoi confratelli aprirono la cripta. Lo stupore fu estremo nel vedere le venerabili reliquie ancora intatte. Dal corpo del loro confratello defunto emanava inoltre un soave profumo, segnale della sua santità. I monaci provarono ad estrarre un dente come reliquia da venerare, ma fu impossibile poichè esso era attaccato alla arcata dentaria come se fosse vivo!
Decisero così di chiudere la cripta e lasciar riposare il loro confratello in quell’aura di santità.
Su di lui scrissero: “Fu molto dedito allo studio della matematica, fu per questo che ebbe nella sua cella molti astrolabi e orologi che lo hanno aiutato l’uno a salire su nel cielo con la contemplazione; e l’altro a piombare e strisciare sul pavimento, prostrandosi e ricordando la brevità della vita

dom-luis-mercader-offre-lo-scudo-del-suo-casato-a-san-bruno-2

Dom Luis Mercader offre lo scudo del suo casato a san Bruno

 

 

 

Cartusiae vintage

Cartusiae vintage

Montalegre

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Il secondo appuntamento con immagini vintage di monaci certosini di foto e cartoline antiche, è con la certosa spagnola di Montalegre.

Vi lascio a rare immagini scolorite, che hanno il fascino del tempo che scorre inesorabile nell’immutata vita monastica claustrale certosina.

Largo alle foto…