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  • Memini, volat irreparabile tempus

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  • I.F.S.B.

Si può comprendere Dio?

dom-dysmas-ed-il-cardinale-sarah

Ancora un passo tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Una domanda posta a Dom Dysmas de Lassus, il quale risponde con estrema semplicità e con la solita profondità che lo contarddistingue.

Mentre preparavamo questa intervista, dice Nicolas Diat, lei Dom Dysmas mi ha detto… “come succede con qualsiasi argomento importante, quanto più riflettiamo sul silenzio meno capiamo. Chi ha mai capito l’amore?” Si sente di confermare, questa dura osservazione piena di speranza, Eminenza?

Durante il mio noviziato, il Padre maestro mi disse di leggere ” I misteri del cristianesimo” di Matthias Joseph Scheeben. Alla fine di ogni capitolo, il teologo si curava di sottolineare che era poco quello che avevamo compreso, e che la maggior parte era fuori dalla nostra portata. Aveva ragione: quanto più studiamo un mistero, più comprendiamo che non capiamo, ciò accresce la nostra ammirazione. E’ una fortuna che ci scappano tante cose, ci resta un infinito per scoprirle. Le realtà meno conosciute sono piene di mistero. Quanto più la scienza avanza, progredisce, per esempio meno intende la amteria. Soltanto chi non ha riflettuto sul tempo, crede di sapere di cosa si tratta. “Chi può pensare di essere capace di scoprire il significato dell’azione di Dio in questo mondo?”

La contemplazione si alimenta soprattutto di ciò che non capiamo. Nella meditazione prova a comprendere qulcosa del mistero, nella contemplazione si meraviglia e ci si abbandona all’amore di Dio che ci supera. ” Se lo comprendi, non è Dio” scrive s. Agostino (sermone 117), nella fede la mancanza di comprensione è fondamentale; lontano da essere una frustrazione ci permette di sognare. Si apre uno spazio abissale ed il nostro silenzio scivola in quell’attesa.

“Meditationes”

copertina

291. Chi gode perfettamente di una cosa, dimentico di sè, quasi abbandonandosi a essa e disprezzando se stesso, tende a quel bene e non fa attenzione a ciò che avviene in sè, ma a ciò che accade in essa è. Gli angeli disprezzano se stessi, più di quanto facciamo noi. Infatti, tendendo con tutta la forza a Dio, abbandonano dietro di sè, con tutta la volontà, se stessi e le altre creature, non si degnano neppure di guardarsi, tanto si stimano spregevoli, Senza dubbio, disprezzandosi completamente, dimentichi di sè, si gettano interamente in Dio e non si curano di sapere che cosa sono o chi sono, ma ciò che lui è. Quanto più si disprezzano, distogliendo da sè lo sguardo e dimenticando se stessi, tanto più simili a lui, e quindi migliori, diventano.

292. “In pace, in lui, mi addormenterò e mi riposerò” (Sal 4,9). In colui che immerge nel sonno l’armonia dei cieli (Gb 38, 37), al punto che svanisce ogni movimento, il cuore non conosce turbamento nè timore (Gn 14, 27). Questo è il vero sabato.

293. O il medico non ama il suo malato, oppure lo cura senza dolore, se può e se è certo che ciò gli farà bene.

294. A chi può essere detto in tutta verità. ” Che cos’hai che tu non abbia ricevuto?” (cior 4, 7), per cui si debba vantare in se stesso e non nel Signore( Cor 1,31; Cor 10, 17)? Come dice san Gregorio, egli deve essere tanto più umile nel suo servizio per il fatto che deve renderne conto. A chi è stato dato molto, molto sarà richiesto ( Lc 12, 48).

295. Quando si amano i corpi e ciò che conosce a essi, l’amore che è vita, luce, libertà e una certa immensità, muore, si ottenebra, è legato e oppresso. Come l’oro non si liquefa se non mischiato con l’argentino vivo, allo stesso modo il nostro spirito dimora inviolabile e invulnerabile sinchè non è mescolato con l’amore dei beni corruttibili e deperibili, che non possono non mutare: una volta che il nostro amore è mischiato con loro, esso diviene corruttibile alla stessa maniera, se non di più. Una piccola ferita del corpo, per esempio il morso di una pulce, causa nell’anima un forte dolore. Per il morso di una pulce sia la tua anima sia il tuo corpo sono feriti, l’una per il dolore, l’altro per la ferita. E tu credi che, una volta guarita la ferita del corpo, anche la tua anima sia tornata sana,; tuttavia, ancora dimora in essa quella debolezza che l’ha resa vittima del corpo ferito. Senza dubbio, in questa vita, la fragilità del corpo è irreversibile, e tende, anzi, a peggiorare. La sanità dell’anima, però, se non comincia su questa terra, non sarà acquisita nel mondo a venire.

La Grangia di Vigano certosino

Grangia Vigano

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui vi parlerò in questo articolo è quella situata nell’attuale comune lombardo di Gaggiano, ma più precisamente nella frazione denominata Vigano certosino proprio per l’insediamento monastico.

Va premesso che la notizia più antica relativa al borgo di Vigano è del 1118, anno in cui un certo Leopertus de Vigano vende dei beni di quel luogo. Luogo abitato fin da tempi remoti, in pieno Medioevo diviene quindi sede di un piccolo castello. Il 30 giugno del 1400 Gian Galeazzo Visconti, dona alla certosa di Pavia questo insediamento. I monaci lo adibirono a comunità agricola, detta grangia, curando la bonifica di queste fertili terre. La trasformazione da fortilizio in locale casa certosina, dette origine ad un complesso agricolo di notevole razionalità e fascino, organizzato attorno ad un cortile a portici.I certosini, fornirono il villaggio di un muro di cinta, di un’osteria e di una locanda oltre a far costruire la chiesa parrocchiale dei S.S. Eugenio e Maria, a fine XV secolo, con i suoi antichi affreschi.

La grangia di Vigano fu ultimata nell’aprile del 1511 dal pittore Bernardino de Rossi (doc. 1484-1514), commissionata dai monaci della Certosa di Pavia, fu composta da elementi iconografici che risentono dell’estetica certosina. Il ciclo, non sempre di facile ricostruzione, prevedeva in alto, al centro, sopra la grande finestra circolare, il Padre Eterno benedicente, circondato da angeli in volo; più in basso, in cornici coronate dalle sigle “GRA CAR” (Gratiarum Cartusia o Certosa delle Grazie), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata, inseriti in nicchie marmorizzate che simulavano uno sfondamento prospettico. Al di sotto, alla sinistra del portale, comparivano forse Sant’Ugo di Grenoble e a destra Sant’Eugenio vescovo. Sulle paraste, in alto, a sinistra del Padre Eterno, era visibile San Bernardo di Chiaravalle mentre a destra era dipinto, munito di una coscia di mula, il beato Guglielmo Fenoglio. Sopra il portale appariva il medaglione con il profilo del donatore Gian Galeazzo Visconti, infine, ai lati delle paraste, due Santi di ampie proporzioni, identificati anche con San Cristoforo e San Rocco. Oltre a fungere da grangia fu anche adibito a ospizio, trasformando l’antica fortificazione in una dimora per i religiosi vecchi e malati con annesso oratorio. Più precisamente questa trasformazione deve essere avvenuta tra il 1557 e il 1565 quando invece si fa menzione dell’Ospizio adibito dai religiosi a propria residenza e al quale è annessa un’osteria aperta sulla piazza. A questi anni deve risalire anche l’Oratorio dedicato a Sant’Ippolito e i cui affreschi furono eseguiti da Aurelio e Giovan Pietro Luini (due dei quattro figli del più celebre Bernardino, probabilmente ricavato con la ristrutturazione della cappella del Castello menzionata alla fine del ‘400 e nei primi decenni del ‘500. Nel 1769 Maria Teresa d’Austria soppresse tutti gli ordini religiosi e i relativi monasteri compreso la grangia di Viganò. In quell’anno i religiosi presenti erano 29. Nel corso del 1785 e del 1786 i beni del monastero vennero dapprima inventariati e poi messi all’asta pubblica. L’ospizio, le case, l’osteria, le cascine e le terre vennero disperse tra diversi acquirenti. Divenuta proprietà privata, è abitato da un gruppo di famiglie ed è sede di un’associazione (Mambre) , recentemente è stata completamente restaurata. Oggi, se ne ammira l’ingresso dalla attuale Piazza san Brunone. Si scorge sulla facciata esterna, più precisamente nella parte superiore del portone centrale, un affresco che risale al 1700 raffigurante l’apparizione della Vergine col Bambino e due monaci certosini. Nel centro si intravede la certosa di Pavia. L’affresco è sormontato da una targa in cui è inserita l’arma dell’antico ducato di Milano. All’interno dell’edificio v’è un piccolo cortile su cui si affaccia un interessante porticato. Apprezzabili sono un bel locale con due colonne in granito e volte a crociera adibito un tempo a sala capitolare e la cappella (Oratorio di Sant’Ippolito), restaurata nel 2008.
Sulla facciata posteriore della grangia è possibile vedere incise a graffito sul muro le date dei vari rifacimenti. Sopra il portone prospiciente il fossato si vede la data 1692 sovrastante la meridiana  con la scritta GRA CAR.

Le foto ed il breve video che seguono, ci mostrano alcuni scorci interessanti.

 

 

Fratello Garcia Gonzalez

converso al lavoro

Nell’articolo di oggi ancora la testimonianza di una vita esemplare di un fratello converso certosino.

Fratello Garcia Gonzalez

Professo della certosa di Paular

Garcia González è nato a Colmenar de Orcia, villaggio del regno di Toledo. Era una di quelle anime generose che entrano con impeto nelle pratiche della vita cristiana, che poi proseguono senza rilassamento e tendono alle più alte vette del sacrificio Considerando le massime del mondo alla luce della fede, si sentì sopraffatto da un disgusto insormontabile per le cose del tempo e sospirava solo per Dio Insensibilmente la sua pietà diventa più illuminata, la lotta contro il carattere più deciso; l’anima in una parola inizia a vivere una vita soprannaturale. Ecco perché non ha sorpreso nessuno, quando ha scelto di recarsi alla certosa di Paular per indossare l’abito di converso. Eravamo nel 1558. Aveva un concetto troppo alto della sua vocazione per non garantire o trascurare il suo successo. Alla base del suo edificio pose, come pietra angolare, la povertà evangelica. In realtà, quali sono tutti gli imperi del mondo, tutte le ricchezze della terra? È solo in questa condizione che può costruire in modo solido e duraturo, definirsi figlio di San Bruno e discepolo di Gesù Cristo, il povero per eccellenza. Di per sé, non c’era nulla di superfluo; mancava ciò che era necessario. Non voleva cambiare la sua cella proprio perché non trovava tutto ciò di cui aveva bisogno in lei. Mobili più completi, più vestiti, più utensili sarebbero legati alla professione di un uomo che, in effetti, è più infelice, l’ultimo dei mendicanti? Può fare ciò che gli sembra buono del boccone di pane che gli dà; il religioso non è libero di distoglierlo dal suo uso. I suoi vestiti, per quanto consumati, sembravano sempre troppo buoni. “Hai mai incontrato un povero uomo ben vestito?” Queste prelibatezze saranno forse paragonate a rigaglie, inezie ed esagerazioni. Coloro che sanno che cos’è la santità non la penseranno così. In queste piccole cose, l’anima testimonia allo stesso tempo un grande amore per Dio e uno zelo riflesso dalla perfezione. Per quanto riguarda l’obbedienza, continuava a dire che non aveva mai provato la minima difficoltà nell’eseguire gli ordini di un superiore. Un segno sarebbe stato sufficiente per farlo andare a piedi e senza viaggiare fino alla fine del mondo. Raccomandò ai suoi fratelli di abbandonarsi interamente ai disegni della Provvidenza, affermando che avrebbero trovato in questo abbandono di se stessi le forze prive di natura. “Non cercare, credi in me, per sottrarti da questo benedetto giogo. Ho sottoposto per primo il tuo giudizio; obbedire con la gioia dello spirito e la prontezza della volontà. È l’unico modo per non perderti. “La sua condotta non era altro che un commento a questa teoria. Un fatto dimostrerà come ha capito la santa indifferenza. Il Priorato di Paular ricevette un giorno l’ordine di mettere in risalto alcuni religiosi della sua comunità e di inviarli a Granada dove erano disposti ad inaugurare la vita comunitaria della nuova certosa.

Il fratello Garcia dovette far parte di questa piccola carovana. Aspettando l’ora della separazione, – un dettaglio di cui non ha nulla di cui preoccuparsi, – persegue il suo ritmo normale, pregando e lavorando con una calma sorprendente. Al segnale dato, i viaggiatori si riunirono all’ingresso della casa, dove il priore li benedirà un’ultima volta. Manca solo la chiamata, ed è proprio fratello Gonzalez. Lo cercano e non lo trovano né nella cappella di famiglia né nella sua cella. Dove può essere? Uno di loro ricorda di andare alla sua obbedienza e lo trova con il fatto di lavorare. “Cosa ne pensi,” disse lui? I confratelli stanno per perdere la calma. Vai nella tua cella e vieni il prima possibile. “E il buon Fratello rispose senza sentirsi commosso:” Ecco la chiave della cella. Sono pronto Dove è impostato per me? “E si lascia in questa strana veste. Il lavoro manuale può essere paragonato a un anello solido che fissa la leggerezza dello spirito, lasciandolo libero di ascendere a Dio. Il converso ardente, a cui ci consacriamo questa notizia, era sempre al primo posto nella loro stima la conoscenza dei loro doveri religiosi, ha studiato con umiltà e senza sosta nella condotta degli altri, senza alcun caso delle proprie virtù, anche se erano più che volgare. Una cosa rara tra gli uomini, vedeva in se stesso non più di difetti, in altri di buone qualità, e questo non per un motivo di invidia, ma per un motivo puro ed encomiabile. L’intera vita di Garcia González era stata solo una preparazione per la morte. I suoi quarantasette anni di professione erano una lezione per tutti. Una volta fortificato dai sacramenti della Chiesa, non distolse gli occhi dal cielo. Alla fine, dopo aver gettato i desideri più ardenti del suo cuore, mandò la sua anima ad unirsi eternamente con Dio, il suo unico amore e la sua fine suprema (18 settembre 1606).

“Meditationes”

copertina

286. Quando desideri l’ammirazione degli uomini, tu sei accecato dall’orgoglio. Vedi a quale miseria sei giunto. Considera, dunque la giustizia di Dio. Tu, infatti, ti sei proposto come dio, per essere ammirato, alla parte più eccellente delle creature, ma egli ti ha assoggettato alla parte più intima. Hai desiderato e hai fatto tutto quello che potevi per essere conosciuto, visto, lodato, ammirato, venerato, amato, e temuto da tutti. Ora, tutto questo la parte più eccellente di tutte le creature, le sole anime razionali, non lo deve che a Dio solo. Ciò che è accaduto, dunque, è giusto: tu che ti presentavi come dio alle più nobili tra le creature, hai considerato come dio ciò che in esse è più vile. E tu che hai voluto, con la tua perversa usurpazione, estorcere alle più elevate tra le creature l’omaggio dovuto da te a Dio solo, hai offerto la tua venerazione alle più vili di tutte, alla corruzione della carne e ai cadaveri. Infatti, ciò che hai pensato come dovuto a Dio solo, l’amore e il resto, tu lo hai prodigato alle creature con tutto il cuore. Quando, dunque, usurpi i beni di Dio, cioè la lode e il resto, hai perduto tutto ciò che appartiene all’uomo: lodare Dio ( è per questo, infatti, che sei stato creato) e il resto. E come non c’è nulla al di sopra di ciò che è supremo, nè al di sotto di ciò che è infimo, quando pretendi di elevarti più in alto del Bene supremo, sei respinto al di sotto di ciò che è più vile. Infatti, colui che gioisce di un bene, gli è necessariamente sottomesso per amore. Ora, tu gioisci delle cose più basse. Eccoti, dunque, ricacciato al di sotto degli esseri più vili, là dove non c’è più nulla. “Sarà gettato via come il tralcio” (Gv 15, 6) dice il Signore.

287. Se si desidera un bene che dipende da un altro bene, l’infelicità non è per questo evitata; al contrario,l’inquietudine e il bisogno aumentano e si intensificano. Occorre, dunque che desideri un bene che non dipende da un altro. Ora, tutti i beni sono tali in virtù della Bontà. Tutti hanno, dunque, bisogno della Bontà per essere buoni; la Bontà però, da parte sua, non ha bisogno di alcun altro bene. Essa è buona per se stessa. Amala, dunque, e sarai felice.

288. Tu non sei stato creato per essere visto, conosciuto, amato, ammirato, o lodato, ma per vedere, conoscere, amare, ammirare e lodare il Signore. Questo dunque ti è utile, non altro.

289. Il potere, in questo mondo, non è utile per noi stessi, ma per gli altri, sia per assisterli in ordine ai beni terreni, sia per esortarli a non commettere il male, per timore del castigo. Lo stesso si dica per l’eloquenza.

290. Colui che si rallegra di una forma corporea attribuisce il bene che gli sembra di ricevere non a se stesso, ma a quella stessa forma. Così la loda e la ama nel suo spirito. Non considera se stesso buono, ma pensa che quella forma lo sia, e si ritiene felice grazie a lei. Non dimora in se stesso, ma tende verso di lei, si trasfonde in lei con un’applicazione dello spirito e un assenso della volontà tanto più grandi quanto il suo godimento accresce ala sua ammirazione e il suo amore. Così se qualcuno danneggia quella forma o la rapisce, egli attribuisce a quello l’ingiuria subita, ma non alla forma stessa. Come aderire a lei è stato per lui il paradiso e la felicità, così esserne separato è l’inferno e la miseria. Comportati allo stesso modo nei confronti di Dio.

Lo spirito nuovo

a

Eccoci giunti ad un altro brano, tratto dal libro ” Intimidade com Deus” dall’originale francese “Parole de Dieu et vie divine”

Il sermone che vi offro oggi si intitola “Lo spirito nuovo”

Quando siamo incorporati nel Figlio, una perfetta intimità con Lui è l’oggetto legittimo della nostra speranza, lo scopo dei nostri desideri e dei nostri sforzi. Cresce in noi e dilata il nostro essere, in modo da renderci sempre più capaci del divino.

L’uomo rinnovato per grazia toglie tutte le sue facoltà dalle abbondanti ricchezze della Parola, mentre si spoglia di se stesso per rivestirsi della santità di Cristo. L’incorporazione ci inonda di sempre nuovi doni: il potere dello Spirito Santo, il potere divinizzante della grazia, la gloria che questa vita di unione è già segretamente riempita. “Perciò, come il prescelto da Dio, santo e amato, mettiti nelle viscere della misericordia, della bontà, dell’umiltà, della modestia e della pazienza” (Col., III, 12). “Sebbene l’uomo esteriore sia distrutto in noi, tuttavia l’interno viene rinnovato di giorno in giorno” (II Cor., IV, 16).

La fusione dell’anima con Cristo opera alla radice stessa dell’essere e all’inizio dei tempi: i simboli tratti dall’unione di sostanze create non richiedono di tradurre questa unità incomparabile e sempre nuova forgiata dall’amore. “Che tutti possano essere uno, come tu, Padre, sei arte in me e io in te, affinché anch’essi siano uno in noi” (Giovanni, XXII, 21).

Dio non mette da parte ciò che ha iniziato; al contrario, non cessa mai di perfezionarlo nell’anima: vuole che Cristo cresca in noi fino alla piena armonia dell’età adulta. Il suo Spirito si avvicina costantemente al Padre per unirci più intimamente con Lui. “Per tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Perché non hai ricevuto lo spirito di schiavitù di temere di nuovo, ma di ricevere lo spirito di adozione dei bambini, mediante il quale siamo chiamati, dicendo: Abba (Padre) “(Rom 8: 14-15).

Man mano che la conoscenza di Dio cresce in noi, la nostra fede nel Padre diventa più viva: più chiaro è per noi l’evidenza che Dio è carità, più pronta è la nostra anima a perdersi nel profondo di questo amore. Prendiamo l’amore del Padre attraverso il Figlio, ed è con Cristo che riposiamo nel seno del Padre: “Ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferito nel regno del Figlio del suo amore” (Col. I, 13). In questo modo, la vita condivisa con Cristo ci introduce nella patria della sua gloria eterna.

“Padre giusto, il mondo non ti conosceva, ma io ti conoscevo; e hanno saputo che tu mi hai mandato. Li ho fatti e li renderò noti a voi, così che l’amore con cui mi avete amato possa essere in loro, e io in loro “(Giovanni, XXVI, 25-26).

Tutti gli uomini possono vivere di questa inebriante verità se si lasciano liberare da essa, se, cessando di renderli gli oggetti del loro desiderio, li attraversano come passi fragili, come mezzi interamente ordinati per fini divini. “Conosciamo e crediamo nella carità che Dio ha per noi: Dio è carità” (I Giovanni, IV, 16).

Dio cerca di strapparci sempre più a fondo in modo che non viviamo più per noi stessi, ma per Lui e per Lui. La mia volontà, il mio cuore, il mio spirito sono stati sostituiti dalla volontà, dal cuore, dal spirito di Cristo; Io e io siamo uno nello spirito, e io sono identificato con Lui dall’amore: questa è l’esperienza e la gioia dei santi. “Non vivo più, è Gesù che vive in me!” (Galati II, 20).

Nulla incoraggia e rafforza il cuore come questa verità: “Tutte le cose sono tue, il mondo, la vita, la morte, il presente e il futuro; tutto è tuo; ma tu sei di Cristo e il Cristo di Dio “(I Cor., III, 22-23).

È questa, infatti, l’eredità di Cristo, l’opera che ha liberamente compiuto morendo per noi. “Ecco, voi siete purificati, santificati e giustificati nel nome di Gesù Cristo mediante lo Spirito di Dio” (I Cor. VI, 11).

Dobbiamo tutto alla grazia e siamo solo ciò che ci permette di essere, ma possiamo renderlo inefficace con le nostre infedeltà. Sorvegliare la sua crescita dentro di noi è l’oggetto degno del nostro sforzo. “La tua fatica non è vana nel Signore” (I Cor. Xv, 58). “Guardate, state saldi nella fede, e sii forte e forte” (I Cor., Xvi, 13).

Le debolezze terrene peseranno sempre su di noi finché vivremo in questo mondo. Gli eroi e i giganti della santità hanno sempre sospirato sotto la legge del peccato, che, come noi, non ha mai cessato di provare. “Insoddisfatto di me! Chi mi libererà da questo corpo di morte? “(Rom., VII, 24). Il rimedio per la nostra debolezza è il realismo della fede: uno sguardo franco alla nostra stessa miseria e alle ricchezze di Dio. Cristo ha operato in noi un’opera sublime, l’infusione di un’altra vita.

La fede ci illumina di una luce infinitamente più luminosa del giorno, la carità apre un orizzonte che la natura non può nemmeno sospettare. Il cristiano è un uomo nuovo e l’aria che respira interiormente non è di questo mondo; la sua esistenza fu riavviata secondo un piano divino. Sebbene continui a trascinare il peso del corpo e le sue inclinazioni inferiori, esso sei già diventato un membro di un’altra persona. “Metti via il vecchio con tutte le sue opere, e indossa il nuovo, colui che si rinnova continuamente nell’immagine di colui che lo ha creato, raggiunge la perfetta conoscenza. In questo rinnovamento non distingue tra schiavo e uomo libero, è Cristo che “è tutto in tutti” (Col., III, 9-11). “L’uomo che è in Cristo è una nuova creazione; le vecchie cose passarono; ecco, tutte le cose sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio “(II Cor., V, 17). Il cuore è nuovo, lo spirito e la volontà sono nuovi; sì, l’uomo è nuovo dal momento in cui si è aperto completamente alla grazia. E ciò che Dio gli dà, la vita divina, non può essere sradicato da tutto ciò che è stato creato, se non acconsente ad esso. “Chi ci separa poi dall’amore di Cristo? La tribolazione? L’angoscia? La fame? La nudità? Il pericolo? L’inseguimento? La spada? Ma tra tutte queste cose siamo conquistatori per lui che ci ha amati. Perché sono persuaso che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le virtù, né le cose presenti, né le cose future, né la forza, né l’altezza, né la profondità, né qualsiasi altra una creatura può separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore “(Rom. 8: 35-39).

Dom Marcellin Theeuwes è volato in cielo

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Dom Marcellin Theeuweesnell’ultima intervista

Carissimi amici una triste notizia ci ha raggiunti lo scorso 2 gennaio, proprio ad inizio anno l’ex priore Generale olandese ha lasciato la vita terrena. A distanza di una settimana voglio offrire alla sua memoria un ricordo che si unisce alle preghiere di noi tutti, estimatori della vita certosina e di quegli uomini che spendono la propria esistenza tra le mura di una certosa.

Ecco per voi una breve biografia di Dom Marcellin

Jacobus Johannes Maria, detto Jac, Theeuwes, nacque a Gilze-Rijen presso Bréda nei Paesi–Bassi, il 12 maggio del 1936 egli è il più giovane di sette fratelli. Ben presto Jac sentì la vocazione monastica entrando fin da giovanissimo dapprima per studiare, nell’abbazia cistercense di Marienkroon. E’ qui che egli successivamente prese l’abito monastico facendo la professione solenne. Ma la Provvidenza aveva in serbo per lui un altro percorso, difatti egli scopre attraverso la lettura di alcuni testi, la profonda spiritualità della vita certosina, e rimanendone attratto, decide di recarsi nella regione dell’Ain, in Francia nella certosa di Selignac facendo il suo ingresso il 7 dicembre del 1961. Entrando nei certosini Jac scelse all’atto della professione, avvenuta l’8 dicembre del 1966 il nome di Marcellin. Dopo esser stato ordinato sacerdote, il 25 giugno dello stesso anno, e fattosi notare per le sue doti, gli fu in seguito conferito l’incarico di Procuratore l’11 giugno del 1973. Nello stesso anno e con il medesimo incarico fu trasferito a Mougères, ma a causa della sopravvenuta soppressione di questa certosa Marcellin Theeuwes, fu costretto a trasferirsi il 17 novembre del 1977 alla certosa di Montrieux, nella regione del Var.

Trascorsi alcuni anni, il 27 aprile del 1983, Dom Marcellin fattosi apprezzare, fu eletto dalla comunità priore. Le sue eccellenti doti lo porteranno a diventare nel 1997, il priore della Grande Chartreuse, e dal 2005 alla morte di Dom André Poisson, egli diviene Reverendo Padre e Ministro Generale dell’ordine certosino, ovvero la massima autorità nella gerarchia certosina. Dom Marcellin Theeuwes è stato dunque il 72° successore di San Bruno, il quarto olandese nella storia dell’Ordine a ricoprire questa importante figura che deve garantire l’unità della famiglia certosina. Per motivi di salute, Dom Marcellin Theeuwes si è dimesso da questo incarico nel settembre 2012, chiedendo misericordia. L’accettazione delle sue dimissioni, gli è stata concessa sia dall’Ordine che dalla Santa Sede. I suoi ultimi anni li ha trascorsi ritornando nella Certosa di Montrieux, dove ha guidato i suoi fratelli come Priore. Si è spento lo scorso 2 gennaio a seguito di una lunga malattia.

Preghiamo, affinchè Dio e San Bruno lo accolgano in Paradiso!

Per una bizzarra coincidenza…lo scorso 6 gennaio la televisione olandese KRO / NCRV aveva nel suo palinsesto la programmazione di un’intervista, l’ultima, di Dom Marcellin Theeuwes rilasciata nello scorso settembre al giornalista Leo Fijen per il programma “Kloosterserie”. Prossimamente ve la proporrò, ma ora…..

Vi allego la vibrante testimonianza di Leo Fijen a seguito della scomparsa del compianto certosino da lui intervistato.

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Leo Fijen e Dom Marcellin Theeuwees

“Ho lavorato per la KRO per più di trent’anni e posso condividere le mie ricchezze nella fede e nella vita con gli spettatori. Tutti quegli anni e incontri mi hanno arricchito come essere umano. Lo scopri solo dopo. Poi vedi dove sei volato dalla curva e come sei diventato più saggio. Su quella strada non puoi fare a meno di guide che ti insegnano a dare un senso alle storie della tua stessa esistenza. La guida che mi ha insegnato la verità più profonda è senza dubbio Dom Marcellin Theeuwes. Per anni fu il priore di La Grande Chartreuse, quell’imponente monastero sulle montagne intorno a Grenoble, a 1000 metri di altitudine. I certosini vivono lì, diciotto ore al giorno in silenzio, quasi tutta la settimana da soli nella propria cella, senza una notte di riposo costante. Perché alle undici e mezza di sera si alzano per cantare e pregare insieme fino alle tre di notte.

Di questi certosini Dom Marcellin Theeuwes era il priore, a Grenoble ma anche di tutte le certose nel mondo. Ha guidato uomini che vivono nella solitudine, nella solitudine e nel silenzio e che cercano così Dio o si aprono a Dio. È una vita monastica che impressiona con rigore e richiede molta resistenza fisica dai monaci. La maggior parte dei novizi che iniziano con essi trovano molto difficile adattarsi. È semplicemente troppo pesante, mai una notte di sonno continuo, sempre in se stessi.

Era un sogno poter mai guardarci dentro. Nel 2004 quel sogno si è avverato, nella mia prima serie monastica. Avrei persino potuto passare una notte lì, senza una macchina fotografica. I suoi bagliori non sono i benvenuti. Non dimenticherò mai quella notte, come non dimentico mai il primo incontro con Dom Marcellin Theeuwes. Questo certosino di Rijen nel Brabante non è severo. È calmo, ha umorismo e può mettere le cose in prospettiva. Apparentemente, molto nella vita diventa relativo quando vivi per Dio, l’unico assoluto nell’esistenza dei certosini.

Con questo atteggiamento rilassato, Dom Marcellin Theeuwes parlò anche di Dio quindici anni fa. ‘Spesso guardo su. Sai cosa vedo? Niente di niente “, ha messo la sua ricerca in prospettiva e poi ha lasciato che guardasse nel suo cuore:” Talvolta ti chiedi se Dio ti ama ancora. Questa è una delle domande con la quale un eremita lotta con il più a lungo “. Poi mi ha mostrato la via, perché mi ha insegnato ad aprire la porta del mio cuore, a guardare le ombre della mia vita ed a sperimentare che Dio ti attende tra quelle delusioni. Questa è la più grande libertà che ci sia. Dom Marcellin Theeuwes ha sempre mantenuto quella saggezza, anche ora che è malato e sta affrontando la sua fine della vita in un monastero certosino, a 60 chilometri da Marsiglia.

Quindici anni dopo ho avuto il piacere e la fortuna di poter tornare ad intervistarlo. L’ho incontrato lo scorso settembre, è gravemente malato e può camminare solo con le stampelle. Ma la sua mente è lucida, la sua voce è potente e i suoi occhi brillano. Ha vissuto per Dio e vuole vedere Dio negli occhi. “Se il meglio della vita si è avverato, il mio sogno di essere un monaco certosino, potrebbe essere finita, questa vita”, ride. E poi lui mi porta nel chiostro verso il cimitero e mi mostra il posto dove sarà sepolto in seguito. Per la prima volta, una troupe televisiva può fare registrazioni in questo monastero dall’XI secolo. Marcellin Theeuwes ci insegna come morire. “Lasciami vivere e muoio di desiderio per Te. Tutto andrà bene”, prega senza sosta, giorno e notte. Con questa sicurezza osa morire e viene sepolto con la sua abitudine, con una croce senza nome. Perché Dio conosce il suo nome. Ed è abbastanza. “