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Un novizio portoghese

bruno-padre-carlos-rosmaninho

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno

Eccoci giunti al mese di aprile, nel quale ci accingiamo a celebrare la Santa Pasqua. Ho per voi cari amici una lieta notizia che apre questo mese che ci giunge dalla Spagna. Lo scorso primo febbraio, alle ore 15, nella certosa iberica di Porta Coeli, nei pressi di Valencia, padre Carlos Rosmaninho ha preso l’abito certosino, cominciando così il periodo del noviziato.

Una eccellente notizia, poichè questo sacerdote è di nazionalità portoghese e quindi si unirà ai quattro anziani monaci che come ricorderete hanno lasciato la certosa portoghese di Evora, a seguito della triste chiusura. La cerimonia svoltasi in certosa, ha avuto inizio nella sua cella con l’imposizione dell’abito da parte del Padre Priore Dom Luis Nolasco, anch’egli portoghese. Successivamente la semplice cerimonia è proseguita nella sala capitolare, alla presenza dell’intera comunità monastica ed alcuni amici e familiari, che prostratosi sul pavimento ha chiesto misericordia per poi essere abbracciato dai confratelli. Ha fatto seguito un sermone pronunciato dal Padre Priore, poi la comunità lo ha accompagnato in processione nella sua cella, laddove egli ha ricevuto il nuovo nome da lui prescelto. La scelta di padre Carlos è stata Bruno di Santa Maria della Grazia e del Trionfo del suo Cuore Immacolato. Ovviamente il riferimento è a san Bruno ed al patrono della diocesi di Setúbal. La cerimonia si è conclusa con i canti dei Vespri nella chiesa della certosa.

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno comincia il suo cammino da novizio, che durerà due anni, al cui termine potrà emettere i suoi primi voti religiosi, che successivamente saranno rinnovati e che lo condurranno ad essere definitivamente un nuovo Padre certosino. Affinchè questo percorso arrivi al completamento, nel giorno del suo inizio, vi invito a pregare per questo giovane portoghese. La Grazia di Dio con l’intercessione di san Bruno, gli illumini questo cammino da lui scelto ed esaudire la sua vocazione. La linfa certosina portoghese possa alimentare e nutrire sempre le vocazioni dell’Ordine.

Icona Bruno

Dom Georg Pirckheimer: il certosino alchimista

certosa di Norimberga

Certosa di Norimberga

Le origini dell’alchimia sono antichissime, e da far risalire all’antico Egitto ma la diffusione di testi alchemici avviene tra il 1350 ed il 1500. Inoltre, a partire dai primi anni del XV secolo, si assiste a un incremento numerico di manoscritti alchemici, che raggiunge il suo apice negli anni del primo Rinascimento. La proliferazione dei laboratori di alchimia, ovvero l’arte della trasformazione dei metalli, avviene nel XIV secolo, ed è in particolare l’aumento di impostori che induce il papato a proibirne l’esercizio.

Oggettivamente, se molti alchimisti cercano in buona fede di trasformare metalli, altri, meno scrupolosi, usano le loro scoperte e la creduloneria degli uomini per poter mettere denaro contraffatto in circolazione, un vero mercimonio. La bolla papale “Spondent Pariter” venne emanata da papa Giovanni XXII nel 1317, essenzialmente per la sua condanna degli abusi dell’alchimia, essa mira quindi a proteggere la popolazione dai criminali, ma senza fare distinzione tra alchimisti e impostori. Nel 1493, è la città Imperiale di Norimberga che ordina il divieto di alchimia tra le mura della città. Anche in questo caso, le motivazioni e gli obiettivi erano quelli di proteggere la popolazione che subivano la circolazione di denaro contraffatto, e spiacevoli inganni commessi da turpi imbonitori. Questo decreto, tuttavia, sembra completamente ignorato dal priore della Certosa di Norimberga, Dom Georg Pirckheimer, che si dedica da tempo all’alchimia all’interno della clausura. Va detto che i monaci certosini, provenienti da ambienti sociali culturalmente elevati, potevano dedicarsi non solo alla contemplazione, ma anche allo studio di discipline che esulavano dal campo religioso. Uno statuto pubblicato dal Capitolo Generale del 1499, in particolare per le Province del Reno e della Germania inferiore, indica che alcuni certosini si impegnano nella pratica dell’alchimia nei monasteri.

Poiché l’Ordine aveva già proibito in precedenza con un documento specifico, valido per tutte le certose, lo studio del diritto, dell’astrologia, dell’alchimia, delle opere di Erasmo e della lingua greca ed ebraica, tale menzione costituisce pertanto un avvertimento mirato per quella area geografica. Nel caso in cui le attività non si fossero fermate immediatamente, i certosini sarebbero stati puniti con la sospensione del loro ufficio nel caso di priori, o con una pena detentiva. Poiché l’avvertimento fu destinato a due Province, senza indicare con precisione le Certose direttamente interessate, possiamo considerare che non vi era un caso isolato, ma piuttosto che diverse certose erano dedite alla ricerca della quintessenza. Un caso era già stato identificato presso la certosa di Güterstein nel 1470 e il Capitolo Generale convocò il colpevole tale monaco Ulricus. Ancora una volta, il vertice dell’Ordine non punì il certosino, ma gli diede un primo avvertimento: Et dominus Ulricus, monachus dicte domus [Güterstein], amplius non intromittat se de alchimia nec de quinta essentia. Et si que concessa sunt aut mandata super his, revocamu. Ovvero Ulrich, un monaco della casa [Güterstein], non immischiarsi in alchimia e la quinta essenza. E se questo sono stati concessi o commissioni su quelli revochiamo.

Certamente, la dimensione mistica dell’alchimia avrebbe potuto essere una ragione del divieto della pratica da parte del Capitolo Generale. In effetti, Aristotele afferma che Dio è l’essenza di tutte le cose, il che implica quindi che si trova in tutte le cose e quando l’alchimia propone di trasformare la natura degli elementi, attacca solo l’essenza divina, che può quindi essere assimilata Ora, non sembra che il Capitolo Generale proibisca la pratica dell’alchimia nei certosini per ragioni teoriche, ma piuttosto per motivi pratici. Prima di tutto, perché l’alchimia è un’arte molto costosa. Gli elementi necessari per i preparativi richiedono un capitale iniziale abbastanza grande, che è in contraddizione con il voto di povertà imposto ai certosini dalla loro professione di fede. I religiosi che si abbandonavano all’alchimia dovevano quindi fare affidamento su di un sostegno finanziario esterno al monastero, oppure compromettere i fondi destinati per la gestione ordinaria della casa. Tuttavia, nessuna soluzione drastica fu autorizzata dagli statuti dell’Ordine. Gli alchimisti avevano quindi bisogno di un contributo finanziario regolare, che può essere troppo restrittivo, persino pericoloso per una comunità. Inoltre, il monaco-alchimista certamente non lavora nella sua cella, in primo luogo per motivi di salute, ma anche perché ha bisogno di un assistente che lo aiuti nei preparativi e che alimenti perennemente il forno, “atanor”. Ciò comporta la creazione di un laboratorio, vale a dire uno spazio non destinato alla realizzazione dell’ideale certosino, ma d’altra parte incoraggia una collaborazione tra due certosini, che rinunciano in effetti alla solitudine imposta dalla severa regola dell’Ordine. Inoltre, l’alchimia è un’arte che richiede diligenza. I preparativi possono talvolta essere complicati e i tempi di elaborazione possono richiedere diversi giorni. Ne consegue quindi che l’alchimista non può rispettare un impiego rigoroso del tempo certosino: al monaco gli mancherebbe il servizio, non poterebbe dedicarsi alla preghiera nella cella, insomma, si discosta notevolmente dal suo scopo originale, la contemplazione. Tuttavia, ciò che preoccupava l’Ordine non è tanto la pratica dell’alchimia da parte di un padre, anche se non fa parte delle normali attività monastiche, quanto la complessità dell’insieme e l’inevitabile alterazione della vita solitaria e silenziosa. La costruzione di un laboratorio nella Certosa, così come l’irregolarità di un padre in ufficio, non sfuggirono al resto della comunità. In effetti un’attività, vietata dagli statuti dell’Ordine, trova posto nell’eremo solo con il consenso generale, in altre parole un tacito accordo per ignorare la legge.

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

Poiché l’alchimista è il priore della Certosa, questa pratica mette a repentaglio l’intera comunità, poiché il superiore, che dovrebbe incarnare la regola, non la rispetta. La legittimità della sua autorità è compromessa e quindi conseguenzialmente l’unità tra tutti i confratelli. Si ha una prova inconfutabile della pratica alchemica svolta dal priore Dom Pirckheimer, difatti nel Germanische Nationalmuseum di Norimberga, è conservato il manoscritto con sigla HS 9715, intitolato Alchemie, il massiccio lavoro del certosino Georg Pirckheimer. Egli è stato Priore della certosa di Norimberga dal 1477 al 1498, fu anche Visitatore della provincia tedesca inferiore tra il 1486 e il 1493 e infine, fu vicario della certosa di Ilmbach. Inoltre, va detto che il suo cognome ci riferisce delle sue origini patrizie, poiché la famiglia Pirckheimer fu una delle famiglie più importanti della città imperiale. Un suo parente Willibald Pirckheimer fu sicuramente uno degli umanisti più famosi della città ed è anche conoscitore e diffusore dell’alchimia. Allo stesso modo, Caritas Pirckheimer, Badessa del convento delle clarisse di Norimberga, figura importante della vita religiosa di Norimberga e sorella di Willibald, che fu in contatto diretto con Dom Georg Pirckheimer

Nel 1497, il Capitolo Generale lo nominò “sovrintendente” della certosa di Prüll, in altre parole, doveva assicurarsi che il cambio di priore in questa casa fosse conforme alla legislazione dell’Ordine. Per questa missione, Pirckheimer agisce come rappresentante dell’autorità del Capitolo Generale, ciò ci illustra non solo la sua riconosciuta capacità di assicurare questo ufficio, ma anche la fiducia che l’autorità suprema dell Ordine gli conferì. Tuttavia, nel 1498, perse il suo ufficio prima di essere trasferito nella certosa di Ilmbach, poi nel 1499, il Capitolo Generale pubblicò il divieto di praticare l’alchimia nelle case della  Germania Inferiore e del Reno. I meccanismi istituzionali certosini sono implacabili: lo spostamento di Georg Pirckheimer da Norimberga a Ilmbach e il suo degradarlo dall’ufficio precedente per un vicariato sono certamente una conseguenza della sua disobbedienza agli statuti. Si potrebbe pensare che la pena inflitta dal Capitolo Generale sia leggera, poiché Pirckheimer mantenne la carica vicariale. Tuttavia, il suo trasferimento verso la certosa di Ilmbach, molto meno influente, ebbe il sapore di un esilio. Anche se non fallì come capo spirituale della sua comunità, né nei vari compiti che il Capitolo Generale gli affidò nella provincia della Bassa Germania, che si trattasse della visita o delle missioni spontanee, con la sua condotta mise in pericolo la Certosa di Norimberga, prima di tutto per il rischio insito nella pratica dell’alchimia, ma soprattutto per la sua mancanza di assiduità nella preghiera. Come un priore, egli avrebbe dovuto agire con l’esempio. Il Capitolo Generale non può reagire se non con il suo licenziamento. Infine, va notato che all’inizio del XV secolo la certosa di Norimberga ha avuto serie difficoltà finanziarie e ci si interroga se ciò non sia una conseguenza delle azioni di Georg Pirckheimer. Certamente lui utilizzò il patrimonio di famiglia per finanziare le sue attività di alchimista, ma è lecito pensare che abbia usato anche le entrate della Certosa e che abbia effettivamente contribuito a gravare sul bilancio ordinario. Ma non tutti i mali vengono per nuocere! Va altresì detto, infatti, che tracce di questi studi si riversarono sui medicamenti concepiti all’interno delle note spezierie certosine. Tra queste ne ricordiamo alcune, come la polvere di smeraldo con miele per problemi oculari, lo sciroppo di corallo contro le febbri insistenti, l’ambra contro la disuria, e la canfora contro la peste e nonchè come anafrodisiaco, non a caso i monaci ne portavano un sacchetto addosso, per placare le pulsioni sessuali. A Dom Georg Pirckheimer, per la precisione, va anche attribuito il merito dell’impegno per far si che venisse pubblicata la prima edizione di “Imitato Christi” di Tommaso de Kempis nel 1494.

Speziale

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Dom Dysmas de Lassus ci parla del suo libro (Seconda parte)

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Copertina della rivista con Dom Dysmas de Lassus

Ecco per voi il prosieguo dell’intervista a Dom Dysmas de Lassus.

 

Oltre all’obbedienza poco compresa, quali sono i meccanismi che promuovono l’abuso spirituale?

Lo zelo dei giovani religiosi che amano l’assoluto ma non ancora armato per il discernimento può essere usato dall’aggressore. Le motivazioni altamente spirituali, ma disconnesse dalla loro umanità, possono sedurle senza essere in grado di realizzare il danno che produrranno a lungo termine. Molto spesso, nella vita religiosa, l’abuso assume la forma di una tentazione sotto le spoglie del bene, questo è ciò che rende difficile discernere per il principiante – ed è anche ciò che lo rende difficile. apprezzare per il grande pubblico – da qui la necessità di un’analisi precisa. Questo è quello che ho cercato di fare.

Inoltre, accade che un religioso non possa confidare nelle sue difficoltà a causa del fenomeno dei circoli. Intorno ai fondatori o ai superiori c’è spesso una sorta di guardia composta da pochi parenti. In genere, beneficiano del sistema che mantengono. Questo fenomeno dei cerchi impedisce al superiore di ascoltare ciò che viene dalla base, poiché il messaggio deve attraversare diversi confini. Un altro elemento può incoraggiare l’abuso: un eccesso di affettività.

Cioè ?

Questo è particolarmente vero per le comunità femminili, ma può essere visto negli uomini.Ti darò un aneddoto illuminante: quando vi è l’elezione di una nuova badessa, succede che le suore votano per chi termina il suo mandato in modo da non ferirla, e può giocarci per essere rieletto. Non è un ragionamento equo. Tanto peggio per il priore se sperimenta la sua non rielezione come dramma, che, tra l’altro, è sorprendente per un religioso. La comunità viene prima di lui. Un priore fa un servizio. Sembra semplice, ma in pratica è qualcos’altro …

Le nuove comunità sono più fragili di fronte agli abusi?

Le nuove comunità sono nate nell’ingenuo entusiasmo del Concilio post-Vaticano II. Ci dicemmo che la Chiesa era troppo sclerotica, il che era vero, e che tutto ciò doveva essere sostituito dallo Spirito Santo! Ma il discernimento degli spiriti può essere appreso. Esistono tre tipi di mente: buona, cattiva e mia! Dicendo: “ La parola del superiore è lo Spirito Santo  “, il superiore può prendersi sul serio e credere che la sua parola sia davvero quella di Dio!

Le congregazioni tradizionali sono sicure?

Attenzione, tutte le deviazioni di cui parlo possono verificarsi ovunque, anche tra i certosini! Ma, nelle congregazioni tradizionali, ci sono i mezzi per reagire. La devianza rimane locale e tutto il corpo può proteggersi. È vero che la saggezza si cristallizza nel tempo. Detto questo, esiste una formula che viene utilizzata al di fuori della Certosa e che mi prendo cura di non vendere così com’è: ” La Certosa non è mai stata riformata, perché non è mai stata deformata. Non sono completamente d’accordo. La formula corretta sarebbe quella di dire: la Certosa non è mai stata riformata, perché è sempre stata riformata! I nostri predecessori hanno fatto la cosa giusta nel corso della storia. Se il Capitolo Generale non avesse svolto il suo lavoro e se le visite canoniche non avessero mai avuto luogo, la Certosa non esisterebbe più!

Precisamente, in che modo una comunità può proteggersi dagli abusi spirituali?

La comunità deve sviluppare il suo sistema immunitario. Il principio di base è quello del potere e del contro-potere. Il sistema immunitario deve essere in grado di individuare un difetto e quindi risolverlo agendo. Richiede quindi lucidità e mezzi. La formazione dei funzionari per esercitare l’autorità può avvertirli dei pericoli che affrontano e aiutarli a scegliere la strada giusta. Ciò che salva anche è avere una formazione religiosa iniziale e continua per resistere. Perché i giovani pieni di entusiasmo e illusioni spesso non hanno i mezzi per difendersi. Questa formazione è una pietra fondamentale della salute umana e spirituale di una comunità religiosa, la Chiesa insiste enormemente su di essa oggi. Troviamo anche la necessità di avere una visione esterna obiettiva della comunità. Una visita canonica o un Capitolo generale è un’opportunità per individuare deviazioni. Inoltre, so che alcune vittime sono arrabbiate con i vescovi che non hanno reagito in tempo. È possibile, ma molto spesso il vescovo non ha i mezzi per realizzare ciò che sta realmente accadendo. Dall’esterno, cosa può fare?

E le famiglie hanno un ruolo speciale da svolgere?

Credo che a livello comunitario non siano in grado di diagnosticare anomalie. Ma a livello individuale, possono essere consapevoli delle preoccupazioni. Quando qualcuno entra nella Certosa, le famiglie sono spesso preoccupate. Il primo incontro è quindi un’opportunità per vedere per ciascuno di loro che il loro figlio si sente bene, il che li rassicura e accettano. Ma se la famiglia nota una sensazione di depressione, se nota una distanza che si crea, una legge del silenzio, la sopravvalutazione del carisma o del fondatore, ora che questi fenomeni sono ben noti, possono porre domande e svolgere il ruolo di un allarme. Probabilmente non sarà ascoltato, ma la piccola crepa creata un giorno potrebbe aiutare ad aumentare la consapevolezza.

Quando Roma prende sanzioni contro le comunità, c’è il rischio di errori di giudizio?

Di regola no! Gli eccessi di gravità da parte di Roma sono piuttosto difficili da trovare. Piuttosto, il problema è che Roma non agisce abbastanza rapidamente. Manteniamo l’esempio dei Legionari di Cristo in cui gli abusi hanno richiesto anni e anni per essere considerati.

E le false testimonianze?

Può esistere, ma la malafede su queste questioni è piuttosto rara. La commissione Sauvé si aspettava molte false testimonianze, ma ne trovò pochissime. Non conosco tanti casi di “false testimonianze” reali. Ciò non significa che dobbiamo prendere tutto alla lettera quando riceviamo una testimonianza. I fatti descritti dalla vittima non sono generalmente disponibili. È l’analisi della vittima che a volte può essere qualificata.

Infine, non è paradossale vedere che è nel luogo che dovrebbe essere il più santo nella Chiesa che a volte troviamo crimini abietti?

Non lo diciamo più troppo, il demone esiste e colpisce nel posto più importante. C’è un Apoftegma che descrive il diavolo che raccoglie le sue truppe per stimare i loro risultati … Un demone si vanta di aver causato tempeste per uccidere migliaia di uomini, ma riceve un pestaggio, perché gli ci sono voluti mesi per raggiungere i suoi scopi. Un’altra guerra fomentata, ma ci è voluto anche troppo tempo … L’ultimo demone arriva spiegando che ha tentato un solitario nel deserto e che ha finito per sconfiggerlo dopo quarant’anni di combattimenti. Il diavolo si congratula con lui e si offre di venire a sedersi vicino a lui! Il demone sta ancora cercando di colpire la testa. Questo è il significato dell’ adagio latino “corrottiio optimi pessima”(non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio)

Un sermone per l’Annunciazione

Annunciazione Pedro Berruguete Certosa Miraflores Burgos

Annunciazione Pedro Berruguete Certosa Miraflores Burgos

Oggi per la festa dell’Annunciazione, nella quale si celebra il mistero dell’Incarnazione del Verbo, vi propongo un edificante sermone di un priore certosino, rivolto ai suoi confratelli. L’unico Vangelo a parlare di questo episodio è il terzo, quello di Luca (Luca, I, 26-38). In questo passo del Vangelo si racconta di come l’angelo Gabriele sia apparso a Maria, a Nazareth e le abbia annunciato che sarebbe diventata, per opera dello Spirito Santo, madre del figlio di Dio, il Messia Gesù.

Miei venerati padri e cari fratelli,

Un giorno, pensando a sua madre, Gesù disse: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Qualche tempo dopo dirà agli ebrei infedeli: “Chi di voi può accusarmi di peccato? Se ti dico la verità, perché non vuoi credermi? Colui che è nato da Dio ascolta le parole di Dio; tu non ascoltarli, perché non sei di Dio “.

Gesù rivolse queste parole agli ebrei infedeli, e senza dubbio le pronunciò con profondo dolore. È triste e doloroso vedere anime vicine alle parole d’amore. È il primo atto del dramma della Passione. Iniziamo chiudendo i nostri cuori alla parola di Dio, domani crocifiggeremo coloro che la parlano.

In questa festa dell’Annunciazione, che coincide con il tempo della Passione, vorrei parlarvi di questa parola di Dio che risuona nei nostri cuori mentre risuonava nel cuore di Maria e nei cuori degli ebrei. Ne saremo fedeli? Seguiremo l’esempio di Maria o, al contrario, come gli ebrei, rifiuteremo la parola di Dio?

Gesù stesso ci fornisce la ragione della nostra scelta: “Colui che è nato da Dio”, ha detto, “ascolta la parola di Dio; non lo stai ascoltando, perché non sei nato da Dio”. Questa è la ragione profonda per cui chiudiamo gli occhi alla verità e rifiutiamo di credere alle sue parole. “Non siamo nati da Dio”. Quindi cosa significa “nascere da Dio”? Cosa significa San Giovanni con queste parole che sembrano essere una delle vette del suo Vangelo? Dal prologo non dice: “A coloro che credono nel suo nome, che non sono nati né di carne né di sangue né di volontà carnale né di volontà umana ma di Dio, dà il potere di diventare figli di Dio “. Cos’è questa misteriosa nascita senza la quale è impossibile ascoltare la parola di Dio?

I teologi hanno certamente cercato di spiegarlo, ma per capirlo veramente devi prima viverlo. Quando l’anima è silenziosa in essa, quando è distaccata da ogni agitazione, quando, spogliata di tutto, si trova davanti a Dio in uno stato di vuoto, senza azione nessuna delle sue facoltà, allora sembra percepirla come una vita nuova e silenziosa che si diffonde in essa. È la vita di Dio. È davvero come una nuova nascita per l’anima. Sembra entrare in un nuovo mondo in cui tutto è luce e amore, calma e pace. È nata da Dio. È una generazione incessante, simile a quella del Figlio nella Trinità. In questo silenzio l’anima può ascoltare la parola di Dio.

La prima cosa che appare allora è Cristo. Appare in tutta la sua purezza, in tutta la sua bellezza. È lui che il Padre mostra all’anima, ed è lui la luce e l’eterno esempio che illumina l’anima e gli mostra cosa deve fare. È la parola di Dio e l’anima contempla e crede in lui. Questo è il primo atto di chi, nato da Dio, ascolta la sua parola. Troppo spesso, proprio le persone che, figli di Dio, sono piene di buona volontà, trascurano di contemplare a lungo e amorevolmente questa parola per realizzare immediatamente ciò che richiede. È un grosso errore. In generale, la parola deve essere ascoltata a lungo, in modo che venga data una risposta che non provenga solo dalle nostre azioni ma dal nostro cuore. Ciò che Gesù chiede non sono solo gli atti materiali, ma è soprattutto questo movimento del nostro cuore che deve informarli del tutto. Troppo spesso crediamo di aver fatto tutto quando abbiamo compiuto l’atto materiale richiesto da Dio, ma chi vede il fondo dei nostri cuori conosce il quasi totale nulla del nostro dono. Inoltre, troppo spesso, per non aver messo la nostra anima in questo stato di vuoto, totale distacco in cui siamo nati da Dio, per non aver ascoltato la parola di Dio abbastanza a lungo, per non aver preso abbastanza consapevolezza di questa parola e di ciò che ci chiede, per non averla lenta e amorevolmente contemplata, con quale frequenza le nostre azioni non nascono da carne e sangue? Quante volte non nascono da un cuore impuro pieno delle sue passioni e del suo entusiasmo? Ma chi può dire la bellezza di questi atti nati dalla mente, per quanto umili, per quanto oscuri possano essere? Di questi atti nati dalla contemplazione della Parola di Dio e quali sono gli scambi di una vita? Questi sono atti che sorgono sia da Dio che dall’uomo, atti pieni di vita divina, che sorgono dal cuore dei santi.

Quindi gli ebrei, nel loro orgoglio, persuasero di avere la luce ma guidati dalle loro passioni, crocifissero Gesù. Questa è una grande lezione di umiltà per noi. Non dobbiamo credere troppo facilmente di avere la luce, ma in questa festa dell’Annunciazione dobbiamo guardare Maria e chiederle molto umilmente di sapere come pronunciare in ogni momento della nostra vita, con la stessa purezza che l’ha ispirata, le parole che lei rispose all’angelo: “Ecco l’ancella del Signore, lascia che sia fatto a me secondo la tua parola.” Queste sono parole di luce che traducono il cuore di Maria e il suo totale abbandono come devono tradurre il nostro. Così sia.

Annunciazione 1969

In certosa al tempo del Coronavirus

serracovid

Cari amici lettori non avrei mai voluto scrivere un’articolo sul tema riguardante questa immane tragedia che il genere umano sta affrontando. Ma la comunicazione deve adattarsi ai tempi, pertanto in questo periodo nel quale siamo tutti costretti in una clausura obbligata nelle nostre case, percepiamo, seppur lontanamente, la scelta volontaria di chi opta per la vita monastica eremitica. Vi propongo una interessantissima intervista al Padre Priore della certosa di Serra San Bruno, che torna ad esprimersi sul tema. Alcune ore fa in piena quarantena, gli sono state poste delle domande alle quali ha risposto illustrandoci su come si vive in certosa al tempo del Coronavirus.

Dom Ignazio Iannizzotto

In che modo state vivendo questa situazione di emergenza da Covid-19 all’interno della Certosa di Serra San Bruno? Avete cambiato qualcosa negli stili di vita e in quei momenti di agape comunitaria e fraterna che la regola consente?

«La regola certosina comporta già una notevole separazione dal mondo che, in qualche modo, corrisponde a ciò che le autorità ci stanno chiedendo e quindi la nostra vita in concreto non è cambiata molto. I momenti di fraternità all’interno della clausura in fondo sono equiparabili a quelli di una normale famiglia che vive nella propria casa, tuttavia abbiamo voluto che alcuni aspetti della nostra vita sottolineassero la nostra comunione con tutti coloro che vivono con sofferenza questo periodo. Penso soprattutto alla privazione dell’eucaristia per tanti fedeli, per questo abbiamo deciso di rinunciare ad un segno molto importante nella liturgia certosina, che si è mantenuto fin dai primi secoli: la comunione al calice per tutta la comunità. Ripeto, oltre ad una scelta di prudenza igienica, per noi è soprattutto un far memoria, attraverso questa rinuncia, della più grande rinuncia a cui sono costretti tanti nostri fratelli e sorelle. Abbiamo anche scelto di fare lo “spaziamento” settimanale dentro le mura del monastero soprattutto per evitare nella gente ambiguità riguardo la possibilità o meno di fare passeggiate».

La Conferenza Episcopale Italiana nel comunicato del 12 marzo ha affermato che si può contare su un’azione orante continua per il Paese, che proviene dai monasteri…

«Penso che questo virus, che è dilagato proprio durante la Quaresima, sia un’occasione per noi monaci di andare al cuore della nostra vocazione di comunità orante “separati da tutti, ma uniti a tutti”. Questa coscienza del compito prioritario della preghiera riconduce tutte le nostre comunità all’essenza della vita monastica. Dobbiamo sentirci responsabili delle Messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della liturgia che continuiamo in coro. Ci è stato dato questo privilegio non certo perché siamo migliori, anzi, forse proprio perché non lo siamo! Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere va vissuta senza sentirci uniti a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, raccogliendo l’implorazione di tutti ed offrendo al Padre la nostra impotenza, il nostro timore, la nostra speranza».

La necessità di contenere e contrastare il contagio da Coronavirus impone a tutti noi di restare a casa e di stravolgere così le nostre abitudini. Non è semplice limitare gli spostamenti e vivere per settimane all’interno delle quattro muova domestiche. Mentre voi monaci scegliete già una vita che si stabilizza in un luogo, la Certosa, in questo caso, tanto da fare persino voto di stabilità. Che consigli si sente di offrire a chi ci legge, per sfruttare al meglio questo periodo di “quarantena”, anche come occasione di crescita spirituale?

«Il rapporto col tempo è una delle chiavi fondamentali della vita spirituale. In questo periodo l’esperienza che tutti stanno facendo è quella del “fermarsi”, si tratta di una dimensione nuova, a cui non si era abituati, infatti è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale moderna; neppure per le vacanze ci si ferma veramente, niente può arrestare la nostra corsa affannosa per approfittare della vita, delle del tempo ed anche delle persone. Fermarsi invece vuol dire ritrovare il presente, la vera realtà della vita e del tempo. Nel Salmo 45 Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza tra di noi: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (Sal 45,11-12). Dio ci chiede di fermarci, non ce lo impone, ci chiede de fermarci come ci si ferma davanti ad una persona amata, o davanti a qualcosa di bello che ci riempie di silenzio. Fermarsi davanti a Dio significa riconoscere che la sua presenza, riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore».

Che cosa la tradizione monastica e, in particolare, quella certosina hanno da insegnare sull’importanza di scandire con regolarità e ordine i momenti della giornata?

«Si dice che i monaci vivano al ritmo della campana… In realtà la nostra regola ci insegna soprattutto a vivere ogni momento della giornata con quell’attenzione e quella disponibilità all’ascolto, che può aiutarci a riconoscere la ricchezza di tutta la realtà. Ogni cosa che facciamo, ogni attività che dobbiamo svolgere, anche il riposo, tutto ha una grazia propria, un tesoro che ci viene svelato e donato, se sappiamo fare tutto senza affanno e con regolarità. La nostra giornata deve essere quindi “sinfonica”, ogni cosa deve avere il suo valore e ogni cosa va fatta al suo momento giusto, senza creare disordine e senza attaccarsi all’una o all’altra attività a scapito delle altre: tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio e tutto è ricco di grazia».

In queste settimane i fedeli cattolici sono anche chiamati al digiuno dall’eucarestia: è una quaresima particolare, questa, in cui davvero si fa esperienza del “deserto”. Le Messe con il popolo sono sospese nella maggior parte del mondo occidentale, e non solo. Nella storia del monachesimo il digiuno dall’Eucarestia è ricorrente: in Oriente come in Occidente chi si ritira dai centri urbani per abbracciare una vita di silenzio e di contemplazione, eremitica, se non è sacerdote, non ha la possibilità di accedere all’Eucarestia, anche per anni. Su questo che cosa può dire il monachesimo all’uomo di oggi?

«La pratica quaresimale del digiuno eucaristico sopravvive ancora nel Rito Bizantino e, in forma minore, nel Rito Ambrosiano. Da noi, nei tempi passati, i fedeli si accostavano alla comunione piuttosto raramente, tanto che vi era il precetto che diceva di fare la comunione “almeno a Pasqua”. Oggi le cose sono cambiate e la possibilità di accostarsi quotidianamente all’Eucaristia è molto importante per la vita dei fedeli, tuttavia è anche importante mantenere vivo il bisogno e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, per riscoprire che ciò che ci viene donato è un mistero straordinario e per niente scontato. Nell’amore non c’è niente di peggio dell’abitudine e questo vale e soprattutto nell’amore per il Signore: Lui ci dona sé stesso in un atto di sacrificio che deve sempre trovarci colmi di desiderio e di gratitudine, di gioia e di timore. In questi giorni mi capita di pensare a quando finalmente sarà possibile per i fedeli riaccostarsi agli altari per ricevervi l’Eucaristia, immagino le loro lacrime, la gratitudine, la lode del cuore: sarà una vera Eucaristia!»

Questi giorni per la vostra comunità sono coincisi anche con la scomparsa del certosino Dom Elia Catellani, un uomo di grande spiritualità. Che ricordo Lei ha di Dom Elia?

«Quello che è notevole nella storia spirituale di D. Elia è la percezione che lui aveva della sostanziale unità della sua vocazione, pur nella molteplicità di vicende che ha attraversato. La sua forte propensione pastorale, il desiderio di incontrare la gente, di accogliere tante anime bisognose di conforto, tutto ciò che alla fine lo avrebbe portato a vivere fuori dalla Certosa, lui non lo ha mai vissuto in modo conflittuale o polemico, ma quasi con la semplicità di un bambino che non si pone problemi, con una grande libertà spirituale. Ed è proprio questa la dote monastica di D. Elia, che mi sembra importante evidenziare: una grande libertà spirituale, unita però ad un forte senso degli obblighi che aveva come religioso e come sacerdote. Se da una parte lui è stato sempre molto scrupoloso, così come anche fedelissimo al dovere della preghiera, d’altra parte la sua apertura mentale gli consentiva di accogliere, comprendere ed aiutare tutte le persone che si rivolgevano a lui, sia in Certosa che fuori. Infatti tutti lo ricordano sempre disponibile, sempre accogliente, sempre sorridente, quando gli si chiedeva un aiuto di qualsiasi tipo. La gioia che D. Elia sapeva esprimere ricorda quella caratteristica di San Bruno che si legge nel titolo funebre scritto, in occasione della sua morte, dai monaci di Calabria: Semper erat festo vultu (Aveva il volto sempre lieto). Chiunque ha conosciuto D. Elia ricorderà con affetto quel volto “sempre lieto” che lo faceva tanto somigliare al nostro Padre Bruno, una letizia che si trasmetteva a tutte le persone che lo incontravano, una letizia che con semplicità mostrava il vero valore delle cose che contano e di quelle che passano. Una letizia che sapeva esprimersi con un delicato sorriso, come quello che è rimasto sul suo volto perfino dopo il decesso e che tutti ricorderemo».

Ringrazio l’autore dell’intervista, che ha consentito a Dom Ignazio di illuminarci in questo tempo tormentato, con le sue parole sulle quali vi prego di riflettere e meditare…

Voglio in questo articolo invitare tutti a pregare per tutte le vittime, i loro congiunti e tutti gli ammalati di questo terribile morbo, che sta flagellando il nostro pianeta.

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Dom Dysmas de Lassus ci parla del suo libro

La Grande Chartreuse

Come corollario della intervista che vi ho proposto a inizio mese e dell’articolo che annunciava l’uscita del libro di Dom Dysmas de Lassus: Risques et dérives de la vie religieuse, oggi vi propongo un’altra intervista. In essa Dom Dysmas ha risposto, nei giorni scorsi, ad alcune domande rivoltegli dal sito francese Famille Chretienne, e che vi riporto tradotta in italiano, e divisa in due parti.

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Che cos’è un abuso spirituale? Come scovarlo? Come reagisce la Chiesa? Dom Dysmas de Lassus, priore della Grande Certosa, ha svolto per quattro anni un’inchiesta su un flagello che può condurre «a drammi inauditi». L’abbiamo intervistato.

Perché lavorare quattro anni sul dramma degli abusi spirituali?

Anzitutto, posso dire francamente che ho trovato nella vita religiosa più felicità di quanta ne avrei mai sognata. E non è tutto qui! Non dico però che sia facile. Degli incidenti… se ne trovano sempre… però non è chiudendo gli occhi che li eviteremo. Prendiamo l’esempio dell’aereo. Gli incidenti aerei colpiscono per la loro portata. Eppure si tratta del mezzo di trasporto più sicuro in assoluto. Questa sicurezza l’aereo l’ha conquistata a forza di perseveranza. Ogni grave incidente dà luogo a un’inchiesta approfondita col fine di scovare la causa esatta del dramma per evitare che si ripeta.

Indagare per guarire, è dunque questo l’oggetto del suo lavoro…

Quel che ha motivato la mia inchiesta è l’incontro con diverse persone distrutte da abusi spirituali. È perlomeno drammatico sentire delle religiose che avevano abbracciato la vita consacrata con generosità e che sono diventate incapaci di pregare! Ogni caso è unico e a sé, ma ho constatato con stupore i punti che nei diversi racconti si ripetevano identici. E poi insomma credo che non possiamo più tacere queste situazioni! Per i fedeli, il fatto di aver nascosto degli abusi è forse uno scandalo maggiore degli abusi stessi. L’attitudine della Chiesa volta ad ascoltare le vittime e a metterle al centro è una novità.

Davvero? E lei a quando fa risalire questo cambiamento?

La Chiesa è cambiata nel 2019, in Francia. Ciò è meno evidente in altri paesi, come gli Stati Uniti: lì non vogliono più rogne, quindi non bisogna più avere vittime… ma è a queste che si sta pensando, anzitutto? Per tornare alla Francia, nel quadro degli abusi sessuali sono comparsi molti studî dedicati. E poi molti eventi hanno spinto la Chiesa a reagire, finalmente. Il processo Barbarin, per quanto sia stato lamentabile da certi punti di vista, ha avuto un effetto considerevole. In quest’occasione, come pure durante la riunione dei vescovi di Francia a Lourdes alla fine del 2018 o durante il summit romano sugli abusi, nel 2019, i partecipanti hanno sempre detto che quanto aveva cambiato il loro sguardo era l’aver potuto sentir parlare direttamente le vittime.

Siamo franchi: se non ci fossero stati tutti questi processi pieni di rivelazioni che hanno fracassato e umiliato la Chiesa, saremmo ancora immersi nel fango e gli abusi sarebbero proseguiti. È un poco triste, che la Chiesa non sia stata capace di fare da sola il lavoro su di sé, e che ci siano voluti dei giornalisti o talvolta delle persone malevole. Non era questo il modo migliore in cui la cosa sarebbe potuta andare… ma almeno s’è rotto il ghiaccio. La Chiesa ha reagito dunque sulla questione degli abusi sessuali. Penso anzi che oggi se ne possa essere fieri – evidentemente non per quanto concerne il passato – ma sulla maniera in cui oggidì le cose vengono trattate. Resta da svolgere lavoro analogo sulla questione degli abusi spirituali.

A questo punto la Chiesa è davvero capace di ascoltare le vittime?

Sì. E bisogna capire per bene che se non lo farà tutto riprenderà come prima. La sordità di alcuni responsabili ha portato a drammi inauditi. Sapete, ci sono circostanze in cui si ascoltano vittime di abusi con lo scopo di farle tacere. Questo capita quando la reputazione della comunità oppure l’interesse personale sono più forti della sofferenza altrui. Bisogna rovesciare la cosa e passare dal riflesso “la vittima è una minaccia” a “la vittima è un medico che mi diagnostica un cancro”. Insisto: il medico che vi annuncia un cancro non è vostro nemico.

Come definisce, lei, il cancro mortale dell’abuso spirituale?

I vescovi svizzeri hanno fatto il lavoro per me. Lo hanno definito come “ sfruttando un ascendente morale ”. Ciò significa che la persona che ha un ascendente morale (genitore, insegnante, padre spirituale, superiore, ecc.), Invece di esercitarlo nel senso del servizio, lo utilizzerà sfruttando l’altro per il proprio profitto. In un contesto ecclesiale, si potrebbe dire che il potere per le pecore diventa un potere sulle pecore. Il pastore non è più al servizio delle pecore, ma le pecore al servizio del pastore. Infine, la domanda è sapere come viene utilizzato questo ascendente e quale limite ci viene posto. Più è grande, più la persona che lo tiene può usarlo nel bene e nel male. In realtà, gli abusi non ci sono esterni, sono potenziali all’interno di ciascuno.

Gli abusanti quindi non sono sempre personalità con una struttura perversa?

Quando sei un fondatore o un superiore adorato dalla tua comunità, è molto difficile resistere all’orgoglio. I membri di una comunità a volte aprono le porte al demone glorificando il fondatore durante la sua vita. Questo riflesso avrebbe potuto essere esacerbato dopo il Concilio, quando i cattolici provarono un senso di insicurezza e vollero rifugiarsi con persone “solide”. A poco a poco, il successo di queste persone, in buona salute in fondo, potrebbe andare alla testa. Nella mia riflessione, noto che nella maggior parte dei casi un padre abate che deraglia non è un personaggio perverso all’inizio. È il tempo, l’ambiente e poi l’orgoglio, la gloria, il potere che gradualmente lo fanno vacillare.

I superiori colpevoli di abusi ne sono consapevoli?

Penso che molto spesso sia incosciente. Non è un contraffattore che sa cosa sta facendo. Se il fondatore è convincente, è perché è convinto. Gestisce quindi l’obbedienza come uno strumento di schiavitù pur essendo convinto di essere nel bene. Questa incoscienza è più complicata da considerare in caso di abuso sessuale. Prendo atto che l’abuso sessuale è generalmente preceduto dall’abuso spirituale. Per tornare al mio punto, posso assicurarti che alcuni maltrattati sessuali che ho incontrato non hanno ancora capito il problema! Ciò che è incredibile è che le persone intelligenti a volte possono giustificare gli abusi dicendo: ” È un dono così grande che Dio ci offre che, per noi, è permesso. Peggio ancora: possiamo leggere le testimonianze delle vittime che affermano che il superiore sentiva che Dio non solo lo consentiva, ma che lo voleva! E ancora, queste non sono persone con malattie psichiatriche di base.

Non è dunque una comprensione sbagliata dell’obbedienza che evoca queste anime?

Nel mio libro non dico nulla di nuovo e straordinario sull’obbedienza religiosa. Ma sono colpito nel vedere che le cose che dovrebbero essere conosciute da tutti non lo sono! L’obbedienza è necessariamente a immagine di Cristo. Non è obbedienza a un uomo ma a Dio. Perché si materializzi, deve essere incarnato in una realtà. Passa quindi attraverso l’obbedienza a un uomo. L’obbedienza di Abramo si manifesta attraverso il sacrificio di Isacco. Attraverso questo atto, Dio gli permette di andare oltre nella sua obbedienza, non solo per desiderio, ma anche nel cuore della sua carne. Pertanto, dobbiamo sempre considerare l’obbedienza a un superiore come un’opportunità per poter obbedire a Dio con un atto molto concreto. Dà un significato incredibile a spazzare un chiostro. Ovviamente, l’azione richiesta deve sempre rispettare la mia umanità. Un religioso è un essere dotato di intelligenza e responsabile delle sue azioni. Di solito è quando l’obbedienza è focalizzata sul superiore che iniziano i problemi. Si dice spesso che il superiore sia per i religiosi l’immagine di Dio. Nello scrivere questo libro ho capito che, per il superiore, il religioso è l’immagine di Gesù. È un figlio di Dio che non è mai di proprietà di un uomo.

Continua…

 

Una preghiera di Dom Michele di Praga

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Voglio offrirvi in questo articolo odierno una preghiera di esortazione per fuggire dall’ambizione, concepita dal certosino noto con il nome Michele di Praga. Ma prima del testo della preghiera vediamo chi era costui.

La data di nascita di Michele non è nota, né il suo luogo di nascita. Il suo nome compare per la prima volta nel 1356 poichè risulta essere il Vicario della certosa Mariengarten di Praga, nonchè Visitatore della Provincia della Germania Superiore. Dal 1386 al 1387 fu priore della certosa di Aggsbach ed infine nel 1391 della certosa di Geirach nella Bassa Stiria, oggi Slovenia. Egli morì in carica il 27 settembre 1401.

È noto per i suoi scritti spirituali in latino. A Praga terminò nel 1387 la sua opera più nota Fürstenspiegel il cui titolo originale in latino è De quartet virtutibus cardinalibus pro erudicione principum (Delle quattro virtù cardinali per l’insegnamento di un principe). È un’opera sotto forma di dialogo che dedica a Roberto III del Palatinato, futuro imperatore del Sacro Impero. Da questo testo vi propongo una preghiera di esortazione a fuggire dall’ambizione:


“Fuggi da questo corruttore di anime, questo primogenito del diavolo, questa immagine del diavolo, questa trappola mortale, questa segno di dannazione, questo principio di rifiuto della giustizia fatto a Dio, questo seme di perdizione, questa ambizione che diventa idolo di se stesso, questo lavoratore dell’inganno, questa madre dell’ipocrisia, questa scimmia della carità, questo amico di dolore e questo nemico del santo riposo, questo spoliatore della gloria di Dio, questa continua lotta contro Dio, questo sottile avversario della verità, questa madre adottiva dell’aridità e dell’insensibilità ”.

Così sia.

“Del quartetto virtutibus cardinalibus pro erudicione principum” (Delle quattro virtù cardinali per l’insegnamento di un principe)