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L’Imitazione di Cristo Capitolo CXIV°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CXIV°

 

L’UOMO NON SI PONGA AD INDAGARE, CON ANIMO CURIOSO, INTORNO AL SACRAMENTO, MA SI FACCIA UMILE IMITATORE DI CRISTO E SOTTOMETTA I SUOI SENSI ALLA SANTA FEDE

Parola del Diletto

Se non vuoi essere sommerso nell’abisso del dubbio, devi guardarti dall’indagare, con inutile curiosità intorno a questo altissimo Sacramento. “Colui che pretende di conoscere la maestà di Dio, sarà schiacciato dalla grandezza di lui” (Pro 25,27). Dio può fare cose più grandi di quanto l’uomo possa capire All’uomo è consentita soltanto una pia ed umile ricerca della verità, sempre pronta ad essere illuminata, e desiderosa di muoversi entro i salutari insegnamenti dei Padri. Beata la semplicità, che tralascia le ardue strade delle disquisizioni e prosegue nel sentiero piano e sicuro dei comandamenti di Dio. Sono molti quelli che, volendo indagare cose troppo sublimi, perdettero la fede. Da te si esigono fede e schiettezza di vita, non altezza d’intelletto e capacità di penetrare nei misteri di Dio. Tu, che non riesci a conoscere e a comprendere ciò che sta più in basso di te, come potresti capire ciò che sta sopra di te? Sottomettiti a Dio, sottometti i tuoi sensi alla fede, e ti sarà dato lume di conoscenza, quale e quanto potrà esserti utile e necessario. Taluni subiscono forti tentazioni circa la fede e il Sacramento; sennonché, non a loro se ne deve fare carico, bensì al nemico. Non soffermarti su queste cose; non voler discutere con i tuoi stessi pensieri, né rispondere ai dubbi insinuati dal diavolo. Credi, invece alle parole di Dio; affidati ai santi e ai profeti (2Cor 20,20), e fuggirà da te l’infame nemico.

Che il servo di Dio sopporti tali cose, talora è utile assai. Il diavolo non sottopone alle tentazioni quelli che non hanno fede, né i peccatori, che ha già sicuramente in sua mano; egli tenta, invece, tormenta, in vario modo, le persone credenti e devote.

Procedi, dunque, con schietta e ferma fede; accostati al Sacramento con umile venerazione. Rimetti tranquillamente a Dio, che tutto può,quanto non riesci a comprendere: Iddio non ti inganna; mentre si inganna colui che confida troppo in se stesso. Dio cammina accanto ai semplici, si rivela agli umili, “dà lume d’intelletto ai piccoli” (Sal 118,130), apre la mente ai puri di cuore; e ritira la grazia ai curiosi e ai superbi. La ragione umana è debole e può sbagliare, mentre la fede vera non può ingannarsi. Ogni ragionamento, ogni nostra ricerca deve andare dietro alla fede; non precederla, né indebolirla. Ecco, predominano allora la fede e l’amore, misteriosamente operanti in questo santissimo ed eccellentissimo Sacramento. Il Dio eterno, immenso ed onnipotente, fa cose grandi e imperscrutabili, in cielo e in terra; e a noi non è dato investigare le meravigliose sue opere. Ché, se le opere di Dio fossero tali da poter essere facilmente comprese dalla ragione umana, non si potrebbero dire meravigliose e ineffabili.

 

FINE

Dom Luis Telm

Dom Luis Telm

Grazie

Nell’articolo odierno voglio ricordare e farvi conoscere un Padre certosino, fondatore di due certose portoghese e primo priore di entrambe. Luis Telm nacque il 15 agosto del 1548 a Lèrida, in Spagna, da una famiglia di commercianti, che intravidero nel giorno della sua nascita (il 15 agosto giorno in cui la chiesa celebra l’Assunzione in cielo di Maria) un segno premonitore della devozione alla Madre di Gesù. I genitori contribuirono alle spese universitarie, che consentirono al giovane Luis di prendere la laurea in diritto civile e canonico. Terminati gli studi a soli 20 anni il 31 ottobre del 1568 Luis decise di entrare nella certosa spagnola di Scala Dei in Catalogna dove ebbe ben presto l’ordinazione sacerdotale, il 19 ottobre 1572. Lo studio, la preghiera e la contemplazione caratterizzarono la sua vita monastica irreprensibile, al punto da farlo nominare priore nel 1586. Per le sue qualità, il capitolo generale dell’Ordine certosino svoltosi nel 1587 decide di fondare una certosa in Portogallo ed investe Dom Luis di curare tale nuova fondazione. Ad Evora, l’arcivescovo D. Teotónio de Bragança vuole sostenere la nascita di un nuovo complesso monastico certosino.

Fu così che Dom Luis Telm accompagnato dai confratelli di Scala Dei, Dom Francisco Monroig, Dom Jerónimo Ardio, e Fra Silvestre, Fra Juan Velis, Fra Palau, Fra Juan Juncosa e Fra Ensola si recarono  in terra portoghese dove il 7 novembre del 1587 ebbe luogo la posa della prima pietra della nuova certosa. L’intitolazione di essa fu Santa Maria Scala Coeli, per omaggiare la madre del Signore a cui Telm era devotamente legato. Il clima portoghese non giovò alla salute di Dom Luis che si ammalò frequentemente e dunque fu costretto ad allontanarsi da Evora, nel 1592, su consiglio dei medici. Per riprendersi dai malanni si recò a Lisbona dove conobbe Jorge de Athayde vescovo di Viseu, e cappellano del re Filippo di Spagna che sollecitò la costruzione di una seconda certosa portoghese a Lisbona. D’accordo con i vertici dell’Ordine si diede avvio alla costruzione della certosa di  Santa Maria Vallis Misericordiae a Laveiras nel 1594. Fiaccato dalle malattie Dom Luis dopo aver assistito e contribuito alla nascita del nuovo complesso monastico, chiese di fare ritorno a Scala Dei in Spagna e gli fu accordata tale richiesta, ma sulla strada del ritorno avrebbe dovuto in qualità di Visitatore della provincia di Castiglia recarsi in tali certose. La Divina provvidenza volle che il 15 agosto del 1598 nel corso di questa missione rimise l’anima a Dio nella certosa di Cazalla, laddove fu poi sepolto nel cimitero nel chiostro. Molte persone hanno dichiarato nel corso dei secoli l’intercessione di Dom Luis Telm per molti miracoli e guarigioni prodigiose, ma nessuno mai ha promosso un processo di beatificazione per questo poco conosciuto certosino, che, come vi dicevo all’inizio, ha avuto il merito di fondare le due certose portoghesi e però dimenticato nell’oblio della storia. Questo post ha l’intento di portare a conoscenza di voi amici lettori delle vicende altrimenti dimenticate, così come sono andati smarriti i manoscritti di Dom Luis sulla preghiera mentale.

La Grangia di Casacelle

La Grangia di Casacelle

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Per parlarvi della Grangia di Casacelle, intendo partire dal concetto di Grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati  lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella.

Questo insediamento è situato ad occidente di Giugliano, un comune in provincia di Napoli, ed era quindi di proprietà dei certosini della certosa di San Martino. Un casolare già esistente, fu acquistato nel 1337 da fra Lorenzo Venato di Napoli dell’ Ordine de Minori, da Bonifacio de Guardia e da Bartolomeo Caracciolo detto Cavaliere Carafa. Costoro erano gli esecutori testamentari di Carlo d’Angiò Duca di Calabria, e fecero questo acquisto, “per dote” della nascente certosa di San Martino. Il complesso monastico napoletano fu fondato da Carlo di Calabria nel 1325, ed accolse i primi monaci nel 1337. Successivamente la regina Giovanna II d’Angiò, che regno dal 1414 al 1435, concesse ai certosini la riduzione del feudo di Casacelle in “burgensatico”, ovvero piena proprietà. Tali privilegi furono confermati dai re Alfonso e Ferrante d’Aragona negli anni successivi. Nel 1515 la grangia si espanse, poiché i certosini acquistarono da Stefano Pontone altri 22 moggi, e nel 1533 da Tiberio e Giacomo de Buchis un’altra masseria con un altro fabbricato “massaria in più pezzi con casa grande”. Sempre da notizie documentarie, si apprende che il 15 ottobre del 1608, i certosini napoletani si impegnarono a riedificare la cappella esistente, dedicata a SanTammaro. La nuova chiesetta, preceduta da un angusto vestibolo, presenta un impianto ad aula con abside piana e portale timpanato sul lato sud. L’abside è rivolta ad est, come nelle chiese bizantine, ed è sovrastata da un campanile a vela. All’interno, sulla parete ovest, sono visibili due nicchie per le acquasantiere ed una cornice rettangolare in stucco. Essa fu costruita fuori dal recinto della grangia stessa, che ormai contava circa 300 moggi!

I granai ed  magazzini servivano per contenere i prodotti delle terre limitrofe in cui si coltivavano broccoli, fave, grano e viti, quest’ultime consentivano la succedanea produzione del famoso vino “asprinio”.

La grangia rimase proprietà della certosa fino alla rivoluzione del 1799. Ai primi dell’Ottocento, Gioacchino Murat la concesse al suo ministro delle Finanze, Jean-Antoine-Michel Agar conte di Mosbourg (1771-1844).
L’unica parte della grangia databile con precisione è la cappella, la quale, come abbiamo visto, fu riedificata nel 1608. In seguito degrado ed abbandono hanno reso quasi inaccessibile il luogo di questo insediamento rurale certosino. Alcune foto vi testimoniano le imponenti costruzioni, ridotte ormai in ruderi fatiscenti.
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L’Imitazione di Cristo Capitolo CXIII°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CXIII°

 

L’ARDENTE AMORE E L’INTENSO DESIDERIO DI RICEVERE CRISTO

Parola del discepolo

Con devozione grandissima e con ardente amore, con tutto lo slancio di un cuore appassionato, io desidero riceverti, o Signore, come ti desiderarono, nella Comunione, molti santi e molti devoti, a te massimamente graditi per la santità della loro vita e per la loro infiammata pietà. O mio Dio, amore eterno che sei tutto il mio bene, la mia felicità senza fine, io bramo riceverti con intenso desiderio e con venerazione grandissima, quale mai poté avere o sentire santo alcuno. Anche se non sono degno di sentire tutta quella devozione, tuttavia ti offro tutto lo slancio del mio cuore, come se io solo avessi tutti quegli accesi desideri, che tanto ti sono graditi. Ché anzi, tutto quel che un animo devoto può concepire e desiderare, tutto questo io lo porgo e lo offro a te, con estrema venerazione in pio raccoglimento. Nulla voglio tenere per me, ma voglio immolarti me stesso e tutto quello che ho, con scelta libera e altamente gioiosa.

Signore, mio Dio, mio creatore e redentore, io desidero riceverti oggi con quella amorosa venerazione, con quei sentimenti di lode e di onore, di giusta gratitudine e d’amore, con quella fede e speranza e purità di cuore, con i quali ti desiderò e ti ricevette la santissima Madre tua, la gloriosa Vergine Maria, quando, all’Angelo che le annunciava il mistero dell’Incarnazione, rispose, in devota umiltà: “Ecco la schiava del Signore; sia fatto a me secondo la tua parola” (Lc 1,38). E come il tuo precursore Giovanni Battista, il più grande tra tutti i santi, alla tua presenza, sobbalzò di gioia, nel gaudio dello Spirito Santo, mentre era ancora nel grembo della madre; e come di poi, scorgendo Gesù camminare tra la gente, disse con slancio devoto, abbassando grandemente se stesso: “l’amico dello sposo, che gli sta accanto e lo ascolta, gioisce profondamente alla sua voce” (Gv 3,29), così anch’io bramo di essere acceso di santo e grande desiderio e di darmi a te con tutto il mio cuore. Per questo ti presento e ti offro i sentimenti di giubilo, gli ardenti moti del cuore, gli alti pensieri, le luci superne e le visioni celesti di tutte le anime devote; e mi unisco – per me stesso e per coloro che a me si raccomandano nella preghiera – alle lodi perfette che tutte le creature ti rendono e ti renderanno, in cielo e in terra, affinché da tutti tu sia giustamente celebrato e glorificato per sempre. Accetta, o Signore Dio mio, i miei voti e il mio desiderio di darti infinite lodi e copiose benedizioni, quali giustamente a te si debbono, per la grandezza della tua ineffabile potenza. Tutto questo io ti dono ora, e voglio donarti ogni giorno e in ogni tempo, invocando con caloroso preghiera tutti gli spiriti celesti e tutti i tuoi fedeli a unirsi a me nel renderti grazie e nel darti lode. Tutti i “popoli, le stirpi e le nazioni” diano lode a te (Dn 7,14), esaltino il nome tuo, santo e soave, con sommo giubilo ed ardente devozione. E quanti celebrano il tuo altissimo Sacramento con venerazione e pietà, e lo ricevono con pienezza di fede, possano trovare grazia e misericordia presso di te. Che essi si degnino di ricordarsi di questo poveretto, quando, raggiunta la desiderata devozione e nutriti della salutare unione con te, lasciano la sacra mensa celeste, piene di consolazione e mirabilmente ristorati.

Il vagabondo di Dio

Il vagabondo di Dio

san Benedetto Giuseppe Labre

San Benedetto Giuseppe abre

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Il personaggio protagonista dell’articolo che oggi voglio offrirvi è: san Benedetto Giuseppe Labre.

Egli nacque, il 26 marzo del 1748, in una famiglia numerosa e povera di Amettes, in Francia e sin da piccolo si curò, trasferendosi presso uno zio sacerdote, della sua formazione religiosa. Le letture e gli studi fatti presso la biblioteca dello zio, maturarono nel giovane Benedetto l’idea di una forma di vita religiosa il più possibile lontana dal mondo, che lo spinsero a considerare di abbracciare la vita monastica. Il giovane zelante provò ad entrare nella Trappa, ma senza successo, fu così che decise di provare a diventare certosino. Provò inizialmente, a soli diciannove anni, ad entrare nella certosa di Longuenesse, ma essendo tale convento devastato da un incendio, in quel periodo non accettava novizi. Fu così che il giovane Labre si rivolse alla certosa di Montreuil, nella quale non fu accettato poiché ritenuto troppo giovane e quindi non idoneo, ma fu invitato a studiare e verificare la sua vocazione. Il giovane ascoltato il consiglio e senza demordere frequentò una scuola per seminaristi. Sempre con maggiore determinazione, il 12 agosto del 1769 si presentò nuovamente alla certosa di Montreuil, dove questa volta fu ammesso senza difficoltà coronando il suo sogno.

Ma come spesso vi ho narrato la Provvidenza stravolge sorprendentemente i piani da noi concepiti per la nostra esistenza, ed infatti questo pio giovane integratosi nella vita fatta di silenzio meditazione e preghiera ben presto verrà afflitto da ansia ed angoscia.

Dopo soli 40 giorni, il Priore della certosa espresse il suo lapidario parere su questo giovane: «Via, la Provvidenza non vi chiama nel nostro istituto, seguite le ispirazioni della grazia».

A seguito di tale sentenza Benedetto scrisse ai suoi parenti il giorno stesso della partenza dalla certosa, il 2 ottobre 1769: «Mio carissimo padre e mia carissima madre. Vi informo che non avendomi i Certosini giudicato adatto alla loro condizione, io ne sono uscito il due di ottobre; io considero la cosa come un ordine della Divina Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto, essi stessi hanno detto che era la mano di Dio che mi ritirava da loro. Dunque, mi incammino verso la Trappa, questo luogo che desidero tanto, e da tanto tempo. Vi domando perdono di tutte le disobbedienze e di tutte le pene che vi ho causato. Vi prego caldamente l’uno e l’altra di darmi la vostra benedizione affinché il Signore mi accompagni. Io pregherò il buon Dio per voi, tutti i giorni della mia vita, soprattutto non vi preoccupate per me. Anche se avessi voluto restarvi, non mi avrebbero ricevuto, per questo mi rallegro molto, perché vedo che l’Onnipotente mi guida. Non affliggetevi perché sono uscito dai Certosini, non vi è permesso di resistere alla volontà di Dio che così ha disposto per il mio più gran bene e per la mia salvezza. Vi prego di fare i miei auguri ai miei fratelli e sorelle. Accordatemi la vostra benedizione, non vi darò più alcuna pena, il buon Dio che ho ricevuto prima di uscire mi assisterà e mi condurrà nell’impresa che Lui stesso mi ha ispirata. Io avrò sempre il suo timore davanti agli occhi e il suo amore nel cuore. Spero molto di esser ricevuto alla Trappa; in ogni caso mi assicurano che l’ordine di Sept-Fonts non è tanto duro e si è ricevuti anche se molto giovani. Ho l’onore di essere, con profondo rispetto, vostro umilissimo servitore. Montreuil, 2 ottobre 1769. Benoît-Joseph Labre».

Ma dopo aver tentato altre esperienze monastiche il giovane, asoli ventidue anni, decise di peregrinare e portare tra i poveri la sua vocazione, capendo che il suo posto non era all’interno di un convento ma per strada.

Percorreva i suoi itinerari con un sacco sulle spalle contenente vangeli e testi sacri, visse di offerte che donava ad altri poveri come lui, e per questo che era noto come “il vagabondo di Dio” o lo “zingaro di Cristo”. Queste misere condizioni di vita lo condussero a contrarre una malattia che lo portò alla morte a soli 35 anni, egli si spense a Roma il 16 aprile del 1783. Al suo funerale c’era una moltitudine di gente che aveva avuto modo di conoscerne le sue virtù, ben presto la fama della sua santità si diffuse in tutta Europa. Fu beatificato il 20 maggio 1860 e canonizzato l’8 dicembre 1881 da papa Leone XIII. La sua festa è oggi 16 aprile.

Conosciamo Dom Basilio Trivellato

Conosciamo Dom Basilio Trivellato

Dom Basilio Trivellato

Come comunicatovi in un precedente articolo, dal 28 novembre scorso, Dom Basilio Trivellato, è il nuovo priore della certosa di Serra san Bruno su nomina del Priore Generale Dom Dysmas de Lassus. 

Proviamo a conoscerlo di più, attraverso queste breve note biografiche che voglio proporvi.

Dom Basilio Maria Trivellato nasce il 14 settembre del 1934 a San Pietro Viminario (PD). Terminato il ginnasio nel seminario di Feltre (BL), nel 1953 entra nel seminario maggiore interdiocesano di Belluno dove frequenta il liceo e il quinquennio di teologia. Come suo insegnante d’arte, diritto e catechetica, avrà Mons. Albino Luciani, diventato Papa con il nome di Giovanni Paolo I. E’ordinato sacerdote il 29giugno del 1961 nel Duomo di Feltre e diventa vice rettore del seminario interdiocesano. Dal 1965 al 1979 è parroco ad Arson, Lasen, Meano e contemporaneamente segretario dell’Ufficio Catechistico diocesano. Solo nel 1979, all’età di 45 anni decide di abbandonare tutto ed abbracciare la vita monastica eremitica, ed entra nella certosa dello Spirito Santo a Farneta (Lucca). Dopo la professione solenne ricopre l’incarico di Procuratore per undici anni e di Priore per altri tredici. Dom Basilio aveva avuto già modo di conoscere la certosa di Serra e la popolazione serrese, poiché aveva trascorso due anni 1999 e 2000 come Vicario, ed aveva l’incarico specifico di celebrare la messa domenicale che si svolge nella cappella esterna alla certosa a cui partecipa il pubblico. Ha quindi avuto l’opportunità di farsi conoscere con il suo accento veneto ed il suo carattere mite e gioioso, frutto di chi ha vissuto nel silenzio e nella profonda contemplazione  alla ricerca di Dio. In una recente intervista egli ha detto: «..la nostra vita è consacrata alla preghiera, noi viviamo per il silenzio. Di noi è  stato già detto tutto. Per noi deve parlare il nostro silenzio. La nostra deve essere una continua contemplazione nella ricerca di Dio».

Dom Basilio saprà dare nuova linfa alla certosa di Serra, che conserva le spoglie di san Bruno fondatore dell’Ordine dei certosini, e come lui saprà far germogliare la sua ricchezza spirituale ed il suo carisma monastico.

Lo affidiamo alle benedizioni di Dio e di san Bruno,

augurandogli

in questo nuovo compito
la sapienza e la forza!

STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS!

L’Imitazione di Cristo Capitolo CXII°

L’Imitazione di Cristo

Libro IV

Capitolo CXII°

 

MANIFESTARE A CRISTO LE NOSTRE MANCHEVOLEZZE E CHIEDERE LA SUA GRAZIA

Parola del discepolo

O dolcissimo e amorosissimo Signore, che ora desidero devotamente ricevere, tu conosci la mia debolezza e la miseria che mi affligge; sai quanto siano grandi il male e i vizi in cui giaccio e come io sia frequentemente oppresso, provato, sconvolto e pieno di corruzione. Io vengo a te per essere aiutato, consolato e sollevato. Parlo a colui che tutto sa e conosce ogni mio pensiero; a colui che solo mi può pienamente confortare e soccorrere. Tu ben sai di quali beni io ho massimamente bisogno e quanto io sono povero di virtù. Ecco che io mi metto dinanzi a te, povero e nudo, chiedendo grazia e implorando misericordia. Ristora questo tuo misero affamato; riscalda la mia freddezza con il fuoco del tuo amore; rischiara la mia cecità con la luce della tua presenza. Muta per me in amarezza tutto ciò che è terreno; trasforma in occasione di pazienza tutto ciò che mi pesa e mi ostacola; muta in oggetto di disprezzo e di oblio ciò che è bassa creatura. Innalza il mio cuore verso il cielo, a te, e non lasciare che mi perda, vagando su questa terra. Sii tu solo, da questo momento e per sempre, la mia dolce attrazione, ché tu solo sei mio cibo e mia bevanda, mio amore e mia gioia, mia dolcezza e sommo mio bene. Potessi io infiammarmi tutto, dinanzi a te, consumarmi e trasmutare in te, così da diventare un solo spirito con te, per grazia di intima unione, in struggimento di ardente amore. Non permettere che io mi allontani da te digiuno e languente, ma usa misericordia verso di me, come tante volte l’hai usata mirabilmente con i tuoi santi. Qual meraviglia se da te io prendessi fuoco interamente, venendo meno in me stesso, poiché tu sei fiamma sempre viva, che mai si spegne, amore che purifica i cuori e illumina le menti?

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