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Un omelia per la Quaresima

copertina Palavras do silencio

In occasione del giorno in cui inizia la Quaresima, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino”. Essa fu realizzata in occasione della Quaresima del1993, e destinata alla propria comunità monastica, nella certosa brasiliana di Medianeira ed ora da me estratta dal libro “Palavras do Deserto”. Io la trovo davvero stupenda.

Quaresima 1993

Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41)

Carissimi fratelli:

All’inizio della Quaresima, la Sacra Liturgia – tradizionalmente – ci invita al percorso che conduce alla Santa Pasqua attraverso il deserto, il deserto della preghiera e della tentazione. Tutti gli uomini sono infatti impegnati in questo brano del Vangelo che ci offre la visione di Gesù di fronte alla tentazione; ma chi può negare che il monaco solitario sia particolarmente interessato per l’insegnamento di questo brano evangelico?

La nostra vocazione, in modo efficace, è una sequela di Gesù nel deserto, dopo Abramo, Mosè, Elia, Giovanni Battista, Antonio, Pacomio, Giovanni Cassiano, Benedetto e molti altri. Per tutti loro, la solitudine è stata una risposta ad una chiamata di Dio. Tale cammino, “a secco ed arido” (1.4), non è un desiderio spontaneo della natura. Questo è molto chiaro nel brano del Vangelo che ci dice: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). È lo Spirito che invita al deserto. Solo Gesù fu battezzato nell’acqua e nello Spirito. Lo stesso Spirito Santo, prendendo possesso di Lui in un modo speciale, lo conduce al deserto. Deserto: pienezza di intimità con il suo Padre celeste. Solitudine: luogo d’incontro intimo. I grandi solitari del passato si ritirarono, come Gesù, per mettersi davanti al Padre e trovare il Padre e la propria identità filiale, ed anche la sua missione: scoprire e ammirare l’infinito amore del Padre. Ma il Vangelo aggiunge una parola sorprendente che, nella tradizione monastica, non è passato inosservato. Il testo di San Matteo: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Una verità sconcertante che dobbiamo accettare così com’è, misteriosa com’è. Subito dopo il suo battesimo, il Padre manda il Figlio al deserto pieno dello Spirito Santo per combattere il diavolo.

Qui il Vangelo ci mostra un altro aspetto del deserto, luogo privilegiato del combattimento, della tentazione, come è anche un luogo di preghiera, d’incontro intimo con il Padre e di comunione con Dio. I nostri Statuti non lasciano questa verità senza sottolinearla: il solitario “passerà per la prova di una dura lotta (…) e sarà provato come oro nel fuoco” (1.3.2). Qui la tradizione monastica riceve la verità del Vangelo e la conferma per la vita e per l’esperienza. Sappiamo che ci sono molte prove e tentazioni nel deserto; e quello che dicono i Vangeli e la Tradizione, a tal scopo, siamo in grado di confermarlo con la nostra povera esperienza quotidiana. In un altro luogo dello Statuto, possiamo leggere una lunga citazione da San Giovanni Cassiano, in cui spiega il mistero che dobbiamo imitare: “Gesù, Figlio di Dio, si è degnato di offrire a noi nella sua persona l’esempio vivente della nostra vocazione quando, da solo nel deserto, si consegnò alla preghiera e vinceva il tentatore con le armi dello Spirito” (1.2.10 San Giovanni Cassiano, col 10 n.6).

Tutto questo cari fratelli, per farci ricordare e farci rendere sempre più consapevoli della dimensione della nostra solitudine. Il diavolo non è il frutto di una fertile e illusoria immaginazione dei tempi passati che l’uomo moderno potrebbe trascurare. È sempre il tentatore ed il bugiardo che cerca di allontanarci dell’amore del Padre, della croce di Gesù e delle ispirazioni dello Spirito Santo. Si tratta di um combattimento invisibile, ma molto reale. Nel Vangelo, uno degli aspetti più essenziali del mistero della nostra Redenzione è il combattimento personale di Gesù contro il nemico di ogni bene. È questa lotta che il monaco riceve e vive nel cuore. Dobbiamo essere attenti a questo aspetto della nostra vita. L’unica forza che può permetterci di trionfare è la vita stessa di Gesù risorto, la sua preghiera in noi e per noi, la partecipazione dello Spirito Santo, la grazia divina.

Si deve imparare a svelare la presenza e la tentazione del diavolo. Sapere anche rispondergli. È già stato notato che questo è il più grande insegnamento che Gesù ci lascia nella narrazione delle sue tentazioni. Secondo la tradizione spirituale, non si discute con il tentatore. Il dialogo che ci dice Luca è un modello. Gesù non discute. Dà risposte brevi, che sono parole di Dio, portatori dello Spirito Santo. Il nemico è sconfitto dalla Parola di verità, che ci spinge alla fiducia nel Padre celeste e all’obbedienza filiale. Se, pertanto, ci capita di trovarci in disturbo interiore, in insinuazione allettante, quando entrare nel nostro cuore la richiesta per il  male o la considerazione di un bene inferiore e fuorviante, sosteniamoci nella Parola di Dio e rifiutiamo ogni dialogo con quello che vuole sedurci attraverso un dialogo inutile e ambiguo, come l’ha fatto con Eva nel paradiso terrestre. Il dialogo con il diavolo è sempre pericoloso e l’inizio del consenso è l’inizio della piacevole accettazione, ma peccaminosa.

Ed il Vangelo di Luca, dopo aver narrato il triplice episodio della tentazione, conclude così: “il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”; alcune traduzioni dicono: “Fino ad un altro momento” (Lc 4,13). Si tratta, secondo alcuni Santi Padri, dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, agonia nella quale Gesù ci lascia un altro insegnamento sulla tentazione e come superarla. Ascoltiamo Matteo: “E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (26, 37-41). Qui abbiamo un altro insegnamento che la tradizione monastica non ha mai mancato di trasmettere: il monaco è esposto in modo permanente alla tentazione; la sua ascesi di debolezza, una debolezza che solo la perseverante preghiera può prendere umilmente nella lotta invisibile. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”. La mancanza di vigilanza e la negligenza nella preghiera, fa si che i discepoli non possano affrontare la tentazione né la propria debolezza; lasciano Gesù da solo nel suo combattimento.

Il capitolo della tentazione di Gesù nel deserto, anche se il deserto è considerato nella tradizione profetica come un luogo ideale d’incontro con Dio (cfr Dt 32, 10 e Os 2,16) e di intimità filiale con il Padre, offre con l’agonia di Gesù nel Getsemani, un unico insegnamento che è come una teologia riassunta della vita di Gesù e della sua opera redentrice attraverso la sofferenza e la preghiera: la battaglia invisibile. È anche l’immagine della nostra vita: Dio non garantisce una vita facile, né pane invece di pietre. È attraverso la prova e la preghiera che il monaco deve capire il senso della sua nuova vita in Cristo, della sequela di Cristo e la sua unione nell’opera redentrice del Signore.

Le tre tentazioni di Gesù, ed anche la sua agonia pasquale, hanno come punto finale l’accettazione umile, luminosa ed amorevole della volontà del Padre, anche della sofferenza e dell’umiliazione, l’accettazione filiale e fiduciosa ottenuta attraverso la preghiera.

Tutto questo non si riduce alle categorie del sforzo umano. Anche ci esige la vigilianza e la preghiera. È la nostra umile corrispondenza alla grazia divina. La Certosa non è il luogo dei grandi lampi spirituali. Mai è stata. Sappiamo anche che l’Ordine ha una avversione contro ogni manifestazione di singolarismo nella vita spirituale. La ragione è semplice: fin dai tempi più antichi, molti sono stati ingannati dalla loro immaginazione e dal loro desiderio indiscreto di si diventare visibilmente devoti. Direi che è il luogo della perseveranza nella vigilanza e nella preghiera. Il monaco è continuamente esposto alla tentazione, soprattutto se lascia la preghiera indebolire o la vigilanza addormentare. È attribuito al grande Abate Poemen questo apoftegma: “La grande prodezza dell’uomo spirituale consiste nel contare sulla tentazione fino alla morte”; e, d’altro canto, Antonio Abate diceva: “Sopprimi la tentazione e nessuno sarà salvato”. La tentazione è un aspetto della pedagogia divina: contribuisce a radicare l’anima nel bene, per farla crescere in amore – frutto della volontà e non della sensibilità. Frutto anche di una umile perseveranza nel bene e della sfiducia in noi stessi. Dio la permette per renderci più consapevoli della nostra debolezza di peccatori, per distaccarci della propria volontà, farci perdere la fiducia in noi stessi e farci contare solo sulla grazia divina. Ciò è essenziale nella vita spirituale. È così che il cuore si purifica e si unisce a Dio. Altro cammino è la costruzione sulla sabbia della immaginazione e dell’irreale. Dio vuole da noi questa accettazione della sua pedagogia, il frutto del suo amore. Accettazione umile, che è espressione autentica e non illusoria del nostro desiderio di Lui, della nostra preghiera, autentica espressione del nostro desiderio di crescere secondo la sua volontà e non la nostra. Lui sa di cosa abbiamo bisogno.

Vegliare e pregare per non cadere in tentazione.

Vegliare e pregare per crescere nella fiducia in Dio.

Vegliare e pregare affinché Egli cresca in noi e ci possieda totalmente.

Ricorda il cammino che ti ha fatto compiere il Signore tuo Dio in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti, per provarti, per conoscere ciò ch’è nel tuo cuore” (Dt 8,2).

Ricordati del Signore tuo Dio, poiché lui ti ha dato la forza (Dt 8,18).

Vegliamo, dunque, e preghiamo per non cadere in tentazione; ma, al contrario, percepiamo e conosciamo la pedagogia dell’amore divino nella prova.

Amen.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

L’ORDINE DELLE MIE RELAZIONI COL CREATO

L’ordine del piacere. – 65. L’utilità umana. – 66. Fisica. – 67. Intellettuale e morale. – 68. Divina. – 69. L’ordine completo degli strumenti.

  1. L’ordine del piacere. – Vi sono, dunque, per la mia vita, due interessi nelle creature: la loro utilità e il loro piacere. La loro utilità, come mezzo del suo progresso; il loro piacere, in quanto facilita tale progresso. Bisogna dunque vedere l’ordine del loro piacere e quello della loro utilità.

Anzitutto, è abbastanza evidente che il piacere, dovendo facilitare il compito dello strumento, debba essere subordinato a questo compito. Non si mette l’olio nella macchina se non secondo la natura del congegno e la necessità del lavoro. Un orologio non esige la stessa quantità né la stessa qualità d’olio di una macchina a vapore. Ad ogni strumento e ad ogni lavoro la propria misura.

E’ dall’utilità e dalla necessità che si regola la distribuzione e l’economia del lubrificante. Orbene, in modo analogo si deve regolare l’uso del piacere nella vita umana. Esso deve subordinarsi non soltanto al fine ma anche allo strumento e al lavoro di questo. Il piacere del cibo e della bevanda, ad esempio, dev’essere subordinato ai bisogni dell’alimentazione; il piacere del sonno alle necessità del riposo; i piaceri ricreativi alle necessità del rinnovamento delle forze. Ed è così su tutta la scala dei piaceri, dagli infimi ai più elevati, dai più materiali ai più spirituali. La regola assoluta è: prendere le soddisfazioni create nella misura e nelle condizioni necessarie al buon andamento del dovere. Esse devono facilitare, ma non ingombrare; soprattutto non arrestare.

 

  1. L’utilità umana. – Ecco dunque una prima subordinazione: quella del piacere all’utilità. Quest’ultima come dev’essere regolata? Nelle creature vi è una duplice utilità: quella che coopera al mio sviluppo umano naturale ed è l’utilità umana; e quella che contribuisce al mio progresso soprannaturale ed è l’utilità divina. Qual è l’ordine di relazione di queste due utilità? Esse debbono, senza dubbio, coordinarsi ed unirsi per non ostacolarsi. Come si stabilisce questa coordinazione e questa unione?

L’utilità umana è quella consacrata allo sviluppo del mio essere naturale: sviluppo materiale della mia vita fisica, sviluppo virtuoso della mia vita morale, sviluppo razionale della mia vita intellettuale. Quanti esseri ed influssi destinati dall’onnipotente sapienza dell’amore a concorrere a questo triplice accrescimento della mia vita di uomo!

Questi esseri e questi influssi conservano l’ordine della loro utilità se concorrono al mio accrescimento vitale secondo la regola della loro subordinazione. Perché, anche nell’utilità umana, vi è una subordinazione necessaria dell’interesse materiale all’interesse intellettuale e di entrambi all’interesse morale. La mia salute è importante, meno però delle mie cognizioni, le quali sono necessarie, ma non come le virtù.

 

  1. Fisica. – Le questioni relative alla protezione, al mantenimento ed allo sviluppo della vita materiale hanno la loro importanza e impongono dei doveri. Le molteplici preoccupazioni economiche del lavoro, del commercio, dell’industria, dell’igiene, ecc. sono in sé lodevoli perché concorrono ad uno scopo necessario. Tuttavia, l’interesse materiale, se è il primo nell’ordine delle necessità vitali, non è che l’ultimo nell’ordine di importanza e di dignità e, per conseguenza, dev’essere subordinato e riferito agli interessi ad esso superiori. Debbo occuparmi del mio corpo e, secondo le condizioni della mia vocazione, non trascurare le preoccupazioni di ordine materiale che m’incombono. Questo è un dovere, e ancorché sia l’infimo per ordine di dignità, tuttavia racchiude una quantità di obblighi gravi, i quali sono molto più considerevoli ed estesi per coloro che hanno, sotto questo rapporto, responsabilità di educazione, di assistenza e di direzione.

 

  1. Intellettuale e morale. – Lo sviluppo della mente è di un ordine molto superiore, poiché si è più uomini per la mente che per il corpo; ma il progresso morale è ancor superiore, perché è la virtù che termina e completa la dignità umana; si è più uomini per il cuore che per la mente.

Dunque, i mezzi che concorrono all’accrescimento fisico devono essere subordinati e coordinati a quelli che concorrono al perfezionamento intellettuale e questi devono concorrere al perfezionamento morale. La salute è per la mente e questa per la virtù: ecco l’ordine naturale. È in tal modo che debbo misurare l’uso dei miei strumenti. La mia forza fisica deve servire al vigore intellettuale; questo all’energia morale; tutt’e tre devono arrivare, concordi, alla pienezza del loro sviluppo. Devono essere uniti e concordi nella gradazione della loro dignità, senza che l’inferiore prenda il sopravvento sul superiore e senza che l’uno escluda l’altro. Non ogni crescita è normale. Un tumore e una gobba sono delle crescenze, ma soprattutto escrescenze; queste debbono essere evitate.

 

  1. Divina. – L’utilità divina è quella consacrata allo sviluppo soprannaturale della vita divina in me, allo aumento della gloria di Dio. Negli esseri e nei loro influssi su di me vi è una virtù speciale che serve a condurmi a quest’altezza. La crescita naturale della mia vita non può arrestarsi a me, essendo io fatto per Dio. Per conseguenza, l’efficacia naturale dei mezzi creati dev’essere subordinata alla loro efficacia divina.

Infatti, se le creature hanno la missione di concorrere al mio sviluppo, ciò è in vista di Dio. Se ne uso da egoista, arrestandole a me, tolgo ad esse il loro compito essenziale. Bisogna, per conseguenza, che nell’utilizzarle non lasci da parte o non metta in second’ordine ciò che è il loro primo scopo. Il motivo praticamente dominante ed efficacemente determinante dell’uso che ne faccio, dev’essere, in pratica, quello della gloria suprema. Posso e debbo vedere in esse gli strumenti della mia crescita, ma in vista di Dio. Posso e debbo amarle per il vantaggio che apportano alla mia vita, ma secondo Dio. Posso e debbo ricercarle per il profitto che esse recano alla mia esistenza, ma per Dio. Poco importa che l’intenzione della gloria divina sia attuale o virtuale (n. 177); l’essenziale è che essa sia in qualche modo il termine superiore e finale e che l’ingrandimento umano converga in Dio, poiché l’uomo è fatto per Dio.

 

  1. L’ordine completo degli strumenti. – Qual è dunque l’ordine da osservarsi nell’uso delle creature? Questo: il piacere sia sottomesso all’utilità; l’utilità umana sia ordinata secondo la dignità degli interessi e riferita all’utilità divina. Bisogna che io prenda le cose e goda di esse per perfezionare me stesso. Bisogna che le creature e i loro piaceri producano in me un movimento di ascesa fino a Dio, e non un bisogno di riposo in me o in esse. Sant’Agostino osserva che Dio, dopo aver creato, prese il piacere e il riposo non nella creatura, ma in se stesso, poiché egli si riposò non nelle sue opere ma dalle sue opere in se stesso. Così, le creature e le loro gioie non hanno per scopo che di farmi crescere, agire e riposare in Dio come fine. Devo servirmi di esse e riposarmi in Dio; questa è la legge del giusto, questo è il piano divino.

L’ordine della creazione non esiste nella sua pienezza; il piano divino non è attuato nella sua integrità; io non raggiungo il mio fine nella sua totalità se non quando Dio è per me tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28) ed io non cerco niente all’infuori di Dio, ma tutto mi conduce a lui. E la sua gloria, infine, avendo dominato e ridotto a suo servizio ogni soddisfazione, diventa il mio solo fine, la mia gioia ed il mio riposo.

La certosa di Ittingen, eletto luogo più riposante al mondo!

La certosa di Ittingen, eletto luogo più riposante al mondo!

Kartause Ittingen

Kartause Ittingen

Recentemente, la casa editrice australiana Lonely Planet, che diffonde guide turistiche in tutto il mondo ha stilato una classifica dei luoghi più rilassanti e tranquilli esistenti al mondo. Ebbene cari amici lettori, il primato di questa graduatoria è stato assegnato ad un antica certosa: la certosa di Ittingen.

Questo ex monastero certosino, situato in Svizzera, a circa 40 km da Zurigo ed a pochi minuti dal lago di Costanza, è stato restaurato tra il 1979 ed il 1983 e destinato ad ospitare una fattoria ed un museo che spiega la vita monastica certosina e la storia della certosa elvetica. In un luogo idilliaco, ancora pregno delle atmosfere monastiche, ed attorniata da una natura incontaminata e da un splendido paesaggio circostante l’antica certosa oggi centro culturale dove si svolgono convegni, mostre, concerti e seminari, ha ritrovato l’antico splendore. Attualmente, infatti, negli ambienti si ritrova la quiete monastica abbinata a tutti i comfort moderni, un mix ideale per chi vuole staccarsi dallo stress quotidiano e rilassarsi totalmente. Un resort dotato di infrastrutture moderne ma sapientemente inserite rispettando la primigenia funzione di quei religiosi dediti alla contemplazione ed alla spiritualità. All’esterno un laboratorio agricolo e giardini spettacolari, nei quali passeggiare ed ammirare la natura fanno da riposante cornice. Un percorso tra profumi floreali, essenze aromatiche, frutteti colorati, scrosci di fonti e sensazioni inebrianti derivanti dalla tradizione certosina. E’ per questo motivo che la prestigiosa Lonely Planet lo ha incoronato come il luogo più riposante al mondo. Alcune immagini ed un gradevole video, in lingua francese, ci permetteranno di visitarlo virtualmente, ma ciò non ci impedirà di percepire la residua sacralità dei luoghi e la tipica quiete certosina presente in questo meraviglioso sito. Un altro documento filmato ci farà apprezzare le bellezze artistiche contenute nella chiesa della certosa, egregiamente restaurata.

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Viale fiorito tra le antiche celle

Immagine Bruno statua Ittingen

Statua di san Bruno

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Ricostruzione di una cella

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Museo con arredi certosini

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Vigneto e laghetto artificiale

Video interno Chiesa

Omelia per la Presentazione al Signore

Omelia per la Presentazione al Signore

copertina Palavras do silencio

In occasione della celebrazione della “Presentazione del Signore”, ho scelto di proporvi questa splendida omelia scritta da “un certosino”. Essa è basata sull’esempio di obbedienza di Maria, Giuseppe e Gesù nel giorno della Presentazione, il Priore fa una riflessione sull’obbedienza con analisi della lettera di San Bruno ai suoi figli.

 

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

“Per adempiere la legge del Signore” (Lc 2)

2 febbraio 2001

“L’obbedienza, frutto soavissimo della Parola di Dio” (San Bruno)

Carissimi fratelli:

A nessun sfuggì che nel Vangelo di San Luca che leggiamo oggi, nella festa della Presentazione del Signore, l’evangelista nota per tre volte in cinque righe, che si tratta di adempiere la Legge del Signore. La Presentazione di Gesù al suo Padre nel Tempio è un’obbedienza di Maria e Giuseppe alla Legge del Signore. La Madre di Dio non si considerò esente da obbedienza alla legge di Dio. E questo ci rivela come tutto il mistero di Gesù e di Maria si basa su rapporto di obbedienza filiale di Gesù e di Maria al Padre, obbedienza che si esprime in una dipendenza d’amore alla volontà di Dio, immagine e riflesso dell’atteggiamento del Verbo Divino nel seno della Santissima Trinità. Tutta la nostra esistenza di cristiani e, ancora più, di monaci consacrati, è edificata sull’obbedienza di Gesù al Padre, l’obbedienza che ci salva e che deve si incarnare nella nostra vita quotidiana come amorevole obbedienza, ad imitazione di Gesù e di Maria.

Noi, certosini, abbiamo la grazia di possedere nella lettera del nostro Padre San Bruno ai suoi fratelli in Chartreuse, un piccolo trattato di obbedienza monastica. Perché non approfittare l’insegnamento del nostro Padre e Fondatore, in quest’anno consacrato a lui all’Ordine sotto il nono centenario della sua morte (1101 – 2001)?

Quello che il nostro Padre scrive è sempre una preziosa attualità. Proviamo a metterci in ascolto di San Bruno che gioisce ammirando l’opera di Dio nel cuore obbediente dei suoi primi figli (n.1): “Esulto e mi sento spinto a lodare e ringraziare il Signore.” Questa è effettivamente l’ottica di Bruno nella sua lettera. Il suo cuore si rallegra quando il Priore della Certosa Francese gli parla sull’obbedienza della comunità, l’obbedienza in cui Bruno scopre l’ampiezza della misericordia del Signore su di loro (n.3). La sua obbedienza emana dall’amore di Dio, la sua obbedienza è il frutto della grazia speciale di Dio che gli rivela il suo amore infinito. Il mio spirito esulta, scrive il nostro Padre, udendo il vostro Priore parlare di voi e del vostro zelo incessante (n.1). Ecco come Bruno concepisce l’obbedienza: il frutto dell’amore divino nel cuore (n.1); “frutto della ampiezza della grazia divina su di voi” (n.2). Obbedienza, dono di Dio.

Dopo questa esultanza amichevole, Bruno spiega il motivo di tale gioia: “Mi rallegro perché, essendo privo della scienza delle lettere, Dio Onnipotente incide con il suo dito nei vostri cuori, non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. Con le vostre opere infatti mostrate che cosa amate e che cosa conoscete. Giacchée praticate con grande cura e zelo la vera obbedienza, che è l’adempimento dei comandamenti di Dio, così come la chiave ed il sigillo di ogni disciplina della vita spirituale, è evidente che raccogliete sapientemente il frutto soavissimo e vitale dela Scrittura divina. Questa obbedienza non esiste senza molta umiltà e notevole pazienza, a cui sempre si accompagna il casto amore del Signore e la vera carità” (n.3).

Qui Bruno sottolinea che l’obbedienza è il frutto dell’amore, è più dolce e vitale frutto della Parola Divina, e lui ricorda che Geremia scrive: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Gr 31,33) – pensiero ripreso nella lettera agli Ebrei (8, 10). Ma Bruno aggiunge una morbidezza speciale, quando scrive che Dio incide nel cuore la conoscenza della sua Legge con il proprio dito divino (dito che la tradizione dei Santi Padri dice di essere lo Spirito Santo). Questa parola di Bruno offre una luce sul suo

pensiero. Per Bruno, la vera obbedienza è uno slancio del cuore infiammato d’amore, molto più che il frutto di una riflessione.

L’amore e la conoscenza di Dio fanno il cuore lanciarsi all’obbedienza, alla sequela di Gesù e raccogliere così, dice San Bruno, il frutto soavissimo e vitale della Sacra Scrittura: la docilità allo Spirito Santo. Il testo di Bruno aggiunge che non è necessario sapere leggere trattati mistici molto elevati, perché il dito di Dio scrive nel più profondo del cuore una parola misteriosa che ci porta ad una autentica obbedienza.

Un altro aspetto del pensiero di san Bruno sull’obbedienza: “non può esistere senza molta umiltà e notevole pazienza, a cui sempre si accompagna il casto amore del Signore e la vera carità” (n.3). L’obbedienza per San Bruno allora è, in via prioritaria, un modo di comportarsi verso Dio. In primo luogo, un riferimento a Dio: “È sempre accompagnata da un puro amore del Signore e autentica carità fraterna” (n.3). Solo in secondo luogo, l’obbedienza riguarda il rapporto tra noi, tra il Priore ed il fratello, un aspetto che possiamo chiamare di orizzontale. Il primo posto in questa obbedienza appartiene a Dio, che è verticale, è un lanciarsi in Dio: Bruno scrive che è una totale sottomissione allo Spirito Divino. Lasciarsi insegnare ed accettare ciò che ci viene chiesto in uno slancio di amore divino.

Meditando questa descrizione dell’obbedienza di Bruno, si vede che la sua ascesa non fa perdere “i piedi per terra”, voglio dire, non ignora le conseguenze pratiche dell’amore: molta umiltà e notevole pazienza (n.3 finale), o sia, la rinuncia di sé e abnegazione di chi vuole amare e imitare Gesù, che ha obbedito fino alla morte. Allo stesso modo, l’obbedienza del monaco viene dall’amore del Padre e lo porta a tutta la spoliazione della propria volontà.

Dopo questa analisi dell’obbedienza nella lettera di San Bruno, cercheremo di riassumere brevemente il suo insegnamento con alcune prospettive pratiche dell’obbedienza monastica, ben inteso, cioè, frutto da un cuore, il cui sguardo è fisso in Dio – docilità allo Spirito Santo che ci insegna che cosa Dio vuole da noi, cioè:

– Rinunciare a sé stesso.

– Prendere la sua croce.

– Seguire Gesù nella sua obbedienza al Padre (Luca 9:23).

L’obbedienza non è un vincolo, una costrizione, un obbligo che ci sarebbe imposto dall’esterno. È, invece, una esigenza dell’amore che Dio ha posto nel nostro cuore. Bruno parla di slancio interiore generato in noi dallo Spirito di Gesù, presente in noi, e ci chiarisce su ciò che Dio vuole da noi: ” la rinuncia a noi stessi come la chiave ed il sigillo di ogni disciplina spirituale” (n.3).

Non dobbiamo considerare la santa obbedienza come un obbligo, come una violenza che ci è fatta. No, questo non è l’obbedienza religiosa che abbiamo promesso. Si tratta di una dipendenza amichevole e dolce alla voce di Gesù, una mozione dello Spirito Divino che ci indica un’opportunità di crescita spirituale alla somiglianza di Gesù e di Maria, frutto dolcissimo della conoscenza di Dio che “incide la sua volontà nel vostro cuore”. L’obbedienza viene dal interiore ed esprime ciò che amiamo e conosciamo.

Infine, dalla lettera di San Bruno si conclude che l’obbedienza è un atteggiamento contemplativo, perché si tratta di una completa armonia tra lo Spirito di Dio, che scrive la volontà del Padre nel cuore, e la nostra azione. Armonia amichevole, comunione con Gesù obbediente non solo a parole, ma come dice San Bruno: “Com le vostre opere raccogliete il frutto soavissimo della Parola Divina” (n.3). Atteggiamento contemplativo

che lo Spirito Divino scrive nel cuore fedele e generoso, è l’atteggiamento del Verbo Divino nel seno della Santissima Trinità; è per questo che fu anche la disposizione fondamentale del cuore di Gesù.

Chiediamo, dunque, a Gesù per intercessione di Maria Santissima questa grazia: che la volontà di Dio sia impressa sempre nel nostro cuore, come era nel cuore di Gesù, Maria e Giuseppe; e così siamo graditi al Padre perché simili a Gesù nella sua obbedienza divina. Insegnamento del nostro padre San Bruno che può e deve ancora oggi, dopo novecento anni, ispirare la vita dei suoi figli. Amen.

 

 

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

LE SODDISFAZIONI CREATE

  1. Varietà dei piaceri creati. – 61. La goccia d’olio. – 62. Prima e dopo il peccato. – 63. Piacere unicamente strumentale.
  1. Varietà dei piaceri creati. – È un fatto indiscusso: di questa felicità, che io gusto nel mio accrescimento per Dio, le creature non sono che il canale, non essendo esse la sorgente. Questa è in Dio, unico principio della mia felicità (n. 44). Ma le creature hanno in se stesse e comunicano anche a me gioie di un ordine e di una portata affatto diversa; sono le soddisfazioni create. Per maggior chiarezza riserverò la parola « soddisfazione » ai piaceri contenuti nel creato, a tutto ciò che mi viene da esso, e che io provo allorché uso i miei strumenti vitali.

Vi sono infatti per me, nelle creature, piaceri infinitamente vari, posti in esse dal loro autore: piaceri materiali della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto, le bellezze della natura e dell’arte, i fascini della musica, i profumi dei fiori, i sapori degli alimenti, ecc.; piaceri morali della famiglia, dell’amicizia, della stima, della virtù praticata, ecc.; piaceri intellettuali della letteratura e della scienza, della scoperta o della contemplazione della verità; piaceri soprannaturali, infine, nella preghiera, nelle pratiche religiose e nei divini influssi della grazia. Quanti piaceri! Come sono vari ed estesi! Che cosa sono essi nell’idea di Dio che li ha creati e qual è il loro compito?

 

  1. La goccia d’olio. – Per sapere che cosa sono questi piccoli piaceri non ho che da vedere dove si trovano. Dove sono? Nelle creature. Che cos’è la creatura? Strumento, nient’altro che strumento. Per conseguenza, il piacere che sta in essa non è da più di essa. È dunque un piacere strumentale, una qualità data da Dio agli strumenti posti a mio uso. Perché questa qualità? Per facilitare l’uso degli strumenti.

Un utensile tagliente non può tagliare sempre: si smussa; e quando ha perso la finezza della sua lama bisogna ridargliela passandolo sulla pietra. La macchina che gira rapidamente si scalderebbe e si deteriorerebbe presto, senza la goccia d’acqua o d’olio, che mantenga la dolcezza negli attriti e una temperatura costante. Così le mie facoltà si logorano presto, si spossano; ci vuole anche per esse la goccia d’olio che addolcisca, la goccia d’acqua che rinfreschi, il colpo di cote che affili. Hanno bisogno di slancio e di vigore, di ardore e di forza, di agilità e di brio. È necessaria, dunque, secondo l’estensione e la necessità delle azioni imposte loro dal dovere, questa gioia del Signore che è la loro forza (cf. Ne 8, 10). Quando le ruote dell’anima sono unte, le mie labbra cantano con una facilità meravigliosa le lodi del mio Dio (cf. Sal 62, 6). Ecco dunque l’ufficio di quest’olio di letizia, che Dio ha posto nelle creature a servizio delle anime che vogliono amare la giustizia e odiare l’iniquità (cf. Sal 44, 8).

 

  1. Prima e dopo il peccato. – Ecco che cos’è il piacere nel pensiero di Dio ed ecco il suo ufficio e il motivo per cui la bontà infinitamente previdente l’ha posto in tutti gli strumenti. Nel primo piano divino ogni creatura era strumento e nessuna era un ostacolo. Ognuna portava la sua goccia d’olio, ossia la sua gioia che ne facilitava l’uso a favore di Dio. Purtroppo, il peccato ha sconvolto questo bell’ordine, e perciò si trovano ostacoli ad ogni passo e dolori in ogni incontro. Dio non aveva creato né gli ostacoli né i dolori; essi sono la conseguenza del peccato. Gesù Cristo, riparando l’ordine sconvolto, non tolse né l’ostacolo né il dolore, ma diede ad entrambi un’utilità di cui tratterò in seguito (nn. 396-397).

Malgrado il peccato, restano ancora molti piaceri. L’olio della letizia non manca affatto alle mie facoltà. Ovunque incontro un dovere da compiere trovo degli strumenti adatti, e in essi spesso anche il piacere che me ne facilita l’uso. Perché il piacere della famiglia? Per facilitare ai genitori ed ai figli l’importante dovere dell’educazione. Perché il piacere dell’amicizia? Per dare a due anime unite dai suoi legami lo slancio verso il bene. Perché il piacere del cibo? Esso risponde al dovere fondamentale della conservazione dell’individuo. Perché il piacere della preghiera, dei sacramenti, dell’orazione e di tutti i favori spirituali? Perché risponde al grande e santissimo dovere delle relazioni divine che esso facilita. Così il piacere corrisponde sempre ad un dovere per facilitarne l’adempimento. Il piacere sarà più intenso quanto più importante sarà il dovere.

 

  1. Piacere unicamente strumentale. – Questo piacere è dunque veramente una soddisfazione, poiché risponde a un bisogno delle mie facoltà e lo appaga. Ma esso non è che una soddisfazione strumentale di cui debbo servirmi, e non una soddisfazione finale, in cui posso riposarmi; è un mezzo e non un fine. Quando dico che sono fatto per la felicità e che essa è il fine secondario della mia esistenza, non intendo parlare di quella felicità che mi viene dalle creature. Non vi è per me nessuna ragione di fine in esse. Il mio fine è in Dio; la mia felicità finale è in lui. Le creature non sono che mezzi.

Sbagliare circa il piacere creato e vivere per goderne è sconvolgere mostruosamente il piano divino. Ohimè, quanto è frequente ciò! È su questo punto infatti che sbaglio ogni qualvolta esco dall’ordine. Vedrò in seguito (n. 113ss) come in ciò consista l’unico disordine. Io cerco di riposarmi nella gioia anziché farla servire al dovere. Per allontanarmi da Dio adopero ciò che dovrebbe rendermi più facile il glorificarlo.

Certamente, il piacere è buono quando lo uso con ordine. Se invece ne abuso, diventa il peggiore di tutti i mali e la sorgente di tutte le mie aberrazioni. Felice l’uomo che sa usarne! infelice colui che ne abusa! Possa io imparare a non mai pervertire le idee di Dio! Nessun piacere è cattivo in se stesso; soltanto l’abuso può renderlo tale… Ogni piacere che serve a facilitare il dovere è sano, fortificante, elevante. Quando invece si oppone ad esso, diventa pernicioso, deleterio, umiliante. Da un lato, quanto bruti fa esso! ma dall’altro quali virtù nutre! Tocca a me decidere sul modo di usarne; bisogna però far ciò con moderazione, poiché, a causa del peccato originale, le soddisfazioni più legittime, soprattutto quelle dei sensi, sono un pericolo. Non solo esse rischiano di passare al primo piano nell’intenzione, ma è difficile all’uomo che gusta tali cose provare attrattive soltanto per le gioie permesse. Se egli obbedisce all’inclinazione della sua natura decaduta, amerà presto anche le altre. Per restare padroni delle proprie tendenze, bisogna tenerle a freno; da ciò, pur indipendentemente dai motivi di fede, la necessità della mortificazione per condurre una vita veramente cristiana (n. 398 ss). Questa necessità sarà ben più grande se si vuol tendere alla santità e sforzarsi di amare Dio con tutto il cuore, sbarazzandosi da ogni adesione alle soddisfazioni create.

La valanga assassina

La valanga assassina

29 certosini seppelliti sotto laneve g. chAdrien Sacquespée

                                    Certosini seppelliti sotto la neve                                                                                               (Adrien Sacquespée)

Cari amici, vi parlerò oggi del disastro che avvenne, sabato 30 gennaio 1132 e che stravolse la quiete monastica dei primi certosini insediatisi a Cartusia, il primitivo luogo donato loro dal vescovo Ugo di Grenoble. I monaci seguaci di san Bruno, che erano situati in quel deserto da ormai mezzo secolo furono sorpresi da una valanga, che distrusse quasi interamente l’eremo originale.  In realtà non si trattò di una valanga (non ci sono percorsi di valanghe nel Grand Som, solo  pochi corsi d’acqua che entrano nel bosco), ma di una enorme frana che si verificò nella parte superiore del  massiccio Grand Som portando con sé alberi e detriti che spinsero un enorme quantità di neve la quale devastò tutto al suo passaggio. Sette monaci rimasero uccisi, rimanendo sepolti sotto le macerie e la neve, solo una cella rimase integra e miracolosamente solo pochi confratelli ed il Priore rimasero illesi. Soltanto dodici giorni dopo il tragico evento, grazie all’aiuto di persone dei villaggi circostanti che aiutarono i certosini a scavare tra la neve, furono trovati i corpi senza vita dei poveri religiosi morti. Furono ritrovati nel seguente ordine:

Guillaume (Fratello converso) Pierre (Padre) Nicolas (Fratello converso) John ( novizio ) Isard (Padre) Etienne (Padre) ed Andouin (Padre).

Negli annali dell’Ordine si narra che quest’ultimo fu ritrovato prodigiosamente vivo! I confratelli, riuscirono ad impartirgli il sacramento della estrema unzione e morì in data 11 febbraio tra l’amore dei monaci sopravvissuti alla tragedia.  Le reliquie di queste povere vittime si conservano alla Grande Chartreuse.  Per evitare che tale catastrofe potesse ripetersi, il luogo della prima costruzione fu abbandonato, e l’allora priore Guigo I decise di ricostruire il complesso monastico in un luogo più riparato, a qualche centinaia di metri di distanza. Fu ricostruito tutto in legno con la sola eccezione della chiesa edificata in pietra, la comunità fu ampliata con alcuni monaci provenienti dalla certosa di Portes per sostituire gli sventurati confratelli periti. Oggigiorno, quel che resta del primigenio insediamento certosino sono la Cappella di san Bruno,  la piccola chiesetta di Notre-Dame di Casalibus ed una grande croce che indica l’antico cimitero.

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Cappella di San Bruno

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Notre-Dame di Casalibus

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La Grande Chartreuse a valle della Croce

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la Grande Croce

Ancora sulla “cella di rigore”

Ancora sulla “cella di rigore”

monaco penitente

Al termine del recentissimo articolo riguardante la “cella di rigore” presente all’interno delle certose, avevo rivolto un appello a tutti coloro in grado di fornire ulteriori informazioni al riguardo. Le vostre interazioni, non si sono fatte attendere. Ed è mio piacere fare un altro articolo su quanto da voi fornitomi, sempre al fine di arricchire la conoscenza su questo tema.

L’amico lettore Giulio Armani sotto forma di commento mi ha inviato la sua preziosa testimonianza circa la certosa di Calci, eccola:

Riguardo alla cella di rigore, ricordo che nella certosa di Calci ne esiste una, la visitai, accompagnato da uno degli ultimi monaci residenti in quella casa, all’inizio degli anni settanta. Rimasi molto colpito dell’esistenza di tale “carcere”. L’ingresso sembrava quello di una comune cella come tutte le altre nel chiostro grande. Si salì una scala e arrivammo al primo piano, c’era una piccola stanza con una finestra dalla quale si vedeva solo il cielo, affianco un’ altra stanza, quasi un corridoio, che per mezzo di una finestrella comunicava con la cella, alla parte una croce o, non ricordo bene, un piccolo altare.Mi fu detto che li veniva celebrata la Messa per il recluso. Tutto era disadorno e abbandonato. Chiesi se recentemente fosse stata “abitata”, il monaco mi rispose che l’ultimo ospite risaliva alla metà del milleottocento e la colpa per meritarsi tale trattamento era quella di aver mangiato carne durante un viaggio!”

Successivamente ho registrato la testimonianza dell’amico Fabrizio Girolami, il quale oltre a fornirmi la sua personale esperienza, legata ad un sopralluogo effettuato alla certosa di Trisulti, per verificare l’esistenza della suddetta “cella di rigore”, mi allegava due foto dimostrative. Egli era stato stimolato a tale ricerca da un articolo pubblicato nel 1916 su “Civiltà Cattolica”, nel quale si parla della cella di rigore situata nell’area dell’antico chiostro (sul quale è stato poi sopraelevato quello attuale del 1700). Dalle foto che vi allego si evince chiaramente una piccola celletta contigua ad una cappellina della stessa misura, quest’ultima con un piccolo altare che si può osservare di fronte alla grata dall’interno della cella stessa.

interno cella di rigore Trisulti Foto F. Girolami

 Certosa di Trisulti Interno “cella di rigore” foto di Fabrizio Girolami

cella di rigore trisulti fot Fabrizio Girolami

Certosa di Trisulti grata che consente la visuale dell’altare contiguo

Come vedete cari amici lettori il vostro contributo è stato essenziale per confermare la presenza nelle certose di questa singolare cella,

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