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  • I Fratelli Certosini

  • Memini, volat irreparabile tempus

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Il certosino morto per una donna

1 monaco sul chiostro

E da molti anni che custodisco nel mio archivio una notizia di un fatto curioso accaduto ormai venticinque anni orsono. Un episodio che all’epoca scatenò polemiche e clamore. Siamo nella certosa di Farneta, in provincia di Lucca, la sera del 20 marzo 1995, nella sua cella l’ottantenne Dom Giacomo Del Rio, un nobile spagnolo che dopo aver combattuto come ufficiale franchista nella guerra civile spagnola aveva deciso di abbracciare la vita monastica certosina, era infatti dal 1940 diventato monaco certosino e dal 1975 viveva nella certosa toscana, si appresta ad uscire dalla cella per recarsi in chiesa. Nel silenzio e nell’isolamento della sua cella egli viene colto da un malore, un infarto pare stroncare il povero monaco, che si accascia a terra. Il Padre priore dell’epoca Dom Giovanni Battista Briglio( 1988-2001), resosi conto della assenza in chiesa del confratello che non tardava mai ad uscire dalla cella per il Mattutino, decise di verificare i motivi del ritardo. Dopo aver bussato alla cella e non aver ottenuto risposta decise di aprirla e, accortosi del malore occorso a Dom Giacomo provvide a chiamare i soccorsi. Dopo pochi minuti sopraggiunse un’ambulanza con i soccorritori, ma grande fu lo stupore della dottoressa rianimatrice, che alla sua vista le impedì di varcare la soglia della certosa poichè di sesso femminile. Il Priore tenne a rassicurare la dottoressa dicendo che il confratello era già morto e che pertanto il suo intervento sarebbe stato vano. Successivamente, dopo quei concitati momenti e l’incredulità dei soccorritori, sopraggiunse un altro staff medico con un dottore maschio, che entrando nella cella di Dom Giacomo Del Rio ne constatò il decesso.

Clamore e polemiche si alimentarono nei giorni successivi, ma Dom Giovanni Battista Briglio tranquilizzò tutti asserendo che il confratello era già deceduto tra la chiamata e l’arrivo dei soccorritori, ma che comunque la regola del divieto di ingresso di una donna in certosa è assolutamente ferrea.

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Non si saprà mai come questa vicenda andò realmente, ma il certosino Del Rio seppellito nel cimitero della certosa di Farneta non avrebbe mai immaginato tanto clamore intorno alla sua morte. Una prece a lui ed al suo priore, protagonisti involontari di questa clamorosa vicenda.

cimitero-certosa-farneta

FAQ 3

Cartusialover Faq monk

Si può assistere a qualche momento della vostra liturgia?

Salvo casi eccezionali non si può partecipare alla nostra liturgia perchè noi ci asteniamo da qualsiasi ministero pastorale, pur nell’urgente necessità d’apostolato attivo, per adempiere nel Corpo mistico di Cristo la nostra funzione specifica nel silenzio e nella solitudine.

Perchè pregate in latino?

La liturgia conventuale è sempre cantata. Parte antica e stabile del patrimonio dei certosini è il canto gregoriano; esso favorisce l’interiorità e la sobrietà spirituale. Il canto gregoriano è stato scritto circa mille anni fa per mettere in valore i testi biblici in latino. La bellezza eccezionale di questo canto deriva dall’armonia perfetta tra le melodie e le parole. Ma non cantiamo tutto in latino: di fatto i salmi e le orazioni li cantiamo nella lingua del territorio ove è sita la certosa. Le letture sono pure tutte nella lingua ove è sita la certosa. (francese per la Grande Chartreuse, italiano per Serra san Bruno etc.)

Come si diviene superiore della certosa?

Essere superiore, da noi chiamato Priore, è un servizio per certo non ambito tra noi. Si diviene priore per volontà divina espressa nel voto dei membri della comunità. Non ci sono, ovviamente, nè candidature, nè campagne elettorali. Ogni professo solenne ha il diritto di votare. Il voto è segreto. E’ necessario che il futuro priore ottenga un numero tale di voti che superi la metà dei suffragi espressi.

Che tipo di alimentazione seguite?

La nostra alimentazione è variata e adatta alla nostra vita. Mangiamo di tutto tranne la carne. Durante i periodi penitenziali di quaresima ed avvento ci asteniamo pure dai latticini, salvo infermità. Il pesce e le uova, invece, li mangiamo tutto l’anno.

Perchè non mangiate la carne?

Quest’astinenza è una caratteristica dell’Ordine e segno dell’austerità eremitica nella quale, con la grazia di dio, intendiamo perseverare. L’esperienza c’insegna la saggezza di questa pratica introdotta dai nostri primi padri e incessantemente custodita con singolare impegno giacchè un’alimentazione vegetariana aiuta ad una certa calma interiore favorevole alla preghiera. Infine, mediante la penitenza partecipiamo all’opera salvifica di Cristo.

Ricordando Padre Christian

Cari amici, voglio offrirvi oggi il testo di una lettera scritta dal compianto Dom Christian Thomas, il “piccolo grande” certosino, meglio noto come Padre Christian. Lo scritto che segue mi è stato inviato da un amico, Enzo Frontera, a lui molto vicino, che lo ha assistito fino ai suoi ultimo giorni di vita terrena, e che è impegnato a tener vivo il ricordo di questo pio certosino.

Non cerchiamo ricchezze terrene è Gesù il nostro unico salvatore

Dappertutto risuona questo grido. Non c’è famiglia senza sofferenza. Noi però, pensiamo spesso che una famiglia è felice perché ricca. Non è vero. La ricchezza non è tutto. Ricordiamo il giovane che non ebbe il coraggio di lasciare le sue ricchezze per seguire Gesù. E quando Gesù sentì il suo rifiuto, disse: “Quanto è difficile per coloro che possiedono ricchezze di entrare nel regno dei cieli. E’ più facile a un cammello di passare per la cruna di un ago che a un ricco di entrare nel regno di Dio”. Quelli che ascoltarono domandarono: “Allora chi potrà essere salvato? E Gesù rispose: ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”. Gesù, infatti, ripeteva sempre che: “…tutto è possibile a Dio”. E aggiungeva: “…perché vi preoccupate delle cose terrene quando avete un Padre nel Cielo che sa dei vostri bisogni? Cercate prima il Regno dei Cieli, il Paradiso e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”. Abbandoniamo la via della ricchezza e andiamo, dunque, con Fiducia al trono della Misericordia, cioè a Gesù nato nella mangiatoia. Al Gesù che fu poverissimo durante la sua vita terrena. Gesù diceva infatti:” il figlio dell’uomo non ha una pietra dove riposare il capo”. Gesù parlava così per dirci che non dobbiamo cercare le ricchezze terrene, ma quelle celesti. Andiamo da Gesù. Egli, morendo sulla Croce, disse: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” Gesù, in realtà, è morto proprio per mostrarci che Dio non abbandona mai nessuno, ma che dobbiamo cercare la Vera Vita, quella del Cielo, la Vita Eterna. Gesù, nel suo infinito gesto d’amore per noi, ci ha dato la propria Madre. Infatti, indicando Giovanni disse: “donna ecco tuo figlio” . E a Giovanni disse: “ecco tua Madre”. Quindi esclamò: “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Infine aggiunge: “ho sete”. Gesù ha espresso, sino all’ultimo, la Sua “sete” di salvare tutti noi e ha confermato questo volere, questo desiderio con le parole: “oggi tu sarai con me nel mio Regno, nel Paradiso”. Gesù ha fatto pienamente la volontà del Padre suo Celeste, che vuole la nostra salvezza. Allora “tutto è compiuto” perché ci ha offerto la salvezza ad ognuno di noi. Non restò a Gesù che dire al Padre suo: “rimetto nelle tue mani il mio spirito cioè l’anima mia, il mio corpo, tutto il mio essere”. Perciò, senza esitare, seguiamo Gesù, il nostro unico e vero salvatore. Per seguire Gesù, tuttavia, dobbiamo andare alla S. Messa ogni settimana (domenica o sabato sera) perché ha detto Gesù: “chi non mangia il mio corpo non avrà la vita (la vita dell’anima e la vita del corpo)”. Succede, purtroppo, che non avendo la vita, perché non riceviamo il corpo di Cristo attraverso la comunione e non assistiamo alla S. Messa, si moltiplicano le malattie “tumori, infarti, ictus, incidenti stradali, depressioni” e altre malattie strane (sataniche) che il medico non può guarire. Queste malattie, come diceva Papa Giovanni Paolo II, si guariscono di più con la preghiera che con le medicine. Oltre alla preghiera sono medicine efficaci sia l’acqua sia l’olio, entrambi esorcizzati, se usati con fede. Infatti, parecchi sono guariti bevendo l’acqua santa; altri ancora facendo il segno della croce con l’olio santo sulle parti doloranti o sulla fronte, ogni giorno. Ascoltiamo, dunque, Gesù che dice ad ognuno di noi: “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e vi ristorerò, io vi darò sollievo. Portate il mio giogo e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime, poiché il mio giogo è soave. E leggero è il mio peso”. Ritorniamo prima possibile da Gesù. Gesù ci aspetta con tanto amore. Gesù è morto per ognuno di noi. Forse direte: “non sono degno di essere ricevuto da lui”. Nessuno, infatti, è degno di essere ricevuto da lui. Lo diceva Gesù stesso: “se aspettate di essere degni per ricevere la comunione, non la riceverete mai”. E San Paolo aggiungeva: “siamo tutti peccatori e io sono il primo”. Nessuno è giusto, solo Gesù è giusto e lo dice pure il “Gloria nell’alto dei cieli, perché tu solo il Signore, tu solo il Santo, tu solo l’Altissimo nella Gloria di Dio Padre con lo Spirito Santo”. Gesù, però, sottolineava che: “non sono venuto per quelli che si credono giusti, ma per i peccatori”. Gridiamo allora come il ladro sulla Croce, accanto a Gesù: “ricordati di me quando tu sarai nel tuo regno”, e Gesù ti risponderà: “Oggi tu sarai con me nel Paradiso”.

Amen

Padre Christian

La roccia e la fonte

Esercizi spirituali

Ecco per voi, un estratto dagli “Esercizi spirituali” scritti dal certosino spagnolo Dom Antonio de Molina. Egli ci illumina sul senso e sul significato del sacrificio di Cristo sulla croce, e di come ciò rappresenta la roccia e la fonte per tutti noi.

Dovresti notare che l’evangelista non dice che il soldato ha ferito il Signore con la lancia, né dice che gli ha rotto il costato o che lo ha colpito, ma ha aperto il suo costato; affinchè possiamo comprendere che il tentativo di ricevere questa lancia fu di aprire il petto di Nostro Signore, e scoprire l’eccellente amore che aveva per noi, e che avremmo visto tutto ciò che aveva sofferto, era stato quello di far ferire il cuore dell’amore agli uomini; e come segno di ciò, voleva che fosse aperto con una lancia, affinchè rimanesse aperto, in modo tale che attraverso quella grande porta sul lato potessimo tutti entrare nel suo cuore, rifugiarci e sbarazzarci di tutti i pericoli e le tentazioni; come attraverso la porta, che Noè aprì sul lato dell’Arca, tutti gli animali entrarono per rifugiarsi dall’alluvione.
Proprio come la pietra fu colpita nel deserto, con la verga di Mosè, le acque uscirono in grande abbondanza per porre rimedio alla sete e al bisogno di tutto quel Popolo; ferendo così il costato di Cristo (che è la vera pietra) con la lancia del soldato, fu aperta una fonte divina, da cui provenivano i Santi Sacramenti, che sono come sette fonti, che fanno fluire sempre grazia e salute per le anime.
Medita sul terzo, che l’aver lasciato uscire da quella ferita Sangue e Acqua era un miracolo molto grande e particolare; perché nel corpo morto, allora il sangue si coagula e si raffredda, e nessuno può uscire, non importa quanto gli abbiano fatto del male, per non parlare dell’acqua naturale e vera, come quella che è uscita dal costato di Cristo Nostro Signore; e quindi tutto questo era un grande mistero far comprendere che, sebbene io fossi unito alla Divinità che gli diede un’altra vita e di essere Sangue, che era rimasto, in testimonianza di amore e liberalità, con cui aveva versato tutto per la nostra salute; Per ora prese l’ultima goccia che gli era rimasta nel cuore, dove le ferite dei flagelli, delle spine e delle unghie non avevano raggiunto: come quando alcuni, avendo preso con la mano tutto il denaro che aveva nella borsa, quindi agita la stessa borsa per verificare se vi sia una moneta bloccata o nascosta.

FAQ 2

Cartusialover Faq monk

Di cosa vive la certosa, ci sono delle coltivazioni all’interno?

La certosa vive del lavoro dei monaci,parte del quale è venduto all’uscita del Museo della certosa, delle offerte delle Sante messe, delle donazioni e delle pensioni dei nostri fratelli anziani. Le coltivazioni che ci sono all’interno della certosa, servono per l’alimentazione dei monaci, non si commercializzano. Le nostre spese sono veramente poche grazie alla nostra vita di povertà. Ci contentiamo dello strettamente necessario.

Siete informati di quanto accade nel mondo?

Si. Spetta infatti al Padre priore dare ai suoi monaci le informazioni che non è bene che essi ignorino, particolarmente sulla vita della Chiesa e sulle necessità. Non abbiamo nè radio nè televisione, ma riceviamo pubblicazioni religiose che ci mantengono informati delle principali vicende umane. La familiarità con Dio non restringe ma dilata il cuore, così che possa abbracciare in lui le aspirazioni ed i problemi del mondo e le grandi cause della Chiesa. Per questa sincera sollecitudine per gli uomini, il certosino la vive non soddisfacendo alle curiosità, ma con un’intima unione con Cristo. La nostra conoscenza delle vicende storiche dell’umanità odierna risulta paradossalmente più approfondita di quella della maggioranza dei nostri contemporanei. Questo grazie proprio al nostro distacco da dette vicende che ci rende capaci d’un ascolto critico molto più profondo e proficuo,. Guardiamo al mondo dal cuore di Dio e così penetriamo nel cuore stesso del mondo portando in Cristo il peso delle ferite e la gioia delle realizzazioni dei nostri fratelli, che diventano nostre ferite e nostre gioie. Senza le chiacchiere dei dettagli superficiali, ci bastano poche notizie per essere bene informati e al contempo compiere il nostro compito di rimanere nascosti nel segreto del volto del Signore. Separati da tutti, siamo uniti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente.

Partecipate alle elezioni del vostro paese?

Noi abbiamo gli stessi diritti e doveri dei nostri compatrioti. La nostra vocazione non ci rende insensibili ai bisogni e alla vita del nostro paese.

Incontrate di tanto in tanto la vostra famiglia?

Riceviamo i genitori o gli altri nostri parenti ogni anno, per due giorni separati o consecutivi. E manteniamo un frequente contatto con loro mediante corrispondenza epistolare.

Perchè le donne non possono entrare nei vostri monasteri?

E’ una conseguenza della nostra consacrazione a Dio. La nostra clausura manifesta al mondo che Dio è capace di riempire tutta la nostra vita e ci aiuta a conservare la libertà del cuore, così da poter più facilmente aderire al Signore con amore indiviso. Non c’è però nessuna discriminazione sessuale, perchè neppure gli uomini possono entrare indiscriminatamente nella nostra clausura. Di fatto la certosa non si visita. Solo sono ammessi nel suo interno i candidati alla nostra vita e quelli che devono svolgere qualche lavoro. La nostra enorme e profonda devozione mariana è una testimonianza in più della nostra stima per la vocazione e la dignità della donna.

Sulle tracce della Grangia dell’Orsolone

10 Orsolone visione satellite

Orsolone visione satellite

Cari amici lettori di Cartusialover, voglio oggi raccontarvi la storia di una importante grangia di proprietà della certosa di san Martino a Napoli. Vi premetto, purtroppo, che, ahimè, ormai di quello che vi descriverò non vi è più nessuna traccia, ma sono sicuro interesserà a molti la mia narrazione che ai più risulterà poco nota. Imponenti erano le proprietà e le relative gestioni delle realtà agricole da parte della certosa di san Martino tra il XVI ed il XVIII secolo, mi soffermerò in questo articolo sulla Grangia dell’Orsolone.

Proviamo dapprima a localizzarla.

Non essendovi più traccia tangibile, dobbiamo indicare l’area dove sorgeva la grangia e che oggi ne ha conservato il solo nome: Orsolona. Essa è una zona di Napoli, antichissima proprietà Cartusiana” … solitaria e boschereccia”, situata in alto sulla collina dei Camaldoli, poco più sopra della attuale piazza nota come Cappella Cangiani. L’enorme estensione boschiva, di proprietà certosina, si estendeva fino all’attuale area dove oggi sorge il poderoso complesso ospedaliero Monaldi, già Sanatorio Principe di Piemonte. Esso fu concepito nel 1938, ed appunto situato nel punto più solatio e salubre di Napoli in una fitta vegetazione e destinato alla sola cura di malattie polmonari. La costruzione di questo sanatorio fu realizzata nell’area un tempo proprietà certosina. Ma vediamo le tracce documentate di questi possedimenti.

Le prime notizie pervenuteci di tale realtà agricola monastica si rifanno ad un documento del notaio Giovanni Battista Bassi del 1575, nel quale si evince l’acquisto della masseria nova in Orsolone. Da questa epoca in poi avviene la trasformazione in grangia.

La mappa del Duca di Noja (certosa e Museo di san Martino)

La mappa del Duca di Noja 1775 (certosa e Museo di san Martino)

Grangia nella mappa del duca di Noja

Particolare della Grangia

Una dettagliata descrizione, che ci fa avere idea del fasto di questa azienda agricola monastica, la desumiamo da un inventario redatto. La proprietà dell’Orsolone alla Real Certosa di S. Martino è certificata dall’ «Inventario di tutte le scritture dell’archivio della Real Certosa di S. Martino per le grance di Pianura, Campana, Orsolone e Marano» compilato da Dottor Don Vincenzo Pirozzi, e terminato nell’anno 1769. Le proprietà della Real Certosa nel territorio limitrofo all’Orsolone o poco distante erano varie come ci viene sempre indicato dall’Inventario: la selva e masserie alla Conocchia di S. Croce, il molino della Grancia d’Orsolone, il territorio in Orsolone detto Masseria nuova, e la selva detta la Conca e molte altre. Una perizia estremamente descrittiva ci fa comprendere l’aspetto di tale proprietà. Si fa riferimento ad una cisterna posta davanti alla struttura, sul quale, era inciso lo stemma dei monaci, consistente nel monogramma, C.A.R., tutto sormontato da una T, stante ad indicare il termine, Cartusia. I terreni antistanti l’edificio avevano coltivazioni di uva che consentiva la produzione di un buon vino rosso oltre a numerosi alberi da frutto, e tra questi i rinomati gelsi, fichi e castagni di pregevole qualità. Numerose erano le querce che affiancavano gli edifici. Essi erano caratterizzati, come tutte le grange certosine, in vari ambienti. Una chiesetta, un salone per gli incontri, che il notaio Giuseppe Paradiso descrive come un’ambiente molto grande e di pianta quadrata con raffinate decorazioni alle pareti. Ma il manufatto di maggiore valore, che ci fa comprendere la sontuosità di questa grangia, è la presenza di una “sala della meridiana”.

Un gran salone, dunque, con una lunga meridiana a “camera oscura”incisa a terra sul pavimento, realizzata da Rocco Bovi a somiglianza di quella già presente nella certosa di san Martino e commissionata dal Priore Dom Martino Cianci (1794-1804) così come risultava essere descritto sulla lamina di ferro posta dentro ad una piccola nicchietta a muro tra i segni dello zodiaco, posti alla fine del pavimento laddove terminava la meridiana nel pavimento. Con non poca fatica il Paradiso riuscii a decifrare l’iscrizione che riporta:

ROCHUS. BOVIO/DOMO. SCILLA./EX IUSSU. MARTINI. CIANCI. CARTUSIENSIS./VIRI. ELEGANTISSIMI./MERIDIANAM. ANC. LINEAM. IN./PAVIMENTO. CONSIGNAVIT. QUO. SOLIS. SPECIES./IN. ILLAM. PROIECTA. PRAETER. MERIDIEM./ET. ALTITUDINEM. SOLAREM. SINGULOS. MENSIS./CUIUSQUE. DIES. QUAM. EXLIPTICAE. GRADUS./OSTENTERET. AD HAEC NE. FERREA. LAMINA./AD. LAEVAM. DEXTERAMQUE. DELECTARET./NEVE. SURSUM. DEORSUMVE. LUXARITUR./MARMOREOS. LAPIDES. SOLO. HINC. INSERENDOS./INFINGENDOSQUE. CURAVIT./. RS.

Dom Martino Cianci 1

Dom Martino Cianci

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Per quanto riguarda la sua chiesa interna si sa che questa misurava 4,00 metri per soli 5,00, piuttosto piccola, una sorta di cappella, affrescata alle pareti ed alla volta anche se al momento della descrizione l’autore del documento dichiara di averla trovata tutta quanta imbiancata di fresco. La volta della cappellina o che chiesa dir si voglia, per vecchiezza dovette crollare, pur mostrando evidente il disegno architettonico di una volta a sesto di botte delle specie legnosa del Settecento. Al centro, ancora in essere, al momento del racconto, parte di un dipinto su tela, assai deturpato dall’umidità e che pareva ritrarre una Trasfigurazione. Agli angoli della mutata chiesa nel racconto del Paradiso dovettero esserci stati avanzi di fronti di colonne e l’altare molto antico era in legno dipinto, conservato molto male, al di qua e al di là di due finestrelle molto allungate sormontate da teste di angeli con funzione di candelabri per illuminare l’ambiente attorno alla mensa, che misurava due metri ed il suo paliotto si apriva a due battenti mostrando scaffalature interne per la sistemazione e conservazione degli arredi sacri necessari all’ufficio di culto.

La descrizione prosegue: “La pala ha un dipinto del Settecento d’ignoto autore e pare rappresenti la Madonna delle Grazie (…). Ai due lati delle pareti sono due pitture in cornici di legno entro incastrature di stucco: una raffigurante la Fuga in Egitto, l’altra la Nativita. (…) Ai lati e sopra la porta d’ingresso, pure in cornice, vi sono tre figurazioni che a me sembrano episodi della vita di san Martino”.

Tutto ciò, è quello che rimane delle tracce di questa sontuosa grangia certosina dell’Orsolona. Per completezza vi aggiungo due aneddoti ad essa legata. I monaci emisero un “Banno per li territori di San Martino“. Si tratta di una prammatica emessa dai certosini durante l’esercizio temporale dei propri diritti immobiliari in forza del possesso del manufatto, di questo e di altri ancora sul territorio. La prescrizione vietava “il passaggio per queste terre a tutti quelli che si sarebbero dovuti portare giù all’Arenella, a Santa Croce all’Orsolone, e in tutte le masserie e le selve del monastero, né a piedi, né a cavallo, né per tagliare legna, né per strappare frutti agli alberi, né pascolare o far pascolare qualsiasi tipo di bestia, né per andare a caccia, a ritiro, ” … a pernottare, acquare, farvi travi, guastare siepi, scavar fossi, cogliere herbe meravigliose e non far altri danni nei quali si incorre alla pena di ducati cento ed in qualche caso pure la carcerazione ipso facto.”

Altro intrigante aneddoto narrato dalle cronache….

«Nel giorno 2 settembre 1777, il Regnante Ferdinando IV volle visitare i Padri dell’Eremo dei Camaldoli, posto in una collina deliziosa; se non che le selve di quei contorni la rendevano alquanto solitaria e boschereccia. Luogo per altro che, quantunque remoto dal commercio della città, pure viene giornalmente frequentato dai Napoletani, o per devozione che ispira il devoto orrore di quella solitudine, o per godere delle deliziose vedute delle nostre campagne, della città di Pozzuoli, ed in lontananza poi della città di Gaeta e di tutta la provincia di Terra di Lavoro. Portossi dunque la M.S.(Maestà Sovrana) per visitarlo ed assaggiare la minestra degli orticelli di quei buoni Padri, facendo portare seco altre vivande e rinfrescamenti, e tutto il bisognevole. Vi si trattenne sino al tardi del giorno. E poi, nel calarsene, fu nel Monistero di San Martino dei P.P. Certosini (chiaro riferimento alla grangia dell’Orsolone) in dove assaggiò dei famosi meloni offertigli da quei Monaci». Quindi il monastero martiniano citato dal Florio altro non può essere che l’Orsolone. Ancora il notaio Paradiso ci ricorda quale doveva essere la suggestione ambientale di tale area irrimediabilmente perduta: «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perchè qui la civiltà non si e ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza»

Come avrete capito cari amici attraverso la ricostruzione di poche tracce di un’antica e fastosa grangia, ho voluto liberare dall’oblio le origini della Zona dell’Orsolone, nota oggi solo per essere una area di un quartiere della città di Napoli. 

Fratello Judoque de Migrode

converso disegno

Fratello Judoque de Migrode

Professo della certosa di Bruxelles

Questo buon fratello non era un letterato nel vero senso della parola. Per cos’altro gli sarebbe servito possedere una vasta conoscenza? Il converso, applica parte della sua giornata al lavoro materiale, sarebbe imbarazzato nei suoi movimenti da un corpo di conoscenza puramente scientifico. Ciò non significa che una modesta quantità di conoscenza sia inutile. Ogni giorno alcuni dei nostri fratelli sfruttano al massimo la cultura intellettuale che hanno portato al chiostro. Questi, tuttavia, faranno bene a non tentare affatto di sfruttarlo, perché sarebbero esposti ad andare nella direzione sbagliata.

Ma c’è una scienza che non è vietata a nessuno, è la scienza dei santi. Il più ignorante degli uomini può rivendicarla tanto quanto un maestro di teologia. Solo che questo è sotto il controllo di una direzione saggia, perché anche qui è facile smarrirsi. Da questo punto di vista, Judoque de Migrode ha sottolineato l’ordinario. Lo Spirito Santo gli aveva insegnato meno a penetrare i segreti dell’alta spiritualità che a umiliarsi in ogni momento. Da quando è entrato nella certosa di Scheut, è stato irreprensibile, semplice e docile come un bambino appena nato. Pieno di zelo per i suoi progressi, aspirava alle grazie più eccellenti e fece rapidi progressi nei percorsi spirituali. Era così povero, a causa di questa povertà canonizzata nel Vangelo, che non solo non aveva mai il minimo attaccamento alle cose superflue, ma era felice di perdere ciò che era necessario. Ha approfittato di tutto, stracci e tessuti, con un’abilità che non farebbe male a un sarto di professione. Dopo di ciò, è necessario parlare delle capacità che il caro fratello ha impiegato nelle diverse obbedienze che ha passato successivamente? Inteso nel lavoro, adatto a tutti i mestieri, aveva il dono della prodigalizzazione, di essere per così dire dappertutto contemporaneamente, senza mai correre. Chiunque avesse bisogno di consigli, di aiuto per le mani, lo trovò sollecito, sempre sorridente, felice di dare piacere, custodendo invariabilmente in mezzo a questa continua andirivieni il ricordo della presenza di Dio. Mentre le sue braccia lavoravano, il suo spirito si occupava dello studio della perfezione. Sarebbe andato molto lontano su questa strada se avesse avuto una lunga carriera. Ma sfinito prima del tempo dalla stanchezza e ancor più dal fuoco dell’amore divino, è sceso insensibilmente senza staccarsi dal suo Tutto. “Ah! disse, avrei voluto dare a Dio la mia vita a poco a poco, in dettaglio; Non mi ha dato il tempo. Possa il suo santo nome essere benedetto! ”Queste pia disposizioni sono state cancellate il ventiquattresimo giorno del febbraio 1612. La comunità ha a lungo conservato il ricordo di questo semplice e laborioso fratello, così risoluto e così sicuro di sé.