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Il fardello leggero

Il fardello leggero

certosino in chiostro

Ancora una omelia, di un anonimo certosino, che ci indica come vincere i nostri conflitti e le nostre sofferenze interiori. Una vera delizia!

La precisione dello sguardo interiore e la chiara consapevolezza di ciò che ci viene chiesto, sono cose della massima importanza per l’anima che si sforza di raggiungere la perfezione, perché il desiderio di elevarci a Dio sarà presto distrutto dalla mancanza di coraggio, se le prospettive del progresso spirituale sono distorte. Ed esse sono distorte spesso per l’importanza data alle difficoltà, agli ostacoli creati dalla natura, agli inevitabili conflitti nel cammino di ascensione spirituale. È alla luce della fede che dobbiamo considerare e pesare gli elementi del nostro destino: la realtà, come ci ha mostrato Gesù Cristo, ci dà solo di scegliere tra la luce e le tenebre, tra Dio, che è l’Essere, ed il suo avversario, a chi può restare solo il nulla. Non ci lascia abbandonati in una alternativa incerta: non c’è più sicura scelta né più semplice di quella dell’amore. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Lc 10, 27).

Dio ci offre la luce, e solo la luce. “Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Gv 1, 5-6). Questa luce che ci illumina è il suo spirito ed il suo amore: è ciò che portiamo in noi nel tempo e nell’eternità. È il fuoco che il Figlio è venuto per accendere sulla terra, garantendoci che il suo unico desiderio è che “bruci e infiammi i cuori”. Se ci diamo a questa fiamma, lasceremo di essere strani a Dio e non saremo più conteggiati nel numero dei suoi servi, ma in quello dei suoi amici e confidenti. “Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il padrone. Vi ho chiamati amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio ve l’ho fatto conoscere” (Gv 15, 14-15).

Se ascoltiamo le parole di Gesù, non potremo peccare. Perché chi vive nella luce non può perdersi, Dio gli serve come guida. Non perché noi consideriamo la perfezione come qualcosa nostra, come un bene acquisito. Al contrario, noi abbiamo difetti e siamo estremamente deboli, lo sappiamo meglio che mai, perché siamo liberi dalla menzogna che ci portava gli illusi: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (I Gv 1, 8-9).

L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, ci ha lavati nel suo sangue, ci ha santificati e ci ha divinizzati. “Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati” (I Gv 2, 1-2).

Se viviamo nella verità, fuggiamo dal peccato e la pura carità ci fa sentire la sua urgenza. Pretendere di acquistare l’intimità con Dio a scapito del prossimo non sarebbe più di una illusione: le parole di Dio risuonano costantemente nel nostro cuore attento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi” (Mar 12, 31).

Amiamo il Padre e non possiamo smettere di amare il prossimo in Lui. Chi non ama il prossimo, in realtà non ama Dio e non ha la vita in se stesso, è già in preda a morte. “Se uno dice: “Io amo Dio” e poi odia il proprio fratello, è mentitore” (I Gv 4, 20). Ma se amiamo Dio ed amiamo gli uomini in Lui, conosciamo la pace divina. Non c’è posto nel nostro spirito per l’inquietudine ed il dubbio. Per colui che ha fede, questi termini sono equivalenti e designano Dio stesso: la vita è luce ed il amore è verità. La verità ci rende liberi ed il sole della giustizia dissipa le tenebre in cui la nostra anima indeboliva in cattività. “Egli ci ha strappati dal dominio delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo amato Figlio” ( Col 1, 13).

La nostra vita ci diventa ogni giorno più sicura nella luce divina. Noi già non abbiamo paura dei conflitti e delle sofferenze interiori. Protetto da questa pace, il nostro amore si espande liberamente. “Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (I Cor 15, 57-58).

È la fede che ci rivela questo mistero inesauribile, il mistero dell’amore: siamo chiamati a vivere con Dio in una intimità più profonda di ogni pensiero, perché apparteniamo a Lui per una scelta eterna. È stato in questi termini che il Figlio ha pregato per noi: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola” (Gv 17, 5-6).

Un certosino

Alla fonte

Alla Fonte

FONTE

Il brano che ho scelto oggi per voi, è tratto dal libro Intimidade com Deus” dall’originale francese ” Parole de dieu et vie divine”. I testi in esso contenuti sono una raccolta di scritti elaborati da un certosino. Un sermone da gustare in tutta la sua ricchezza, dissetiamoci dunque alla fonte!

“Sentire o leggere ciò che gli altri affermano circa l’unione dell’anima con Dio eleva senza dubbio lo spirito, ma può lasciarci molto lontano dalla realizzazione. Succede anche che molte anime disposte a perseguire questo fine, perdono il coraggio dopo una serie di sconfitte e rinunciano ad avanzare per il regno delle promesse divine. Alcune di loro si rassegnano, allora, alla mediocrità della vita interiore: poiché la perfezione sembra essere decisamente fuori dalla nostra portata, perché continuare a lottare invano? Si confortano con l’idea che gli altri, dopo alcuni tentativi, eccessivi per le loro forze, hanno conosciuto l’amarezza della delusione. Può anche accadere che queste riflessioni ci diano la sensazione di essere informati e prudenti e ci facciano rimpiangere il sacrificio inutile di anime presuntuose. Non abbandoniamo totalmente la pietà, ma limitiamo il nostro orizzonte; e la voce della coscienza, che non può essere soddisfatta con questa limitazione, è asfissiata dalle distrazioni.

In realtà, non possiamo pensare che un’offerta incompleta sia degna della maestà divina, della sua purezza e della sua semplicità, e che l’Amore assoluto accetti l’offerta di un’anima divisa. È a noi che si rivolgono queste lamentele: “Ascolterete, ma non comprenderete; guarderete, ma non vedrete. S’è indurito infatti il cuore di questo popolo: sono diventati duri di orecchi; e hanno serrato gli occhi in modo da non vedere con gli occhi, non sentire con le orecchie, non comprendere con il cuore e convertirsi” (Mat 13, 14-15).

Queste parole sembrano dure in bocca di un Dio: ma è proprio a causa della sua infinita misericordia, perché vuole condividere con noi l’ardente carità che trabocca dal suo cuore, che ci rimprovera per la nostra tiepidezza, e ancora di più per la nostra rassegnazione. Per più severamente che ci parli, mai ci abbandona più di quanto noi lo abbandoniamo. Dio è sempre vicino a noi come una fonte interiore da cui nasce la grazia e là ci aspetta, nel più intimo di noi. Nonostante i nostri compromessi precari tra l’amore divino e l’amore di sé, non cessa mai di attrarci a Lui per offrirci la totalità delle sue ricchezze. Così come l’unità divina è la madre degli esseri, così tutta la vita aspira all’unità e tutto l’amore alla totalità.

Se, da questo momento, volessimo sentire la parola di Dio e lasciare il nostro cuore rispondere al suo appello, avremmo aperto davanti a noi un cammino che conduce senza deviazioni verso l’alto. È Dio stesso che ci incita a percorrerlo ed è per questo che ci svela i suoi segreti. Potessimo noi sentirlo, infatti, nel silenzio di una sottomissione umile e un’attenzione filiale.

Il suo linguaggio è più chiaro che tutta la luce creata; il suo unico scopo è quello di fare saltare su di noi la scintilla di una risposta ardente. Se si presenta talvolta con la durezza di un diamante, è per penetrare fino al fondo del cuore, l’oggetto dell’eterno desiderio. Ma è la pazienza divina che più dobbiamo ammirare, la condiscendenza del Verbo che prende la forma di uno schiavo per conquistare il nostro amore: “Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto; la canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante” (Mat 12, 18-20).

Che nessun ostacolo venga, da parte nostra, ad indebolire la Parola di Dio: lasciamola risuonare fino al fondo della nostra coscienza: anche in noi, essa farà fiorire le sue meraviglie divine. “Ecco, Dio è la mia salvezza; attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12, 2-3). È dal Figlio che dobbiamo avvicinarci, se vogliamo calmare la sete che tormenta la nostra anima. Egli viene al nostro incontro ed è Egli stesso che ci chiede di bere, tanto all’ombra dal raccoglimento come al sole ardente della nostra giornata. E così che l’anima comincia a soddisfare i desideri divini, sente queste parole: “Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4, 10).

È offerta di Dio, infatti! Basta confessare la nostra indigenza per ricevere il dono della misericordia. Il cuore divino conosce tutte le nostre necessità e fa raggiungere a noi l’onda della carità: ci invita a bere senza riserve per rinfrescare e guarire la nostra anima. Quest’acqua che sgorga dalle profondità divine ci rende sempre più permeabili alla sua purezza e meglio in grado di ricevere la sua abbondanza, come noi uccidiamo la nostra sete. “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Colui che crede in me, come disse la Scrittura: Dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7, 37-38).

Ci liberiamo dai legami egoistici e parziali che ci attaccano alle creature, allentiamo il nostro cuore di ciò che è temporale ed effimero, queste sono le condizioni per il nostro risveglio spirituale. La conoscenza angosciante della nostra miseria ci tira le soddisfazioni di un ora per farci desiderare ardentemente la verità eterna, la pienezza divina. “Colui invece che beve dell’acqua che gli darò io, non avrà mai più sete; ma l’acqua che gli darò diverrà in lui una sorgente di acqua che zampilla verso la vita eterna” (Gv 4, 14).

Se beviamo, quindi, alla fonte del paradiso interiore, mai più cercheremo di placare la nostra sete nei ruscelli della terra, affinché il nostro il Salvatore non si lamenti di noi: “essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2, 13). Facciamo attenzione a questo tempo di grazia, che, chissà, può suonare per l’ultima volta. “Oggi, se udirete la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Eb 4,7).

Che lo Spirito non ci consideri di essere lento o sordi alla sua chiamata! Non lasciamo addormentare in noi l’idea di questa gloria che ci invita, di questa Buona Notizia che Dio ci annuncia in ogni momento, di questo Verbo d’amore che cerca, con la ‘violenza’ divina, rivelarsi al nostro cuore. “La parola di Dio, infatti, è viva ed energica e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino all’intimo dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12). Lasciamo Dio agire, che Egli sia è il nostro destino e la nostra fortuna!

La verità che il suo amore ci impone, si svilupperà nei nostri cuori quando la nostra fede riceverà il seme eterno. “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11, 28). “Consacrali nella verità. La tua parola è verità!” (Gv 17,17)”.

Un certosino

La vita interiore di F. Pollien capitolo IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

LA RETTIFICA

Intenzione attuale e virtuale

174. Sapere e vedere. – 175. Influsso delle abitudini sugli atti. – 176. L’intenzione del mattino. – 177. L’intenzione attuale e virtuale. – 178. Cambiamento completo.

174. Sapere e vedere. – Non sapevo io che bisognava far tutto per Dio? Lo sapevo, senza dubbio, ma lo vedevo?… Altro è sapere ed altro è vedere. A che vale una conoscenza più o meno speculativa confinata nella memoria in cui dorme?… Che giova il sapere, se esso non dirige il volere?… Ciò che importa è la vista pratica da cui nascono gli atti; la vista vivente, anima della condotta; la vista, non per atti continuamente ripetuti, che sarebbe impossibile, ma per l’abitudine interna contratta dall’anima formata.

Ho visto in pratica questa lotta permanente della mia soddisfazione contro la gloria di Dio?… questo dominio abituale del mio interesse egoista?… questa disposizione di considerare tutto dal punto di vista del mio piacere umano? Il male più pericoloso consiste nel non vedere ciò, nel non pensarvi e nel perpetuare in me, col fatto positivo della mia condotta quotidiana, abitudini della mente più o meno sviate.

175. Influsso delle abitudini sugli atti. – Il valore dei miei atti dipende molto dalle mie abitudini, poiché lo stato interiore delle facoltà modifica profondamente la natura delle loro azioni. Per questo lo stato di peccato mortale toglie totalmente il valore eterno e meritorio agli atti, anche eroici, compiuti in tale disposizione. Le migliori intenzioni e le più belle azioni, dice san Paolo, non m’impediscono di essere nulla, di aver nulla, di valer nulla, senza la carità (cf. 1Cor 13, 1). A quanti peccati trascinano, d’altra parte, le cattive abitudini! Ugualmente, se le mie tendenze ordinarie sono veniali, esse, senza togliere ogni valore agli atti buoni, ne diminuiscono particolarmente il merito e diventano fonte di molteplici difetti. Se vivo in stato d’imperfezione, tale stato si ripercuote inevitabilmente sugli atti, che non gli sono sottratti da un’intenzione contraria. Comunque sia questa intenzione, attuale o abituale, deve avere almeno la virtù di combattere l’atto e di sottrarlo all’influenza opposta.

176. L’intenzione del mattino. – Non rettifico forse ogni mattina la mia intenzione, dirigendo le azioni alla gloria di Dio? Senza dubbio, e ciò è ottimo. Ma quello che faccio al mattino è un atto. Orbene, un atto non distrugge un’abitudine; esso può momentaneamente interromperla ed avere un certo effetto fino a che questa non abbia ripreso il sopravvento. L’abitudine che ho di giudicare tutto dal punto di vista del mio io non viene distrutta da questo atto, poiché un atto della volontà non è direttamente contrario a un’abitudine dell’intelligenza. Se non avessi un’abitudine contraria, l’intenzione del mattino estenderebbe normalmente il suo influsso sul movimento della giornata. Ma l’abitudine di ricerca personale è sempre lì, e solo momentaneamente è interrotta dagli atti retti; essa vi rimarrà finché la virtù della pietà non venga a soppiantarla.

È un fatto che, nonostante questa buona intenzione del mattino, continuo a vedere e seguire, come idea praticamente ispiratrice e direttiva della mia condotta, quella del mio interesse. La buona intenzione non l’ha corretta affatto, né poteva correggerla, poiché io non scorgevo in essa la sede principale del male.

Questa direzione della mia intenzione del mattino non ha dunque alcun valore? Ne ha uno grandissimo. Anzitutto è un atto molto meritorio, poiché si trova pienamente nell’ordine. Inoltre potrà estendere la sua influenza fino agli atti nei quali non dominerà la ricerca di me stesso. Infine con la sua ripetizione contribuirà a formare la grande abitudine di vedere, amare e ricercare Dio prima di tutto.

177. L’intenzione attuale e virtuale. – È dunque necessario pensare attualmente… alla gloria di Dio in ogni mia azione? Nient’affatto; non più di quanto è necessario vedere attualmente il mio interesse e ricercare pertanto me stesso. Non è forse vero che, per il fatto dell’abitudine, io vedo, amo e ricerco il mio interesse, senza quasi pensarvi, per così dire, inconsciamente, istintivamente? E’ proprio di un’abitudine, stabilita definitivamente nell’anima, far agire senza che questa ponga un’attenzione distinta alla sua influenza. Tanto più l’abitudine è contratta, tanto meno si scorge. Io ho talmente l’abitudine di agire per i miei interessi, che non me ne accorgo più. Essa mi domina così pienamente che non la sento più.

Ebbene, è un’abitudine di questa portata, che io debbo formare in me per la gloria di Dio. Bisogna che la vista, l’amore e la ricerca di Dio invadano talmente le mie potenze e le dominino così pienamente, che io non abbia più bisogno di pensarvi in modo esplicito. Bisogna che la pietà diventi il movimento primo della mia anima nello stesso grado in cui lo è ora la ricerca di me; che il movimento della grazia occupi il posto, l’ufficio e il dominio posseduto ora dal movimento della natura; che il divino agisca nelle medesime condizioni in cui agisce ora l’umano; che si stabilisca un orientamento e come un’attrazione dell’anima, la quale si trovi costantemente ricondotta a Dio e stabilita in lui come suo fine. Allora si avrà una vita pienamente retta, ed io andrò a Dio tanto facilmente, tanto prontamente, oserei dire, tanto naturalmente, quanto ora vado a me stesso. Oh! quando avverrà questo?…

178. Cambiamento completo. – Bisogna operare un cambiamento quasi completo. Cambiare la mia vita; dare una nuova forma alle idee, agli affetti, alla condotta; spogliare l’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo (cf. Col 3, 9); rendere al Signore il posto usurpato dalla soddisfazione. Che lavoro!

E tuttavia, dice l’apostolo: « Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione » (Rm 6, 19).

« Consiglio umano, dice sant’Agostino, condiscendenza all’infermità. Che cos’ha riservato l’apostolo e non ha detto? – Ciò che ha riservato lo dirò io, se potrò. Metti sulla bilancia la giustizia e l’iniquità; non merita forse la giustizia ciò che ha avuto l’iniquità? Possiamo amare l’una come l’altra? No, certo; e tuttavia, fosse almeno così! Dunque, di più? – Di più, assolutamente di più. Nell’iniquità tu hai seguito il piacere; per la giustizia sopporta la sofferenza: ecco il più.

La bellezza della giustizia si presenti qui e si mostri agli occhi del cuore. Eccola, essa ti dice: Vuoi tu godere di me? Disprezza ogni altro piacere, disprezzalo per me. Ecco l’hai disprezzato. E ancor poco per essa, è l’umano, condiscendenza all’infermità della vostra carne. È poco disprezzare ciò che ti piace; disprezza ciò che ti spaventa: catene…, prigione…, morte… Se trionfi di ciò, hai trovato me. Prova in questi due gradi il tuo amore alla giustizia.

Che cosa puoi aggiungere per la perfezione delle opere? Ama, sii zelante, fervente, calpesta ciò che ti piace, e passa oltre. Ecco giungere le asprezze, gli orrori, le crudeltà, le minacce: calpesta, spezza e passa oltre. Oh amare! … Oh andare! … Oh morire a se stessi! … Oh arrivare a Dio! … ».

Queste parole del grande Dottore servono mirabilmente come transizione fra il cammino percorso e quello che mi resta da fare. Di questi due gradi della giustizia, indicati da lui, non abbiamo studiato che il primo. lo non sono ancora arrivato a rendere alla gloria santa il posto occupato indebitamente dal piacere. Bisogna ora vedere il secondo.

Visita alla certosa di Parkminster

Visita alla certosa di Parkminster

certosa di  S. Hugh Parkminster

Nell’articolo odierno, sono lieto di mostrarvi un video tratto da un documentario realizzato dalla tv inglese BBC sui monasteri in Inghilterra. Il brano che vi propongo, riguarda la certosa di S. Ugo a Parkminster nella quale, la troupe televisiva fa straordinariamente il suo ingresso. Occasione ghiotta per ammirare gli ambienti della splendida certosa inglese ed ascoltare dalla voce di Dom Cyril la risposta ad alcune domande poste dai visitatori. Ho per voi tradotto in italiano il testo dell’intervista.

A tutti buona visione.

VISITA A PARKMINSTER

Narratore: La loro vita ha l’equilibrio che si paragona a fare una ricetta. È come se, con gli stessi ingredienti, preparassero una torta molto, molto diversa.

Trascorrono più tempo da soli e meno tempo in comunità, dove vivono un gran numero di monaci.

Le porte dei loro appartamenti non sono normalmente aperti ai visitatori, e hanno solo accettato di riceverci per un favore speciale al Padre Christopher.

Per il gruppo si tratta di un’occasione unica per sperimentare la vita monastica nella sua forma più pura, e Padre Christopher spera che possa ispirarli nei loro cammini spirituali.

Parkminster è costituita da una comunità di 25 monaci.

Padre Ciro, il maestro dei novizi guida il gruppo durante la visita.

Il monastero è composto da singoli appartamenti costruiti intorno al chiostro che, misurando un quarto di miglio ogni lato, è il più esteso d’Europa.

I monaci trascorrono qui 18 ore al giorno da soli nelle loro stanze lavorando, studiando e pregando in silenzio. Lasciano le loro celle solo 3 volte al giorno per andare in chiesa, quando cantano lodi al Signore, la maggior parte in latino.

Padre Cyrus: “Noi registriamo salmi, cantiamo canzoni di questi libri. Ogni settimana trascorriamo circa 5, 5 ore e mezza al giorno in Ufficio Divino. Ci alziamo a mezzanotte. Da mezzanotte alle 3, 3:30 … Trascorriamo tre ore durante la notte, poi la Messa del mattino ed i Vespri la sera.”

Visitatore: “Voi siete in piedi alle 3 del mattino?”

Padre Cyrus: “Sì. È un grande momento per essere sveglio. Infatti seguiamo la tradizione. Queste ore notturne sono davvero meravigliose per la preghiera.”

Narratore: La conversazione è permessa solo 2 volte a settimana ed anche così solo per poche ore. I certosini credono che sia in silenzio e solitudine, in costante preghiera e contemplazione, che i loro cuori sono purificati per ricevere la Parola di Dio.

Ogni mattina il cibo è lasciato davanti alla porta di ogni monaco, che resta da solo per pregare e riflettere.

Con nostra sorpresa abbiamo scoperto che Padre Cyrus ha abbastanza volontari, nonostante la distanza.

Padre Cyrus: “Non ci rendiamo conto di quanto dipendiamo da ogni tipo di cosa familiare. Ciò che viene detto, come le persone reagiscono a ciascuno, il senso della propria identità, quello che hai fatto…è ovviamente misericordia. Non si può sfuggire.”

Visitatore: “In un certo senso ciò che viene generato qui va al di là …”

Padre Cyrus: “Solo possiamo essere una sorta di presenza simbolica. Non sapremo mai ciò che ciascuno ha fatto, ma ciò che è importante, ciò che è essenziale è la realtà di Dio, la realtà della comunione con Dio, che davvero esiste nella sua forma più pura, in qualche modo. Ogni volta che una farfalla si muove qui, può essere ascoltata in Cina. Spiritualmente parlando, è qualcosa fatto in profondità, che è in qualche modo veramente aperto a Dio. Il tipo di vita che è lo scopo dell’Ordine”.

Visitatore: “Mentre ero lì, mi sono sentito assolutamente toccato, con ‘le vertigini’. Quella somiglianza negli obiettivi hanno raggiunto l’estremo. Ero ispirato ed allo stesso tempo confuso, perché tutto mi ha causato una reazione così intensa!

Grazie, Padre Ciro. È stato assolutamente ispiratore.

È il grado in cui la vita religiosa è in completo esilio, questo impulso ad un limite assoluto…voglio dire, dobbiamo davvero decidere circa ciò che vale la pena o non vale la pena. E posso affermare che, essere lì questa mattina, in quel luogo aveva troppo senso.”

Omelia: L’Assunzione di Maria Santissima

Oggi 15 agosto, in occasione della Festività della Assunzione della Beata Vergine Maria, vi offro una sublime Omelia scritta da un Priore certosino qualche anno fà e destinato alla sua comunità. Leggiamola ed apprezziamone il contenuto.

Assunta (Francesco De Mura

L’Assunzione di Maria Santissima

Maria Santissima, Madre del Bell’Amore e della Santa Speranza, prega per noi!

L’Assunzione della Madonna in cielo che oggi celebriamo nella Chiesa, ed anche la sua Immacolata Concezione, sono due prerogative della Beata Vergine che siamo sempre disposti ad ammirare e lodare. Ma potremmo avere l’impressione (e sarebbe una tentazione, un errore) che questi due privilegi di Maria la rendono lontana da noi, per non dire, inaccessibile. Potrebbe essere, sì, un’impressione, ma la riflessione teologica sul ruolo della Vergine nella nostra salvezza giunge alla conclusione completamente opposta. Il Concilio Vaticano II insegna esattamente l’opposto. Ad esempio, quando se dice: “dopo la sua assunzione in cielo, Maria non ha abbandonato la sua missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua (…) con il suo amore materno, a prendere cura dei fratelli del Figlio suo” (LG 62).

Oggi vorrei meditare su questo aspetto dell’amore della Beata Vergine per ciascuno di noi, e così incentivare – con la grazia dello Spirito Santo – il nostro amore per questa nostra Madre amatissima, anche incoraggiare il nostro abbandono in lei e la nostra fiducia. Allieta la Chiesa chiamare Maria la “Madre del Bell’Amore”. Ed è il Siracide che chiama così la Sapienza divina: “Io sono la madre del bell’amore e del santo timore, della conoscenza e della santa speranza” (24,18). La ragione per la Chiesa di chiamare così la Madre di Dio è molto semplice: la Beata Vergine è entrata nell’amore divino come nessun’altra creatura.

Il Santo Padre nella sua Enciclica “Dives in Misericordia” scrive: “Maria quindi è colei che conosce più a fondo il mistero della misericordia divina. Ne sa il prezzo, e sa quanto esso sia grande” . E questo perché “Maria è anche colei che, in modo particolare ed eccezionale – come nessun altro -, ha sperimentato la misericórdia” . Maria è la Madre del Bell’Amore, perché la sua Immacolata Concezione la permette di amare oltre ogni nostra percezione ed immaginazione con un cuore verginale indiviso. Il suo cuore è un abisso di amore materno, in modo che alla fine della sua vita terrena, l’amore divino che è lo Spirito Santo, eleva Maria in anima e corpo al seno della Santissima Trinità, seguendo così il suo Figlio Gesù, il suo unico amore e Dio stesso.

Per la forza di questo unico amore di Dio per Maria e dell’amore della Santa Vergine per Dio, Maria è presente in ciascuno di noi in un modo assolutamente unico. La sua unione con lo Spirito Santo fa in modo che Maria ci ami con lo stesso amore di Dio. Il suo amore verginale è diventato in Dio un amore essenzialmente materno per noi. Lei partecipa alla generazione di Cristo nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. È la vita e l’amore divino che Lei genera in noi. Maria è una Madre che ha tutti i suoi figli presenti nel suo cuore dilatato immensamente dallo Spirito Santo. La sua unione con lo Spirito Santo fa in modo che il suo amore materno, assolutamente unico, sia una partecipazione eminente nello Spirito Santo e la rende Madre del Bell’Amore e del Santo Timore.

In Dio, Lei ci ama e ci conosce nel profondo del nostro essere, ci concepisce e veglia su di noi come se fossimo per Lei un figlio unico. È così che la Madre del Bell’Amore vive quello che chiamiamo la mediazione materna di tutte le grazie. Nessuno figlio di Dio sfugge al suo amore materno. Essere Mediatrice è una necessità del suo cuore totalmente immerso nell’amore divino fino ad essere un solo e unico amore. È così che siamo veramente i figli della sua preghiera, della sua intercessione, della sua mediazione di tutte le grazie. Nessuna necessità sfugge alla sua sollecitudine materna, alla preoccupazione del suo cuore alla presenza di Dio. Possiamo dire di più e pensare che il cuore di Maria, essendo perfettamente unito all’amore infinito di Dio, ci conosce più di noi stessi. Il più intimo del nostro cuore ci sfugge nel segreto della nostra mente turbata e inibita dal peccato; ma nulla può mettere una barriera o un velo negli occhi pieni di amore materno di Maria. Il suo amore ha la precisione e l’intuizione materna in grado di attraversare la nostra opacità e le nostre tenebre fino alle nostre difese inconsapevoli. Se il Santo Padre è stato in grado di scrivere che la Madonna è la persona che conosce più a fondo l’amore divino (Dives in Misericordia, ), possiamo concludere che il suo cuore è il cuore umano che conosce la miseria umana più profondamente; e per questo la chiamiamo Madre della Misericordia. La Madre del Bell’Amore mi conosce più di me stesso, con la differenza fondamentale che lei mi conosce come una Madre amatissima ed unica, più preoccupata di me di me stesso. Una madre che veglia non solo su di me, ma anche sull’amore che Dio ha per me – veglia sul piano di Dio per me. Quindi, anche ciò che in me è più debole, più vulnerabile, più nascosto, più umiliato e sofferto, non sfugge al suo amore materno, alla sua sollecitudine, alla sua preghiera. Ecco la Mediatrice di tutte le grazie. Nulla può sfuggire alla luce divina del suo cuore immerso in Dio. Ed anche per questo, Maria Santissima è profondamente e divinamente presente e sensibile a ciò che accade a me, ciò che mi interessa, che mi favorisce o mi ferisce, che mi provoca danno o è utile: tutto questo per la forza dell’amore divino che regna nel suo cuore.

Il Santo Padre continua nella stessa Enciclica: “Sì, Maria partecipa dell’amore divino. Ed in lei e per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e dell’umanità”. Notiamo qui le parole del Santo Padre: l’amore di Dio si rivela attraverso il cuore di Maria e non cessa di rivelarsi. Il cuore di Maria è una rivelazione dell’amore divino. E “tale rivelazione è specialmente fruttuosa, perché si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l’amore misericordioso da parte di una madre. Questo è uno dei grandi e vivificanti misteri del cristianesimo” (Dives in Misericordia,). In queste parole dell’Enciclica, il Santo Padre sottolinea una verità, risultato di un’intuizione filiale che può preoccupare un teologo o un altro, ossia, il cuore materno della Vergine può raggiungere con la sua capacità particolare, con il suo tocco materno, là dove Dio stesso non agisce. Non per mancanza di capacità, certo, ma a causa della durezza del nostro cuore che, come dice il Papa, accetta più facilmente l’amore da parte di una Madre. Dio non sarà offeso da questo, neanche in minima parte, poiché Egli è il Creatore della Madre del Bell’Amore e della Santa Speranza. E perché tutto il potere, tutto la tenacia, tutta la delicatezza materna, come tutta la tenerezza “onnipotente” del cuore di questa Madre unica viene dalla sua immersione nello Spirito Santo di Dio. Viene dalla volontà di Dio per venire a noi attraverso una creatura come noi, e la diventa la Madre di Dio stesso. Così la Chiesa parla della Madre del Bell’Amore: “Maria brilla in mezzo a noi come un segno sicuro di speranza e di conforto (LG 68) per i fratelli del Figlio suo, che lottano tra i pericoli, ansie, resistenze e tenebre del cammino” (LG 62).

Ecco, allora, la nostra conclusione: Maria, Madre del Bell’Amore e della Santa Speranza, speranza sicura e conforto per i figli di Dio.

Ed infine, possiamo fare la seguente domanda: davanti il ruolo materno di Maria nella nostra vita e nel nostro rapporto con Dio, dov’è il significato, il contenuto ed il senso della nostra consacrazione a Maria che rinnoviamo oggi, come tutti gli anni?

La risposta è nella Enciclica “Madre del Redentore“.

Si tratta di una completa apertura del nostro cuore alla tenerezza della Madre, una consegna filiale che esprime l’intimo rapporto di un figlio di Dio con la Madre del Bell’Amore e l’accettazione incondizionata della sua maternità. Così sia.

La vita interiore di F. Pollien capitolo VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

LO STATO DEL MALE

170. La sede del male. – 171. Non si vede o si vede male. – 172. Valore dei libri sentimentali. – 173. I dogmi fanno i popoli.

170. La sede del male. – Alla luce di questi principi posso analizzare meglio il male della mia vita, il quale non risiede soltanto nella parte inferiore dell’anima, in cui essa soffre la tirannia delle passioni che reclamano soddisfazioni disordinate. Qui, senza dubbio, si trovano molte ferite che mi fanno gemere crudelmente e sospirare con san Paolo: Infelice ch’io sono! chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (cf. Rm 7, 24). Il male è lì, ma è anche più in alto.

La volontà è anch’essa malata. Piena di incertezze e di debolezze, non sa cercare il suo appoggio in Dio e, abbandonata a se stessa, non ha la forza di resistere ai perfidi incitamenti della natura; la sua viltà permette molte colpe. E male è anche lì, ma è più in alto ancora.

L’intelligenza è forse più colpita della volontà e della sensibilità. Essa non vede o vede male e allorquando io non vedo, o vedo male, a che mi giovano la volontà e la sensibilità se non a smarrirmi seguendo i falsi dettami della mente? Quando un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono nel fosso (cf. Mt 15, 14).

171. Non si vede o si vede male. – Il male più radicato dell’anima mia si trova dunque nell’intelligenza, nelle idee, in quanto giudico le cose dal punto di vista del mio interesse o del mio piacere. Le vedo sotto questa luce, perciò le stimo in tal modo ed agisco sotto questo riflesso. L’azione e la volontà sono viziate, soprattutto perché è viziata l’intelligenza. Gli atti dipendono dagli affetti e questi dalle idee. Dal momento che le idee sono false anche gli affetti e gli atti sono falsi. « Certamente, dice il P. Surin, i nostri difetti provengono quasi tutti dalla perversità dei nostri giudizi e dal fatto che non riferiamo le cose create al loro principio come è dovere dei figli di Dio ». « La via della giustizia è la nostra via, dice sant’Agostino. Ma, come non cadere lungo la via quando si è privi di luce? Ecco perché il vedere è di prima necessità e di massima importanza ». Per conseguenza, non vedere è il peggior male, e vedere male è il più gran pericolo.

172. Valore dei libri sentimentali. – Ora mi rendo conto del valore di quei libri di pietà la cui scienza consiste soltanto nel muovere la sensibilità. Guarire l’anima con emozioni, allorché il gran male è nell’intelligenza! … È come voler guarire una malattia di petto col mettere un po’ di unguento sul piede. Chi ci ridonerà la pietà teologica delle grandi età della fede?

È il caso di domandarsi se il fiorire della letteratura sentimentale, in fatto di pietà, non sia un flagello tanto disastroso quanto la letteratura immorale, che ci insozza coi suoi osceni successi, poiché, infine, il libro immorale non si rivolge che alle anime che brulicano nelle paludi, mentre i libri di pietà si rivolgono alle anime superiori alle quali Dio ha affidato la missione di elevare il popolo.

Rimpicciolendo e indebolendo tali anime, non danno forse questi libri un contraccolpo più esteso e più terribile alla società, che non potrà essere sollevata per la mancanza di elevazioni in esse? Tanto più che le anime superiori sono relativamente rare ed il male che loro vien fatto si ripercuote su tutte quelle che da esse avrebbero dovuto essere attirate. Il sentimentalismo nella pietà spiega il materialismo nella società. Quale ammaestramento profondo nel cammino parallelo di queste due letterature

173. I dogmi fanno i popoli. – « I dogmi fanno i popoli », scrisse M. De Bonald. Se essi fanno i popoli, fanno pure gli individui. « Non cesserò di dirlo come di crederlo, dice il De Maistre, altro grande pensatore, che l’uomo non vale se non per quello che crede ». L’uomo, infatti, non vale se non per le sue idee; egli è ciò che sono le sue idee. L’indebolimento della verità porta in mezzo agli uomini la scomparsa della santità (cf. Sal 11, 2).

La mia prima e più urgente necessità è quella di rettificare le idee su me stesso, sulle creature e sull’uso che debbo farne. Senza di questo non riuscirò a ristabilire nulla in me. Fino a che i miei sforzi non saranno rivolti soprattutto a questo, rimarranno sterili. È la fede che purifica il cuore (cf. At 15, 9). La fede è la conoscenza della verità; la verità è l’elemento direttivo della pietà.

Il predominio, attribuito qui all’intelligenza, non diminuisce affatto quello dato alla carità nella pietà, e alla virtù nella formazione integrale dell’uomo. La vita infatti riceve dall’intelligenza il suo orientamento, dalla carità la sua animazione divina, dalla virtù la sua consumazione. La conoscenza dirige, l’amore vivifica, la virtù porta a compimento. Dalle vette della fede viene la luce, dalle cime della carità l’ardore, e con la pratica delle virtù la vita raggiunge le vette della perfezione.

La monaca certosina, la verginità ed il suo ruolo apostolico.

La monaca certosina, la verginità ed il suo ruolo apostolico.

certosina in orazione

Recentemente, papa Francesco rivolgendosi alle religiose dedite alla vita consacrata, si è espresso sul ruolo della donna nella Chiesa. A tal proposito, voglio proporvi questo breve testo, redatto da un certosino, riguardante la figura della monaca certosina da sempre diaconessa.

“Il concetto del ruolo della donna e, soprattutto della vergine, appare con diverse nozioni di importanza in questo nostro mondo spesso disorientato nei suoi valori, al ritmo del relativismo e della dissolutezza di ogni epoca storica. In Certosa, la monaca vergine rimane ciò che ha sempre significato per la Chiesa: queste vergini claustrali e consacrate che si coprono con un velo sono come Maria, fonti di vita e di bellezza per conservare e coltivare dentro di sé la vita divina. Lontano dagli sguardi del mondo, imitano la vita nascosta del Signore – che ha vissuto nel seno di Maria e durante i 30 anni che ha preparato la salvezza del mondo. Abbandonando una società in cui ognuno cerca di “apparire”, i monaci certosini e le monache si sforzano di “scomparire”, in attesa che il Signore riceva questa prova. L’unica cosa che si fa nei nostri monasteri è amare Cristo con tutte le nostre forze. Sappiamo che l’abbondanza di questo infinito amore ci sarà dato se siamo fedeli e si riverserà su tutte le anime che ne hanno bisogno. Non c’è un solo certosino che non si consideri, in questo senso, un missionario; non c’é nessuna vergine certosina che non abbia il sentimento della sua maternità spirituale e che non possa dire con Cristo: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

(un certosino)

 

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