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La Nube della non-conoscenza 41

NUBE

CAPITOLO 41

In qualsiasi cosa bisogna usare moderazione, ma non nella contemplazione.

Inoltre, se tu dovessi chiedermi quale moderazione bisogna avere nel lavoro della contemplazione, ti risponderei in questi termini: «Nessuna, assolutamente!» In qualsiasi altra cosa tu faccia devi usare moderazione, come per esempio nel mangiare, nel bere, nel dormire, nel proteggere il corpo dall’eccessivo calore o dai rigori del freddo, nel tempo da dedicare alla preghiera o alla lettura o alla conversazione con il tuo prossimo. In tutto questo devi usare moderazione, in modo da non sconfinare nel troppo o nel troppo poco. Ma nel lavoro contemplativo non c’è misura che tenga: vorrei che tu non smettessi mai di contemplare per tutto il tempo della tua vita. Non dirò che devi essere sempre in grado di impegnarti con uguale vigore e freschezza: sarebbe pretendere l’impossibile. Infatti, talvolta la malattia o qualche malessere del corpo o dell’anima, insieme a molte altre necessità naturali, costituiranno un grosso ostacolo e spesso ti faranno scendere dall’alto della contemplazione. Ma tu dovresti sempre essere all’opera, sia che lavori, sia che ti diverta, e questo almeno nelle intenzioni, se non di fatto. Di conseguenza, guardati più che puoi, per amore di Dio, dalla malattia, cosa che non sia tu stesso, per quanto è possibile, la causa della tua debolezza. Ti dico con tutta verità che quest’opera richiede una grande pace, e una totale e pura disposizione d’anima e di corpo. Dunque, per amore di Dio, controllati nel corpo e nell’anima con gran cura, e mantieniti in salute, per quel che sta in te. E se malgrado il tuo impegno, dovesse sopraggiungere la malattia, sopportala con pazienza e affidati umilmente alla misericordia di Dio: da te non si pretende altro. In verità ti dico: spesso la pazienza nella malattia e in altri tipi di tribolazione, piace a Dio molto di più di qualsiasi pratica devota che tu puoi esercitare quando sei in buona salute.

La Nube della non-conoscenza 40

NUBE

CAPITOLO 40

Nella contemplazione l’anima non presta particolare attenzione a nessun tipo di vizio o di virtù.

E tu, fa’ lo stesso: riempi il tuo spirito del significato profondo della semplice parola «peccato», senza analizzare di quale peccato si tratta, se veniale o mortale, di orgoglio, d’ira o d’invidia, di cupidigia, di accidia, di gola o di lussuria. Che importa al contemplativo il tipo e la gravità del peccato? Quando è impegnato nel lavoro contemplativo, tutti i peccati li considera ugualmente gravi in se stessi, dal momento che il più piccolo di essi lo separa da Dio e gli toglie la pace interiore. Cerca di sentire il peccato nella sua totalità, come un blocco massiccio, di cui sai solo che è il tuo stesso io. E allora emetti a più non posso nel tuo spirito quest’unico grido: «Peccato! Peccato! Peccato! Aiuto! Aiuto! Aiuto!». Questo grido spirituale lo si impara meglio da Dio per esperienza che non dalla bocca di un uomo. È meglio quando scaturisce esclusivamente dallo spirito, senza nemmeno essere pensato o espresso a parole. In rarissimi momenti può capitare, tuttavia, che l’anima e il corpo siano così oppressi dal dolore e dal peso del peccato, che lo spirito sopraffatto non può fare a meno di prorompere in parole. Allo stesso modo devi comportarti con la breve parola «Dio». Riempi il tuo spirito del suo significato profondo, senza fare nessuna considerazione particolare su una qualsiasi delle opere di Dio: per esempio, se siano buone, migliori o ottime, se siano materiali o spirituali. E non devi cercare di far distinzione tra le varie virtù che possono essere suscitate nell’anima umana dalla grazia: umiltà o carità, pazienza o astinenza, speranza, fede o temperanza, castità o povertà volontaria. Che importa questo al contemplativo, dal momento che tutte le virtù le trova e le sperimenta in Dio? È Dio infatti che ha dato vita a tutte le cose e tutte sussistono in lui. Il contemplativo sa che se ha Dio, possiede ogni bene: per questo non brama nessun bene in particolare, ma l’unico vero bene, Dio. Fa’ anche tu così, per quanto ti sarà possibile con l’aiuto della grazia, e guarda esclusivamente a Dio, a Dio nella sua interezza, così che niente lavori nella tua mente e nella tua volontà, se non Dio solo. E poiché per tutto il tempo che passi in questa valle di lacrime devi sempre far esperienza in qualche modo di questo blocco massiccio, orribile e puzzolente, qual è il peccato, come se fosse unito e fuso con la sostanza del tuo essere, allora devi continuamente far ricorso prima all’una e poi all’altra di queste due parole: «peccato» e «Dio». E non dimenticare che se tu avessi Dio, allora non avresti più il peccato, e se tu non avessi più il peccato, allora avresti Dio.

Chiudi la porta alle inquietudini

certosino e sole che sorge

In questo articolo, voglio condividere con voi il testo di un certosino, il quale ci invita a non farci turbare dall’ansia e dalle preoccupazioni. Egli ci esorta con parole semplici ma profonde ad abbandonarci al volere di Dio. Meditiamo!

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L’ “inquietudine” pesa sullo spirito, sul cuore, su ogni anima. Avvelena l’esistenza. Qualunque cosa tu debba fare. Qualunque siano le tue responsabilità materiali o spirituali, non intrappolare la tua anima e non permettere mai che l’irrequietezza ti disturbi. Tutto quello che devi fare nella religione è la Sua opera. Fai ciò che puoi generosamente, sapendo che il successo dipende solo da Lui, non dalle tue capacità. Se non cerchi la tua gloria in nulla, vivrai in una pace immutabile, anche se hai ancora molto da fare. C’è solo una cosa da temere: il peccato. Le vie di Dio non sono le nostre. Gesù trionfa sul fallimento. Nulla è cambiato in venti secoli. Siate diligenti, e mettetevi i mezzi: è la volontà di Dio. Ma sii persuaso che nulla avrà successo se non Lui. Se Lui non lo vuole, accetta il fallimento, così come tutte le sue umilianti e spiacevoli conseguenze. Allora sarai libero. Fai ciò che Dio vuole: questo è ciò che conta; non avere successo. È così rassicurante pensare che il Padre ha nelle sue mani il mondo ed i cuori di tutti gli uomini! Tutto accade perché Lui vuole; non si fa nulla che Egli non permetta. Perché preoccuparsi di vane preoccupazioni? Metti in atto ciò che è in tuo potere, ma in tempo utile. Rifiutatevi di riflettere sul momento che appartiene a Dio: preghiera, lettura, grande silenzio da Compieta a Prima. In caso contrario, la serenità della tua anima è finita. Contemplate la mirabile calma di Gesù davanti a un compito che abbraccia l’intera terra e l’intero genere umano. Illumina con poche parole. Salva con l’immobilità e il silenzio della Croce. Ogni umana prudenza non invaliderà la sua parola: «Quando sarò elevato da terra, tutto attirerò a me» (Gv 12,32). Gli Apostoli, i grandi “convertitori”, i santi non hanno mai sacrificato, in fretta, il loro colloquio con Dio. Hanno affidato tutto alla sua Provvidenza, e non hanno mai dubitato di Lui. Sono ammirevoli le realizzazioni, anche temporanee, dei veri contemplativi, così come l’idea sterile dell’agitazione di affari che non gli sono ordinati. Il puro amore di Dio è un filtro. Espellerà dalla tua anima non solo tutto ciò che le è contrario, ma anche ciò che non la nutre. Si opporrà a qualsiasi rumore capace di soffocare o alterare la Sua voce: “Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, from coelis to regalibus sedibus venit“: “Un silenzio avvolse tutto, e , nel cuore della notte la sua carriera, la tua Parola onnipotente, Signore, è venuta dal trono regale dei cieli” (Sap 18,14-15). Dio viene quando tutto dorme sulla terra, tutto ciò che è della terra.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 10)

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CAPITOLO 10
Formazione

1 Compito della maestra è di formare le novizie nell’osservanza, di dirigerle negli esercizi di vita spirituale e di dare loro, nella prova, un aiuto adeguato. Sebbene debba, sull’esempio del nostro padre san Bruno, avere un cuore materno, mostra anche la fermezza di un padre affinché le novizie ricevano una formazione autenticamente monastica. Insegna loro ad aiutarsi spiritualmente nella semplicità e nella verità dell’amore. (San 9,4)
2 Ella cerca di farli crescere continuamente nell’amore di Cristo e della Chiesa, grazie ad un instancabile ritorno alle sorgenti di tutta la vita cristiana, alle testimonianze della tradizione monastica e all’ispirazione primitiva del nostro Ordine. Mette in risalto lo spirito del nostro padre San Bruno e coltiva le tradizioni autentiche, fedelmente conservate nell’Ordine fin dalla sua nascita, e che Guigo in particolare ha raccolto. (St 9,6) Ella mostra loro anche il valore della consacrazione delle vergini che le suore certosine hanno sempre custodito, come segno concreto della chiamata che il Signore rivolge a tutto l’Ordine, a condurre una vita puramente consacrata a Lui.
3 La maestra provvede affinché le novizie acquisiscano una buona conoscenza dei nostri Statuti, mediante uno studio attento e continuo, che le faccia sempre più comprendere e amare. Una volta alla settimana li riunisce per una conferenza di almeno mezz’ora, dove insegna soprattutto lo spirito della nostra vocazione e le osservanze dell’Ordine, che non possono ignorare. (St 9,4; 20,3)
4 La maestra visita i membri del noviziato e conversa con loro molto semplicemente in privato; Le conosce così meglio e dà loro consigli adeguati alle loro particolari necessità, perché ciascuna possa realizzare la pienezza della sua vocazione. (St 9,4; 20,4)
Le giovani suore dovrebbero sempre poter incontrare e parlare con la maestra delle novizie, ma di propria iniziativa e senza costrizioni. Li invitiamo ad esporre alla maestra le loro difficoltà con tutta semplicità e confidenza, ed a considerarla prescelta dalla divina Provvidenza per dirigerli ed aiutarli. (St 20,8)
6 La maestra sarà molto attenta e attenta nell’accogliere le novizie, anteponendo la qualità al numero. Per diventare veramente certosina, e non esserlo solo di nome, volerlo fare non basta; oltre all’amore per la solitudine e per la nostra vita, abbiamo bisogno di speciali attitudini fisiche e psichiche, grazie alle quali possiamo riconoscere la chiamata divina. La maestra delle novizie si occuperà di questo con grande cura, perché è la prima responsabile dell’esame e della prova dei candidati. Non dovrebbe ignorare che a prima vista difetti apparentemente piccoli molto spesso si sviluppano dopo la professione. Rifiutare o destituire un argomento è certamente una decisione seria, da prendere dopo attenta considerazione; ma ricevere o trattenere troppo a lungo una persona manifestamente priva delle qualità richieste sarebbe un atto di falsa e crudele compassione, oltre che un’ingiustizia verso la comunità. La maestra farà tutto ciò che è in suo potere affinché la novizia scelga il suo cammino in piena libertà; si asterrà dall’esercitare la minima pressione su di lei per fare la professione o la donazione. (St 9,3; 20,7)
8 Dal secondo anno di noviziato, le novizie iniziano gli studi destinati a completare la loro formazione dottrinale e monastica, secondo gli orientamenti dati dalla Ratio Studiorum. (San 9.10)
9 È certamente molto utile per una novizia studiare e lavorare con le sue mani; ma non basta essere occupati in una cella e perseverarvi onorevolmente fino alla morte, né dedicarsi generosamente alle obbedienze. Occorre di più: spirito di orazione e orazione. Se la vita con Cristo e l’intima unione dell’anima con Dio venissero meno, la fedeltà nelle cerimonie e la regolarità dell’osservanza servirebbero a poco: la nostra vita meriterebbe di essere paragonata a un corpo senz’anima. La prima cura della maestra è dunque inculcare questo spirito di preghiera e svilupparlo con discernimento, affinché le novizie, dopo la loro professione o la loro donazione, crescano giorno dopo giorno nell’intimità divina e raggiungano la meta della loro vocazione. (San 9,5)
10 La formazione spirituale ricevuta dalla maestra delle novizie è il primo passo di un’opera di trasformazione interiore che continua per tutta la vita. La suora deve restare sempre vigilante per restare attenta allo Spirito. Pur restando nell’ambito della sua vocazione certosina, sarà dunque attenta ad utilizzare i mezzi che la Chiesa le indica a tale scopo. La comunità sarà attenta a mettere in atto ciò che può favorire la continua crescita umana e spirituale dei suoi membri, e nutrire in ciascuno il desiderio di Dio.

La Nube della non-conoscenza 39

NUBE

CAPITOLO 39

Come deve pregare il contemplativo, e in che cosa consiste la preghiera; quali parole sono più adatte se si intende pregare oralmente.

Perciò dobbiamo pregare nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza del nostro spirito. E non con molte parole, ma con una semplice parola di una sola sillaba. Quale sarà questa parola? Certo una che si accorda per il meglio alla natura della preghiera. E quale parola corrisponde a questo requisito? Vediamo innanzitutto cos’è essenzialmente la preghiera in se stessa; solo allora potremo sapere più chiaramente qual è la parola che meglio si accorda alla natura della preghiera. Di sua natura la preghiera non è altro che un pio anelito verso Dio, per ottenere il bene e allontanare il male. Poiché tutto il male si può riassumere nel peccato, che ne è la causa e l’essenza stessa, allora quando preghiamo con la ferma intenzione di allontanare il male, non dobbiamo dire né pensare né intendere nient’altro che questa breve parola: «peccato». Se invece preghiamo con la ferma intenzione di ottenere il bene, non ci resta che gridare a parole, con il pensiero o con il desiderio questa semplice parola, e nessun’altra: «Dio». In Dio infatti si trova tutto il bene: egli ne è la causa e l’essenza stessa. Non meravigliarti se ho preferito mettere queste parole al posto di altre. Infatti, se potessi trovare delle parole più corte, capaci di riassumere in sé tutto il bene e il male, come fan queste due, oppure se Dio mi avesse insegnato a sceglierne delle altre, avrei certamente preso quelle e avrei lasciato queste. E così che consiglio di fare anche a te. Non metterti a ricercare delle nuove parole, perché non raggiungeresti mai il tuo obiettivo: al lavoro della contemplazione non si giunge attraverso lo studio, ma solamente per grazia. Perciò non prendere altre parole per la tua preghiera, malgrado io te ne abbia indicate due, se non quelle che Dio ti induce a usare. Ma se Dio ti induce a usare quelle che ti ho proposto, ti consiglio di non lasciarle perdere, sempre che tu faccia uso di parole nella tua preghiera. La loro efficacia consiste nell’essere parole molto corte. Quantunque abbia raccomandato soprattutto la brevità della preghiera, non ne va assolutamente rallentata la frequenza, poiché, come ho già detto, si prega nella lunghezza dello spirito. Di conseguenza, una tale preghiera non dovrebbe mai interrompersi, se non quando abbia ottenuto pienamente quello a cui mirava. Un esempio a questo proposito lo ritroviamo nella persona in preda al terrore descritta poc’anzi. Essa non la smette di gridare questa breve parola: «Fuoco!» o «Aiuto», finché non abbia ottenuto il soccorso necessario nella sua disgrazia.

La Nube della non-conoscenza 38

NUBE

CAPITOLO 38

Come e perché la preghiera breve penetra il cielo.

E perché penetra il cielo, questa breve e corta preghiera di una sola sillaba? Senz’altro perché viene fatta con tutto il cuore, nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza dello spirito di chi prega così. Nell’altezza, poiché possiede tutta la potenza dello spirito; nella profondità, poiché in questa piccola sillaba è Racchiuso tutto ciò che lo spirito sa; nella lunghezza, poiché se potesse sempre sentire quel che adesso prova, griderebbe in continuazione a Dio come fa ora; in larghezza, poiché vorrebbe estendere a tutti gli altri quel che desidera per sé. È a questo punto che l’anima, secondo le parole di s. Paolo, «è in grado di comprendere con tutti i santi — certo non pienamente, ma solo in parte e in una maniera confacente a quest’opera — qual è la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» dell’onnipotente ed eterno Dio, sommo amore e saggezza infinita. L’eternità di Dio è la sua lunghezza, l’amore è la sua larghezza, la potenza è la sua altezza, e la saggezza è la sua profondità. Non c’è da stupirsi se un’anima, così plasmata dalla grazia a stretta immagine e somiglianza di Dio suo creatore, vien subito ascoltata da Dio stesso. Sì, se anche fosse l’anima di un grande peccatore — che è come il nemico di Dio — a gridare, spinta dalla grazia, una breve sillaba di tal genere nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza del suo spirito, Dio la sentirebbe ugualmente per via del tono accorato del suo grido, e l’aiuterebbe senz’altro. Eccone una prova. Se tu dovessi sentire il tuo nemico mortale che, in preda al terrore, grida dal profondo del suo spirito questa breve parola: «Fuoco!» o «Aiuto!», tu, senza pensare che si tratta del tuo nemico, ma mosso a pietà, e preso da compassione per il suo grido lancinante, ti alzeresti senz’altro — sì, fors’anche in una notte di pieno inverno — e andresti in suo soccorso per aiutarlo a spegnere il fuoco o per confortarlo e calmarlo nella sua angoscia. Mio Dio!, se un uomo può diventare, per la grazia, così misericordioso da mostrare tanta pietà e compassione per il suo nemico, nonostante l’odio che gli porta, quale pietà e misericordia avrà allora il Signore — che possiede per natura quel che l’uomo ha per grazia — verso l’anima che lancia un tal grido spirituale dall’altezza e profondità, dalla lunghezza e larghezza del suo spirito? Certamente il Signore avrà molto più misericordia, senza alcun confronto, poiché è molto più vicina alle realtà eterne una cosa posseduta per natura, che non una ricevuta per grazia.

Dom Charles-Marie Saisson

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Continua l’approfondimento sui Priori Generali susseguitisi nel corso dei secoli al vertice dell’Ordine certosino. Oggi vi farò conoscere Dom Charles-Marie Saisson, che stette in carica dal 1863 al 1877.

Charles-Marie Saisson nacque nel 1806 ad Avignone, da una famiglia virtuosa. Era insegnante al seminario minore di Sainte-Garde quando pensava di lasciare il mondo; quest’anima d’élite sentiva il bisogno di trovarsi faccia a faccia con Dio nella calma e nel silenzio del chiostro. Quando entrò nella Grande Chartreuse, Charles-Marie Saisson aveva ventinove anni; iniziò il noviziato nell’agosto 1835 e vestì l’abito il 13 settembre successivo. Poco dopo la sua Professione, avvenuta il 14 settembre 1836, i superiori che gli avevano riconosciuto il merito lo inviarono alla Certosa di Roma, dove assunse successivamente gli uffici di Procuratore, Maestro dei Novizi e Vicario. Nel 1838 lo troviamo Procuratore della Certosa di Torino. Da lì si recò a Genova, nel 1841, per rispondere al desiderio del re Carlo Alberto che voleva fondare una seconda Casa di Certosini nei suoi feudi. L’anno successivo, a Dom Charles-Marie fu affidata una missione ancora più difficile: si trattava di recuperare la magnifica Certosa di Pavia, secolarizzata dall’imperatore Giuseppe II. Durante l’anno trascorso nella città di Vienna, Dom Charles-Marie mostrò, come diplomatico, “un talento che è stato superato solo dalla sua pazienza di sopportare la lentezza di una burocrazia meticolosa e le azioni sorde di certi personaggi ostili all’opera. Fece ricorso ai grandi mezzi impiegati dai santi: il digiuno e la preghiera. Toccato da tante virtù, Dio gli fornì potenti protettori e gli rese favorevole la famiglia imperiale. Quando i suoi pazienti passi furono coronati da successo, il Reverendo Padre Dom Jean-Baptiste Mortaize lo nominò Rettore di questa Casa, poi Priore, nel 1844. Essendo poi completamente ristabilita l’osservanza certosina a Pavia, il Generale inviò Dom Charles-Marie a dirigere la Certosa di Padula, pur conservando il titolo di Visitatore; siamo nel 1852. Chiamato, quattro anni dopo, alla Grande Chartreuse, come segretario del Reverendo Padre, lasciò questo Monastero solo nel 1885, per prendere la direzione della Certosa di Bosserville e ricoprire l’ufficio di Visitatore della Provincia di Francia. Fu a Bosserville che i delegati del Grande Chartreuse vennero ad annunciare a Dom Charles-Marie la sua elevazione alla Casa Generalizia. L’elezione ebbe luogo il 2 febbraio e l’insediamento ha avuto luogo il successivo 6 marzo. Si narra che un vecchio monaco, apprendendo la nomina di Dom Charles, gli inviò un quadretto in cui erano rappresentati gli strumenti della Passione, con queste parole che scrisse in calce: et ibi crucifixerunt eum. “Se queste parole – ha detto monsignor Fava, Vescovo di Grenoble, in una lettera indirizzata al suo clero – possono essere applicate a tutti i superiori che si fanno carico, si sono realmente realizzate in Dom Charles, che la malattia lo costringeva tante volte nella sua cella quando non lo stava inchiodando a un letto di dolore. Costò questa natura attiva vedersi condannato al riposo, questo amico della Regola non potè camminare alla testa dei suoi Religiosi – ma si rassegnò, pensando che il dolore, sopportato in unione con Gesù -Cristo crocifisso, fosse fecondo, e che spesso piace a Dio scegliere tra le Comunità una vittima, che depone sull’altare del sacrificio, perché altre anime siano rese partecipi dei suoi meriti. Dom Charles-Marie seguì gli esempi dei suoi illustri predecessori; ristabilì le Certose di Sélignac, Neuville-sous-Montreuil, Glandier, e gettò le fondamenta delle Certose di Hain, in Germania, e Parkminster, in Inghilterra. Questo venerabile generale sembrava aver appreso da Dom Jean-Baptiste Mortaize il segreto di moltiplicare le risorse risparmiate alla Grande Chartreuse dalla divina Provvidenza, ed è per me il dispensatore generoso e fedele. Il Vescovo di Grenoble ci racconta che “mai un lieto male bussò invano alla porta del suo Monastero; ogni miseria che andava a confidare nel suo cuore fu alleviata; la sua anima si apriva al racconto della sventura con un ardore e una tenerezza che la sua voce e le sue lacrime spesso tradivano. Quando a volte si trovava obbligato a rifiutare le richieste che una fiducia eccessiva o indiscreta riponeva in lui, allora gli faceva anche male il cuore. Il suo sguardo affettuoso, così come le sue parole piene di tenerezza, esprimevano il suo dolore e il suo rimpianto. Il Rev.do Padre Charles-Marie è stato chiamato come Generale dell’Ordine a partecipare al Concilio Vaticano; il suo atteggiamento era quello che ci si potrebbe aspettare da un pio figlio di san Bruno. Sull’importante questione dell’infallibilità del Romano Pontefice, si pronunciò in senso affermativo e fece una nota molto notata dai Padri del Concilio. Monsignor Fava, suo ammiratore e suo amico, ci ha lasciato un bel ritratto di questo santo religioso. “Dom Charles era dotato di una delicatezza profonda come il suo sguardo; ma soprattutto era un uomo di cuore. Con la facoltà d’amore che possedeva in grado eminente, Dio le aveva anche elargito le virtù che la orientano, la mondano e la fanno fiorire in fiori e in frutti celesti. Così fu padre de’ suoi Religiosi, ed i suoi Religiosi furono per lui figli amorosi e fiduciosi; prodigava loro i suoi consigli, il suo incoraggiamento, le sue cure ed i suoi servizi. Con i suoi esempi, mostrò loro come, con vera semplicità, si può elevarsi alle virtù più maschili e più eroiche. Chiamato dal suo rango a ricevere la visita di una folla di stranieri, era facilmente accessibile a tutti: semplice con i piccoli, nobile con i grandi. Ammiravamo in lui quello sguardo dolce e vivace, quel volto sempre sorridente in cui si mostrava allo scoperto la sua anima così bella; ci ritireremmo felici. Nel maggio 1876, Don Charles-Marie si recò di nuovo a Roma; volle, prima di morire, rivedere il venerabile Pontefice Pio IX. Uscendo dal pubblico, inondato di felicità e gioia, esclamò: “Ora posso cantare il mio nunc dimittis“. Infatti l’ora della partenza non tardò a scoccare, l’apoplessia che lo colpì improvvisamente il 15 dicembre dello stesso anno, fu per lui il segnale. Il 26 marzo 1877, con il permesso del Sommo Pontefice, si recò alla Chartreuse de Valbonne. In questo clima più temperato, il Venerabile Generale riprese un po’ di forza e riacquistò alcuni giorni di salute, ma fu solo un lampo di felicità per i suoi Religiosi. Il 7 aprile Dom Charles-Marie ricadde per non rialzarsi e il 17 dello stesso mese si addormentò serenamente nel Signore. Poco prima di morire gli fu chiesto se volesse qualcosa: sì, sussurrò.., il cielo! il suo corpo fu riportato alla Grande Chartreuse. Il reverendo padre Dom Charles-Marie Saisson aveva settantuno anni; aveva governato l’Ordine per quattordici anni, e aveva vissuto sotto l’umile abito dei monaci certosini per quarantadue anni.

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Sul portale della certosa di Neuville, scultura rappresentante Dom Charles-Marie Saisson

Certose storiche: Mantova

attuale satellite in riva al lago superiore di mantova

Visione satellitare dell’area dove sorgeva la certosa di Mantova

Cari amici lettori, oggi a grande richiesta, riparte la rubrica certose storiche, che consiste nell’approfondimento su complessi certosini che hanno avuto una enorme importanza in passato, e delle quali oggi ne resta soltanto qualche traccia, o addirittura nessuna. Della certosa della quale oggi vi relazionerò, purtroppo non vi sono che poche testimonianze delle opere in essa contenute.

La certosa della Santissima Trinità

Mantova

Nel 1408 il marchese di Mantova Gianfrancesco Gonzaga, dopo aver invano richiesto a Roma di convertire la chiesa di San Bartolomeo agli eremiti di San Paolo, agli Olivetani o ai Certosini, fondò e affidò a questi ultimi una nuova chiesa e convento in località “Castelnovo” o “Curtatonum” presso Santa Maria degli Angeli (oggi Castelnuovo Angeli).

I certosini ricevettero legati consistenti per il mantenimento del convento, tra cui la corte di Castelnuovo. La costruzione fu approvata nel 1425 da papa Martino V e consacrata soltanto nel 1448. Nel 1427, secondo la storiografia locale, il convento acquisì la chiesa di Santa Croce Vecchia in città. La forte epidemia di peste del 1630 colpì pesantemente la comunità certosina e nel 1782 dopo l’annessione della Lombardia, Giuseppe II d’Austria soppresse questo monastero costringendo i certosini ad abbandonare la loro dimora. Poco tempo dopo la struttura fu distrutta e se ne perse ogni traccia, ne resta memoria nel nome dato alla via che collega la strada statale con la chiesa degli Angeli, in cui forse i responsabili della toponomastica hanno creduto di riconoscere la chiesa dello scomparso monastero. Si narra che la certosa, era ampia e riccamente decorata tanto da essere visitata da tutti i viaggiatori di passaggio, sorgeva discosto dalla strada, a pochi passi dal lago, sul quale aveva un suo approdo. Dopo aver oltrepassato le mura di cinta, un ampio sagrato precedeva la chiesa, affiancata dal campanile e da un piccolo chiostro su cui si affacciavano gli ambienti comuni (la sala del capitolo, il refettorio e la biblioteca), dietro di essi si apriva il chiostro grande, attorniato dalle celle in forma di casette autonome, entro le quali, secondo la regola, i monaci trascorrevano quasi tutto il loro tempo, nella preghiera e nel lavoro. Si narra che la certosa, era ampia e riccamente decorata tanto da essere visitata da tutti i viaggiatori di passaggio, sorgeva discosto dalla strada, a pochi passi dal lago, sul quale aveva un suo approdo. Dopo aver oltrepassato le mura di cinta, un ampio sagrato precedeva la chiesa, affiancata dal campanile e da un piccolo chiostro su cui si affacciavano gli ambienti comuni (la sala del capitolo, il refettorio e la biblioteca), dietro di essi si apriva il chiostro grande, attorniato dalle celle in forma di casette autonome, entro le quali, secondo la regola, i monaci trascorrevano quasi tutto il loro tempo, nella preghiera e nel lavoro.

I rilevanti beni artistici, che arricchivano e decoravano il complesso certosino, furono in parte alienati e ad oggi solo qualcuno è identificabile poichè conservato in musei. Altre opere e manufatti, basti pensare alle sessantadue colonne di marmo che delimitavano il chiostro, sono andate disperse, tra queste un dipinto raffigurante San Bruno realizzato da Giuseppe Vermiglio. Tre tele oggi visibili nella chiesa parrocchiale di san Martino a Mantova appartenevano al patrimonio certosino, un “San Martino”, una “Santa Maria Maddalena” ed una “Santa Caterina da Siena”. Anche gli arredi lignei della antica sagrestia monastica ed altre tele invece, furono conservati nella chiesa di Sacchetta di Sustinente. Nella chiesa parrocchiale di Vasto, troviamo una pala d’altare raffigurante la “Madonna incoronata in trono con il bambino, tra i Santi Giovanni Battista e Bruno” proveniente dalla certosa di Mantova.

Notevole era anche il patrimonio della biblioteca dei monaci, il quale contenuto in parte è rintracciabile presso la Biblioteca Comunale di Mantova.

Purtroppo, poche tracce di un passato glorioso.

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mantova mappa certosa

La Nube della non-conoscenza 37

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CAPITOLO 37

Le preghiere personali di coloro che sono già avanti nella contemplazione.

Come le meditazioni di coloro che cercano di vivere la vita contemplativa sorgono improvvisamente e senza alcun aiuto esterno, così anche le loro preghiere. Mi riferisco alle loro preghiere private, non a quelle prescritte dalla santa chiesa. I veri contemplativi non potrebbero stimare maggiormente queste ultime, tanto che ne fanno largo uso, secondo la forma e le regole stabilite dai santi padri prima di noi. Ma le loro preghiere personali s’innalzano a Dio in maniera spontanea e repentina, senza alcuna premeditazione o altro espediente, né prima né durante la preghiera stessa. E se anche son fatte di parole, il che capita raramente, si tratta pur sempre di pochissime parole: meno sono, meglio è. E se si tratta di una piccola parola d’una sola sillaba, a mio parere è ancor meglio che una di due, ed è più conforme all’opera dello spirito. Infatti chi si dedica al lavoro contemplativo dovrebbe sempre trovarsi nel punto più alto ed eccelso dello spirito. Che ciò sia vero, lo si può vedere in questo esempio preso dalla realtà quotidiana. Una persona in preda al terrore, per lo scoppio improvviso di un incendio o per la morte repentina di un uomo o per qualcos’altro, raggiunge immediatamente il punto più alto del suo spirito e si sente spinta dalla fretta e dalla necessità a gridare o invocare aiuto. E in qual modo? Certo non con una valanga di parole, e neppure con una semplice parola di due sillabe. Perché mai? Perché gli sembra di perdere troppo tempo per dichiarare il suo urgente bisogno e l’agitazione del suo spirito. Perciò prorompe in un grido lancinante, fatto di una sola parola e di una sola sillaba, come «Fuoco!», oppure «Aiuto!». Come questa breve parola: «fuoco!», scuote immediatamente la gente e penetra più in fretta nelle orecchie di chi ascolta, così succede con una parolina di una sola sillaba, quando non solo vien pensata o pronunciata, ma è semplicemente formulata in segreto nelle profondità dello spirito. Dire profondità a proposito dello spirito è come dire altezza, perché in questo caso non vi è differenza tra lunghezza e larghezza, altezza e profondità. E questa parolina penetra nelle orecchie di Dio onnipotente molto prima di un’interminabile salmodia mormorata con le labbra senza pensarci. Per questo sta scritto che «la preghiera breve penetra il cielo».

La Nube della non-conoscenza 36

NUBE

CAPITOLO 36

Le meditazioni di coloro che sono già avanti nella contemplazione.

Certamente questo non vale per coloro che sono già avanti nel lavoro contemplativo di cui stiamo trattando. Le loro meditazioni, infatti, consistono nella consapevolezza improvvisa e nel cieco sentimento della propria miseria o della bontà di Dio. E non hanno bisogno di far ricorso a un esercizio preliminare di lettura o di ascolto, o alla considerazione particolare di qualsiasi cosa al di sotto di Dio. Questa consapevolezza improvvisa e questo cieco sentimento si imparano prima da Dio che dagli uomini. Non mi preoccupo affatto se tu per il momento non dovessi avere altre meditazioni sulla tua miseria, o sulla bontà di Dio (naturalmente do per scontato che tu sia mosso dalla grazia di Dio e ti trovi sotto una buona direzione), se non quelle suggerite dalla parola «peccato» o da quest’altra, «Dio», o da qualsiasi altra parola di tuo piacimento. Non devi né analizzare né esplorare queste parole con avidità di sapere, come se la considerazione delle loro proprietà potesse accrescere la tua devozione. Sono convinto che nel nostro caso e in quest’opera, non capiterebbe mai una cosa di tal genere. Piuttosto, prendi queste parole così come sono nella loro interezza. Per «peccato» intendi un blocco massiccio di cui non conosci niente, se non che si tratta essenzialmente di te stesso. A mio parere questa maniera di considerare il peccato come un tutt’uno, a cui bai dato la forma di un blocco massiccio e che alla fin fine non è altro che te stesso, dovrebbe mandarti su tutte le furie e farti impazzire. Tuttavia, se qualcuno per caso ti vedesse in questo frangente, non si accorgerebbe di nulla, anzi ti penserebbe nelle più sobrie disposizioni fisiche; e sia che ti trovi seduto o in piedi, fermo o in cammino, in ginocchio o prostrato, nulla trasparirebbe dal tuo comportamento se non una calma assoluta.