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La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

CONCLUSIONI PRATICHE

281. Segreto dell’unità. – 282. Nessuna distinzione. – 283. Nessuna esclusione. – 284. Segreto della vita.

281. Segreto dell’unità.Il dovere, quando è compreso soprattutto nell’ampia estensione dei suoi oggetti, delle sue condizioni e circostanze, conduce ad una molteplicità estremamente varia di preoccupazioni. Qual è infatti la vocazione che non abbia da abbracciare occupazioni di diverso genere? E qual è l’occupazione, che, per essere condotta all’apice della sua perfezione, come avviene nella pietà, non richieda l’attenzione a particolari anche assai complessi? Senza di ciò, il dovere, mutilato nelle sue parti, non potrebbe essere attivato nel suo tutto. Che diventerebbe allora l’unità di intenzione, d’amore e d’azione in cui mi devo concentrare?

L’unità è conservata dal fatto che tutte queste diversità d’oggetto, di condizione e di circostanze, sono, secondo la formula di vita, egualmente ed unicamente viste, amate e prese nella volontà di colui che mi dirige. E questa volontà, unicissima in lui, poiché è lui stesso, la trovo ovunque identica, in tutto ugualmente grande, sempre altrettanto perfetta, santa e adorabile (nn. 266, 267).

282. Nessuna distinzione. – Da ciò ne concludo che, nei punti che mi obbligano in modo diverso, non devo lasciarmi trasportare dal gusto o dalla ripugnanza. Appartiene al padrone introdurre, nel servizio, le distinzioni necessarie; il servo deve badare al padrone e non a se stesso. Che importa a lui se la volontà che lo dirige gli impone cose gravi o leggere, gradite o moleste? Non è forse la medesima sorgente a cui deve giungere per dissetarsi? La diversa importanza dei precetti o dei consigli indica la gradazione da tenere nella loro osservanza, ma non implica distinzione alcuna da stabilirsi nell’adorazione della volontà sovrana. Sia che questa volontà mi mandi al lavoro od alla preghiera, mi chieda una cosa onorevole o vile, mi sia manifestata mediante il tale mezzo o il tal altro, io non ho da inquietarmi; ben sapendo che in questi cambiamenti, lui non muta mai ed è a lui e alla sua volontà ch’io mi unisco costantemente (cf. Sal 101, 28). « Dio mio! come ci inganniamo spesso! Vi ripeto ancora una volta, scrive san Francesco di Sales, che non bisogna tener conto dell’aspetto esteriore degli atti, bensì del loro elemento interiore. In altre parole, bisogna vedere se Dio lo vuole o non lo vuole ».

283. Nessuna esclusione. – Ecco una conclusione pratica per mantenere l’unità, ed eccone un’altra ugualmente pratica per assicurare la vita. « Grida a squarciagola, non aver riguardo: come una tromba alza la voce: dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai? Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui » (Is 58, 1-3). Le migliori intenzioni ed azioni sono da Dio ignorate e rigettate, quando portano a trascurare il dovere. Assoggettarsi dunque al dovere; chiudersi in esso come nel santuario in cui ci si unisce alla disposizione, alla volontà, all’intenzione del Maestro e si ricevono le sue benedizioni; non uscirne per alcuna deviazione di falsa generosità o di indegna infedeltà; cercare tutto dentro e nulla all’infuori, sono le condizioni iniziali della pietà attiva.

284. Segreto della vita. – I figli di Dio non nascono né dal sangue, « né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio » (Gv 1, 13). « È come se si dicesse, secondo l’osservazione di san Giovanni della Croce, che il potere di divenire figli di Dio e di trasformarsi in lui è dato soltanto a coloro che non sono nati dal sangue, cioè dalle disposizioni naturali, né dalla volontà della carne, cioè dal capriccio della natura, né dalla volontà dell’uomo. Qui, per volontà dell’uomo, si intende ogni maniera umana di giudicare e di comprendere soltanto secondo la ragione. A nessuno di questi è dato di divenire vero figlio di Dio. Tale sorte è riservata a coloro che sono nati da Dio »’. Così, le azioni ispirate dalle disposizioni naturali, dai capricci della sensibilità, dai gusti della volontà umana non sono affatto sulla vera via, né hanno la vita della vera pietà, che, nata da Dio, vede, ama e segue la sua volontà, e durante il cammino canta le magnificenze della sua gloria (cf. Sal 137, 5).

Sulla scienza

ammirando-il-creato

“I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce”

(Salmo 19)

Lo scorso 6 dicembre vi ho annunciato la pubblicazione di brani sui doni dello Spirito Santo. Dopo avervi illustrato “la gioia“, oggi voglio proporvi “la scienza”, una breve meditazione su cui riflettere.

Non è vero che il nostro modo di parlare, di pensare e di agire, è spesso troppo umano, anche dopo che siamo entrati nel monastero? Per cercare la santità è necessario perdere la mentalità del mondo, cioè, dell’uomo, e sostituirla per il modo come Dio vede.

Qui il dono della scienza può aiutarci; non la scienza del mondo, ma la scienza di Dio. Attraverso questo dono dello Spirito Santo, una persona come per istinto, giudica tutte le cose alla luce della fede come Dio e, quindi, anche come nostro Signore ed i Santi. Beato colui che non possiede proprio giudizio, propri punti di vista, ma che in ogni circostanza giudica secondo lo Spirito Divino. Possiede la certezza di non ingannarsi mai: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9).

La persona che si consegna completamente all’azione dello Spirito di scienza, qualunque cosa accada, senza lasciarsi turbare dalla desolazione e dalla disperazione, sa che non sarà per sempre confusa e sa che è un bene per l’anima essere provata in quel modo; si abbandona senza riserve nelle mani del Padre del Cielo. Volentieri, nella prova e nell’umiliazione, ripete con il Salmista: “Bene per me se sono stato umiliato” (Sl 118, 71).

La persona che aspira a lasciarsi condurre, in tutto, dallo Spirito di scienza, deve prima di tutto, cercare una perfetta purezza dell’anima e una grande delicatezza di coscienza, e deve sforzarsi di essere particolarmente fedele nei minimi dettagli. Attraverso questa fedeltà nelle piccole cose, Santa Teresa del Bambino Gesù ha raggiunto in così poco tempo, una saggezza così elevata e una perfetta santità.

(Un certosino)

La certosa di Buxheim rivive per un giorno

11

Lo scorso 8 dicembre, in occasione della festività dell’Immacolata Concezione, nella certosa tedesca di Buxheim come per prodigio il monumentale coro monastico ha ripreso vita. Ciò è stato possibile poichè un gruppo del Seminario Internazionale di Saint-Pierre Wigratzbad, della confraternita FSSP dopo una visita in certosa, ha partecipato ad una solenne Santa Messa celebrata dall’abate Bernward Deneke. E’ stato emozionante, come vedremo dalle immagini che seguiranno, vedere i giovani seduti nei meravigliosi stalli lignei del prezioso coro dei certosini. Dal momento in cui la certosa di Buxheim è stata chiusa a causa della secolarizzazione, il luogo è stato adottato dai Salesiani che ne hanno fatto una scuola ed un convitto. Vedere riprendere una celebrazione da una comunità con il coro attivo, ritornato seppur per un solo giorno alla sua antica funzione mi ha profondamente colpito. Vi offro le immagini di questa funzione religiosa. Buona visione

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IX

LO SPIRITO DI PIETA

277. Motto di unità e regola di vita. – 278. Incontro divino. – 279. L’occhio chiuso. – 280. Squarciare il velo.

277. Motto d’unità e regola di vita. – Non posso dimenticare che tendo ad eseguire un piano costante di unità e di vita (n. 6). Occorre dunque riassumere questa parte attiva della mia pietà in un motto ed in un regolamento che siano per me come una voce ispiratrice, e mi dicano il tutto dell’unità ed il modo di vita, tutto ciò che posso fare per Dio ed il modo di farlo secondo il suo volere. Perciò, motto e regolamento dovranno essere presi nel loro più alto ideale e nel significato più esteso.

Il motto è: il dovere. Con questa parola intendo, in generale, tutto ciò che mi è tracciato da un’indicazione divina di precetto o di consiglio. Per conseguenza, non solo ciò che è volontà assoluta di Dio e obbligo stretto per l’uomo, ma anche ciò che è desiderio per lui e direzione per me. Intendo ciò che è tracciato per me, ciò che è la mia parte personale di attività, nel mio servizio di gloria e nella mia speranza di felicità. Intendo ciò che mi è indicato in tutta l’altezza e l’ampiezza del fine da raggiungere, della regola da seguire, dei mezzi da usare.

Il tutto dell’unità, così inteso nel motto, è il modo di vita nella regola. Vedere, amare e compiere il dovere nell’ordine voluto da Dio, il suo ordine nella sua volontà, la sua volontà nella sua intenzione; qui non vi è più soltanto la lettera del dovere, la quale è morta quando è isolata, ma vi è il suo spirito vivente, che attraverso le regole ed i mezzi creati, va fino a Dio e attinge le sue ragioni e la sua vita nella sua volontà e nella sua intenzione.

278. Incontro divino. – Ma lo spirito non è compreso che dallo spirito; lo spirito del dovere dallo spirito di pietà, che sa vedere, gustare e sentire Dio in tutte le cose. Ed è precisamente qui che questo spirito giunge al suo divino incontro di conoscenza, di amore e di operazione con colui che cerca. Qui, infatti, nel dovere del momento, si fissa il pensiero presente di Dio su me; qui conduce la parte attuale del suo disegno; qui si esprime la sua volontà; qui hanno termine le operazioni di beneplacito che mi saranno rivelate nei due libri seguenti; qui infine scorrono le grazie delle quali tratterà la terza Parte; qui dunque Dio esercita atti vivificati da una presenza tutta personale per me, poiché vista, volontà, operazioni e grazie sono esclusivamente per me. Ciò che egli è e fa, lo è e lo fa solo per me.

Se il mio pensiero, la mia volontà e la mia azione si concentrano là, vedo ciò che lui vede, voglio ciò che lui vuole, opero con lui, vivo di lui. Ed eccomi alla presenza viva del Dio vivente, unito vitalmente al Dio della mia vita. Questa non è più una presenza immaginaria in cui io mi unisco col pensiero e con l’affetto a certe supposizioni create da me stesso, ma è l’incontro della mia vita operante con quella di colui che è tutto mio, essendo io tutto suo; che è mio Padre, perché mi dona la sua vita, del quale io sono figlio poiché ricevo e vivo la sua vita. « Ma a noi Dio queste cose le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato » (1Cor 2, 10-12).

279. L’occhio chiuso. – L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito» (1Cor 2, 14). Se dunque continuo ad essere uomo naturale, che giudica al modo umano, dall’esterno, la lettera morta, non percepirò il dovere nell’altezza del suo tutto e nella larghezza della sua unità; non vedrò altro che doveri sempre limitati. Meno ancora ne sentirò la vita. Arrestato ed assorbito dal lato materiale esterno, il mio occhio non saprà squarciare il velo sotto il quale Dio, celando la sua volontà e i suoi disegni, si nasconde, in modo da aver riguardo alla mia debolezza ed eccitare la mia ricerca, e non già per non essere sentito e raggiunto dalla purezza del cuore. Come la Maddalena, io non riconoscerò Gesù sotto la veste del giardiniere. E me felice se, come lei, saprò interrogare il mio giardiniere, cioè il mio dovere, affinché mi faccia trovare colui che cerco! Egli mi risponderebbe subito la parola d’amore che mi aprirebbe gli occhi e mi farebbe esclamare: Rabbuni, Maestro! (cf. Gv 20, 14-16). Ma io commetto l’errore, così grave e comune, di lasciare il dovere per seguire certe pratiche di devozione secondaria, in cui credo di trovare Dio più sicuramente. Tali pratiche, estranee al dovere, non gioveranno mai, perché sono fuori della volontà di Dio, il quale ha stabilito che il luogo del suo incontro sia solo ove è la sua volontà.

280. Squarciare il velo. – Ah! se fossi capace di non lasciarmi offuscare dal velo e di comprendere che là, nel dovere del momento, mi sono preparati e riservati l’istante e il luogo di unione! Non andrei, inutilmente angosciato, a cercare lontano colui che è così vicino. Uno sguardo più attento, una più fedele perseveranza me lo mostrerebbero presto ed io sentirei dirmi: Vieni, io sono qui, poiché qui è la mia volontà. Sono qui per te, perché è questo che voglio specialmente da te. Sono qui con la mia azione e la mia grazia, perché non domando alcunché senza aiutarti. Beato chi trova in Dio la sua forza! (cf. Sal 83, 6).

Debbo dunque avere un concetto più elevato del mio dovere, un sentimento più vivo della presenza del Signore nella sua volontà, la certezza di poterlo raggiungere là; allora mi immergerei festante e generoso nel compimento del mio dovere per essere immerso in Dio. È ben vero, o Signore, che è disteso un velo nel cuore di coloro che non sanno ravvisarti in ogni tuo comando o consiglio! Ma è altrettanto vero che basta rivolgersi a Te perché il velo cada.

Dai diari di un priore ad un film: “Bianco come il nero”

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Alla fine di settembre del 2015 vi annunciavo da questo blog la riapertura della certosa di Vedana seppur per girarvi un film. Ebbene la scorsa estate al termine delle riprese, il lungometraggio è stato presentato al pubblico. Il suo titolo “Bianco come il nero”, sintetizza la storia che si svolge nello scenario della Grande Guerra, nel 1917, “l’anno della fame”, tra l’assedio dei soldati e lo spettro della carestia, la popolazione di montagna cerca di resistere alla tragedia in atto vivendo in semplicità, con l’aiuto dei monaci della vicina Certosa.

Il giovanissimo regista Lorenzo Cassol spiega la genesi del suo lavoro in un’intervista : «Siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di quattro diari, datati 1917, scritti a mano e in francese dall’allora priore della Certosa di Vedana, Dom Boniface Pennet. Da questi abbiamo trovato numerosi spunti per la storia». Protagonisti di “Bianco come il nero” (titolo che sta a indicare la presenza, in ogni anima, di una parte più pura e di un’altra più oscura) una giovane donna con la sua bambina e uno strano personaggio, coinvolti in vicende in cui vita, dolore e passione si intrecciano, con un epilogo del tutto inaspettato. Ringrazio la Fare Cinema Production, ed il regista Lorenzo Cassol che hanno voluto omaggiare la certosa di Vedana ed i suoi monaci, che in quel cupo anno vollero essere vicini alla popolazione donando loro conforto ed assistenza.

A seguire il trailer del film, ed immagine tratte dal set.

Buona visione.

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Dionigi il certosino: “Il bacio dell’immensa Luce”

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Voglio condividere oggi con voi, un brano estratto da una opera minore di Dionigi di Rijkel, De fonte lucis ac semitis vitae”. In esso l’autore certosino descrive alla sua maniera, come, e con quale intensità avviene il prodigio di essere travolto e baciato dall’immensa Luce dell’estasi. Una descrizione coinvolgente e mirabolante.

Il bacio dell’immensa Luce

Dio nasconde la luce nelle sue mani, poi dà modo di brillare di nuovo; parlare di lei al suo amico (dicendo) che è in suo possesso e può salire fino ad essa “(Gb 36,32). Dio tenendo in mano la luce della contemplazione e un raggio di visione mistica, a volte le apre e le fa scorrere in onde radianti fino a giungere alla luce dell’anima purificata, altre volte, diversamente, si ritira e si nasconde e quindi questa bella luce si nasconde o si visualizza a secondo della volontà di Dio, e delle sue disposizioni, e brilla con una abbondanza o un più o meno grande bagliore. Quando l’Onnipotente mostra all’anima questa luce, subito, in un istante, in un batter d’occhio, la sua folgore cattura l’anima di sorpresa e cogliere la sua delicatezza e senza violenza, con la sua imponenza, con la sua pienezza e l’eccellenza della sua maestà, la sua perfezione, il suo immenso bagliore.
Allora l’anima perde i sensi e trasuda fuori di se stessa vinta dall’amore, a bocca aperta in soggezione della maestà della luce immensa di Colui che contempla; nella deliziosa serenità della visione della Divinità , si dimentica di se.

Si è illuminato e infiammato immediatamente con una tale forza che morendone, si perdono le proprie forze ed i sensi del corpo. Poi, introdotto nel segreto della luce increata, sprofondando nell’abisso di questa infinito chiarezza; estaticamente ci si perde in un oceano di felicità eterna; si arde, liberati nel fuoco di un amore immenso; si va da qui a lì come un’avventura, ma con una maggiore sicurezza nel vasto e impossibile da attraversare, una vasta estesa ed immensa mera solitudine; si abbandonano i sentieri battuti con gioia, perdendosi senza sapere come.

Tuttavia, l’anima umana non può rimanere a lungo fisso in questa contemplazione Angelica completamente pieno di pace. Dio toglie la luce che aveva infuso poco prima, e la nasconde nelle sue mani. Poi, dopo qualche tempo, invia l’anima di nuovo, e poi lei viene spesso con una luminosità maggiore rispetto a prima. Quando questa luce brilla nell’anima, splende di nuovo, si infiamma, e poi ancora, la si ammira e se ne vienesommerso, si sviene.

Poi il Dio di immensa dolcezza rende noto “al suo amico,” il suo fervente amore, questa luce, prima in “mani nascoste” ora “è in suo possesso”, perché disprezzava tutto ciò che è carnale e mutevole, e non ha voluto nulla, tranne Dio e nient’altro che Dio, in modo che si possa “arrivare ad essa”, con l’aiuto del Signore, cresce ogni giorno nella luce, restare, infine, devotamente attento alla più dolce luce originaledi Dio, uniti a lui in fruizione, ed immerso nel suo amore eterno.

Infine, dal momento che una grande elevazione del genere soprannaturale dello spirito, in modo ammirevole e di alta contemplazione è una nobilitazione ed una divinizzazione, segno e il lavoro della bontà infinita e l’amore di Dio per lui, la Scrittura aggiunge subito dopo la parole citate: “il mio cuore trema e salta fuori dal petto” (Gb 37,1)

La grazia preveniente di Dio, che scorre in questa profonda contemplazione, tocca i sensi dell’amante, lo solleva e lo unisce a se. Chi fa questa esperienza è rapito da Dio, dice S. Bernardo, in chiaro giorno sopra il tumulto delle cose, le gioie del silenzio, vale a dire, alla luce più chiara del supremo splendore; riposa lì delicatamente, al sicuro dai torrenti dei desideri di questo mondo, l’immaginazione senza riposo e pensieri mutevoli, e cullato dentro la sua amata. Così, nel’immediato che ciò è possibile, per un attimo, è dato di vedere Dio così come Egli è (cfr 1 Gv 3,2) … Poi il contemplativo si incontra con il bacio del Padre e del Figlio.

Dionigi el Certosino “De fonte lucis ac semitis vitae, art.XVI, t.41, 115.”

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VIII

LA PIETA’ RELIGIOSA

273. Ha la sua forma nella regola. – 274. Non si espande fuori della sua regola. – 275. La scorza è dura. – 276. Il libro da divorare.

273. Ha la sua forma nella regola. -Il vero e santo religioso sa che, per lui, la più fedele e completa espressione del dovere è la sua regola. Anch’egli vuole veramente andare a Dio e spogliarsi di sé. Non è forse per questo che si è fatto religioso? La carità e l’umiltà non riassumono tutto per lui? se pure non sono che un’unica virtù, o meglio i due poli di quel mondo chiamato la pietà. Infatti, egli non può amare che rinnegando se stesso e non rinnega se stesso che per amare.

Bisogna uscire da se stessi per andare a Dio. Sono questi i due movimenti della respirazione spirituale che non possono andar disgiunti e che, sebbene distinti,costituiscono un unico atto. Il religioso cessa di vedere, amare e ricercare se stesso, per vedere, amare e ricercare Dio.

Ora, non vi è forse nella sua regola, quest’unico e duplice dovere, tracciato nelle sue due parti, che egli non deve mai separare con la sua condotta? La carità, la ricerca di Dio trovano la propria via, la propria forma perfetta, nella parte in cui sono tracciate le regole degli uffici divini. L’umiltà, il rinnegamento di sé trovano, invece, la propria via, la propria forma perfetta, nella parte in cui sono contenuti gli statuti disciplinari. Ecco la forma di pietà che Dio esige dal religioso (n. 248). Ogni altra forma non è sua, non è quella che Dio richiede da lui. Dio vuole che l’umiltà e la carità del religioso, cioè la sua pietà, rivestano questa forma, ed egli stesso si è preso cura di tracciargliene i particolari nella regola. Com’è triste vedere un religioso ingannarsi al punto di cercare, nelle sue pratiche particolari o negli usi estranei alla sua regola, una perfezione che finisce col non essere che un insieme eterogeneo, poco conferme alle sue necessità! …

274. Non si espande fuori della sua regola. – « Vi è, dice san Francesco di Sales, una certa semplicità di cuore, in cui consiste la perfezione di tutte le perfezioni, ed è quella semplicità la quale fa sì che l’anima nostra fissa lo sguardo solo in Dio e si trattiene tutta raccolta e racchiusa in se stessa, per applicarsi con ogni possibile fedeltà alla osservanza delle proprie Regole, senza perdersi a desiderare né voler intraprendere di fare più di questo ».

Il vero religioso non perde le sue forze a desiderare né a intraprendere nulla fuori della sua regola; questa sola basta alla sua pietà, poiché contiene per lui tutta la volontà di Dio. Perciò, con quanto amore la studia, la medita, la ricorda per trasformarla in se stesso, o meglio, per trasformarsi in essa! Egli sa che non troverà Dio se non seguendo le disposizioni liturgiche della sua regola; e che non si spoglierà di se stesso, se non mediante le prescrizioni disciplinari dei suoi statuti. Su un’altra via non troverebbe Dio e non si spoglierebbe di sé; questo lo sa. Nella sua regola vi è la sua perfezione; là e non altrove. Là egli la cerca con tutte le sue forze. Qual forza di santità e qual pienezza di vita vi è nell’anima religiosa, « tutta raccolta e concentrata in se stessa » per conformarsi allo spirito della sua regola, aspirarne la linfa vitale, succhiarne la sostanza, senza sperdersi a desiderare né a intraprendere alcun’altra cosa!…

275. La scorza é dura. – La regola, nella sua espressione, conserva ordinariamente una rigidità nell’incedere, una freddezza nel volto, che non colpisce direttamente né l’immaginazione né il sentimento. Tuttavia è sempre l’espressione perfetta della volontà di Dio e la forma essenziale della pietà religiosa. Colui che sa spezzare questa scorza ed estrarre il frutto sostanzioso ch’essa racchiude, sa quale ricchezza di forte e sano nutrimento vi si contiene. Soltanto le anime sviate dal sentimentalismo ignorano questi tesori. La regola non parla al cuore, essi dicono. Che cosa è dunque il nostro cuore?… Forse si nutre soltanto di oh! o di ah! …? In questo modo, la pietà non troverebbe allora quasi nulla nella Sacra Scrittura, nulla nelle leggi della Chiesa, nulla negli scritti dei più grandi dottori.

276. Il libro da divorare. – « Prendi questo libro e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele » (Ap 10, 9). Così dice l’angelo della regola ad ogni anima consacrata. Il religioso sentimentale si stupisce; teme quest’amarezza che è il primo risultato percepito dall’azione proposta. Perché Dio non gli mette subito il miele in bocca? Oh, il miele! Cerca forse seriamente altro? Egli ignora che non si può assaporare la dolcezza del vero miele, cioè gustare Dio nella parte superiore dell’anima, se non dopo aver operato nella parte inferiore il rinnegamento dell’io.

Il vero religioso, al contrario, comprende l’invito che gli è rivolto e l’accetta. Non trova nulla di strano nel dover mangiare un libro, e lo mangia. Tale azione non è certamente facile, né gradevole, anzi è arida e dura; ma gli è stato detto: « Prendi e mangia », ed egli obbedisce. Non paventa l’amaro, ossia il lavoro di rinnegamento di se stesso, che è sempre la prima cosa operata dalla regola. E gusta in bocca la dolcezza del miele, ossia trova Dio, vero miele e vera dolcezza dell’anima (cf. Sal 118, 103).