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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

AMORE DEL DOVERE

261. Amare la volontà di Dio. – 262. Il giogo e il peso divino. – 263. Lo spirito della legge. – 264. Le specie umane.

261. Amare la volontà di Dio. – Ciò che la mente deve conoscere, il cuore deve amarlo. Bisogna far tutto per amore e niente per forza; bisogna amare più l’obbedienza che temere la disobbedienza, dice san Francesco di Sales. E san Paolo ci dice: Noi non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre (cf. Rm 8, 15). E poiché lo spirito deve, al disopra di tutto, vedere la volontà stessa del Padre, anche il cuore deve affezionarsi ad essa più di tutto. Il libro della santità ha per titolo: Fare la volontà di Dio. Ecco la legge ché devo stabilire nella mia volontà e nel mio cuore (cf. Sal 39, 8). Il fine del richiamo è la carità (cf. 1Tm 1, 5); ed è anche il fine del cuore, poiché né il precetto può prescrivere, né il cuore può realizzare nulla di più alto.

262. Il giogo e il peso divino. – In questa volontà manifestata l’intelligenza apprende i comandi e i desideri di Dio. Questi ruscelli, che traggono origine dalla sorgente, devono essere amati quanto la sorgente stessa e a causa di essa. Queste leggi e direttive, spesso sono penose alla natura, della quale contrariano le cattive tendenze. Le prescrizioni sono un giogo, e il dovere ch’esse impongono è un peso. Il giogo non si può sostenere senza sforzo, né il peso trasportarsi senza fatica. Tuttavia, dice il Salvatore: « Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per le vostre anime; il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero » (Mt 11, 29-30). Ma che significano queste parole se non amare questo giogo in lui e lui in esso? Il mio cuore vada dunque a lui nell’amore alla sua adorabile volontà e riceverà la duplice benedizione riservata all’amore. Esso gusterà la dolcezza dei vincoli che lo legano al giogo della legge, e sentirà la leggerezza del peso che gli impone il dovere (n. 368).

263. Lo spirito della legge. – Questo amore non si arresta al fatto esterno della legge e del dovere, ma considera la volontà sommamente amabile, che impone o propone. Esso va anche oltre, poiché in questa volontà adora e ama teneramente l’intenzione a cui essa si ispira, il fine a cui essa mira. La volontà divina ci presenta comandi e consigli solo in vista della nostra santificazione. Questo fine di santità, in cui si rivela lo spirito di ogni precetto e di ogni consiglio, dev’essere desiderato come lo desidera Dio, amato come egli l’ama, stimato come egli lo stima. Poiché, secondo quanto dice al suo servo, Dio vuole questo bene (cf. Sal 118, 65); il servo lo voglia col Maestro, e aderisca: alle regole divine, per santificarsi; alla santità, per uniformarsi a colui che comanda o domanda; al gusto del Signore, per glorificarlo. Ecco l’amore intelligente, completo, perfetto. Come tutto è raggiante di luce e di soavità in questo soggiorno dell’amore eterno!

264. Le specie umane. – La sottomissione d’amore che sulla scala della legge e del dovere, della volontà e delle intenzioni divine, si eleva fino all’intimo di Dio, sa anche inchinarsi verso gli intermediari di cui il Signore si serve. Amerò dunque la Chiesa nelle sue leggi, poiché essa è il portavoce di Dio. Amerò i superiori perché sono i suoi interpreti viventi. Non mi arresterò affatto agli accidenti umani, che possono non essere del tutto amabili, ma vedrò al di là il fatto divino che si manifesta anche mediante questi mezzi. Mi ricorderò, secondo la bella espressione di un autore russo, « che, nella Chiesa, sotto le specie di una società visibile e umana, si nasconde la sostanza divina, e che tutto ciò che può sembrare anormale nella storia della Chiesa, appartiene alle specie umane e non alla sostanza divina ». Com’è indizio di un cuore puro e retto saper distinguere ed amare la sostanza divina sotto le specie umane, la volontà di Dio negli uomini pieni di difetti! Com’è facile e comune, purtroppo, allegare a pretesto i difetti degli uomini per non sottostare al giogo divino!

Giubileo sacerdotale a Scala Coeli

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Cari amici di Cartusialover, sono lieto di annunciarvi che lo scorso sabato 24 settembre, nella certosa portoghese di Scala Coeli, si è svolta una suggestiva cerimonia celebrativa. L’occasione è stata la ricorrenza del cinquantesimo anniversario del sacerdozio di Dom Paulo, e pertanto la comunità certosina si è stretta al proprio confratello con una Messa di ringraziamento in onore della Madonna. Padre Paulo ha poi celebrato, fuori della clausura, una Messa per i suoi parenti ed amici intimi nella cappella di san Bruno.

Di questa lodevole iniziativa vi offro il documento filmato che segue. Fervidi auguri a Dom Paulo per il prosieguo della sua vita monastica.

Ad multos annos e Deo Gratias!

La seduzione dell’Assoluto

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Da oggi,vi proporrò tre meditazioni sulla vocazione, in tre articoli, uno a settimana. I titoli dei testi saranno i seguenti:

  1. LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

  2. LE VIE DELL’ASSOLUTO

  3. AL DI LÀ DELL’ASSOLUTO

Le seguenti riflessioni, scritte da un certosino, possono certamente chiarire a tutti coloro che desiderano impegnarsi con tutto il proprio essere al servizio di Dio, anche in un diverso tipo di vocazione.

Ecco dunque, spiegata da un certosino una breve introduzione sul significato della vocazione come dono speciale di Dio.

MEDITAZIONE SULLA VOCAZIONE

Per diventare un certosino o una certosina, non basta solo voler esserlo, non basta essere accolto fraternamente o avere una buona formazione. Solo diventa un certosino/a colui o colei che, nel profondo della sua anima, sente una chiamata che è più potente di qualsiasi contraddizione che abbia dentro di sé e nei suoi dintorni. La vocazione certosina è opera di Dio. La partecipazione umana nella opera di Dio forse è più indispensabile in essa che in qualsiasi altro progetto, ma l’uomo sa che, se dipende solo dalle sue proprie risorse, egli resta totalmente incapace di farla.

Quindi ci sono diverse fasi da seguire: in primo luogo, una chiamata. Questa, esclusivamente interiore, cerca la sua realizzazione attraverso mezzi esterni, istituzionali, collegati ad una struttura la cui rigidità può stupire. Una volta che la decisione è presa, la scoperta della vita certosina concreta entra in un universo in cui i paradossi sono spesso difficili da accettare.

LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

Solo chi conosce è in grado di capire. La chiamata di Dio è una prova che va oltre gli argomenti e le parole. Quando Dio si manifesta, non c’è possibilità di confusione, è indubbiamente Egli stesso, anche se non si trovano i mezzi per esprimerlo. Trattiamo adesso di ciò che chiameremo “L’Assoluto”, a causa della mancanza di un termine migliore. Questo termine ha le sue imperfezioni, come tutti i termini utilizzati per parlare di Dio, però la differenza di questo detto “Assoluto” con tutto ciò che è già noto alla nostra scala contingente, è che esso evoca chiaramente il carattere di una profonda manifestazione di Dio. È Egli, e nessun altro! Egli si fa riconoscere immediatamente, anche senza mai essere stato trovato precedentemente. Egli non è paragonabile a nulla visto prima. Si presenta, certamente, come la perfezione che in un istante seduce il cuore, provocando una sete che nulla potrà saziare, tranne l’Assoluto. Colui che sperimenta questo fatto avvia una ricerca persistente per ottenerLo. Non c’è dubbio che i mezzi saranno sempre inadeguati ad un obiettivo di questa portata, ma egli farà tutto ciò che dipende da sé per raggiungerlo.

Donarsi a Dio per Egli stesso.

Per il certosino/a, che si impegna in questa ricerca, il mondo si presenta fin dall’inizio come la scoperta di un luogo già noto, anche senza averlo visto prima. Sembra che egli istintivamente trova le parole che rispondono a questa ricerca impegnata. C’è una sorta di connaturalità tra ciò che gli è stato detto e ciò che egli voleva dire a se stesso. Donarsi a Dio per ciò che Egli è. Vivere solo per Lui. Rinunciare a tutto ciò che non è Dio e trovare solamente in Lui la pienezza di ciò che si sta cercando. Non solo si vede questo nelle formule scritte, ma si ha la sensazione che esse sono vissute, anche se il quadro sembri un po’ meschino e disordinato.

Una rottura radicale con il mondo

L’Ordine Certosino associa, inseparabilmente, queste formule inebrianti di unione con Dio solamente, alle esigenze di separazione totale da quello che il linguaggio monastico tradizionale chiama il “mondo”. Non c’è in questo, nonostante alcune false interpretazioni, né manicheismo, né pessimismo, neanche disprezzo per ciò che è parte del mondo. Il mondo è l’umanità insieme impegnata in questa opera grandiosa di cooperare con l’azione di Dio, il Creatore. È l’uomo che tende a Dio attraverso lo specchio multiforme delle creature. È l’uomo religioso che illumina il volto del Padre in Cristo attraverso le mille forme di apostolato. Tutto questo è buono, tutto questo è un riflesso di Dio, ma nulla di questo è Dio. La scelta di Dio implica una conseguenza le cui richieste sono certamente indiscutibili, che è quella di allontanarsi da tutto ciò che non è Egli, perché le sue più belle opere sono nulla in confronto con Egli; Egli è il prescelto.

Cadere definitivamente in Dio

Parliamo di una seduzione dell’Assoluto. È certamente questo. Le parole di Geremia vengono in mente: “Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre”. La gioia di incontrare Dio rende più facile prendere tutte le decisioni, anche se vengono prese in modo riflessivo, calmo e ben giustificato. Ci rendiamo conto che non ci sono altre soluzioni; è necessario fare un passo enorme per impegnarci in modo totale con Dio. È necessario saltare nel vuoto, credere nell”Assoluto e allontanarsi da tutto ciò che non è Egli.

4° Risorgere con Cristo

Solo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha potuto realizzare questo sogno in modo completo e radicale: rispondere con tutto il Suo essere alla chiamata di Dio, entrare in Lui e ritrovarsi pienamente nel Suo seno. Scegliere la vita certosina è quello di inserirsi, in un modo particolarmente espressivo ed efficace, nella Risurrezione del Salvatore. C’è una morte di cui non sempre siamo pienamente consapevole all’inizio, ma che cancellerà totalmente i suoi effetti sull’uomo. C’è anche la nascita ad una nuova vita che ci mette veramente nell’intimità di Dio.

Un certosino

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

CONOSCENZA DEL DOVERE

Obblighi speciali

255. Conoscere i comandamenti. – 256. Lo spirito dei comandamenti. – 257. Conoscere i precetti della Chiesa. – 258. Conoscere i consigli. – 259. Conoscere i doveri del proprio stato. – 260. Necessità della direzione.

255. Conoscere i comandamenti. – Debbo conoscere il mio dovere e, per conseguenza, tutto ciò che me lo determina. Poiché la volontà del Signore si manifesta nei comandamenti di Dio e della Chiesa e nei consigli, debbo applicarmi ad avere una conoscenza, almeno sufficiente, per non dir perfetta, dei doveri e dei consigli che mi riguardano. E poiché precetti e consigli si concretizzano, per me, nei doveri del mio stato, debbo soprattutto applicarmi alla loro conoscenza netta, luminosa, esatta.Sarò più o meno illuminato sul mio dovere in proporzione ai lumi che avrò su questi quattro punti.Debbo perciò conoscere i comandamenti di Dio, la legge divina, gli obblighi ch’essa impone; conoscerne la sostanza più che gli accessori. Se sarò bene istruito sui miei doveri, avrò una pietà illuminata; se invece non avrò di essi che un’idea vaga, la mia pietà brancolerà nelle tenebre. La vera pietà ama la luce, poiché colui che opera secondo la verità si accosta alla luce (cf. Gv 3, 21).

256. Lo spirito dei comandamenti. – Ma, per arrivare alla sostanza, è necessario conoscere lo spirito dei comandamenti più che la lettera. Sarebbe una grave deficienza conoscere solo l’esteriorità della legge, vedere il lato materiale della prescrizione, senza rendersi conto del motivo che la ispira e del fine al quale tende. Conosciuta solo in questo modo, non dà vita all’anima, e 1’osservanza di essa è meccanica e farisaica. So che il fine della legge non cade sotto la legge, ma se mi attacco soltanto a ciò che cade sotto, vi cado io stesso. Può uno cadendo elevarsi? La legge non è dunque fatta per elevare? Io so che la legge non è fatta per il giusto ma per gli ingiusti (cf. 1Tm 1, 9). Se dunque non mi sottometto che materialmente, convinco me stesso di non essere giusto. Ma se sono condotto dallo spirito, allora non cado sotto la legge (cf. Gal 5, 18). Sappiamo che la « legge è buona, se uno ne usa legalmente » (1Tm 1, 8), secondo il suo spirito. Se infatti mi sottometto per necessità, e come per una costrizione di volontà, all’obbligo esterno, divento schiavo della minuzia che mi lega, vittima della lettera che mi uccide (cf. 2Cor 3, 6). Se la lettera mi uccide, qual vita può restare ancora in me?… Soltanto lo spirito dà la vita.

257. Conoscere i precetti della Chiesa. – La pietà veramente retta, cerca di conoscere, per quanto può, le leggi ecclesiastiche, si compiace di studiarle, sapendo che la Chiesa, assistita dallo Spirito di Dio, ha il compito di illuminare, secondo i tempi e la necessità, la via che i cristiani debbono seguire.

La voce della Chiesa è quella del pastore. Le pecore lo seguono perché « riconoscono la voce del pastore ». Non seguono il mercenario perché non conoscono la voce degli estranei (cf. Gv 10, 4). Questa predilezione per la voce della Chiesa, questo bisogno di ascoltarla, questa ripugnanza per ogni altra voce, è uno dei segni più caratteristici della vera pietà. Esso non inganna mai e vi è da temere allorché manca.

258. Conoscere i consigli. – Se io non avessi altra cura che quella di conoscere i precetti, ne saprei abbastanza per evitare il peccato, ma non per elevarmi alle altezze della virtù. Arriverei forse a offendere di meno Dio, ma ignorerei i grandi segreti di piacergli. Preserverei forse la mia anima dalla malattia e dalla morte, ma non saprei condurla alle sorgenti della vita. Conoscerei il primo abbozzo del disegno di Dio su di me, ma l’altezza delle sue idee, la grandezza dei suoi desideri mi sarebbero celate. Se voglio conoscere, con i santi, quale sia la carità di Cristo, che supera ogni scienza, in modo da essere ripieno di tutta la pienezza della vita di Dio (cf. Ef 3, 19), dovrei meditare i consigli per comprenderne il senso divino e la portata infinita.

In questa manifestazione dei suoi desideri, Dio ha rivelato bellezze, grandezze, ricchezze tali da rapire l’occhio dei santi. Oh! come sono ignorati questi segreti di Dio! L’occhio umano non è abbastanza assuefatto a questa luce. Se sapessi meditare il Vangelo e le Lettere di san Paolo! Se sapessi familiarizzarmi con gli scritti dei grandi dottori della santità, che hanno detto cose mirabili intorno a questi consigli che hanno vissuto! Quante cose si apprendono, per esempio, alla scuola di san Fracesco di Sales, di san Giovanni della Croce, di santa Teresa d’Avila, di santa Caterina da Siena e di santa Caterina da Genova!

259. Conoscere i doveri del proprio stato. – È questa la conoscenza pratica per eccellenza, nella quale si determinano e si applicano le cognizioni precedenti. Poveri doveri di stato! … come sono spesso ignorati!… mal compresi!… falsati dalle illusioni dell’interesse personale!… Quante volte si creano doveri speciali, per nulla legittimi, mentre non si bada a quelli reali! Ah! se conoscessi molto bene i doveri del mio stato, non avrei altra occupazione da crearmi, né obbligo da impormi, poiché essi mi tracciano quanto mi è necessario per soddisfare le aspirazioni della mia anima.

I doveri di stato, come ho già detto (n. 244), mi specificano il modo proprio con cui debbo personalmente osservare i comandamenti e i consigli evangelici. Oltre a ciò, che cosa debbo cercare? La volontà di Dio non vi è racchiusa per intero? Fuori di lì cosa vado a cercare se non la mia volontà, trascurando quella di Dio? Sarebbe davvero un bel guadagno sostituire la mia volontà a quella di Dio! Ecco la perfidia del demonio e la stoltezza del mio orgoglio. Col pretesto di un maggior bene, sono portato a fare la mia volontà, perdendo di vista la regola somma ed unica che è la volontà di Dio.

260. Necessità della direzione. – A proposito dei doveri di stato, la direzione è una sorgente di luce spesso indispensabile. Non essendo nostro intento trattare questa materia, rimandiamo i nostri lettori a ciò che dissero san Francesco di Sales e i maestri di vita spirituale, sulla necessità di un direttore, sulla sua scelta, sul modo di trattare con lui, ecc.Bisogna dire e ripetere che l’unica via è la volontà di Dio. Soltanto essa traccia interamente la mia azione. Tutto ciò che non è nella volontà di Dio è fuori strada.

Una preghiera per l’Epifania del Signore

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Cari amici lettori, per il giorno in cui si festeggia l’Epifania del Signore, vi offro questa splendida preghiera realizzata da Dom Ludolfo di Sassonia celeberrimo Priore e scrittore certosino del XIV secolo. Egli  in questa orazione intende offrire simbolicamente i doni offerti dai magi.

 “O buon Gesù, offro alla vostra Maestà Suprema mirra di contrizione sincera, incenso di fervente preghiera e l’oro di pura carità”:

“O buon Gesù, che, essendo nato da una vergine, stai rivelato ai Magi guidati da una stella alla tua culla, e li ha portati indietro al loro paese per un’altra strada, Salvatore misericordioso, la luce della tua grazia dissipi le tenebre della mia coscienza; e, per il vostro evento gioioso, mi conceda una perfetta conoscenza di te stesso e me stesso, in modo che io contemplo sia Te che l’interno della mia anima, e che in questo santuario intimo, offro Maestà mirra suprema di contrizione sincera, incenso di fervente preghiera e l’oro di pura carità;Infine, dal momento che è seguito la via dell’errore e del peccato, ho rinunciato la casa di beatitudine celeste,fa si che io la raggiunga, seguendo il percorso di Grazia e di Verità.Così sia.”

L’ immagine di questo articolo è un affresco di Simone Peterzano, sito nella certosa di Garegnano a Milano raffigurante ” l’Adorazione dei Magi” (1578-1582)

Reportage da Montrieux

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Cari amici nell’articolo odierno, varcheremo idealmente la soglia della certosa di Montrieux, grazie alle splendide immagini del video che segue. In poco più di due minuti scorreranno immagini forti e molto suggestive, che ci mostreranno la quintessenza della vita certosina a Montrieux. A seguire l’estratto di alcune interviste ai monaci di quella comunità, rilasciate nel novembre del 2007 alla rivista settimanale francese “Le Point” a cui vanno i miei ringraziamenti per questo reportage qui riassunto. Vi auguro una buona visione.

I segreti del monastero interdetto

Sono sempre stato felice, anche nei cinquanta anni che ho trascorso racchiuso nella solitudine e nel silenzio assoluto. Alcuni di noi soffrono di ‘taedium cellae’, il disgusto della cella. Personalmente non l’ho mai avuto. Diventare un monaco è sapere vivere in clausura”.

Dom Bruno è il Priore del monastero di Montrieux da dieci anni.

“Non pensavo che mi avrebbero affidato questa responsabilità”, spiega con modestia. “Quando sono stato chiamato a rappresentare la comunità al Capitolo Generale [la cerimonia che si svolge ogni due anni per nominare nuovi priori, NDLR], ho dovuto prendere un treno da Toulon. Ciò non mi accadeva da cinquantadue anni”. Da lì, Dom Bruno, per la sua umanità e la sua capacità, ha saputo farsi accettare nella comunità.

L’attività manuale è ritenuta importante così come la ricerca spirituale. Tra le opere dei monaci, c’è un San Bruno tagliato in piedi su un tronco di pino o una statua della Madonna di Montrieux. Opere che non possono essere viste prima di essere concluse. “Uno dei nostri fratelli aveva iniziato una statua e alcuni l’hanno vista prima che fosse completata, quindi lui l’ha distrutta parzialmente”. Un’attività manuale, pertanto, che viene eseguita con la massima segretezza. “Sono sessantacinque anni che lavoro da solo, senza che nessuno sappia quello che faccio”, spiega Padre Jean-Marie, il quale dice di avere la vocazione dall’età di 3 anni.

Dom Maximilian preferisce la musica. Ai 52 anni, è il più giovane dei monaci del monastero di Montrieux. “Nella mia cella ascolto, con il permesso del priore, alcune canzoni ed anche il rock, che ha segnato la mia adolescenza. Si tratta di una forma di preghiera.” Prima della rivelazione, Dom Maximilian era “ostile a tutto ciò che era religioso, nonostante avessi già fatto esperienze di contemplazione. Ero un assiduo lettore di Charlie Hebdo ed un fan di romanzi gialli, di corse d’auto, di rock, di ragazze…” Per Dom Maximilian, cosa ha causato il cambiamento è avvenuto durante un viaggio in India. “Al mio ritorno, ho incontrato la donna perfetta, ma io non l’ho sposata, ho scelto la vita in cella perché ho trovato Dio”.

Per quanto riguarda  Dom Bruno, egli non rimane confinato nella sua cella. Egli, “amante della natura” trascorre molto tempo nel suo giardino. “Quello che, non necessariamente, capiscono gli altri religiosi”, confessa.

Responsabile per le cucine, Fra Jean-Michel, 75 anni, non permette alcuna stravaganza. “Confesso di essere molto rigoroso. Se la comunità vuole un menù speciale devono indirizzarsi al Priore”. Egli è entrato nel 1970 come aiuto cuoco, è un ex soldato che ha servito nel reparto “General Bigeard” e giustifica questa austerità: “I monaci hanno gusti molto semplice, amano patatine fritte ed al vapore, ci sono anche alcuni che amano il riso”.

Se la comunità vive in autonomia quasi totale, ha, tuttavia, alcune attrezzature moderne: una spaziosa cucina, un laboratorio di fabbro ed una lavanderia. Per il resto “abbiamo bisogno di adattarci all’ambiente”, riconosce il fratello Jean-Marie, 72 anni. Egli è arrivato al monastero trentanove anni fa. Questo insegnante anziano molto attento, lavora a volte in cucina o nei lavori di manutenzione: energia elettrica, idraulica, riparazione dei trattori…Instancabile, spiega: “La nostra casa sta diventando vecchia, quindi abbiamo bisogno di ripristinarla e come il materiale necessario si evolve molto velocemente, a volte vado a Toulon per fare shopping”.

Naturalmente, i certosini non hanno né la radio né televisione, molto meno il telefono cellulare. “Io non voglio neanche Internet, aggiunge Dom Bruno, perché in essa si trova tutto: il bene come il male”. Solo riviste religiose circolano nel monastero. “È solo in tempo di elezioni che distribuisco altri giornali, perché votiamo in tutte le occasioni. Sarebbe un errore davanti a Dio non votare per il presidente”, ha detto il Priore. “Io non votavo, ma quando sono arrivato qui, mi hanno chiesto di registrarmi nelle liste elettorali”, ricorda Dom Maximilien. Sessanta anni fa, il Priore diceva ai suoi monaci a chi votare, ma questa pratica è finita. “Quando alcuni politici vengano a me, io rispondo che i monaci votano a chi vogliono”, afferma Dom Bruno. E poi ci sono eccezioni, secondo il presente. “Abbiamo visto le immagini delle torri gemelle che sono state attaccate nel 2001”, ricorda con emozione il priore del monastero.

Per la maggior parte dei monaci di Montrieux, come per il Dom Maximilien che si è unito ai certosini 20 anni fa, vivere fuori dal monastero sarebbe impossibile. “Ho uno sguardo attento sulle persone, ma pessimista circa il mondo, spiega. Non potrei uscire da qui. C’è molto rumore, molta gente, molto auto …”

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO III

CONOSCENZA DEL DOVERE

Obblighi generali

250. Pietà attiva. – 251. Conoscere, amare ed eseguire. – 252. Necessità di conoscere il dovere. – 253. L’ignoranza. – 254. L’illusione.

250. Pietà attiva. – Tale è la volontà di Dio sull’azione dell’uomo. Ad essa corrispondono dei doveri che costituiscono la cosiddetta parte attiva della pietà, poiché determinano ciò che si deve fare e indicano la parte di azione personale che Dio richiede dall’uomo nell’opera della sua gloria.

Infatti, io debbo agire ed esercitare le mie facoltà nell’esecuzione degli ordini e dei desideri di Dio; debbo camminare nella via che mi è tracciata. Ma in che modo? Mediante le tre facoltà che sono in me. Posso conoscere, amare ed eseguire. Ora, quando la mia conoscenza, il mio amore e la mia ricerca sono diretti a Dio, si ha la pietà. La parte di quest’orientamento, che si opera col concorso della mia attività personale, deve dunque chiamarsi pietà attiva, o parte attiva della pietà (n. 89). Essa è, per conseguenza, la parte di azione che debbo sviluppare nella conoscenza, nell’amore e nella ricerca di Dio.

251. Conoscere, amare ed eseguire. – Se debbo conoscere il mio fine e la mia via e se debbo amare la mia meta, debbo anche amare il cammino che ad essa conduce. Se debbo cercare la vetta, debbo anche cercare i sentieri che ad essa conducono. La gloria di Dio è il mio fine; la sua volontà è la mia via. Ora, la gloria di Dio richiede alla mia intelligenza di conoscerla; alla mia volontà, di aderire ad essa; e alla mia azione, di ricercarla. Questo triplice obbligo s’impone in modo identico anche per la volontà di Dio. La mia intelligenza deve conoscerla; la mia volontà rispettarla ed amarla; la mia azione eseguirla. La cognizione, l’amore e la ricerca della gloria di Dio costituiscono l’essenza della pietà; la cognizione, l’amore e l’esecuzione della volontà di Dio ne sono la via.

252. Necessità di conoscere il dovere. – Prima di tutto debbo conoscere la volontà di Dio, se voglio eseguirla senza camminare nelle tenebre (cf. Gv 8, 12) e senza espormi a mancanze di prudenza e di sapienza (cf. Ef 5, 17). La conoscenza è anche qui la prima condizione del bene. Perciò debbo chiedere al Maestro Divino che mi faccia conoscere pienamente la sua volontà con ogni sapienza ed intelligenza spirituale, affinché possa camminare in modo degno di lui, piacergli in tutte le cose, produrre frutti di ogni opera buona e crescere nella conoscenza di Dio (cf. Col 1, 9). Bisogna che « come gli occhi dei servi sono volti alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava sono volti alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio » (Sal 122, 2) per interrogarlo in ogni cosa e conoscere la sua volontà.

253. L’ignoranza. – Due mali sono da temersi: l’ignoranza che non vede e l’illusione che vede male. Anzitutto, l’ignoranza colpevole, che non ha nessuna cura di riformarsi dei sentimenti nuovi, ma che, conformandosi all’umano, non cerca affatto di conoscere quale sia la volontà di Dio, che dal bene conduce al meglio ed al perfetto (cf. Rm 12, 2); inoltre, quell’ignoranza fatta di distrazione e di leggerezza, che non sa riflettere su nulla e lascia che la vita segua il corso delle cose; infine, l’ignoranza involontaria, frutto delle tenebre della nostra povera intelligenza, e contro la quale bisogna lottare tutta la vita, domandando soprattutto a Dio d’infondere la sua luce nella piccola lampada del nostro spirito e di rischiarare le nostre tenebre (cf. Sal 17, 29).

254. L’illusione. – L’illusione è forse il male più comune. Piace tanto pascersi d’illusioni!… Mio Dio! si vive di esse… e soprattutto si muore in esse!… Nutrirsi d’illusioni è il gran bisogno e la costante preoccupazione dell’interesse personale. E, com’è abile nel crearsele!… Ma su nessun punto l’illusione è tanto frequente e funesta quanto su quello della volontà di Dio. Si ha interesse a non conoscerla o a conoscerla appena sufficientemente, per tranquillizzare la coscienza senza troppo aggravarla!…

Come sono abituato a vedere attraverso il prisma dell’interesse personale e ad adattare i miei doveri all’arbitrio delle mie convenienze! Prima della volontà di Dio interrogo il mio interesse: è così vicino e così urgente! La sua voce sa farsi sentire così bene, e il rumore che fa alle mie orecchie altera talmente il suono della voce di Dio, che questa non mi arriva più integra. Esso è sempre il primo oggetto che si presenta ai miei occhi, e mi è difficile sorpassarlo per vedere direttamente la volontà di Dio. Quando i miei occhi scorgono questa divina volontà attraverso il prisma ingannatore della mia sensualità, la mia vista si inganna, gli oggetti non mi appaiono più come sono in realtà ed io cado nell’illusione. E quante volte vi cado!… I miei fianchi sono pieni d’illusioni; i miei fianchi, ossia la mia sensualità. Qual pienezza d’illusione, mio Dio! Quanto ho bisogno, Signore, di cingere i miei fianchi, perché il serbatoio non riversi la sua triste pienezza nell’anima mia, e di aver sempre in mano la lampada accesa che mi aiuti a veder chiaro!… (cf. Lc 12, 35). Signore, ch’io veda! (cf. Lc 18, 41).