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Dal recente congresso di Ittingen

locandina congresso Ittingen

Cari lettori di questo blog, nello scorso mese di luglio, esattamente dal 13 al 16, si è svolto un congresso internazionale sulla cultura del libro per i certosini. L’evento si è svolto nel Museo della certosa di Ittingen in Svizzera. Tra i relatori provenienti da tutta Europa, ha partecipato un mio personale amico, Corrado Lampe, il quale ha voluto inviarmi il suo interessantissimo intervento, che inserirò in questo articolo insieme ad un video della sua relazione. Il tema trattato dall’amico Corrado riguarda la “mia” certosa, difatti é concernente alle due biblioteche della certosa di san Martino a Napoli.

Con amore e dedizione, la sua ricerca è sfociata in questa minuziosa relazione. Nel ringraziarlo, vi lascio al video ed al testo.

Le due biblioteche della Certosa di San Martino a Napoli

(Congresso Internazionale sulle Biblioteche Certosine. Certosa di Ittingen (CH), 13-16 luglio 2017)

È superfluo dire quanto la Certosa di San Martino domini la città di Napoli. È un’immagine stupefacente. La famosa battuta “Vedi Napoli e poi muori”, citata anche da Goethe, la deve aver detta per primo qualcuno in visita alla Certosa, dopo essersi affacciato dal “Belvedere”. Insomma, tutti conoscono la Certosa di San Martino.

Quanti però, viene ora da chiedersi, ne conoscono tutta la storia?

Quando la visitai circa quattro anni addietro, c’ero stato solo una volta da bambino, non solo ho provato grande stupore, ma sono stato preso dalla curiosità per un complesso monumentale tanto straordinario e ne volevo subito scoprire la storia e gli eventi che lo caratterizzarono.

Naturalmente da bibliofilo e bibliomane quale sono, mi aspettavo di trovarvi una grande biblioteca, o almeno quello che ne poteva restare. Nella prima visita che feci non trovai alcun locale riconoscibile come biblioteca. Dopo aver richiesto lumi, mi fu indicato un ambiente nel quarto del Priore. Si vedeva che fosse stato un tempo usato come biblioteca, ma era troppo piccolo per contenere una raccolta di libri degna di tanto monastero.

Sul pavimento della stanza non solo si può ammirare una straordinaria meridiana —secondo gli esperti una delle più precise e complesse esistenti— ma si vedono lungo i bordi del pavimento le impronte lasciate dagli scaffali.

La volta è decorata, mentre manca ogni traccia di decorazione dalla base dei muri perimetrali all’attacco delle volte. Una decorazione sarebbe stata coperta dagli scaffali e dunque superflua. Questo ci fa tra l’altro capire, che gli scaffali già erano in loco prima della quasi completa decorazione delle pareti del quarto del Priore o che la stanza fu pensata e progettata per contenere una raccolta libraria sin dall’inizio.

Che in questa parte del complesso vi fosse stata una biblioteca è dunque indubbio, ma continuavo ad essere convinto che non potesse essere tutta la biblioteca di un monastero tanto ricco e antico.

Iniziai a frequentare assiduamente la Certosa e grazie al favore mostratomi dalla Direttrice del Museo, la dottoressa Rita Pastorelli, ebbi l’onore di iniziare un lavoro di riordino di una gran massa di materiali ceramici recuperati durante i lavori di restauro e ristrutturazione operati sull’edificio nell’arco degli ultimi 30 anni.

Parallelamente iniziai a studiare la storia della Certosa, sempre col pallino della biblioteca in testa. Le fonti a stampa moderne mi confermavano tutte che la biblioteca fosse quella nel quarto del Priore, ma semplicemente non riuscivo a capacitarmene, fino a quando un giorno un addetto del Museo mi parlò dello “scriptorium” del monastero, nel quale si trovavano degli affreschi ancora inediti.

Ormai conoscevo abbastanza certose e certosini, per sapere che in base alla regola dell’ordine non poteva in alcun modo esistere uno scriptorium —inteso come spazio di scrittura collettiva—, dato che i monaci erano tenuti a lavorare in solitudine. Si aggiunga anche il fatto che l’epoca d’oro dei copisti finì alcuni decenni dopo la fondazione della Certosa di Napoli ed il compito dei copisti ben presto passò interamente ai tipografi. Di questa conquista parla ampiamente anche Benedetto Trombi nella sua monumentale opera.

Quando finalmente mi fu possibile entrare in questo supposto “scriptorium”, provai una vera e propria emozione: avevo finalmente trovato la Biblioteca di San Martino, della quale purtroppo restavano solamente mura spoglie ed una volta affrescata con immagini lacerate dal passare del tempo.

Questo ritrovamento fu solamente l’inizio di un difficile lavoro di ricerca in biblioteche ed archivi per ricostruirne la storia, che non stava scritta da nessuna parte. Del locale come già accennato non vi è traccia nella letteratura moderna, ma scavando tra le pagine di opere antiche trovai finalmente nuove notizie.

La prima in un’opera a stampa l’ho trovata nella “Napoli Sacra” di Cesare D’Engenio Caracciolo risalente al 1623: “… et a nostri tempi D. Severo Turbolo Napolitano Prior di molti anni di questo monasterio con grandissima spesa non solo rinovò la Chiesa, riducendola a meglior forma di quel ch’era prima, ma vi fé anche molte belle celle ornate & una principalissima libraria che qui sin da Germania fé recar libri.”

1635 – “Il Forastiero” Di Giulio Cesare Capaccio che a pag. 842, descrivendo l’intera collina di Sant’Elmo ci ricorda: “Ricchissimo di ori & argenti in suppellettili & ornamenti con pitture rarissime tutti di valent’homini e di Gioseppe d’Arpino condotto da D. Severo Turboli Priore del Convento, homo di gran governo, & autorità che procurò anco da Francia una sceltissima libraria.”

1692 – “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” del canonico Carlo Celano, fonte che nessuno storico di Napoli può evitare, il quale nella sesta giornata, pagg. 42 e 44 distingue nettamente tra la Libraria del Priore e la Libraria comune: “Nel lato di questa loggia vi è la Libraria detta del Priore, ricca tutta di libri scelti, e nobilmente ligati. L’armarii son tutti di noce, che rassembra ebano con ogni attenzione lavorati…(p.44) Vi è una bella Libraria di libri antichi, e manoscritti, ma si vede sfiorata, perché molti libri stanno trasportati nelle camere de’ Monaci”.

Con questo passo si chiarisce un primo dato concreto: i libri più preziosi ed antichi si trovavano nella libreria privata del Priore, mentre la massa dei volumi a stampa, ma anche manoscritti, stava alla fine del XVII secolo sparsa tra la grande Biblioteca comune e le singole stanze dei monaci.

Per tutto il ‘700 abbiamo notizie da autori stranieri, i quali si riferiscono esclusivamente alla biblioteca del Priore.

1778 – La famosa guida del Grand Tour, della quale profittò anche Goethe, “Historisch-kritische Nachrichten von Italien” di Johann Jacob Volkmann parla esclusivamente della Biblioteca del Priore e ne scrive in nota a p. 63 del terzo volume: “Die Bibliothek hat schöne griechische Handschriften. Sie ist unter allen neapolitanischen die einzige deren Verzeichniß gedruckt ist: Bibliothecae regalis Carthusianae Sancti Martini Catalogus (…). In dem einen Saal dieser Bibliothek ist 1773 eine merkwürdige Meridianlinie mit vielen dazugehörigen Dingen zu Stande gebracht worden.”

1780 – pubblica le proprie lettere dall’Italia il bibliotecario reale svedese Jacob Jonas Björnfähr, dal quale ci si aspettava qualcosa in più, ma riprende praticamente il testo di Volkmann ed aggiunge solamente: “Hier ist auch eine schöne Sammlung griechischer Handschriften, selbst in Chemie.”

Come è noto, la Certosa fu abolita una prima volta nel 1799 da Re Ferdinando I, col pretesto che i monaci avrebbero simpatizzato con i giacobini e una delle ultime notizie che abbiamo della biblioteca è del 1789, nella “Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor Giuseppe Sigismondo” il quale ci fa sapere che “Si può ben anche osservare la peculiare Libreria che ha nelle sue stanze il Priore, gli armadi della quale furono lavorati da fra Bonaventura Presti Converso dell’Ordine e la volta a chiaro scuro è del Rafaelino.”

Con la soppressione i monaci vengono scacciati e la biblioteca, o meglio, l’intero patrimonio librario della biblioteca del Priore, della biblioteca comune e le bibliotechine dei singoli monaci vengono mischiate e redistribuite —i pezzi più pregiati saranno incorporati nella Biblioteca Reale Farnesiana—, in parte vendute, in parte disperse in modo non sempre ordinato, per non dire caotico.

Per un breve periodo tornerà una biblioteca monastica dei Certosini tra le mura di San Martino, ma sarà composta da volumi provenienti da altri monasteri soppressi e solamente alcuni dei volumi probabilmente un tempo conservati nella biblioteca comune. Alla soppressione definitiva della Certosa nel 1866 anche questi volumi verranno incamerati, smistati, divisi, distribuiti, venduti a librai o dati via come carta straccia. Questo almeno ci fa capire una lettera del Vescovo di Orleans Felix Antoine Philibert Dupanloup indirizzata al Ministro delle Finanze italiano Marco Minghetti nel 1875, relativa alla spogliazione della Chiesa a Roma e in Italia: “Ho veduto a Napoli la celebre Certosa, quel monastero ammirabile che tutta l’Europa ha visitato, su quella bella montagna di rimpetto al Vesuvio e a quello splendido mare. Per lo addietro un religioso affabile e buono accoglieva il viaggiatore, gli offeriva una refezione, gli mostrava con intelligenza il monastero; oggi un ignorante soldato che fa sforzi ridicoli per parlare un cattivo francese vi riceve e vi guida. In luogo della superba biblioteca, levata di là e gettata non si sa dove, si è posto un magazzino di cristalli di Venezia e di maioliche dipinte; ecco un grande progresso per la civiltà!”

Dopo il 1866 nuove raccolte librarie troveranno posto a San Martino, trasformato in Museo Nazionale, ma anche queste non avranno vita tranquilla. Una prima raccolta voluta da Giuseppe Fiorelli di libri relativi alla storia di Napoli, nella quale confluirono in parte libri provenienti dalle soppressioni monastiche, tra i quali pare che vi fossero stati anche alcuni volumi già appartenenti ai Certosini, fu negli anni trenta trasferita alla Biblioteca Nazionale di Napoli, dove è sprofondata nel maremagnum dei fondi librari.

Per volontà di Bruno Molajoli nacque un’altra biblioteca a San Martino, trasferita da qualche anno a questa parte in cima alla fortezza di Sant’Elmo. Restano oggi nei magazzini del Museo pochi volumi di queste due biblioteche che non possono più essere definiti come “biblioteca”.

C’è da segnalare una piccola eccezione di libri appartenenti alla Certosa, mai rimossi da San Martino, rappresentata da 19 grandi antifonari miniati di XV.-XVI. secolo che assieme ad un nucleo di messali a stampa si sono salvati per essere stati anche dopo la soppressione conservati negli armadi della sagrestia, non essendo la chiesa subito sconsacrata e poi inclusi in un’asta del 1866 per vendere suppellettili ritenute superflue che però andò, Deo Gratias, deserta. Oggi si trovano nei magazzini del Museo.

La Certosa di San Martino iniziò assai presto a raccogliere e conservare libri, ben oltre ai volumi, direi d’obbligo, che ogni comunità certosina doveva avere. La più antica acquisizione di testi di varia natura di cui abbiamo notizia risale ai primordi della Certosa, retta dal secondo Priore pro tempore Adamo de Stefano di Aversa.

Benedetto Trombi riporta il relativo paragrafo dal catalogo dei Priori: “Ibidem anno 1339 D. Adam de Aversa ex Familia de Stephano uti colligi videtur ex Instrumentis Archivii, professus huius Domus qui ut in scheda Benefactorum eiusdem Cartusiae legitur: Donavit Monasterio Massariam cum pluribus possessionibus in Casacellari, quasdam Domos in Aversa, et plures etiam libros”

In un’altra versione manoscritta del catalogo, redatto da D. Severo Tranfaglione troviamo l’aggiunta: “… et pulchris emit et fieri fecit anno 1340”. Ma ancora più preciso è Nicolò Toppi, il quale nella sua opera “Biblioteca Napoletana, et apparato a gli huomini illustri” del 1628 dice espressamente, parlando di Adamo de Stephano: “Fè una riguardevole Libraría che fin oggi si conserva & ammira… “

C’è da sperare che gran parte di quei volumi siano ancora conservati alla Nazionale di Napoli o in altre raccolte, ma per averne una lista la più completa possibile ci vorranno ancora diversi anni di ricerche ed assiduo lavoro. Ad ogni modo questo fatto ci induce a pensare, che la biblioteca del Priore sia nata grazie al Priore Adamo de Stephano, per la quale, fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili era sufficiente anche un locale di dimensioni ridotte.

Più volte abbiamo trovato nominato P. D. Severo Turbolo (o Turboli), al quale si deve un rafforzamento dell’efficienza economica della Certosa —Turboli proveniva da una antica famiglia di banchieri—, che rese possibile il programma costosissimo di ampliamento edilizio voluto ed iniziato dallo stesso e poi portato a termine dai suoi successori. Nel quadro di questi lavori venne edificata anche la libreria comune. A decorare la Certosa venne chiamato il gruppo di pittori che ruotava attorno al Cavalier d’Arpino e Belisario Corenzio, al quale vengono solitamente attribuiti anche gli affreschi della ora identificata Libraria Comune, che è di circa 130 mq.

Severo Turboli passò alla Certosa di Pavia prima che venisse completata questa sala, che si trovava esattamente sopra quella del Capitolo e verosimilmente i lavori non furono più portati a termine, per essere ripresi e conclusi nel corso del secondo priorato da lui ricoperto dal 1606 al 1607. In questa seconda fase vengono dipinte le lunette e realizzate le scaffalature. Questo almeno si deduce dai documenti che sino ad oggi è stato possibile reperire tra le tante carte certosine conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli.

Il primo documento, al quale sino ad oggi non era stata data alcuna attenzione per motivi che per il momento mi sfuggono, è la ricevuta di un pittore:

“A di 25 di Gennaro 1608

Io Matthia Meroldi confesso aver’ ricevuto / dal monasterio di San Martino manualmente / in più partite cento cinquantasei docati / quale mellorno pagati abon conto della pittu / ra che ho fatto alla libbraria et altre / pitture per la detta casa sicome si vede / et per segnio dlla verita hofatto la presente / et sotto schritta di propria mano

Io Matthia Meroldi affirmo come di sopra”

Questo artista è noto sino ad oggi per una unica Madonna realizzata per la Chiesa del Rosario di Palazzo. Non sono uno storico dell’arte e non spetta a me entrare in troppi dettagli, ma anche io posso affermare tranquillamente che questo buon Meroldi, che senza offesa possiamo chiamare “madonnaro”, è l’autore dei ritratti delle lunette, che esamineremo tra poco.

Per l’anno precedente, il 1607, in un libretto del Banco di Sant’Eligio appartenuto alla Certosa, troviamo le seguenti partite:

“a dì detto [28 marzo]

Al Detto [D.Severo Turboli] ducati 30 e per lui a Tomaso de Febraio de accompagnamento de ducati 75 per lo prezzo / di tavole ventisette di noce che gli / ha vendute li di passati per servizio del / del monasterio che gli altri ducati 45 li ha ricevuti per il banco di S. Jacomo a lui consegnati

a dì detto [11 settembre]

Al Monasterio di S. Martino ducati dieci e per lui a / Giovanni Cola Spuria detto ce li paga per prezzo di / cinquanta tavole di Abeto e tre / di castagno a lui venduti e consignati / per servizio del detto Monastero a lui consignati”

Si può congetturare che tali tavole servissero per la realizzazione delle scaffalature della biblioteca, dato che in quanto a legnami la Certosa non scarseggiava di certo, ma non ne aveva probabilmente di abbastanza pregiati per realizzare delle scaffalature.

Chiedo ora perdono se faccio un piccolo passo fuori tema, ma penso che me lo concederete; nello stesso libretto ho trovato la seguente partita:

“[lunedì 19 febbraio 1607]

Al detto [D. Severo Turbolo] ducati cinquanta, e per lui a Pietro Bernini / scultore dato a compimento de ducati 90 che li altri ducati 40 / ha ricevuti in 20. tomola di grano e sono a conto / de una statua fà della magine di nostra Signora per la loro / chiesa di S. Martino, e per lui a Spennazzi e Nuti (sic.) / per darli in credito.”

Con questa notazione è finalmente possibile datare con certezza questa straordinaria opera di Bernini padre.

Ma torniamo alle lunette di Mattia Meroldi. Queste immagini hanno subíto dei pesanti restauri; una, situata sopra ad una finestra, è andata completamente perduta, e così si sono in diversi casi cancellate le didascalie. Grazie a quelle superstiti possiamo indicare con esattezza: Johannes Justus Lansperger, San Cipriano, San Bruno, San Gregorio, San Dionisio, Ludolf von Sachsen e San Pier Crisologo. Facilmente riconoscibile è San Girolamo, Dionisio Cartusiano e Sant’Agostino d’Ippona. Per gli autori restanti, mi sono avvalso del prezioso aiuto di Roberto Sabatinelli, autore e webmaster del sito “Cartusialover”, il quale ha identificato San Benedetto da Norcia, San Bernardo da Chiaravalle, San Tommaso d’ Aquino e forse San Basilio Magno; resta solo qualche dubbio in merito all’effigie di un padre Gesuita, che potrebbe essere Sant’Ignazio di Loyola. La disposizione di questi illustri autori non sembra affatto casuale. I numeri 1/9 e 5/13, sono certosini formanti una croce, come dei punti cardinali. Le coppie 2/3, 7/8, 10/11 e 15/16 sono delle Pietre Angolari trattandosi di Padri della Chiesa antichi. I numeri 4,6,12 e 14 sono autori più recenti. 

schema affreschi (1)

Al di là di considerazioni strettamente artistiche per quanto attiene agli affreschi della volta, mi permetto alcune notazioni che potrebbero essere utili.

Delle tante ancora presenti, tre immagini in particolare hanno attirato la mia attenzione. Una è la rappresentazione, parzialmente andata perduta, della strage degli innocenti, che potrebbe alludere al martirio dei certosini inglesi. Questa idea mi viene dal fatto che sin dal 1591 Severo Turboli conosceva Bernardo Sedgravis, profugo a Roma in fuga di fronte agli aguzzini di Enrico VIII, poi accolto nella Certosa napoletana dove morì in odore di santità nel 1643; aveva dunque avuto un racconto diretto dei fatti inglesi. Visto il ruolo che l’ordine certosino svolse negli anni della controriforma, si trattava di una questione molto sentita. Del resto, come già accennato, il tema dei martiri inglesi tornerà in modo esplicito con gli affreschi del pronao di San Martino.

Mi ha incuriosito anche la figura di San Luca (identificato nella scheda catalografica del Museo come Mosè), raffigurato intento a dipingere mentre regge con la sinistra contemporaneamente la tavolozza ed una tavola e con la destra un pennello. Il volto è stato cancellato dal tempo e mi sono immaginato che potesse trattarsi di un autoritratto perduto di Belisario Corenzio. Infine la mia attenzione si è fermata su di una ben conservata figura di Salomone, ma non tanto per la persona, ma per il turibolo che tiene bene in mostra con la mano destra; non escluderei che si tratti di una allusione al cognome del Priore committente, a proposito del quale vanno segnalati ancora una paio di fatti.

Prima di tutto il fatto che doveva essere non solo versato in economia, ma aveva evidentemente una vera passione per i libri, tanto che mentre faceva costruire ed arricchire la libreria comune di San Martino, era in contatto con il Cardinal Borromeo, in quello stesso tempo intento a costruire e raccogliere volumi per la sua Biblioteca Ambrosiana, che fu aperta al pubblico nello stesso anno in cui Turboli vide terminata la biblioteca della sua Certosa. Non fu un semplice contatto, ma una vera e propria collaborazione, tanto che Turboli donò a Borromeo la sua personale collezione di testi greci.

Nonostante i suoi indubbi meriti, fu alla fine accusato di superbia e dovette dimettersi neanche un anno dopo il suo accesso al secondo priorato di San Martino. Non obbedì all’ordine di trasferirsi a Capri ed andò a Roma, dove intendeva veder riconosciuti i suoi diritti da un alto Tribunale ecclesiastico. A Roma finì i suoi giorni nell’agosto del 1608 e fu sepolto nella Certosa di Santa Maria degli Angeli alle terme di Diocleziano.

Per concludere dobbiamo ancora cercare una spiegazione al fatto che una biblioteca tanto grande per quei tempi ed anche costata tanti soldi fosse caduta in oblio tanto presto.

La risposta ce la offrono, almeno parzialmente, alcune disposizioni emanate dopo delle visite. In quella del 1624 i padri visitatori ordinano che “La cura della Libraria l’habbia il Padre Vicario”. Dai documenti sino ad oggi reperiti non si comprende cosa avesse causato una disposizione del genere; al massimo lo può far intuire quanto accadde una ventina di anni dopo. Nella visita del 1646 viene sottoposta ai visitatori una lista di ben 41 punti, tutte lamentele a carico del Priore P. D. Tomaso Cantini. Al punto 37 leggiamo: “Tiene serrata la libraria non potendosi havere libri da’ Religiosi per studiare”, accusa alla quale lo stesso Cantini risponde: “Dovunque vi [sono] Certosini vi è libraria, si tiene serrata essendo la sua apertura contro la solitudine, il silentio; qui concorrono altre ragioni ancora”.

Chissà se mai sapremo quali furono queste altre ragioni. Fatto è che per il periodo successivo alla metà del XVII secolo non si reperiscono altre notizie relative alla Libreria comune. Anche nel catalogo pubblicato nel 1764 troviamo scarsissime indicazioni. Tale catalogo fu redatto in due tomi, uno per autori ed uno per argomenti, dei quali fu dato alle stampe in tiratura limitata solo quello per autori. L’altro rimase manoscritto e si conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli, assieme alla copia a stampa che è quella che appartenne alla Certosa, visto che vi sono diverse aggiunte posteriori di titoli.

Le poche parole “nunc decentissimo loco posita” suggerisce che i libri non si trovassero più nella sala fatta costruire da Turboli, ma da qualche altra parte del monastero. Manca nel catalogo ogni riferimento ai manoscritti, che dovevano essere in gran quantità e qualità. Si ha notizia solamente di alcuni dei manoscritti, ma non si può sapere che fine abbiano fatto.

Resta ancora molto lavoro da fare, ma per ora ci possiamo accontentare!

Corrado Lampe

Biblioteca (1)

 

 

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’UMILTA’

Sua pratica

427. Niente da me. – 428. Tutto da Dio. – 429. Niente per me. – 430. Tutto per Dio.

427. Niente da me. – Le pratiche di umiltà liberano la mente; quelle di abnegazione liberano il cuore, e quelle di mortificazione liberano i sensi. La mia mente è fatta per vedere Dio; io invece vedo sempre me stesso. L’umiltà corregge la sua vista. Prima di tutto mi dice che non ho nulla da me; non dice che non ho nulla, ma che non ho nulla da me. Io non esisto da me stesso, e niente di ciò che ho viene da me. Né l’esistenza né alcuno dei suoi doni sono in me per merito mio. Da me ho il nulla, il peccato, la tendenza al male, la debolezza, l’imperfezione, tutte le miserie delle quali porto i segni.

L’umiltà, che è verità, mi fa vedere e riconoscere il mio nulla. Essa non batte ciglio di fronte alle lezioni del suo niente, date all’uomo in tante circostanze e sotto vari aspetti. Riconoscere le proprie colpe ed i propri errori, non ostinarsi nelle vedute personali, riconoscere le proprie imperfezioni e mancanze, accettare le umiliazioni interne ed esterne, concludere di preferenza contro se stessi ed in favore degli altri ecc., ecco quanto suggerisce l’umiltà.

L’orgoglio non ama riconoscere i propri difetti, s’indispettisce delle sue colpe, cerca ragioni contro ogni ragione, per persuadersi che agisce bene. L’orgoglio m’induce a mentire a me stesso e ad amare anche gli altri, che mentono, facendomi complimenti.

L’umiltà è sincera, di quella sincerità inflessibile, che non ama la menzogna e che non vuole mai mentire né a sé né agli altri né a Dio; ha in orrore le scuse e i sotterfugi, i pretesti e le ragioni colorate, l’ipocrisia e la menzogna. Per essa ciò che è, è; ciò che non è, non è (cf. Mt 5, 37); vuole vedere le cose come sono e le guarda con occhio freddo, netto, imparziale. Non mira che alla verità; il suo unico bisogno è di conoscerla anche quando non piace.

428. Tutto da Dio. – La vera umiltà non misconosce, non nega, non diminuisce nessun dono di Dio. Conosce troppo bene la responsabilità dei talenti ricevuti; riconosce i doni naturali e soprannaturali; sa donde vengono; e allorché questi doni, da essa riconosciuti e utilizzati, danno i loro frutti, li attribuisce all’Autore di ogni dono. Sa benissimo di non possedere nulla che non abbia ricevuto, e si guarda dal gloriarsene, come se non l’avesse ricevuto (cf. 1Cor 4, 7). L’umiltà che spinge ad ignorare o a negare i doni divini è un’indegna infingardaggine, che conduce a sep­pellire il talento ricevuto: umiltà che soffoca e addormenta, capace solo di atrofizzare le facoltà, appesantire l’anima, indebolire il movimento, diminuire la vita.

Naturalmente, il dono ch’io ignoro non è utilizzato; non vedendolo, non posso conoscere la responsabilità che lo accompagna. Ignoro il vantaggio che mi reca, e i doveri che m’impone. Il seme santo non è perciò coltivato e non fruttifica. Bisogna dunque riconoscere il dono di Dio. Se lo conoscessi!

Riconoscere il dono di Dio non vuol dire esporlo in pubblico. Vi sono opere che debbono far risplendere la nostra luce davanti agli uomini, affinché il nostro Padre celeste ne sia glorificato (cf. Mt 5, 16); queste non possono essere occultate. Ma ve ne sono altre, come la preghiera, il digiuno, l’elemosina, che il Maestro dal cuore mite ed umile raccomanda di fare, per quanto è possibile, nel segreto, sotto lo sguardo di Dio (cf. Mt 6, 1-18).

L’umiltà sa operare con semplicità, in pubblico, ciò che deve apparire, ed in segreto ciò che deve restare nascosto, non cercando che di agire unicamente sotto lo sguardo di Dio. La sincerità le fa riconoscere il nulla dell’uomo, come pure i doni di Dio.

429. Niente per me. – L’umiltà, che sa utilizzare i talenti ricevuti, non si limita mai alla gioia egoista e interessata. È forse a me che debbo attribuire l’ammirazione, la stima, la lode altrui? No, dice l’umiltà. È forse verso di me che debbo far convergere i piaceri e i servizi delle creature a me soggette? No, dice l’umiltà. È in me che debbo arrestare il mio sguardo, le mie cognizioni per godere di me stesso in me? No, dice ancora l’umiltà, no. Nulla deve arrestarsi a me, al mio interesse egoista, alla mia soddisfazione. L’orgoglio non sa vedere che il suo interesse dappertutto. L’umiltà vede l’interesse di Dio al disopra di tutto, l’interesse del prossimo più del suo ed il suo interesse in quello di Dio. Essa non vuole onori, che nella misura dell’onore di Dio; quanto al resto, preferisce le avversità e le privazioni. Ogni veduta che termina nell’uomo, le sembra corta e bassa, meschina e spregevole; non le piace quella posizione curva dell’anima che si ripiega su se stessa; essa ha bisogno di elevazione.

430. Tutto per Dio. – L’umiltà è la grande scienza dell’oblio di sé, ed è anche l’alta preparazione alla visione di Dio. A misura che vedo meno me stesso, divento più atto a veder Dio. Il mio sguardo, meno oscurato dalla nebbia dell’interesse personale, si apre puro alla luce celeste. Così illuminato, riferisco me stesso e tutte le cose a Dio; vedo il fine, la via e i mezzi; cammino ed arrivo. Le pratiche di umiltà sono i veri strumenti che liberano l’occhio dalle sue falsità e lo preparano alla visione della verità, elemento superiore della pietà.

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’ABNEGAZIONE

Sua pratica

423. Il dovere. – 424. La regola. – 425. Il regolamento personale. – 426. Il distacco.

423. Il dovere. – La vera prudente abnegazione si forma, in pratica, nella fedeltà al dovere. Esso impone o suggerisce, nella giusta misura, le rinunzie e i distacchi necessari o utili. È nel limite del dovere, che debbo saper sacrificare la mia indipendenza e i miei affetti. Ad esso bisogna piegarsi, assoggettarsi, sottomettere la propria persona, il tempo e le proprie risorse. Esso esige l’oblio degli agi, la vittoria sui capricci, sui gusti e sui disgusti, il sacrificio delle preferenze o ripugnanze. Quale scuola di rinuncia è la santa e nobile schiavitù del dovere! Sarò l’uomo del mio dovere, amato in quanto tale, abbracciato come volontà di Dio, coi suoi obblighi e coercizioni, con le sue noie e le sue pene, coi suoi pesi e i suoi inconvenienti. Ecco una risoluzione che servirà specialmente a reprimere le deviazioni del cuore.

424. La regola. – Per dominare ancor più praticamente le recriminazioni della natura, i lamenti della viltà, le incostanze dell’umore, non vi è nulla di più utile che una regola. Il religioso ne ha una le cui minute prescrizioni legano e assoggettano la sua volontà alle generosità del dovere. Garantita dal voto di obbedienza, la regola doma bene gli sviamenti della volontà che si assoggetta ad essa. Qual sicurezza e pienezza di abnegazione, per il religioso che acconsente a lasciarsi condurre!

Il sacerdote ha pure le sue regole, meno strette, senza dubbio, di quelle del religioso, ma quanto mai pregne, secondo l’espressione di san Francesco di Sales, purché vi si voglia davvero conformare. Quanta abnegazione occorre per applicarsi a studiarle e ad osservarle!

Le regole e i regolamenti del dovere professionale, soprattutto in certe carriere, impongono ai laici considerevoli rinunce. L’uomo, che con larghezza e lealtà convenienti piega cristianamente la sua volontà a queste esigenze, si formerà ad un’abnegazione che può arrivare all’eroismo. Quanti bei caratteri si formano mediante questa fedeltà coscienziosa! Lo studente, il professore, il militare e tanti altri sono sottoposti a rigori spesso molesti. Felici coloro, che, invece di soffocare nel malcontento, sanno subirli con l’energia spontanea di una volontà generosa! Come nobilita, la spontaneità! E come opprime, la coercizione!

425. Il regolamento personale. – Molte anime provano il bisogno di completare le regole del loro stato mediante un regolamento del tutto personale, più conforme ai loro bisogni. E’ un mezzo assai raccomandato e veramente lodevole, purché il vestito sia ben proporzionato alle membra per cui è fatto. Un fanciullino non può indossare l’abito di suo padre, né l’operaio che va al lavoro si ricopre come l’ammalato che batte i denti per la febbre. Ciò dimostra come un regolamento personale debba essere sobrio, giusto, pratico, adatto alla situazione interna ed esterna. Stabilito con queste condizioni, ed approvato dal direttore spirituale, esso è un potente strumento di abnegazione e, per conseguenza, di libertà di spirito.

426. Il distacco. – Vedrò come si combatte la falsa indipendenza dell’amor proprio. Come si distruggono i falsi affetti? Tre sorte di legami appesantiscono il cuore: l’attaccamento alle cose, alle persone, a se stessi.

L’affetto disordinato alle cose è spezzato dal voto di povertà, per il religioso; per gli altri, mediante l’elemosina e la pratica di ciò che san Paolo consiglia: « Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! » (1Cor 7, 29-31).

L’affetto sregolato alle persone è corretto, dal religioso e dal sacerdote, con la rottura più o meno completa dei vincoli familiari, giacché l’altezza della loro vocazione li chiama ad una libertà più perfetta. Per le persone che Dio chiama a vivere nell’ambiente familiare, gli esercizi di abnegazione non mancano affatto. Vicendevole sopportamento; abitudine a dimenticare se stessi per pensare agli altri; scegliere per sé il più penoso e noioso, per lasciare agli altri il facile ed il gradevole; attenzione a non lagnarsi e a non dare occasione a lagnanze; pazienza, gioia, bontà, uguaglianza di umore in ogni circostanza; compassione per le miserie, indulgenza per le colpe, perdono per le offese, ecc. Quale scuola di abnegazione e quale purificazione per gli affetti!

Infine, per distruggere l’attaccamento a se stessi, i rovesci e le miserie, le contrarietà e le avversità scuotono sovente il cuore, sicché colui che vuole dominare gli entusiasmi e gli scoraggiamenti ne ha frequenti occasioni. Se si fosse molto attenti a trarre profitto da questa economia divina!

Uniscimi a te di Dom Innocent Le Masson

Uniscimi a te

di Dom Innocent Le Masson

Ecco a voi una meravigliosa preghiera di Dom Le Masson, una struggente richiesta fatta al Signore per un completo e totale abbandono. Deliziosa!

le_masson_innocent_dom_900O Signore, illuminami con il fulgore della tua luce, perché ti conosca e impari a rispettare la tua maestà, ad adorare la tua dignità, ad imitare la tua umiltà. Caccia dall’anima mia tutte le distrazioni, perché io sia tutto per te; liberami dalle tentazioni che cercano di farmi cadere; eleva i miei pensieri che tendono a terra, appesantiti dalla massa dei miei peccati; fa’ che tutti i miei desideri siano per i beni del cielo, in modo che gustando la tua dolcezza e la tua soavità, il mondo mi venga a disgusto e l’amore alle tue creature si annienti e perisca nel mio cuore. Uniscimi a te con il sigillo del tuo amore, perché tu basti a un cuore che ti ama.

L’unica mia dolce speranza è di poter ricorrere a te in tutti i dolori della vita e di abbandonarmi interamente alla tua bontà e alla tua provvidenza. E come ti sei offerto al Padre sulla croce per la salvezza mia e di tutto il mondo, così anch’io mi offro completamente a te: ti consacro tutte le mie energie, i miei sentimenti, perché ogni mia azione, svolgendosi sotto l’influsso del tuo Spirito e della tua grazia, sia sempre e unicamente ordinata ad eseguire la tua santissima volontà.

(Innocent Le Masson)

Assunzione della Vergine Maria

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Asuncion de la Virgen (retablo mayor Cartuja de Miraflores)

In occasione della Festa dell’Assunzione della Vergine Maria, vi offro questo estratto di un omelia concepita da un Priore certosino per la sua comunità.

Dopo la morte del Nostro Signore, dopo la sua gloriosa ascensione al cielo e la diffusione dello Spirito Santo a Pentecoste, sarebbe arrivato il giorno in cui la presenza di Maria Santissima nella Chiesa primitiva, non sarebbe stata più visibile agli occhi, così come la presenza di Gesù, anche se ha detto: “io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

È successo, quindi, ciò che la Chiesa chiama l’Assunzione della Madonna. Sin dai tempi antichi la Chiesa ha insegnato e ha celebrato questo mistero: la piena di grazia che ha accompagnato Gesù dalla sua nascita fino alla sua morte, fu elevata alla Gloria del Cielo. È una verità che fa parte del patrimonio della nostra fede, fin dai primi tempi, nonostante solo confermata dal Magistero del Papa Pio XII nel 1950. Si tratta di una delle più dolci verità della fede, verità confortante ed ispiratrice.

Significa che Maria vive in cielo con la Santa Trinità, ma vive come una madre a prendere cura di noi, a guardarci, a intercedere per noi. Una madre umana, pienamente umana e glorificata nella gloria della vita eterna di Dio. Adesso con Dio, immersa in Dio, lei contempla – alla luce divina – il piano di Dio per l’umanità, per ciascuno di noi, suoi figli, ed in ogni momento della nostra esistenza. Abbiamo capito bene cosa questo significa? Dio ha voluto passare attraverso Maria per arrivare a noi e darci la sua vita e salvezza.

Maria Santissima nella gloria di Dio veglia su di noi: nelle ore di gioia e di dolore, nei momenti difficili, nei tempi di solitudine, nel nostro umile sforzo di preghiera e di lode, nelle mie cadute e quando mi alzo… Non c’è un passo, nessun minuto della mia vita, non c’è alcun palpito del mio cuore di figlio che non sia accompagnato dall’amore della Madre di Dio e Madre nostra.

La solennità di oggi deve riempirci di fiducia nella nostra vocazione e nella nostra preghiera, riempirci di gioia, perché siamo orgogliosi di essere figli della Madre di Dio. Soprattutto perché la nostra vocazione contemplativa ci unisce in modo particolare al mistero del silenzio e dell’intercessione della Madre di Dio durante la sua vita (Statuti 34.2).

Il Concilio insegna che Maria, assunta in cielo, diventa “più vicina a noi”. Noi vicini a Lei ed in Lei, possiamo raggiungere in questa vita che chiamiamo la “valle di lacrime”, una luce più soave, più piena, più confortante.

Oggi Maria Santissima è entrata nella contemplazione definitiva di Dio. Chiediamo a Maria di farci partecipi della sua contemplazione. Vicino a Maria, o meglio, in Maria, siamo in grado di comprendere più facilmente ed assaporare più chiaramente quanto Dio ci ama. E così, “saremo in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza” (Ef 3,18).

Che sia questo il regalo della Madre di Dio ai suoi figli, in occasione della sua solennità.

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

L’ABNEGAZIONE

Suo compito

419. Necessità. – 420. Il male da rimuovere. – 421. La misura da osservare. – 422. Il bene da procurare.

419. Necessità. – Il cuore ha, ad un tempo, la potenza di affetto, mediante la quale tende a stabilirsi e a riposarsi nel suo fine, e la potenza di determinazione, per cui si muove verso il luogo del suo riposo che è Dio, scopo dei suoi affetti, al quale deve sommamente e unicamente aderire mediante la carità (n. 86). La via delle sue determinazioni è nella volontà di Dio, di cui esse debbono, in continua sottomissione e conformità, seguire le regole stabili e l’azione mobile. La corrispondenza tra l’uomo e Dio deve diventare talmente intima da esservi fra loro unità di azione (n. 359). È questo l’ideale assoluto della via e del fine.

Il suo male, lo so pure, è l’amore proprio, il quale fa sì che la sua potenza di affetto si arresti e aderisca al creato, e che la sua potenza di determinazione non concordi con l’azione divina, sviandosi nell’indipendenza della sua agitazione e della sua inerzia. Né il movimento della sua vita, né il riposo del suo fine sono pienamente in Dio: ecco il suo male.

Giacché la pienezza del suo movimento e del suo riposo dev’essere in Dio, il cuore ha bisogno di pratiche le quali lo ritraggano dal male e lo riconducano al bene. Quali sono queste pratiche? Sono le pratiche di abnegazione.

420. Il male da rimuovere. – Qual è dunque il compito preciso delle pratiche di abnegazione? Rimuovere il male dal mio cuore e promuovere il bene. Allontanare il male è il compito primo, diretto. Per conseguenza: combattere, diminuire, distruggere le adesioni al creato; perseguitare, cancellare, annientare gli sviamenti causati dall’indipendenza, dai capricci dell’agitazione e dall’incuranza dell’inedia; in una parola, soffocar l’amor proprio, è ciò a cui debbono mirare i loro colpi. Là debbono dirigersi e non altrove. Non è loro permesso né indebolire né ledere né impacciare l’energia delle mie potenze affettive; al contrario, debbono liberarla dalle falsità nelle quali si consuma e si esaurisce la sua forza. Quanta energia si consuma nell’agitazione o s’intorpidisce nell’inazione! I falsi affetti, come fanno degenerare i migliori istinti del cuore! che felice liberazione è quella che mi svincola da tutte queste cause di debolezza e d’impotenza!

421. La misura da osservare. – Anche qui bisogna usare discrezione. E’ più facile reprimere imprudentemente il movimento, che dirigerlo. Accade facilmente che si atrofizzi la potenza affettiva col pretesto del distacco.

Certi procedimenti di sorveglianza sospettosa o di costringimento brutale, insegnano benissimo, coi loro risultati spiacevoli, come su questo terreno si cammini per una falsa strada. Reprimere non basta, perché ogni repressione è ben lungi dall’essere vitale. Vi sono repressioni che sostengono e sono buone; ve ne sono altre che soffocano e non valgono nulla.

Il distaccare non è tutto. Spezzare i legami che avvinghiano, è bene; ma spezzare i legami vitali è un funestissimo errore. Il chirurgo, che maneggia il suo bisturi nelle carni vive, ha bisogno di una profonda conoscenza dei tessuti. La minima deviazione basterebbe a fargli troncare in un attimo un organo essenziale. In tali operazioni la vita è vicina alla morte: se egli taglia nel punto opportuno, è salva la vita; se sbaglia, dà la morte.

Così è un po’ dappertutto, allorché si ha da tagliare sul vivo. Non tutte le situazioni sono egualmente delicate e pericolose, ma l’esattezza dei colpi è sempre richiesta. In questa chirurgia morale che si chiama abnegazione, la precisione dei colpi è necessaria al progresso vitale.

Se sono trattenuto opportunamente da pratiche che impediscono le deviazioni dei miei capricci; se sono eccitato da mezzi che scuotono l’atonia della mia pigrizia; se sono distaccato e sollevato da disposizioni che dirigono i miei affetti verso Dio, il mio cuore acquisterà gradatamente il pieno sviluppo della sua energia e della sua vitalità.

422. Il bene da procurare. – Sviluppare l’energia morale è il secondo scopo dell’abnegazione. Vi è un vigore e una virilità che fanno bene al cuore. La forza deve infondersi nella dolcezza dei suoi affetti e nella calma delle sue risoluzioni, ed è soprattutto attraverso il canale dell’abnegazione che essa s’infiltra. L’uomo che sa rinunziare a se stesso, ai suoi capricci, alla sua sensibilità, diventa necessariamente un uomo di carattere fermo e di zelo poderoso. I grandi cuori sono temprati nell’abnegazione e sono di tempra tanto più forte quanto più sanno immergersi, con l’intelligenza, in questo bagno. Qual potente strumento è un cuore preparato alla carità nella tempra dell’abnegazione! Ecco un cuore che sa amare Dio, il prossimo e se stesso. Non desidero anch’io elevarmi a questa valorosa carità, centro vitale di tutta la pietà? Debbo dunque usare quelle pratiche di abnegazione che preparano il mio cuore a tali ascese.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

LA MORTIFICAZIONE

Regole speciali

412. Le tre classi di mortificazioni. – 413. Le mortificazioni del dovere. – 414. Le penitenze causate dal dovere. – 415. Le penitenze provvidenziali. – 416. L’accettazione della morte. – 417. Le penitenze volontarie. – 418. La penitenza per gli altri.

 

412. Le tre classi di mortificazioni. – È bene cercare qualche regola più pratica. Quali sono le mortificazioni da farsi di preferenza? Ve ne sono di tre sorte; tutte e tre divine, e non pericolose. Vi sono anzitutto quelle imposte dal dovere, indi quelle richieste dall’azione provvidenziale, ed infine quelle ispirate dallo Spirito di Dio.

413. Le mortificazioni del dovere. – Nel dovere vi sono due specie di penitenze: quelle che esso impone direttamente e quelle che occasiona.

Anzitutto vediamo quelle che il dovere impone direttamente. Da quanti piaceri debbo astenermi perché proibiti! La legge di Dio proibisce tutto ciò che corrompe e snerva, tutto ciò che è nocivo a me ed agli altri. Qualunque capriccio possa avere, non sarò mai autorizzato a soddisfarlo, se esso è tale da recar pregiudizio alla mia vita o agli interessi del mio prossimo. Debbo perciò astenermene.

Inoltre la legge della Chiesa mi impone, in certi giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno, mortificazione anch’essa obbligatoria. Questa legge, senza dubbio, ammette dispensa, ma solo secondo le necessità della vita, poiché si è dispensati dal digiuno o dall’astinenza, solo nella misura in cui la loro osservanza pregiudicherebbe la salute o l’adempimento del dovere professionale.

Infine la regola impone al religioso il voto di castità, con tutte le conseguenze di clausura, di sobrietà, di austerità nelle veglie, nei digiuni, nella disciplina, nel cibo, nel vestito, nel riposo, ecc. Tutte queste pene o privazioni s’impongono con la medesima gravità del dovere stesso e non è mai permesso prenderle o lasciarle a piacere.

414. Le penitenze causate dal dovere. – Il serio adempimento dei doveri del proprio stato raramente va disgiunto da qualche angustia o fatica. Bisogna spesso sacrificare le proprie comodità o il sonno; spesso contrariare i propri gusti e dimenticare la propria tranquillità; talora esporre la propria salute o la vita. Sono gli incomodi del dovere e si devono prendere tali e quali, senza che la coscienza possa permettersi di falsare il dovere, cercando indebitamente o di attenuarli o esagerarli.

La sorgente delle mortificazioni, grandi o piccole, imposte dal dovere, scorre sempre abbondante, tanto da fornire un primo e sufficiente ristoro alla sete di sacrificio delle anime generose. Amare il dovere, col suo seguito di pene obbligatorie, è dunque la prima parte delle pratiche di mortificazione.

 

415. Le penitenze provvidenziali. – Questa prima parte è assai spesso accompagnata dalle prove suscitate dagli avvenimenti. Intemperie, disgrazie, malattie, contrarietà, ecc. seminano così spesso la loro amarezza nella vita!… È la mano di Dio che dirige questi avvenimenti e distribuisce queste prove, secondo i disegni della sua giustizia e della sua misericordia. Ho già visto (n. 325) come bisogna saper dire « grazie » in tali circostanze.

Non già che lo spirito di penitenza consista nel subire l’avversità, come l’animale al macello si piega sotto il colpo che l’uccide; no, lo spirito di penitenza consiste, soprattutto, nella gioia coraggiosa che si prova nel soffrire qualcosa per Dio; nella fermezza per mantenersi, in questo tempo, fedele al dovere; nell’energia della lotta che bisogna spesso organizzare per combattere la malattia, vincere la difficoltà, superare l’ostacolo; nello sforzo fatto per superare la prova e perfezionarsi. Ecco la vera penitenza, che non mormora né s’impazientisce, che sa, ad un tempo, subire e sopportare gli inconvenienti, che sa allontanare ciò che è nocivo e serbare ciò che è utile, che infine sa trovare il quotidiano rinnovamento dell’essere interiore, perfino nelle disposizioni della giustizia, dalle quali l’essere esterno è progressivamente condotto alla dissoluzione. Il peso così leggero e così passeggero della tribolazione presente produce in tal modo il peso eterno di una somma ed immensa gloria.

416. L’accettazione della morte. – Fra tutte le prove provvidenziali, la più terribile è quella finale: la morte. Questo passaggio del mio essere attraverso la dissoluzione, quanto ripugna agli istinti della mia vita! La fede m’insegna che ciò è un passaggio, e che, per il merito della morte e della risurrezione del Salvatore, arriverò con lui al trionfo finale di una vita immortale della mia anima e del mio corpo glorificati. La morte conserva tuttavia il suo orrore. Essa resta una pena, la grande pena del peccato. Giacché questa pena dev’essere subita, non è forse utile e necessario accettarla? Se so elevarmi all’altezza di un’accettazione calma, fidente, cieca, che abbracci tutta la estensione dei decreti di Dio su di me, io pratico una delle penitenze più salutari e più meritorie. Quanto è bene familiarizzarsi con l’idea della morte!.

Potessi anch’io, sull’esempio dei santi, arrivare fino alla gioia, che faceva loro desiderare di pagare alla giustizia questo tributo finale, per trovarsi poi riuniti in Dio!

417. Le penitenze volontarie. – Vi è infine, per le anime generose, la terza classe di mortificazioni del tutto volontarie. Felici di sopportare le pene del dovere; più felice ancora di dir « grazie » nelle sofferenze provvidenziali, l’anima diventa ogni giorno più attenta ai piccoli atti di rinunzia: atteggiamento più umile nella preghiera, uso più sobrio e più austero nel cibo, semplicità più severa nel vestito, cilizi ecc. La fame e la sete d’immolazione le fanno ricercare ciò che può aiutarla a meglio offrire il suo corpo quale sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, mantenendosi nei limiti ragionevoli di un culto essenzialmente spirituale. Come sono ingegnose, varie, abili, le industrie nascoste delle anime sante, nel frenare gli appetiti disordinati dei sensi!

E’ lo Spirito di Dio che suggerisce queste industrie, che ne dà il desiderio, che ne regola la pratica. Lui solo l’anima deve ascoltare e seguire in questa via, per evitare gli smarrimenti. Per essere sicura di seguire lo Spirito di Dio, essa deve far sempre approvare le sue penitenze più segrete dal direttore spirituale (n. 260). Le regole religiose, che se ne intendono in fatto di mortificazioni e che sanno come sia necessario discernere le disposizioni per sapere se sono da Dio, non permettono nessuna pratica straordinaria di penitenza senza l’approvazione dei superiori.

 

418. La penitenza per gli altri. – A misura che l’anima generosa si esercita nella via della sofferenza e vi progredisce, si sente libera dalla molteplice tirannia delle creature sensibili e prova il bisogno di liberare altre anime che la muovono a pietà. Sa che la grazia del sacrificio può estendersi agli altri, e che è avvalorata dalle sofferenze del Salvatore e dei santi. Riconoscente, vorrebbe rendere un po’ di ciò che ha ricevuto, comprendendo che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (cf. At 20, 35). Allora essa espia, ripara, soffre, prima di tutto per coloro che le sono cari e le sono più vicini; indi, il suo zelo si estende, e vorrebbe soffrire per la conversione dei peccatori, per le missioni, per la Chiesa intera. Essa è lieta di unire il suo sacrificio a quello del Salvatore e, con san Paolo, sente il bisogno di compiere nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, per la Chiesa e per il suo corpo (cf. Col 1, 24). Meraviglioso entusiasmo del sacrificio! Santa follia della croce! Inestimabile sorgente di riparazione! Quante anime, nel segreto della loro penitenza, sono le redentrici delle nostre colpe, i parafulmini della divina giustizia, la salvaguardia delle nostre vite!