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Pedro il novizio (seconda parte)

Pedro il novizio (seconda parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

novizi

Sappiamo che Santa Barbara di Colonia non è stato l’unica certosa in cui tali regole elementari di comportamento sono state insegnato ai novizi in un epoca forse più solida della nostra, ma anche più dura. La cella, con il suo silenzio e la sua solitudine – definita un paradiso dai visitatori casuali – fornisce una disciplina più profonda, una disciplina che scava profondamente sotto la superficie. La perseveranza alla sedia nella interminabile lavoro di stampa, l’illuminazione, il cucito, rilegatura e tutta l’ arte del lavorare un libro fatto a mano. La lettura, rintendendo con essa, ciò che oggi definiremo la lettura spirituale, lo studio e l’opera di memorizzazione. Novizi dovrebbero imparare il salterio a memoria per essere in grado di cantare, senza libro o nessuna luce, nel più breve tempo possibile, almeno le parti dell’ufficio che sono state ripetute più spesso. La preghiera, che può essere il riposo più delizioso dell’anima, può anche diventare una stanchezza suprema. Così l’esercizio della perseveranza è conosciuto solo attraverso gli occhi di Dio. Per un giovane non esercitato, come questo di cui ci occupiamo, gli sforzi spesi a rimanere puntualmente fedeli al corso del giorno, come previsto – e nonostante l’equilibrio pendolare tra la “larva” e gli stati di esaltazione spirituale – in una vera formazione della volontà e, in alcune occasioni, richiederà virtù quasi eroiche. Lanspérgio scrive ad un novizio:

“Fai tutte le cose secondo la tua abilità. Tutto quello che devi fare, sia che si prega o si lavora, fa tutto al suo tempo, con le cerimonie e le peculiarità di ciascuno. E fai loro il meglio che puoi e con uno spirito di pietà. Facendo così, quando il tuo lavoro è finito nel tuo cuore, non sentirai afflizione o amarezza. Una volta stabilita il fondamento del tilore di Dio, il resto seguirà da solo “.

Finalmente siamo più sottili e più esigenti di qualsiasi altra cosa, disciplina nel coro. Consideriamo, in primo luogo, di avere la sensazione di essere non più di una piccola corda nella vasta distesa di un’arpa, collocato lontano dalla scala usata di solito là dove la mano dell’arpista l’attuale Figlio di Davide, nessun impulso non sono di rado . Durante la lunga notte in cui concerto vibra debolmente dall’effetto delle note più basse, ma rimane muto fino a quando il musicista gentilmente salire un vasto arpeggio e toccare la corda del cuore, per un momento. E poi, oh, quanto velocemente! Per essere abbandonati di nuovo, ma lasciando tutto il tuo essere sotto la vibrazione del tocco divino. La disciplina di aspettare Dio, che non ha orari, è particolarmente sentita nel coro. Considerate, in secondo luogo, la formazione offerta dal lavoro di squadra coinvolto nel canto di un coro monastico. Prova il perfetto unisono di voci e di tono, in modo che un altro Dio ascoltatore ascolti il coro di tutto e non voci individuali, se non diversamente indicato canto solista: l’Venite, per esempio, o il dorso di un Responsorio. Quindi, sopra di tutto, per evitare ogni tipo di esibizionismo vocale. In “Meditazioni Devotissimae” che troviamo tra le opere di San Bernardo, che è quello di raccontare un monaco, accusando se stesso: “Spesso ammorbidito la mia voce durante i Santi Misteri a cantare più melodiosamente. Senza dubbio, Dio, che non sfugge nessuno dei difetti che si sono impegnati, non cercando la bellezza del canto, ma la purezza del cuore “. Lanspérgio indica molte precauzioni per i suoi novizi, in modo che evitino gli eccessi di affinamenti e urla nell’esecuzione delle loro funzioni nel coro. Infine, cantatevi per te. È dunque una disciplina di sobrietà, ma gioiosa nel suo sviluppo ritmico; così diversi dalla musica moderna, così come gli esercizi sconvolti di un istruttore militare rispetto ai movimenti ondulati della ginnastica svedese; così efficace per insegnare il perfetto equilibrio dell’anima a cercarlo nel corpo.

Pedro vedendo crescere in sapienza, età e grazia (Lc 2,52). – aveva una notevole crescita nel corso degli ultimi mesi – il suo Maestro era soddisfatto, ma non del tutto senza apprensione. Sembrava un vecchio marinaio in piedi sull’onda frangiflutti, che ammira le linee bianche e graziose di una nuova imbarcazione veloce mentre attraversa la superficie di un mare calmo. Non era tuttavia sicuro del suo comportamento, se si hanno tutte le vele spiegate, se il vento si alzerà, perché il baricentro non è stato abbassato. Ecco quello che è successo qui. C’era un fervore che facilmente suscitava l’emozione, ma c’era una stabilità? La risposta non si farà aspettare.

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“Meditationes”

 

 

copertina

6 Reclama il tuo salario da colui del quale ti metti a servizio. Devi vivere in modo tale da non avere alcun debito verso te stesso, poichè non puoi retribuire te stesso. ” Il salario del tuo bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo” (Lv 19, 13). il Signore, dunque, ti farà giustizia contro te stesso.

7 Chi fa tutto secondo la propria volontà, esiga da se stesso il compenso e, siccome non può estorcerlo a se stesso, faccia ricorso a Dio, giusto giudice (Sal 7, 12), contro se stesso. Se tu ti amassi veramente,mai ti sarebbe dolce metterti al servizio di colui – cioè di stesso – dal quale non puoi sperare alcun salario.

8 Perchè rivendichi la proprietà di te stesso più che di qualsiasi altro uomo o campo, dal momento che nulla hai creato in te più che in essi ? Quale diritto reclami per te su cose che non hai creato, come non hai creato neanche te stesso?

 9 Vedi come il cammino verso la vita sia più facile nelle asperità che nelle consolazioni. E’ più facile, infatti, frenare la lussuria e le altre bramosie quando non vi si trova niente di bello o di attraente.

10 Non essere unito al tuo corpo nè per il piacere nè per il diletto, il che sarebbe peccato, ma solamente per il legame della vita.

I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

“Meditationes”

copertina

Cari amici lettori, da questa prima domenica dell’anno parte una nuova proposta, che spero gradiate. Vi offrirò una delle opere più importanti di Guigo I, quinto priore certosino della Grande Chartreuse, molto attivo anche in campo letterario ed autore di una raccolta di numerose “Meditationes”. Per la precisione sono 480, e costituiscono per il loro contenuto la summa della teologia medievale. Fu per questo che gli scritti di Guigo furono definiti  da san Bernardo “scintille sfavillanti”.

Cominciamo con le prime, e…buona lettura e meditazione!

  1. Vedi quali violente emozioni suscitano in te cose innominabili, più di quanto non faccia il Signore, e quante persone si lasciano trascinare da desideri immondi piuttosto che dal Signore.
  2. Vergognati di fare ciò che non è bene per te nè mostrare nè vedere in altri.
  3. La verità va posta nel mezzo, come qualcosa di bello. Non giudicare chi l’avesse in orrore, ma compatiscilo. Tu che desideri raggiungerla, perchè la rigetti quando ti sono rimproverati i tuoi vizi?
  4. Considera ciò che deve sopportare la verità. Si dice all’ubriacone: “Tu sei un ubriacone!”. Lo stesso si dice al lussurioso e al chiacchierone. Ed è vero. Essi presto si adirano e perseguitano la verità in colui che la predica, fino ad ucciderlo (Mt 23, 34). Vedi,invece,quanto è onorata la menzogna. si dice a individui pessimi, schiavi di tutti i vizi: “Buoni signori!”, ed ecco si calmano, gioiscono e venerano la menzogna in colui che parla in questo modo.
  5. Senza apparenza nè bellezza, è inchiodata alla croce, va adorata la Verità.

     

     

Per il Battesimo di Nostro Signore

Nativita_Guido_Reni (Coro della certosa di San Martino)

In occasione della festività dell’Epifania, eccovi uno splendido sermone capitolare di un priore certosino rivolto alla sua comunità. In esso il lettore potrà apprezzare la sobrietà dell’espressione, priva di effetti oratorici. Una dottrina profonda, un nutrimento semplice e forte per la nostra anima.

E come promessovi, ancora un piccolo dono, da oggi la seconda tranche del   CD ” In Principio“, nella sezione canti certosini 

 

Battesimo di Nostro Signore

Miei venerabili padri e cari fratelli,

In questa giornata di Epifania la Chiesa attinge non solo alla manifestazione di Gesù ai Magi, ma alla sua manifestazione al mondo al suo battesimo.

Questa manifestazione, in verità, sembra di gran lunga la più importante, perché ci rivela i tre grandi misteri della nostra fede: i misteri dell’Incarnazione, della Redenzione e della Trinità.

Giovanni Battista, dice il Vangelo, ha annunciato Gesù “in ogni momento e in tutti i luoghi”. Lo ha testimoniato, piangendo: “Colui che viene dopo di me è passato davanti a me perché è esistito davanti a me”, e si dichiarò indegno a disfarsi della cinghia dei suoi sandali. Attraverso queste parole, diviniamo il mistero dell’Incarnazione. Guardando Gesù, Giovanni rivela la sua divina personalità: “Era davanti a me”. Gesù, un giorno, ripeterà questo detto: “Prima che fosse Abramo, io sono”. Questo è il primo mistero che dobbiamo venerare in questo giorno. La Parola, Figlio di Dio, che vive da tutta l’eternità, viene tra noi. Ci pensiamo abbastanza? Abbiamo per Gesù questo rispetto per il Battista, questa umiltà? In parole forse e sentimenti, ma in pratica non perdiamo il fatto che Gesù è il Figlio di Dio, che è il Verbo incarnato che vive nella Chiesa ed è presente nel Santissimo Sacramento? È il mistero dell’Incarnazione vivo tra noi? Inoltre, Giovanni non solo presenta Gesù nella sua divina grandezza, ma anche lui ci presenta come uomo nella sua grandezza terrena. “Ti battezzerà nello Spirito e nel fuoco, ha la cesta in mano per pulire la sua zona e raccogliere il grano nella sua mansarda, e brucerà la balla in un fuoco incomprensibile”. Così Giovanni introdusse Gesù alla folla in tutta la sua grandezza umana e divina. Darà lo Spirito, l’amore che è un fuoco, sarà il giudice di cui hanno parlato i profeti, il padrone delle nazioni, la testa di ogni uomo. La dimensione di Cristo appare così gigantesca e Giovanni si inchina davanti ad essa nel suo nulla, come noi dobbiamo fare.

Ma, davanti a questo quadro, qui è un altro: il mistero della Redenzione. Gesù viene in mezzo ai peccatori per essere battezzato: “Vedi l’Agnello di Dio che porta i peccati del mondo”, esclama Giovanni Battista. Così Gesù, capo dell’umanità, il Messia, il Dio incarnato, ora glorificato, viene a essere battezzato da Giovanni. E Giovanni, che riconosce la sua miseria, la sua necessità dello Spirito, si ricompone innanzitutto: “Io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Ma Gesù risponde: “Lasciami fare ora, perché è giusto fare tutta la giustizia”. E ‘vero. Per ora, Gesù viene tra i peccatori, egli assume i nostri peccati, diventa sua, quindi è giusto che si umili, riconosca davanti al Padre e agli uomini la sua miseria come capo dell’umanità peccaminosa. Il battesimo di Gesù è il primo passo delle umiliazioni di Cristo, il primo passo verso la Croce che salva il mondo. Lo contiene già in germe.

Questo mistero della Redenzione, condividiamo la solidarietà così come il mistero dell’Incarnazione che ci ha dato Gesù come un capo. Se si profila come un peccatore fra i peccatori, cosa dobbiamo pensare e fare, che sopportano i nostri propri peccati e che, come religiosi, devono sopportare i peccati dell’umanità? Cristo ha posto l’umiltà alla base della nostra redenzione, dobbiamo metterlo alla base della nostra fino a quando siamo gradualmente portati alla morte della croce. Essere umili, accettare il peccato e la miseria, non distinguersi dagli altri, portare con dolcezza e verità il peccato del mondo e, innanzitutto, i fallimenti di coloro che ci circondano, purificarli con noi e permetterli di per ricevere lo Spirito d’amore. È questo secondo mistero che ci è rivelato dall’Epifania, la festa della manifestazione di Gesù.

Ma il battesimo di Gesù è anche la rivelazione della sua vita e gloriosa Trinità, è la gloria della risurrezione che si alza: “Ecco, i cieli si aprirono a lui ed egli vide lo Spirito di Dio scendere. come una colomba che viene sopra di lui, ed ecco, una voce dal cielo disse: “Questo è il mio Figlio diletto, in cui ho diletto”. L’umanità santa si manifesta già nella sua gloria con tutta la Trinità. Lo Spirito Santo è in Gesù, lo possiede, lo conduce al Padre e il Padre lo guarda con tutto il suo amore. L’intera Trinità è lì, rivelata, apertamente manifestata, già portando Cristo e con lui tutti gli uomini che ha riscattato nel suo eterno movimento d’amore.

La missione di Cristo, dopo questa rivelazione, può ora cominciare, ha già tutta la sua dimensione. Il battesimo di Cristo già illumina l’intero Vangelo e deve illuminare tutta la nostra vita. Non è la prefigurazione del nostro battesimo, della nostra missione? Come il giorno del battesimo di Gesù nel giorno del nostro battesimo lo Spirito Santo scese su di noi, e il Padre ci ha detto che il suo amato figlio, e ci coinvolge ora per l’eternità i tre grandi misteri della nostra fede: l’Incarnazione, la Redenzione e la Trinità. Così sia.

Epifania 1969