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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA CONDOTTA DIVINA

355. Dio domanda il dovere. – 356. Tutto il dovere. – 357. Solo il dovere. – 358. Vie straordinarie. – 359. Dio fa tutte le nostre opere. – 360. Né fatalista né quietista.

355. Dio domanda il dovere. – Se so abbandonarmi lealmente e generosamente all’azione divina, sono certo di essere sempre, mediante l’operazione del beneplacito sovrano, attratto a fare ed a fare bene, nella misura e nel tempo stabilito, ciò che Dio domanda: dapprima, mediante la significazione della sua volontà; attualmente e di fatto, con le sollecitazioni della sua azione. E che cosa domanda? Il compimento dei doveri della pietà attiva, ossia l’osservanza dei comandamenti e dei consigli nei doveri di stato. Per il sacerdote, la fedeltà alle leggi ecclesiastiche; per il religioso, la conformità alla sua regola; per il laico, l’amore al dovere professionale. Dio domanda il dovere, tutto il dovere, solo il dovere.

Dio domanda il dovere e lo domanda assolutamente. Infatti, egli agisce, non per dispensarmi dall’azione, ma per farmi agire con lui e per mezzo suo.

356. Tutto il dovere. – Dio domanda tutto il dovere, da ciò che è oggetto di un obbligo più stretto e più comune, fino a ciò che raggiunge, alla cima, l’ideale più perfetto (n. 277). Ma non lo impone, né lo sollecita tutto d’un tratto. Il compito dell’azione del suo beneplacito è di dare la misura di ciò che domanda la sua volontà generale. Questa non specifica la misura praticamente possibile del dovere, né il momento preciso in cui dev’essere adempiuto. Segnala, in generale, le cognizioni da acquistarsi, le virtù da praticarsi, le azioni da eseguire, le imperfezioni da evitare secondo le esigenze della vocazione. Così, le rispettive leggi indicano al sacerdote, al religioso, al padre di famiglia ecc., le cognizioni, le virtù e le azioni che per essi sono obbligatorie o consigliabili, ed indica le mancanze biasimevoli.

Ma in qual tempo, modo e misura bisogna acquistare queste cognizioni, praticare queste virtù, esercitare questi atti, fuggire questi depravamenti? Tutto ciò non è precisato dettagliatamente dalla volontà significata, ma viene determinato volta per volta dalla volontà di beneplacito. Disponendo gli avvenimenti, suscitando le occasioni, essa obbliga a vedere, a sapere o ad apprendere tale parte del dovere; mette nella necessità o nella facilítà di praticare tale virtù; conduce a compiere tale azione; dà modo di combattere quel vizio. Al momento propizio essa m’impone o mi suggerisce i distacchi e i sacrifici di cui sono capace e che corrispondono ai disegni di Dio su di me. Se la voglio seguire, mi condurrà progressivamente alle particolarità più perfette ed alle sublimità più chiare del dovere, senza nulla dimenticare, confondere, rimuovere o alterare. Essa basta a tutto; conduce così bene a Dio!

In tal modo, dall’abbandono del peccato mortale fino alla totale consumazione, i gradi della pietà si succedono in un movimento costantemente suscitato e misurato dal beneplacito divino.

357. Solo il dovere. – L’azione di Dio riguarda soltanto l’osservanza dei doveri del proprio stato: delle leggi ecclesiastiche per il sacerdote, della regola per il religioso, del dovere professionale per il laico. Dio allora non domanda altro che la fedeltà ai comandamenti ed ai consigli conforme ai miei doveri di stato? Null’altro. La sua azione, almeno nella via ordinaria, non me ne condurrà fuori; è precisamente questa la sua impronta, il carattere da cui la si riconosce infallibilmente. Un’azione, che mi spinga fuori delle vie della volontà significata, è sospetta. Dio, infatti, non dà una direzione divergente alle due manifestazioni della sua volontà; l’una è fatta per manifestare l’altra. Con i suoi segni più esteriori, stabili, sicuri, rinsaldati dall’autorità infallibile della Chiesa, la volontà significata mi offre il mezzo di verificare, secondo il consiglio di san Giovanni, se le ispirazioni vengono da Dio (cf. 1Gv 4, 1), se gli impulsi che ricevo vengono dal suo beneplacito. Non debbo credere che l’azione incessante di Dio sia sempre sensibile e conosciuta; essa agisce in ogni cosa e per mezzo di tutto, ma il suo impulso è ordinariamente segreto e quasi fuso nel movimento della vita. L’essenziale, per me, non consiste nel discernere l’impulso, spesso impercettibile, ma nel verificare continuamente il mio movimento. E lo verifico puramente e semplicemente, armonizzando la mia disposizione interna col dovere esterno. La volontà significata serve così di controllo, di garanzia, di interpretazione alla volontà di beneplacito. Rientra nell’economia generale del piano divino, nell’organismo della Chiesa, il darmi in ciò che è esteriore: leggi, istituzioni, sacramenti, ecc., il mezzo sensibile, che contiene, controlla e garantisce l’elemento interiore vivente, invisibile. In tal modo questi due lati della volontà divina s’appoggiano e si completano: l’uno coll’apportare l’impulso e la precisione specifica del momento; l’altro col dare la stabile garanzia della direzione. Coloro che separano questi due lati si condannano a perire nel fariseismo, se conservano solo la volontà significata; oppure, a perdersi nelle illusioni dell’illuminismo o nelle altre aberrazioni del senso privato, se pretendono di ascoltare soltanto la volontà di beneplacito.

Io, invece, che vedo questi lati sempre uniti, sono certo di avere unitamente e in ciascuno di essi, l’impulso interiore e la garanzia esterna.

358. Vie straordinarie. – Se a Dio piace chiamarmi per le vie straordinarie, non avrò che da lasciarmi condurre da lui appena sarò certo che è veramente lui che mi conduce. E’ da notare che le vie straordinarie, quelle di Dio s’intende, non sono mai contrarie alle vie ordinarie; sono ad esse superiori e le continuano. Sono un’espansione più alta dello spirito, contenuto nelle vie ordinarie. Dio le rivela soprattutto per dimostrare alle anime che la lettera uccide, dove si trovi il vero spirito che vivifica. Questo spirito, che a lui piace liberare dalle tenebre e dalle pastoie della lettera, lo fa risplendere puro, dilatato, vivificante; lo addita così alle anime che languiscono sedute nelle tenebre e nelle ombre della lettera.

359. Dio fa tutte le nostre opere. – Ecco dunque in che consiste l’unione delle due volontà. La volontà significata mi traccia, in modo stabile e generico, la via da seguire, il dovere da compiere. La volontà di beneplacito mi conduce su questa via, mi mette in cammino, fa molto senza di me, e col suo movimento mi eccita a fare quel poco che devo e ch’essa mi determina e mi misura ogni volta. Come comprendo le parole del profeta: Siete voi, mio Dio, che date successo a tutte le nostre imprese (cf. Is 26, 12). Dio mi prende, mi conduce, mi traccia la via, mi sostiene, mi dà la forza e la vita. Finché rimango nel suo beneplacito sono certo di progredire.

Ecco come la passività produce l’attività, come la ricettività dell’azione divina è la condizione vitale della mia azione, come infine si compie l’unità del movimento, che è il punto supremo della mia unione con Dio. Debbo infatti arrivare a quel termine finale dell’unità, in cui il suo movimento ed il mio non sono che uno solo. L’unità! (n. 346).

360. Né fatalista né quietista. – Qual distanza dunque fra l’accettazione cristiana del beneplacito divino e la rassegnazione inerte dei fatalisti! L’effetto dell’accettazione, per essi, è morte; per me, è vita. Essi, nella loro rassegnazione, si abbattono; io, nella mia accettazione, mi elevo. Il colpo ricevuto li rende inerti; l’impulso divino produce in me l’energia vitale del dovere. Essi cedono alla brutalità dei fatti; io mi unisco alla vitalità dell’azione provvidenziale con la quale Dio mi conduce.

Qual distanza, inoltre, fra l’accettazione cristiana e la quiete sterile di certi eretici! Essi contano su Dio per non fare nulla; io conto su Dio per avere la forza di fare ogni cosa per mezzo suo. Essi attendono da lui, non un impulso ma un assorbimento; io, dal Signore attendo l’unione della mia attività alla sua azione, per poter giungere all’unione della mia vita con la sua. Il loro modo di concepire il tutto di Dio diminuisce ed annienta quello che essi sono e quello che hanno ricevuto da lui; io concepisco il tutto di Dio come la sorgente della mia esaltazione, la perfezione del mio essere, la causa della mia felicità.

 

Sul Sacro Cuore di Gesù (Dom Giovanni Giusto Lanspergio)

Lanspergio (affresco nel refettorio della certosa di Calci)

Nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, non potevo non inserire un testo di Lanspergio vero apostolo di tale devozione, nel XVI° secolo. Un vero maestro spirituale, che ci ha lasciato molti testi, caratterizzati, dal linguaggio estremamente sensibile ed umano. Nella lettera che vi offro, diretta ai suoi confratelli, egli spinge, come in tutti i suoi scritti a far accrescere l’amore verso Dio.

Mio caro figlio, sii sicuro di adoperarti a venerare il grande Cuore di Gesù, Cuore così pieno di amore e di misericordia, di onorarlo con un culto assiduo, baciarlo ed entrate nel pensiero di quel Cuore che vi si apre. Chiedigli qualsiasi cosa tu voglia, offrigli tutte le tue azioni, perché esso è il vaso che contiene tutte le grazie celesti, la porta attraverso la quale si va verso Dio e con il quale Dio viene a noi.ponete in un luogo dove di sovente passate, qualche immagine del Cuore Divino, la sua sola visione vi farà crescere il desiderio di agire per Lui. Guardandola, ricordate che siete in esilio e nella misera schiavitù del peccato …Potrete anche, se la devozione sarà tale che vi spingerà ad abbracciare tale immagine, ossia il Cuore del Re Gesù, di lasciarvi andare e convincervi di essere sotto la protezione del Cuore Divino di Gesù Salvatore.Oh! Dunque brucerete dal desiderio di attaccare a Lui, il vostro cuore e di immergere ed assorbire in Lui il vostro spirito.Orbene, dopo potrai pensare, se questo Cuore amabile è nel tuo cuore ed attira la sua mente, la sua grazia, le sue virtù, ed in definitiva tutto ciò che è salutare per un cuore…e tutto ciò è ….incommensurabile”.

(lettere ai certosini, libro I lettera XXVI)

Il giovane ebreo alla ricerca di Dio

Nell’articolo di oggi vi parlerò della storia del celeberrimo Teologo cattolico Dietrich Von Hildebrand e di un suo allievo dell’Università di Fordham nelgli Stati Uniti.

La storia che sto per narrarvi è la storia di una conversione.

Premettiamo subito che Von Hildebrand nato in una famiglia protestante, si era convertito al cattolicesimo nel 1946, diventando poi “il Dottore della Chiesa del XX° secolo” definizione di papa Pio XII.

La storia legata a questo teologo che voglio divulgarvi si riferisce a quando nel 1946, al termine della seconda guerra mondiale, il Professore Von Hildebrand insegnava alla Fordham University. Tra i tanti giovani studenti, vi era un ragazzo ebreo che era stato ufficiale di marina durante il coflitto mondiale appena conclusosi. Egli aveva cominciato a studiare filosofia alla Columbia University, ma ben presto si rese conto che non era quella la sua strada nella vita. Fu così che un amico gli suggerì di recarsi a Fordham, e più specificatamente di contattare il Professor Dietrich. Iniziò così un rapporto empatico tra i due.

Il giovane confidò al Professore, che stando al fronte, ed ammirando tra tanto dolore e sofferenza un tramonto del sole nel Pacifico, intuì di voler cominciare una vita volta alla ricerca di Dio.

Il Professore rimase colpito da quelle parole, e frequentando il giovane apprese da lui che molti insegnanti erano basiti e si mostrarono non disponibili a convertire al cattolicesimo un giovane ebreo.

Dietrich Von Hildebrand, questo immenso teologo, riuscì con le sue parole non solo a convertire il giovane alla religione cattolica, facendogli da padrino al Battesimo, ma come vedremo egli fu testimone anche della vocazione monastica che spinse il giovane a diventare un monaco certosino!

20 Dom Raphael in motherhouse

Un giovane Dom Raphael in Grande Chartreuse

Ma chi era questo giovane?

Raphael Neil Diamond, nacque a Brooklyn negli Stati Uniti il 22 aprile del 1923, fece diversi studi, tra cui anche la musica ed il canto gregoriano, oltre alla teologia e filosofia come abbiamo visto alla Fordham University. Il mentore Von Hildebrand e la passione per il canto gregoriano lo spinsero dapprima a diventare cattolico ed in seguito a decidere di entrare nella Grande Chartreuse nel 1952, laddove fece la professione solenne l’8 settembre del 1954. Fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1958, Dom Diamond fu inviato dall’Ordine a Skyfarm in Vermont per seguire la creazione della nascente certosa americana. Nel 1966 ritornò in Europa e nominato Vicario della certosa di Parkminster, ma nel 1968 fece ritorno nel Vermont per sorvegliare la materiale realizzazione della certosa della Trasfigurazione, e sovrintendere alla organizzazione dell’avvio della vita monastica. Fu dapprima rettore, poi nel 1971 fu eletto Priore e vi rimase in carica fino al 1995. Dom Diamond fu anche Visitatore della Provincia di Francia dal 1987 al 1991. terminò la sua vita terrena il 16 giugno del 1996, dopo quarantaquattro anni di vita certosina.

20 Dom Raphael 1996 in America (1)

Dom Raphael nel 1996, una delle sue ultime immagini

Ho ritenuto utile rendere nota questa vicenda di conversione, poco nota, ma che ancora una volta ci mostra l’imprevedibilità della vita, condotta per noi dai disegni imperscrutabili della Divina Provvidenza. Da giovane soldato ebreo che voleva cercare Dio a primo Priore della certosa della Trasfigurazione, una inenarrabile esistenza.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

AZIONE DIVINA E AZIONE UMANA

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – 352. L’azione umana, falsa e mortale. – 353. Nonne homines estis? – 354. L’azione cristiana.

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – L’azione divina è sempre pienamente, adeguatamente vera, perché è del tutto conforme alle idee di Dio che sono veraci. E poiché è sempre conforme a queste idee, è anche giusta. Essa concorda su tutti i punti con i bisogni dell’anima e con le condizioni esterne. Nell’azione di Dio, non vi è nulla di imperfetto, di indeciso, di incompleto; nessun tentennamento, né incoerenza, né contraddizione. Tutto si collega e si richiama, tutto si continua e si sostiene. Inoltre, le idee di Dio sono eterne, e tutto ciò che è conforme ad esse, partecipa della loro eternità. L’azione di Dio è dunque eterna; ciò che egli fa non è da rifare né da ritoccare, ma resta per l’eternità (cf. Sal 116, 2).

352. L’azione umana, falsa e mortale. – Le idee dell’uomo sono false. L’uomo, come tale, non vede che il creato, l’umano, l’inferiore, l’utilità momentanea, il falso interesse. Ogni uomo è inganno (cf. Sal 115, 2); Dio solo è verace (cf. Gv 17, 3).

L’azione dell’uomo, finché resta conforme alle idee dell’uomo, è falsa e vana; non è mai completamente giusta e adeguata, ma sempre difettosa da qualche lato, anzi da molti lati. Se pare adattarsi in un senso, storna spesso in tutti gli altri.

Le idee false dell’uomo sono necessariamente caduche; verrà immancabilmente il giorno in cui periranno tutte (cf. Sal 145, 4), assieme alle azioni da esse prodotte e ad esse conformi; poiché, le azioni trasmettono alle idee la loro infermità. Per conseguenza, finché resto uomo, sono condannato alla caducità dalla falsità. Idee ed azioni, tutto ciò che è dell’uomo, deve perire. Tutto passa, nulla resta.

353. Nonne homines estis? – Non debbo forse essere uomo? No, mi risponde san Paolo. Egli rimproverava i Corinzi di essere uomini. Infatti dice: « Siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e un altro: Io sono di Apollo, non vi dimostrate semplicemente uomini? » (1 Cor 3, 3-4). « Che dunque? dice sant’Agostino. Che voleva farne di questi uomini a cui rimprovera di essere tali? Che cosa voleva farne? desiderate saperlo? Ascoltate il salmista: Io dissi: voi siete dèi e figli dell’Altissimo. E’ a questo che Dio ci chiama, a non essere più uomini. Ma non possiamo elevarci a tale condizione superiore, se non riconosciamo di essere uomini. Mediante l’umiltà saliremo a questa altezza, poiché, se crediamo di essere qualche cosa mentre siamo nulla, non solo non riceveremo ciò che non siamo, ma perderemo ancora ciò che siamo »’.

Bisogna che io cessi di essere uomo, di isolarmi e intristirmi nell’umano. Le mie idee, i miei sentimenti, le mie azioni non devono più essere idee, sentimenti e azioni di uomo, ma è necessario che si sottomettano e si conformino all’idea, al desiderio ed all’azione divina. In che modo? Con l’accettazione. La pietà passiva è la porta della vita.

354. L’azione cristiana. – Non appena la vita entra da questa porta, la mia azione si trova pervasa e diretta dall’azione divina. Io non determino e non dirigo più in me un movimento puramente umano. Io cesso di essere uomo e divento cristiano. Il cristiano è l’uomo unito a Dio. Quando tutta l’attività umana è sottomessa al movimento divino che la dirige, allora l’uomo è perfettamente cristiano e può dire con san Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20).

L’ideale è dunque di lasciarmi penetrare dall’azione divina, a tal punto che le mie potenze siano totalmente possedute, dirette e condotte da Dio ad operare nella pienezza della loro attività.

Le mie cognizioni non saranno più delle vedute semplicemente umane, basse e false, ma rischiarate dal raggio divino, diventeranno sempre più le vere e sublimi intuizioni della vita. Le mie virtù non saranno più misere qualità naturali e interessate, ma penetrate dal calore eterno, si trasformeranno in copiosi frutti di santità. Le mie azioni non si succederanno più a caso, ma, pervase tutte dall’azione soprannaturale, avranno un significato ed un valore infinito.

 

Fratello Guilherme Raymond

Fratello Guilherme Raymond

Professo di Scala Dei

Corpus Domini

 

Oggi per la ricorrenza del Corpus Domini, ecco a voi una breve narrazione di una “vita esemplare di un fratello converso certosino, vita vissuta, come vedremo, in odore di santità.

Questo buon fratello era professo della Grande Chartreuse e rinnovò i suoi voti a Scala Dei, dove arrivò lì come un ospite.

Fu un uomo di grande virtù, un santo in ogni senso della parola. Non è per caso che registriamo qui questa nota, in sua lode. In essa non c’è nulla di esagerato. Due o tre fatti lo dimostreranno.

Un giorno, mentre si dirigeva ad un’altra camera, un mucchio di demoni in forma di allegri bambini, corsero al suo incontro gridando con tutte le loro forze: «Oh! santo, santo! Venite a vedere il santo!» Arrivando alla cella, il buon Fratello prese una catena di ferro e si flagellò fino il sanguinamento. “I santi! Ecco quel che fanno i santi. Ricetta infallibile contro la superbia”.

Quando era responsabile dell’obbedienza della cucina, aveva l’abitudine di scappare ogni mattina durante la Messa conventuale. Ma dove egli correva? Andava in chiesa al suono della campana del ‘Sanctus’, per adorare la Divina Eucaristia nelle mani del sacerdote. Dalla porta del coro dei fratelli dove si manteneva in ginocchio, non essendo in grado di vedere l’altare, fu più di una volta sollevato dagli angeli.

Un giorno in cui il lavoro lo teneva in cucina, si prostrò al momento della consacrazione e vide distintamente l’ostia santa sull’altare.

La sua morte fu come quelle che ogni religioso può invidiare. Essa arrivò il 24 Aprile 1439.

 

Il Cuore di Gesù è il Libro del Divino Amore

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La meditazione che vi offro oggi, è sempre rivolta al Sacro Cuore di Gesù. Essa è stata scritta dal certosino Dom Pietro Blomenvenna, grande devoto di questo tema.

Pietro nacque a Leyde in Olanda il 29 marzo del 1466, era il dodocesimo figlio di una ricca e pia famiglia. Si dedico con zelo allo studio della Teologia all’ Università di Colonia, decise di entrare nella certosa di santa Barbara a Colonia nel 1489, dove fece la professione solenne il 7 marzo del 1490. Egli fu eletto Priore nel 1507, e successivamente nominato Visitatore della Provincia del Reno. Dom Blomenvenna rese l’anima a Dio ancora in carica ed in odore di santità il 30 settembre del 1536. Il suo rigoroso ascetismo, armonizzato da una profonda dolcezza caratteriale gli consentì di diventare un prezioso modello per i suoi confratelli. Fu un valente scrittore di testi teologici e contemplativi, conosciuto anche come Petrus Leydense, fu noto per le sue opere volte alla difesa della fede contro i protestanti. Fu un vero baluardo della Chiesa e formatore di molti giovani nei tumulti della Riforma.

Nel dipinto, del 1535 “Crocifissione con santi” di Anton Woensam, che ho inserito in questo articolo vi è la raffigurazione di Dom Pietro che stringe in ginocchio la Croce di Nostro Signore, sulla destra riconosciamo San Bruno, S. Ugo vescovo di Grenoble, e S.Ugo di Lincoln. Le altre figure, oltre a quelle della crocifissione, sono i parenti ed insegnanti di Dom Pietro.

Peter_blomevenna_ausschnitt_woensam_christus_am_kreuz_1535

Ma ora eccovi il testo sul Sacro Cuore di Gesù, è meraviglioso!

Il Cuore di Gesù è il Libro del Divino Amore

Mangia questo libro.., ed io ho mangiato, e fu per la mia bocca dolce come il miele.
(Ezechiele 3: 1, 3)

Uscite, figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona di cui lo cinse sua madre
nel giorno delle sue nozze,
giorno di letizia del suo cuore.
(cantico dei cantici 3, 11)

L’anima certosina, figlia della contemplazione, esce da sé e vede Gesù incoronato nel giorno della gioia del suo Cuore. I desideri sono soddisfatti, e cosa vuole il Cuore di Gesù? Designa la nostra salvezza e trova la Sua felicità in essa. Il nostro Signore ci ha dato molte prove della verità della Sua risurrezione per aumentare la nostra fede e accendere il nostro amore. Uno di questi è il Suo apparire ai discepoli portando le cicatrici delle sue cinque ferite. Con questo ci ha reso noto il suo amore. Vedi, ha detto: I miei piedi, le mie mani e il mio costato. Leggerete nelle mie ferite, ed imparerete a capire quanto è grande il mio amore per voi. Questo libro mistico – che non è altro che Gesù stesso – è stampato con il più prezioso Sangue di Dio ed i caratteri impiegati sono le ferite del Salvatore. Ora Gesù dà la lettura di questo libro in particolare ai Suoi certosini. Vorrebbe che fossimo i servi dei suoi appartamenti privati e gli interpreti dei Suoi pensieri più segreti.Egli vorrebbe che noi certosini fossimo sempre in Sua presenza, e principalmente occupati nella lettura di questo libro delle ferite del Salvatore.
Sì! Leggere Gesù, assaporare questa lettura; E in ognuna delle cinque ferite potremmo leggere lo stimolo ed i mezzi per condurre una nuova vita. Le cicatrici dei Piedi del Redentore ci dicono di calpestare tutto ciò che è umano e terreno, affinché possiamo amare solo quelle cose che Egli ama. Le ferite delle mani di Gesù ci mostrano come Egli ha agito. Con una sola mano ha preso l’obbedienza, e con l’altra pazienza. Ha lavorato per la nostra salvezza, “facendosi obbediente fino alla morte, anche alla morte della croce” (Filippesi 2: 8). Nella ferita del costato, che ci dirige al cuore di Gesù ed è la rappresentazione esteriore della ferita di quel cuore, si legge l’amore di Gesù, un amore che non può mai essere superato da nessun altro amore. È solo vedendo questa ferita del Cuore che ci si renderemo conto del grande amore di Dio per voi, e vedere quanto Gesù vi ha amato, poiché Egli ha dato la Sua vita per noi poveri peccatori.
Gesù risorto ci mostra questa ferita mortale del Suo cuore. Tu che leggi, da ciò traine profitto, ed ama Gesù con tutto il tuo cuore.

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

PARENTADO DIVINO

345. Sollecitazione e unione. – 346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – 347. Nisi Dominus. – 348. Surgite postquam sederitis. – 349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – 350. La vita della mia vita.

345. Sollecitazione e unione. – Tra la mia volontà e quella di Dio si compie un vero matrimonio. Per un primo atto del suo beneplacito, Dio sollecita il mio consenso. Dato il consenso, si contrae l’unione, la quale si consuma nell’azione. Da questa mutua azione delle due volontà unite nascono i frutti, che sono gli atti della pietà.

346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – Questo matrimonio però non è perfetto fin dal suo inizio, perché le mie facoltà, le loro attitudini e disposizioni si abbandonano in Dio solo gradatamente, per parti. Vi è tutto un lungo lavoro di trasfusione della mia vita in lui. L’unione va perciò estendendosi e perfezionandosi a ciascun sollecitamento di Dio ed a ciascuna accettazione da parte mia. Così, l’uomo abbandona se stesso ogni giorno, fino a che la sua volontà, assorbita nella volontà divina, cambi l’azione propria in quella di Dio, come la sposa cambia il suo nome in quello dello sposo. Allorché la volontà di Dio, mediante azioni successive, è giunta ad assorbire e trasformare interamente la mia volontà, si consuma definitivamente e si celebra quello che i santi chiamano il matrimonio mistico, lo stato d’unità (n. 302). Per il matrimonio umano, due vivono in una sola carne; per il matrimonio mistico, vivono due in un solo spirito. Qui si può richiamare il passo di san Giovanni: « A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (Gv 1, 12-13).

347. Nisi Dominus. – Il matrimonio della volontà umana con quella divina, la loro mutua collaborazione, i frutti della loro unione, non sono ciò che, con occhio profetico più universale, ha cantato il salmista nel Salmo 126, in cui direttamente parla delle fatiche della costruzione del tempio; della custodia di Gerusalemme e della sussistenza degli abitanti? Non sappiamo che le realtà materiali della storia sacra erano figura delle future nostre realtà spirituali? (cf. 1Cor 10, 11). Il tempio di Dio rappresenta tutto ciò che è, in noi e fra noi, interesse od ordinamento di interessi divini. Gerusalemme rappresenta ciò che è interesse di ordinamento sociale; il lavoro per il sostentamento quotidiano rappresenta ciò che è preoccupazione di mantenimento, di progresso e di profitto personale.

Al centro del suo canto v’è una parola, prima della quale tutto è tenebre e vanità, ma dopo è luce e fecondità. Prima c’è l’uomo fuori di Dio, senza Dio; dopo c’è l’uomo in Dio, con Dio.

Prima. – Inutilità del lavoro attorno al tempio se il Signore non lo costruisce; senza Dio l’uomo non farà nulla a sua gloria. Inutilità di vegliare alla custodia della città se il Signore non ne è il custode; senza Dio l’uomo non avrà alcuna sicurezza dei suoi interessi sociali. Inutilità di levarsi prima dello spuntar del giorno per mangiare un pane di sudore; se l’uomo si antepone a Dio, per i suoi interessi, non raccoglie che vuoto e sofferenza. È dunque completamente inutile la fatica umana di costruzione divina, di conservazione sociale, di profitto individuale, se vuole escludere o sorpassare Dio.

Ecco ora la parola che è il nodo della vitalità e della fecondità. Prima di levarsi per uno qualsiasi di questi tre motivi riposatevi nel sonno che l’amore dà all’amore, che l’amore deve prendere nell’amore. Questo sonno non è altro che il mistero del riposo divino (n. 310), in cui, nella benevolenza di Dio e nella confidenza dell’uomo, si allaccia l’unione dell’attività umana all’azione divina; in cui le forze della creatura, riconfortate alla sorgente del Creatore, ricevono da lui una virtù novella di feconda vitalità. È dunque l’atto e l’attitudine di accettazione, che apre ed abbandona l’essere umano alle influenze ed alle operazioni rinnovatrici dell’amore riparatore e vivificatore.

Dopo. – Allorché riposerete in Dio, allorquando i vostri voleri umani si saranno annientati in questo sonno in cui si estingue la loro falsa attività; allorquando la vostra pura volontà si solleverà, forte del vigore di cui l’avrà penetrata colui che fa e rifà la vita, allora nasceranno dalla divina alleanza dei rampolli santi, legittimi eredi di Dio, di cui posseggono le ricchezze; ricompensa dell’accettazione che vi ha unito a lui, frutti anche del vostro seno di cui contengono la vitalità. Questi sono gli atti pieni di vita e di forza della vera pietà.

Tali atti, figli del vostro spogliamento umano e del vostro rinnovamento divino, saranno potenti come frecce nelle mani di un eroe. Beati voi se ne saprete riempire la vostra faretra! Nessun nemico accanto a voi potrà mettere la confusione nel vostro lavoro di costruzione divina, di preservazione sociale e di profitto personale.

348. Surgite postquam sederitis. – Ecco dunque il segreto fondamentale della mia pietà nel suo lavoro. Prima di levarsi per la propria azione occorre riposarsi nell’accettazione; dopo esserci fortificati nell’abbandono della pietà passiva occorre slanciarci alle azioni della pietà attiva. Surgite postquam sederitis. Queste tre parole quanto caratterizzano bene, nel campo del lavoro, la verità cristiana e le due falsità che le si oppongono! Il naturalismo dice « Surgite, levatevi » e sopprime ciò che segue. Il quietismo dice « Sederitis, restate seduti » ed omette ciò che precede. Il cristianesimo dice « Surgite postquam sederitis, alzatevi dopo che avrete riposato »; non omette e non capovolge alcunché. Il naturalismo nega l’azione di Dio; il quietismo esclude l’azione dell’uomo; il cristianesimo reclama l’alleanza e la sottomissione dell’azione dell’uomo all’azione di Dio. E, cosa ammirabile, questo riposo dell’appoggio in Dio e questa azione con Dio si uniscono sempre, per costituire in me la vita divina, fatta essenzialmente di riposo e di. azione. Ogni vita non è un’attività riposata?

349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – Il naturalismo e il quietismo non erano soltanto semplici errori circa la via, ma anche circa il fine e i mezzi. Non è inutile aprire qui una breve parentesi per caratterizzare, nel loro insieme, questi due errori, che riassumono le tendenze divergenti della falsità umana.

Quanto al fine, il naturalismo sopprime o tende a sopprimere la gloria di Dio, non lasciando sussistere che l’interesse umano. Quanto alla via, sopprime o tende a sopprimere l’azione divina, non contando che sull’azione umana. Quanto ai mezzi, sopprime o tende a sopprimere la grazia, non confidando che nell’industria umana. Dio, più o meno allontanato dalla via, dall’azione e dai mezzi dell’uomo: ecco il naturalismo e le teorie che ad esso si collegano.

Il quietismo, invece, sopprime o tende a sopprimere la cooperazione dell’uomo circa la speranza della sua salute, per non lasciar sussistere che la gloria di Dio come fine. Sopprime o tende a sopprimere l’azione umana per far posto soltanto all’azione divina come via. Sopprime o tende a sopprimere gli esercizi e i mezzi spirituali per non lasciare operare che la grazia come mezzo. L’uomo sminuito, minorato nel suo fine, nella sua attività e nei suoi mezzi: ecco il quietismo e tutte le tendenze che ad esso si ricollegano.

L’idea specifica del cristianesimo è l’unione inalterabile, ma subordinata, dell’umano al divino. Beatitudine dell’uomo, unita e subordinata alla gloria di Dio come fine; azione dell’uomo, unita e sottomessa all’azione di Dio come via; pratiche di pietà dell’uomo, unite e subordinate alla grazia di Dio, come mezzi: ecco il cristianesimo. La coordinazione e subordinazione dell’umano al divino costituisce l’oggetto delle tre Parti di quest’opera.

350. La vita della mia vita. – La mia azione deve dunque unirsi a quella di Dio. Come l’anima, unita al corpo, senza assorbirlo né alterarlo, gli comunica la propria perfezione animandolo e governandolo, così Dio vuol diventare l’anima della mia anima, la vita della mia vita. Egli vuole, con la sua azione, animare e dirigere la mia, per unirla intimamente alla sua, come nella mia vita naturale l’attività del mio corpo è legata a quella della mia anima. Donde viene al corpo la sua attività? Dall’anima. Esso agisce nella misura in cui riceve il suo influsso. Così accade fra Dio e me. La mia pietà attiva è viva e operante in quanto è retta e animata dall’azione del beneplacito divino, mediante l’accettazione della pietà passiva.

La grande parola dell’accettazione è il grazie. Ho già detto prima come il grazie apra la sorgente delle grandi gioie (n. 326) e delle grandi azioni (n. 328). Esso è dunque, in realtà, la vera chiave che apre la via della pietà. Infatti, se io accetto pienamente, l’azione di Dio ha il suo pieno effetto, e la mia azione può avere il suo. Se non accetto che in parte, l’azione di Dio è in parte ostacolata e la mia vien diminuita di almeno altrettanto, anzi, ordinariamente, ancor di più; poiché, se la mia accettazione non risponde a tutta l’azione di Dio, la mia azione corrisponderà difficilmente a tutta la mia accettazione. Infine, se non accetto affatto, l’azione di Dio è del tutto ostacolata e la mia non c’è affatto; io ricado nel vuoto della mia vanità.