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“Speculum” primo capitolo

Margherita d' Oyngt (certosaCalci)

Cari amici come vi avevo già annunciato da oggi e per le prossime due domeniche, vi proporrò il testo “Speculum” di Margherita d’Oingt. Ho rispettato la divisione in tre capitoli, e per una maggiore diffusione vi sarà la versione in inglese ed in francese. 

The Mirror 1 

Le Miroir 1

Il manoscritto originale, di questa meravigliosa opera, è conservato presso la biblioteca municipale di Grenoble.

Ecco a voi il primo capitolo

Marguerite d’Oingt

SPECULUM

1. Mi sembra di averti sentito dire che quando ti viene detto di una grazia che Nostro Signore ha dato a uno dei suoi amici, stai meglio per un po’. E poiché desidero la tua salvezza quanto la mia, ti dirò, il più brevemente possibile, un grande favore che Nostro Signore ha fatto, non molto tempo fa, a una persona di mia conoscenza. E per il tuo beneficio, ti dirò il motivo per cui credo che Dio l’abbia fatto a lui.

2. Questa creatura, per grazia di Nostro Signore, ha inciso nel suo cuore la vita santa che Dio, Gesù Cristo, ha condotto sulla terra, i suoi buoni esempi e la sua buona dottrina. E ha messo così bene nel suo cuore il dolce Gesù che a volte le sembra che sia presente al suo fianco e le tenga in mano un libro chiuso per istruirla.

3. La copertina di questo libro è decorata con lettere bianche, nere e rubiconde e le chiusure con lettere d’oro.

4. Le lettere bianche raccontano la vita santa del benedetto Figlio di Dio, la cui innocenza e purezza illuminano le opere. Le lettere nere parlano dei colpi, dei mantici e dei rifiuti lanciati contro di lui dagli ebrei, sul suo volto santo e sul suo corpo nobile, finché sembrava diventato lebbroso. In lettere rosse sono dipinte le ferite e il prezioso sangue versato per noi.

5. Infine, i due fermagli sono impreziositi da lettere d’oro. Su uno si legge: “Deus erit omnia in omnibus” e sull’altro “Mirabilis Deus in sanctis suis”.

6. Ti dirò brevemente come questa persona usa questo libro. Quando arriva il mattino comincia a pensare a come il benedetto Figlio di Dio abbia voluto discendere nella miseria di questo mondo, per portare lì la nostra umanità e aggiungerla alla sua divinità, in modo tale che possiamo dire che Dio, che è immortale, è morto per noi. Poi considera la grande umiltà che è stata sua e come ha accettato di essere perseguitato giorno dopo giorno. Poi pensa alla grande povertà che era sua e alla grande pazienza che ha sperimentato ed a come è stato obbediente fino alla morte.

7. Quando ha guardato bene questo libro, inizia a leggere quello della sua coscienza che trova piena di falsità e bugie. Quando considera l’umiltà di Gesù Cristo, si ritrova molto orgogliosa. Quando pensa che lui volesse essere perseguitato e disprezzato, trova in lei esattamente l’opposto. Quando guarda alla sua povertà, non sa che le sarebbe piaciuto essere così povera da essere disprezzata. Quando guarda la pazienza di Nostro Signore, non ne trova in lei. Quando pensa a come è stato obbediente fino alla morte,

8. Questo è il modo in cui le lettere bianche raccontano l’insegnamento del benedetto figlio di Dio. Dopo aver realizzato i suoi difetti, promette di fare ammenda il più possibile sull’esempio di Gesù Cristo.

9. Quindi iniziò a studiare le lettere nere in cui sono scritti i malvagi che erano soggetti a Gesù Cristo; lì impara a sopportare le tribolazioni con pazienza.

10. Poi studia le lettere rubiconde in cui sono descritte le ferite di Gesù Cristo e lo spargimento del suo prezioso sangue. Là impara non solo a soffrire con pazienza le tribolazioni, ma anche a gioirne, in modo tale che i piaceri di questo mondo suscitano il suo orrore, e che nulla le sembra più degno o più dolce che soffrire i dolori e i tormenti del secolo per amore del suo creatore.

11. Poi studia le lettere d’oro e impara in esse a desiderare le cose del cielo.

12. Lei ha scoperto, scritto in questo libro, la vita che Gesù Cristo condusse sulla terra, dalla sua nascita alla sua ascensione al cielo.

13. Quindi inizia a immaginare come il benedetto Figlio di Dio si sia seduto alla destra del suo glorioso padre. Ma i suoi occhi sono ancora così pesanti che non riesce a contemplare Nostro Signore nel suo cuore. Ogni giorno, deve ricominciare dall’inizio della vita di Nostro Signore Gesù Cristo fino a quando non sarà riuscita a modificare la sua vita, seguendo l’esempio di questo libro. È così che ha preso l’abitudine di studiarlo.

Il canto dei certosini VII

i Padri nel coro

i Padri nel coro

Prosegue oggi l’approfondimento sul canto certosino, estratto dal testo scritto da Dom Benoit du Moustier Lambres, quindi fonte fedele, ed esplicativo sul canto dei certosini.

Ecco a voi il settimo capitolo….

LE CHANT DES CHARTREUX

Dom BENOIT-M. LAMBRES, O. Cart. (certosa di La Valsainte)

VII DISCIPLINA CORALE, USI

La prima codificazione delle regole certosine – le Consuetudini di Guigo I (tra I 121 e I 128) – non contiene altre prescrizioni riguardanti la disciplina corale se non quelle che regolano la recordatio, una classe di canto obbligatoria per tutti, compreso il Priore (Consuetudines, IV, 24; VII, I; IX, 3).

Ci siamo ritrovati per questo nel chiostro dopo Nona , il sabato e la vigilia di tutte le feste di 12 lezioni, per esercitarci nel canto dei lezionari e nella di caetera necessaria, cioè di tutto ciò che richiedeva anche la preparazione. Come già indica il termine recordatio, questo esercizio aveva lo scopo di memorizzare il repertorio. A quel tempo, e ancora molto tempo dopo, imparammo la canzone a memoria, altrove come in Certosa. I libri dei canti erano particolarmente lunghi da trascrivere e la pergamena necessaria alla loro preparazione era costosa: per avere abbastanza foglie per un intero celebre antifonario, dovevi uccidere un intero gregge di pecore!

Da qui anche l’uso frequente di abbreviazioni nel testo e nelle melodie, che rendevano difficile la lettura se non si era preparati. Inoltre, l’illuminazione era molto carente. Siamo stati quindi obbligati a conoscere i canti a memoria. Ogni certosa, di solito, aveva solo uno o due antifonari, che servivano per imparare i canti a memoria e anche come ausili per la memoria durante l’Ufficio, per coloro che ne avevano bisogno. Quindi, l’antifonario è stato esposto al leggio, ed illuminato da una candela.

All’inizio del XIV secolo. ancora, l’autore certosino del trattato “De origine et veritate perfecte religionis” attesta che ipsum cantum tam diurnum quam nocturnum … quasi addiscunt mentetenus, et cordetenus cantant, ut per inspectionem libri non possit devotio impediri” (Norimberga, ms. C. VI. 80, fo 2Io). – Notare la giustificazione spirituale che è stata innestata nella quasi necessità dell’ordine materiale di questa pratica. Quasi un secolo dopo, un cerimoniale certosino, dopo aver indicato con quali parti il novizio dovrebbe iniziare a memorizzare il repertorio dei canti, aggiunge: Deinde, si Deus dederit sibi gratiam, potest totum antiphonarium impectorare, prout olim in Domo Cartusie consueuit. Questo fraseggio lascia intravedere un rilassamento nell’usanza citata. Tuttavia, sempre nel 1430, un’ordinanza capitolare regola il cerimoniale che deve essere seguito da coloro che devono andare a cantare ad librum, all’unico libro, che era al leggio.

Un monaco certosino del XV secolo, autore dell’opuscolo “De triplici statu religionem ingredientium”, prescriveva la stessa pratica e ne evidenziava i vantaggi spirituali: Valde enim magna consolatio bene psalterium mente scire et magnus sequitu inde fructus spiritualis dulcedinis et deuotionis , quo priuantur in aliis ordinibus ubi libris utuntur et luminibus (Monaco, ms. 753I, fo 264). Questo testo mostra anche che i canti a memoria tendevano a scomparire negli altri Ordini. Di questo utilizzo, l’attuale pratica dei certosini conserva preziose vestigia. Durante le lunghe funzioni notturne, vengono illuminati solo i libri, il resto della chiesa rimane nella semioscurità. Per i canti che conosciamo a memoria, anche questa illuminazione discreta si spegne. Durante le lezioni vengono illuminati solo il libro usato dal lettore che è al leggio e quello usato dal monaco responsabile della sua correzione, se sbaglia. Gli Statuta Antiqua del I259 ci forniscono le prescrizioni abbastanza rudimentali, anche se talvolta minime, che ancora oggi governano la disciplina corale dei certosini. Riproduce il testo di san Girolamo apparso all’inizio del prologo all’Antifonario primitivo, aggiungendo un commento che prescrive alcuni virtuosismi vocali. Riportiamo poi a lungo un’esortazione di San Bernardo sul modo di partecipare al canto in modo generoso e raccolto. Le prescrizioni per garantire la regolarità della salmodia sono prese quasi alla lettera dal trattato “Instituta Patrum de modo psallendi sive cantandi” dell’abbazia di San Gallo. Sembrano supporre che, nella salmodia, le finali fossero allora meno lunghe che nell’usanza seguita oggi dalla maggior parte dei cori non certosini. Per capirlo basta ricordare che tutti i monaci di quel tempo (come ancora oggi i certosini) cantavano cum annotati tutti i salmi dell’Ufficio monastico, notevolmente più lungo dell’Ufficio romano, che non lascia molto tempo libero per soffermarsi sulle cadenze. La stessa legislazione (Antiqua Statuta) ci insegna che c’erano, come ancora oggi, due grandi cantori (cantores chori) che, ciascuno nel proprio coro, mantennero buon ordine e che a loro volta presero la direzione. del coro per una settimana. Secondo l’Instituta Patrum, le intonazioni erano le più brevi possibili (come ancora oggi): appena una o due parole, solo una suggestione del tono. Molte peculiarità degli usi corali certosini possono essere spiegate o dalle esigenze della vita eremitica, o dal numero esiguo previsto per formare una comunità, o anche dalle condizioni climatiche della culla dell’Ordine: la Grande Chartreuse, in le Alpi del Dauphinoise. Così il coro ha solo una fila di stalli per lato, e, in questi stalli, i monaci sono separati dai vicini da alte partizioni. Quasi sempre hanno la testa coperta dal cappuccio. L’austerità eremitica proibisce qualsiasi accompagnamento, qualsiasi strumento musicale, ogni tentativo di infiltrazione di decantazione o polifonia. L’edizione degli Statuti nota con il nome di Tertia Compilatio (I509) ha indubbiamente codificato un uso antico, prescrivendo che l’Ufficio divino deve essere celebrato con canti in tutte le case dove sono presenti almeno otto religiosi del coro (Priore compreso) in grado di cantare. Questo piccolo numero, che per diversi secoli non supererà mai la cifra di 24, spiega ad esempio che i due cori non si alternano nel canto del Gloria e del Credo; che i versi dei Responsori Graduali e dell’Alleluia siano cantati da tutti insieme; che in generale gli assoli sono rari; che evitiamo lunghezze inutili non raddoppiando mai le antifone durante l’Ufficio. Il canto di questi eremiti è quindi, infatti, molto comune; una schola che riserva il canto delle parti più difficili, è sconosciuta ed impensabile.

L’accordo recitativo la, con flessione in una Terza maggiore, conferisce alle orazioni, alle lezioni ed alle Preci un sapore serio e antico. Le accentuazioni more hebraico, con le mediantes e le terminazioni “spezzate” (correptae) che includono, aggiungono varietà ai recitativi, aumentando la difficoltà per i cantanti. Una consuetudine secolare è che Gloria Patri e tutte le altre dossologie, rallentano discretamente il ritmo del canto. Tutto il Sanctus, con il suo Benedictus, deve essere cantato profondamente inclinato; questo spiega ulteriormente perché i certosini abbiano per il Sanctus solo due delle melodie più arcaiche e più semplici, l’atteggiamento prescritto non consente uno sforzo musicale maggiore. Con tutte queste usanze osservate fedelmente per quasi nove secoli, il canto certosino contribuisce potentemente a creare questa particolarissima atmosfera molto speciale che danno così forte l’impressione che, in Certosa, si viva di valori che sono al di sopra degli incessanti mutamenti del tempo, e che allo stesso tempo sono di tutti i tempi: Stat crux dum volvitur orbis (emblema dell’Ordine)

Nella gioia dello spirito

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Lo scorso17 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, ha segnato, come da tradizione cristiana, l’inizio della Quaresima. È il tempo forte che precede e predispone alla celebrazione della Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano.

Purtroppo a causa del perdurare della dannata pandemia, anche nel 2021 questo periodo di Quaresima, lo vivremo all’insegna dell’emergenza Coronavirus e delle relative misure restrittive volte a contenerne la diffusione.

In questo momento storico cupo, che ci rende tristi, voglio offrirvi la lettura e meditazione del testo che segue, scritto da un certosino. Parole di conforto che ci esortano a sperare gioiosamente…

* * * * * * *

Nostro Signore ha detto: “Quando digiunate, non mostrate tristezza” (Mt 6,16). Forse emergerà questo interessante dettaglio della Quaresima: il frequente monito che la gioia cristiana deve accompagnare tutto il nostro cammino quaresimale. In effetti, sono molte le preghiere o raccolte in cui la Chiesa chiede ai suoi figli “una gioiosa penitenza”, un “digiuno con gioia” e tante altre espressioni simili. La penitenza cristiana è accompagnata dalla gioia dello spirito che genera una dolce e pacifica fiducia nella misericordia del Signore. E la Quaresima crea una doppia gioia: la gioia del dovere compiuto, dedicando in modo speciale a Dio questo tempo quaresimale a Lui consacrato; e la gioia della promettente Pasqua che speriamo come trionfo della vita di Gesù e come vittoria della grazia divina sul male che risiede in noi. È vero che la Quaresima è ancora “un sacrificio”; ma poiché “volontaria” e offerta con amore e generosità, diventa “in santa e gioiosa devozione”. Infatti, poiché la Pasqua è la fonte della gioia cristiana, è naturale che ci avviciniamo a questa fonte con gioia e che già ne percepiamo un gusto anticipato. Il certosino non vive la sua Quaresima come un “tempo di tristezza”, ma di gioia e di speranza perché, da figlio di Dio, pone in lui la fonte, la fonte di tutta la sua felicità. Se la liturgia quaresimale ci porta sulla via della Croce, è per insegnarci che questa strada è anche la nostra. Cristo ha vinto nella sua lotta contro il peccato e la morte e il potere vittorioso della sua vita e del suo amore ci viene comunicato nella celebrazione sacramentale del suo mistero rinnovato nella liturgia. Abbiamo ragione a gloriarci nella Croce di Cristo. Il volto esprime la gioia che va nel cuore, e l’ardore del cuore penetra in ogni uomo e comunica la forza “per dare con gioia” l’osservanza quaresimale: “Dio ama chi dà con gioia” (2 Cor 9.7). E così il certosino è pronto a prendere parte alla risurrezione del suo Signore. “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22. 20).

un certosino

Un prologo allo “Speculum”

beata Margherita d'Oingt

Il mese scorso per celebrare la beata Beatrice d’Ornacieux, vi ho proposto un testo composto dalla beata Margherita d’Oingt. Essa fu una donna molto colta, che scriveva in latino e francese, è fu la prima autrice ad aver usato la sua lingua madre, il franco-provenzale, per scrivere il proprio pensiero. Descrisse la vita esemplare e i miracoli della consorella, Beatrice d’Ornacieux, ma non solo, scrisse anche vari testi tra cui lo “Speculum sanctae Margarete“. In esso ci viene narrato della visione di Cristo che si presenta a lei con un libro chiuso in mano. Finalmente questo si apre, e lascia intravedere che il suo interno è formato da due sole pagine che brillano alla maniera di uno specchio bellissimo!

Vi annuncio che nelle prossime tre domeniche vi offrirò questo capolavoro della beata Margherita d’Oingt.

Nell’attesa, oggi vi propongo una rara lettera della beata certosina indirizzata a

Dom Hughes d’Amplepuis Priore della certosa di Valbonne, confidente, padre spirituale e parente di Margherita d’Oingt. In questa epistola la certosina prova a spiegare le motivazione che l’hanno spinta a scrivere, lo “Speculum” a seguito delle sue visioni.

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Ecco per voi una sorta di prologo allo “Speculum”

Mio carissimo padre,

Non ho scritto questo testo per darlo a te o ad altre persone da leggere, né per sopravvivere alla mia scomparsa; perché non sono chiamato a fare un lavoro o a mettermi in mostra. L’ho scritto solo per promuovere la mia memoria di tutte queste cose, e ricordarmi del mio Creatore ogni volta che il mondo mi distrae da lui.
Mio dolce padre, non so se quello che è scritto in questo libro è conforme alle Sacre Scritture ma so che colui che l’ha scritto si è rallegrato di Nostro Signore una notte, così in alto che gli sembrava di vedere tutte queste cose. E quando era tornata in sé, le aveva scritte tutte nel suo cuore in modo tale che non poteva pensare ad altro, e il suo cuore era così pieno che non poteva mangiare, bere o dormire. e che presto si trovò così debole che i medici pensarono che fosse persa.

Pensava che se avesse messo per iscritto queste cose, come le aveva messe il Signore nel suo cuore, la sua anima sarebbe stata alleggerita. Iniziò a scrivere tutto nel libro, nello stesso ordine in cui le era venuto al cuore, e mentre le parole erano scritte sul libro le lasciavano andare il cuore. E quando aveva tutto scritto, era guarita. Credo fermamente che se non avesse annotato tutto sarebbe morta o impazzita, perché erano passati sette giorni da quando dormiva o mangiava, senza aver fatto nulla per trovarsi in tale stato.

Ed è per questo che credo che sia stato scritto per volontà di Nostro Signore.

“Parole dal silenzio” Sant’Ugo di Lincoln

foto sigla

Cari amici voglio oggi proporvi la quarta puntata della trasmissione “Parole dal silenzio”, andata in onda lo scorso giovedi 25 febbraio in diretta streaming su vari canali socialmedia. Ormai è un appuntamento mensile, questa rubrica dedicata alla spiritualità certosina ed alle figure di Santi e Beati della famiglia monastica di San Bruno. In questa quarta puntata, la seconda del 2021, l’argomento che verrà trattato sarà: “S. Ugo vescovo di Lincoln“.
Un piacevole approfondimento, che ci porterà alla scoperta di questo grande personaggio dell’Ordine certosino, il quale è stato il primo santo certosino ad essere formalmente dichiarato tale. Biografia, aneddoti, miracoli attribuitigli ed interpretazione della sua caratteristica iconografia sono stati al centro di questa puntata.
Oltre al sottoscritto ed all’amico Marco Primerano, è stato presente anche Antonio Zaffino che ha gradevolmente condotto la diretta.
Per tutti coloro che non hanno visto la puntata in diretta streaming, ecco il video della quarta puntata.

Buona visione

La preghiera per la sera di Dom Augustin Guillerand

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Oggi voglio proporvi una sublime preghiera per la sera concepita da Dom Augustin Guillerand.

Parole provenienti dal profondo del cuore sulle quali vi invito a meditare.

“O Padre, quando scende la sera,

ho bisogno di pregare Te”

“Mi piace quello che ti piace. È la tua Vita Eterna, ma in me, accolta da me, vissuta da me. Quando cala la sera e la fine di una giornata, annunciandosi, mi fa pensare alla fine delle cose, a come devo chiederti di trattenermi questa vita che non passa: “Ascolta, in questo momento dove si avvicina l’oscurità della notte, le nostre preghiere accompagnate dalle nostre lacrime. Non permettere che la nostra anima, appesantita dal peso dei peccati, si allontani dalle cose eterne e lasci questa patria interiore dove Ti conosciamo, dove Ti amiamo ”. Il peccato ti insegue, fa notte, sostituisce la luce, che Te lo mostra nel tuo radioso Splendore di infinito, per l’inferiore e dubbia chiarezza che mi porta fuori strada verso la creatura. Non mi permette più di discernere chiaramente cosa sia verità e menzogna, vero bene e falso bene. Porta via questa oscurità da me. Al contrario, rendi la sera della mia vita sempre più la fine serena delle lunghe giornate estive, dove le nuvole possono essersi raccolte, il tuono che rimbomba, il sole che saetta un raggio troppo forte, ma che stanno volgendo al termine. nella calma raccolta e fiduciosa dove si annuncia un bellissimo domani. Dammi questo, o Tu per cui non c’è tempesta, nessuna nuvola minacciosa, nessun raggio ardente, nessuna tempesta devastante, nessun giorno che finisce. Dammi di conoscerti e di amarti come conosci te stesso e ami te stesso; dammi la tua vita eterna. Vivi in me, o Padre, nella mia anima che lo sforzo quotidiano, sorretto dalla tua Grazia, renderà sempre più evidente; genera come in uno specchio puro la tua Immagine che è tuo Figlio; incidi in me i tuoi tratti, o meglio fammi fare quello, che molto spesso il mio pensiero amorevole si rivolge a Te. Dammi per riconoscerti, per adorarti, in tutto ciò che fai. Dammi il tuo Spirito che così ti riconosce, ti adora e ti ama”.

Amen.

Dom Silvio Badolato

18 Dom Silvio Badolato

Il personaggio che oggi voglio farvi conoscere è un monaco certosino originario di una nobile famiglia. Egli nacque in una data imprecisata, intorno ai primi anni del 1500, a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia. Egli fu battezzato con il nome di Scipione, e sin da piccolo si dedicò allo studio nella terra natìa, per poi da ragazzo trasferirsi a Roma per studiare il diritto civile e canonico. Il giovane Scipione, sembrava avviato verso una brillante carriera forense, ma poiché in diverse occasioni era solito fare visita ai suoi conterranei Dom Antonio e Dom Giovanni Mazza, gli illustri fratelli certosini ospiti della certosa napoletana di San Martino.
La frequentazione con questi due religiosi, fece nascere in Scipione l’ispirazione a diventare anch’egli monaco certosino. Fu così che la Provvidenza cambiò il corso della sua esistenza. Nel 1529, entrò nella certosa napoletana prendendo il nome di Silvio. Fin dal principio di questo nuovo percorso, egli si distinse per lo zelo e molteplici virtù, che non passarono inosservate ai suoi superiori. Ben presto egli divenne procuratore della certosa napoletana, per poi essere scelto come priore della certosa di Padula prima e poi di quella di Capri. A seguire divenne priore di Trisulti per ben due volte, di nuovo guidò la certosa di Padula, e due volte a capo della certosa di Serra, poi ancora a Roma, ed infine fu priore della certosa di Firenze e nominato Visitatore della provincia della Tuscia e del Regno.
In questa lunga e variegata “carriera” da priore, fu sempre ben voluto e tenuto in gran stima dalle comunità che diresse, sempre dedito all’osservanza della regola con notevole zelo. Fu dedito nei suoi mandati a dedicarsi con semplicità e rigore alla vita claustrale, mostrandosi sempre come esempio per tutti i confratelli.
Dom Silvio Badolato, nel suo secondo mandato da priore nella certosa di Serra San Bruno, che si svolse dal 1573 al 1577, fece costruire la sala capitolare ed i coro, nonché fece completare il chiostro. In quel periodo ebbe alcune controversie locali, che lo videro prevalere nel rivendicare giusti diritti per il proprio monastero. Ciò gli fece riscuotere enormi consensi tra il popolo, ma soprattutto dal Capitolo Generale dell’Ordine. Dom Silvio Badolato, con la sua saggezza dovette affrontare nel 1576 i pericoli derivanti da una tremenda epidemia di peste sviluppatasi a Messina, la quale arrecava rischio ai territori circostanti la Calabria e quindi della certosa. Ordinò pubbliche preghiere e processioni, per scongiurare il pericoloso morbo, inoltre realizzò una sorta di cordone sanitario sulle spiagge di sua pertinenza per arginare il pericolo. L’anno successivo, nel 1577 fu nuovamente inviato a Padula laddove si dedicò allo studio ed agli scritti, ormai convinto di aver completato il suo percorso e nel 1579 chiese misericordia e ritornò semplicemente a svolgere la vita monastica senza incarichi. Ma nel 1583, i Superiori dell’Ordine lo invitarono a recarsi alla certosa di Roma ad occuparsi come Visitatore della provincia certosina della Tuscia.
Durante questo periodo romano, l’allora pontefice Gregorio XIII, lo tenne in grande considerazione e spesso voleva essere in sua compagnia chiedendogli pareri e consigli. Trascorsero alcuni anni, e Dom Silvio ormai in età avanzata era intenzionato ad abbandonare definitivamente tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa da semplice monaco e di fare ritorno alla sua casa di professione.
Fu così, che fece ritorno a Napoli, dove in certosa potè dedicarsi esclusivamente alla preghiera ed agli studi. Scrisse alcuni opuscoli ed alcuni commenti sulle Epistole dell’Apostolo Paolo, che per sua estrema umiltà non volle fare stampare. Trascorrendo gli ultimi anni in una quiete assoluta, lentamente come una candela, la sua vita terrena si spense. Ho voluto celebrarlo oggi, poiché morì il 18 febbraio del 1587 dopo cinquantotto anni di vita monastica, ed il giorno 20 fu sepolto nel cimitero della sua certosa. Il Capitolo Generale dell’Ordine gli attribuì il titolo onorifico di “Laudabiliter Vixit” (vissuto lodevolmente /vita esemplare). Senza essere una sorta di canonizzazione, questo titolo è concesso dal Capitolo Generale, all’unanimità dei suoi partecipanti, ai religiosi e alle religiose che si sono particolarmente distinti per le loro virtù e la loro influenza.

Alla sua memoria vadano le nostre preghiere.

La cella per un certosino

lo studio nella cella

lo studio nella cella

Nell’articolo di oggi ecco per voi un testo scritto da un certosino, sul luogo che rappresenta il fulcro della vita monastica certosina. Una descrizione a dir poco deliziosa.

“Fuggirò lontano e abiterò nel deserto” (Sal 54: 8).

Di tutte le ricchezze in certosa, le prime settimane in cella non ti riveleranno molto, forse niente. Bisognerà accontentarsi umilmente di annoiarsi e girare. Il tuo cuore è a pezzi per tutto ciò che ti hai appena lasciato, e sui muri imbiancati non è disegnato nulla, ma solo un Crocifisso e una Vergine. C’è ancora troppo scompiglio nella tua immaginazione e nella tua sensibilità per essere affascinato dall’Invisibile.

Avevi sognato questa casetta che la tua fantasia dipingeva tua sorella dall’autore dell’Imitazione di Cristo. In essa sei … e ti dà i brividi. Vuoi scappare. Devi pazientare. Pregare. Organizza “incontinenti” un ciclo di occupazioni, letture, un piccolo lavoro sulla Bibbia o qualsiasi altro argomento spirituale di tua scelta. A poco a poco scoprirai e assaporerai la mistica della cella. Coloro che l’hanno cantata in termini emotivi che hanno attraversato i secoli non erano novizi, puoi crederci, e proprio come te, hanno dimostrato, subito, la sua austerità.

La cella dell’eremita è una dimora unica nel suo genere. Non è l’ufficio di un ecclesiastico, né la stanza di un gesuita o di un mendicante. L’uomo solo dorme, lavora, mangia e si crogiola nella sua cella.

Ma il suo carattere distintivo è che lei è il suo intero universo.

A parte le tue visite in chiesa, non dovresti guardare fuori. Gli viene dato tutto lì, nella sua minuscola riserva. Tutti i tesori del deserto, del Monte e del Tempio sono talmente legati ad esso che l’eremita che lo abbandona senza motivo di peso controllato dall’obbedienza, li perde per il momento. Fuori non trova niente, non trae vantaggio. L’eremita è sottoposto alla cella per la sussistenza dell’anima.

È un rifugio dai miasmi del mondo; luogo santo in cui il Signore si fa coraggio, tiene segreti colloqui con l’anima che, per suo amore, si raccoglie in essa, dando mano a tutto il resto. È quella “cantina” (Ct 2,4) dove l’Amato presenta la sua amata per inebriarla con la sua presenza e con i suoi doni: abbandonarsi alle futilità sarebbe dissacrarla. Nella cella, Dio dà udienza all’anima solitaria. Giunto ai confini della vita terrena, distaccato dalle contingenze che fanno gemere per Dio tante anime assetate, attaccate come sono alle dure condizioni dell’esistenza, l’eremita inizia la sua eternità nella gioia del Signore. Se sei generoso, vedrai emergere dall’ombra, a poco a poco, quel mondo divino in mezzo al quale hai vissuto senza accorgertene, perché il lampo e il clamore dell’altro gli hanno impedito di manifestarsi. A tua volta, sperimenterai, estasiato, che non sei mai meno solo di quando sei solo.

Un certosino

Beatrice d’Ornacieux, un fiore umile

beata Beatrice d'Ornacieux

Oggi 13 febbario l’Ordine certosino celebra la beata Beatrice d’Ornacieux, da questo blog vi ho già narrato la sua biografia ed alcuni episodi prodigiosi accorsi nella sua santa esistenza. Questi episodi sono giunti a noi, grazie alla sua maestra Novizia, la beata Margherita d’Oingt che ne scrisse una biografia in lingua francoprovenzale “Li via Seiti Biatrix Virgina de Ornaciu”. Da questa opera, vi offro un breve estratto che ci delinea il carattere della beata Beatrice.

Un fiore umile

Per l’onore di Dio e la gloria del suo santo nome, in riconoscimento della sua grande misericordia e in gratitudine per il dono glorioso della sua bontà, e per servire il nostro Signore Gesù Cristo e la sua gloriosa Vergine Madre con più fervore, voglio scrivere umilmente e devotamente per la vostra edificazione qualcosa della vita pura, santa e umile che questa sposa di Gesù Cristo ha condotto sulla terra tra le sorelle del suo monastero.

Abbiamo appreso che, fin dall’adolescenza, è decisa a lasciare risolutamente e con tutto il cuore le cose del mondo, per amore del dolce Gesù, e ha mantenuto fedelmente il suo scopo. Era molto umile e modesta, molto caritatevole e pia, sempre disponibile a servire umilmente tutte le necessità dei suoi confratelli. Praticava severi digiuni e astinenza, per quanto la sua fragile salute glielo consentiva; Era molto obbediente in tutto, così devota e con un così grande spirito di preghiera che spesso rischiava gli occhi per le tante lacrime che versava in preghiera. Nella sua conversazione era dolce, umile ed edificante, molto attenta e diligente nel mettere tutta la sua applicazione nel fare, nel dire, nel vedere e nell’ascoltare tutto ciò che sembrava poter cambiare nell’edificazione della sua anima e di quella del prossimo.

Margarita D’Oyngt. “Li via Seiti Biatrix, virgina de Ornaciu”

Preghiera

Santa Beatrice, hai tanto amato Gesù che il tuo compito era seguirlo nel deserto e nella povertà.

Donaci il tuo amore per Gesù e per la povertà.

Amen

Statua di Beatrice nella chappelle a Eymeux

La “casa rifugio” di Burdinne

Burdinne castello

Oggi voglio raccontarvi la travagliata storia della comunità monastica femminile della certosa francese di Notre Dame du Gard, fondata nel 1870 nei pressi di Amiens. Purtroppo, a seguito di nuove leggi anticlericali le consorelle certosine furono espulse e costrette ad abbandonare la certosa. Nel 1903, Dom Dosithée Baudechon, direttore della tipografia situata nella certosa di Tournai aveva acquistato nel 1903, per l’Ordine, un castello di proprietà della famiglia Douxchamps-Zoude, situato nella piazza pubblica nel centro del paese. Fu così che il 12 ottobre del 1906, la comunità di trentatrè religiose, composta da 22 monache, 9 sorelle converse e due sorelle donate, partirono da Le Gard per giungere a Burdinne, in Belgio, dove ricevettero asilo. Qui ripresero la loro vita claustrale nella nuova struttura che conservava il nome di “Notre Dame du Gard”, ma venne però tecnicamente considerata una “casa rifugio”. Dopo qualche anno, nel 1909 fu deciso di aprire un noviziato, mentre il Capitolo Generale del 3 ottobre del 1919, prese la decisione di trasferire le monache da Burdinne a Zepperen nella casa di rifugio della certosa di Glandier, poi fu invece annunciato che le consorelle sarebbero rimaste ancora a Burdinne. Soltanto nel 1920 la nuova priora Madre Marguerite Gouzien, espresse il desiderio di lasciare Burdinne e di fondare una nuova certosa autonoma. A metà giugno del 1927, il Priore Generale Dom Giacomo Maria Mayaud, chiese alla priora di visitare un edificio nell’Aveyron. La struttura parve abbastanza idonea alle esigenze delle monache, e dunque fu deciso di acquistarla. I lavori per la nuova certosa iniziarono immediatamente, pertanto il 3 aprile del 1928, le certosine di Burdinne partirono per insediarsi a Nonenque. Questa era una antica abbazia cistercense riadattata agli usi certosini, le consorelle provenienti da Burdinne si trasferirono ed intitolarono la nuova certosa a “Notre Dame del Precieux Sang”. Il peregrinare di questa comunità monastica era finalmente terminato, ancora oggi Nonenque è una delle due certose femminili francesi dove la vita monastica si svolge nella più assoluta quiete.

Ma che ne fu del castello di Burdinne per anni casa rifugio? Ebbene esso fu venduto e dopo aver avuto diversi proprietari è stato di recente oggetto di restauro.

La vita a Burdinne

Sicuramente non fu facile adattarsi a vivere la vita monastica certosina in un castello situato nella piazza principale del paese e di conseguenza luogo di ritrovo e di chiasso in occasione di sagre e feste. Ciononostante i sacrifici delle certosine furono notevoli, e riuscirono tra tante difficoltà a trascorrere ventidue anni in un luogo poco consono al raccoglimento ed al silenzio certosino. In questo periodo, la comunità che visse questo esilio a Burdinne aveva un’età media di 54 anni, quindi fu un gruppo alquanto giovane. Esse dettero un notevole contributo anche alla popolazione locale, infatti si narra che aiutavano famiglie numerose, davano cibo ai poveri, cucivano, rammendavano calze, riparavano gli abiti a coloro che li introducevano attraverso una “ruota” posta in un locale annesso alla portineria nel cortile del castello. Tutto ciò, non compromise mai lo svolgimento della vita claustrale. Come in ogni comunità femminile vi fu una piccola rappresentanza maschile composta da due padri e e due fratelli conversi. Il padre vicario e il padre coadiutore erano al servizio delle monache per la loro formazione, la loro direzione spirituale e per i sacramenti. I due fratelli laici avevano la funzione di dare un aiuto materiale. Le cronache locali ricordano ancora che un fratello era specializzato nel riparare orologi e l’altro si dedicava con zelo a fare la spesa comprando latte ed uova dai contadini locali.

In questo ventennio le certosine dovettero affrontare anche i patimenti e le turbolenze della prima guerra mondiale. Si narra di un episodio nel quale l’intervento di una di loro risparmiò la distruzione dell’intero paese. Alcuni soldati tedeschi erano stati uccisi in un imboscata in una fattoria, pertanto fu ordinato che per rappresaglia l’intero paese doveva essere dato alle fiamme. Ma grazie ad una monaca presente in certosa di nazionalità tedesca e pare forse conoscente di un soldato germanico, la quale mediò grazie alla conoscenza della lingua e riuscì a dissuadere e rabbonire i militari, che risparmiarono il paese ed i suoi abitanti. La Provvidenza aveva trovato il modo di evitare inutili spargimenti di sangue!

Anche se per soli ventidue anni, la presenza delle certosine fu apprezzata ed ancora ricordata nel piccolo paesino belga.