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  • I.F.S.B.

La felicità di essere casto I seconda parte

Capitolo 1

Parte seconda

Il Cantico dei cantici

L’Antico Testamento ci presenta delle numerose storie d’amore, con un senso profondamente umano della vita di coppia: Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele, Ruth e Booz, Davide e Bethsabée, etc.

C’è anche il Cantico dei cantici, poema dove l’amore è esaltato nella forma della fede la più nobile e la più realista: i due amorosi sono rappresentati nell’amore vivente in tutte le dimensioni , dalla più carnale e sensuale alla più personale, senza falsa modestia, nell’innocenza della fiamma divina che li ama.

La bellezza della relazione umana tra due persone che si amano è celebrata con tutta l’arte della poesia, mettendo in tal modo un valore la libera d’espressione dei loro sentimenti e della ricerca passionale e reciproca dell’unione sessuale.

Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.” (Ct 1,2)

Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i gigli.” (Ct 2,16)

Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.” (Ct 7,11)

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.” (Ct 8, 6-7)

In questo poema, la sessualità non è solamente accettata , è cantata nella maniera più positiva e più incarnata.

Come tutte le realtà umane, l’amore umano, può arrivare alla sua perfezione, dovrà passare per un periodo della maturazione marcato per la ricerca constante di un unione sempre più profonda e per la sofferenza a causa dell’alternanza della presenza e dell’assenza, d’unione e della separazione che figura la adesione feconda presentata in tutto l’amore creato.

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amato del mio cuore;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato

«Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amato del mio cuore».
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
«Avete visto l’amato del mio cuore?».
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò
finché non l’abbia condotto in casa di mia madre,
nella stanza della mia genitrice.” (Ct 3, 1-4)

Ci sono due maniere d’interpretare il Cantico dei Cantici. Secondo l’interpretazione allegorica, il poema simboleggia per la tradizione ebrea la relazione tra Israele e Yahvé, per la tradizione cristiana la relazione tra la Chiesa e la sua Chiesa o, più tardi, tra il Verbo e l’anima individuale (Clemente d’Alessandria, Origene, Bernardo di Chiaravalle, etc.).

Ma c’è anche una interpretazione letterale, dopo Teodoro di Mopsueste, nel V° secolo e la scuola di Antiochia fino ad oggi con la più parte degli esegeti moderni. Secondo questa interpretazione, è una semplice collezione di poemi d’amore umani.

Nella nostra ottica attuale, questa divergenza d’opinioni non ha importanza. Secondo l’interpretazione letterale, l’amore umano è celebrato secondo qualcosa di sacro in se stesso, una fiamma di Yahvé; anche la descrizione può trovare posto nelle parole ispirate da Dio.

Secondo l’interpretazione allegorica, la relazione sessuale tra due persone è scelta come il simbolo più ricco dell’unione mistica, dunque come un valore aggiunto e una bellezza intrinseca.

Osea, la prima, ha compreso che Dio vuole entrare in una comunione intima con noi che la sola espressione appropriata è nell’unione coniugale. Per di più, ha compreso che il cuore di Dio è un cuore che, prima di tutto, ama.

Ci è molto simpatico quest’uomo che ha duemilasettecento anni: passionale, generoso, sensibile, poeta. Non è per una visione che la rivelazione del cuore di Dio gli è donata, ma per una esperienza esperta per la quale Dio, l’ha per così dire introdotto nella sua propria affettività.

Osea vive durante un periodo scuro. Nel piano morale e sociale, non ci sono che corruzioni; nel piano religioso, che infedeltà, idolatrie inverse di dei della fertilità Cananei; nel piano politico, la situazione è disperata: Israele non può essere schiacciata che dai suoi nemici.

Allora, il Signore dice ad Osea:

«Va’, prenditi in moglie una prostituta
e abbi figli di prostituzione,
poiché il paese non fa che prostituirsi
allontanandosi dal Signore» (Os 1, 2).

È andato a prendere Gomorra…

Gli ha donato dei figli; Osea circonda Gomorra di tutto il suo amore, ma lei è infedele, lei esce per prostituirsi secondo i riti cananei dei culti della fertilità.

Dopo il Signore dice di nuovo a Osea:

«Va’, ama una donna che è amata da un altro ed è adultera; come il Signore ama gli Israeliti ed essi si rivolgono ad altri dèi e amano le schiacciate d’uva». (Os 3,1)

Non solamente riprendere Gomorra, ma l’ama… proviamo di cogliere un po’ della densità di questa prova per un cuore umano. Mettiamoci al posto di Osea. La legge mosaica stessa vieta di riprendere una donna ripudiata (Dt 24, 1-4). È insensato, impossibile – ma tale è l’amore di Dio. Il Signore non conosce l’orgoglio ; la sua misericordia è senza misura. Lo stesso che Osea dovrà amare Gomorra com’è, senza illusioni, nella sua infedeltà, nella stessa maniera che il Signore ama il Suo popolo com’è, fino al suo peccato, nonostante il suo peccato che non può sfuggire: in effetti , solo l’amore del suo Dio sarà in grado di liberarla. Ma non è un amore naif, ma è un amore battuto per la sofferenza, esigente. Il Signore vuole l’amore in ritorno e va a purificare questa donna che è nello stesso tempo una terra ; la và a trasformare in deserto; prima di tutto un luogo desolato, poi un luogo di intimità, d’una alleanza restaurata, con tutta la freschezza di un primo amore, che riflette sull’armonia di un universo metamorfosato.

Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.

Le renderò le sue vigne
e trasformerò la valle di Acòr
in porta di speranza.
Là canterà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà in quel giorno
– oracolo del Signore –
mi chiamerai: Marito mio,
e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Le toglierò dalla bocca
i nomi dei Baal,
che non saranno più ricordati.
In quel tempo farò per loro un’alleanza
con le bestie della terra
e gli uccelli del cielo
e con i rettili del suolo;
arco e spada e guerra
eliminerò dal paese;
e li farò riposare tranquilli.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore,

ti fidanzerò con me nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore.” (Os 2,16-22)

poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti.” (Os 6,6)

Osea ci fa ancora sapere qualcosa dell’amore di Dio in un altro passaggio dove questo amore è descritto non a partire dall’amore coniugale, ma a partire della tenerezza paterna e materna. Questo passaggio è stato chiamato il punto culmine della rivelazione dell’amore divino nell’Antico Testamento. Ascoltiamo il Signore.

Quando Israele era giovinetto,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
Ma più li chiamavo,
più si allontanavano da me;
immolavano vittime ai Baal,
agli idoli bruciavano incensi.
Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.” (Os 11, 1-4)

Le figlie d’Israele non rispondono ai progressi del Signore. “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo.” (Os 11,7).

Quindi uno straordinario combattimento tra amore e rabbia nel cuore ferito di Dio. È l’amore che trionfa:

Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele?
Come potrei trattarti al pari di Admà,
ridurti allo stato di Zeboìm?
Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira,
non tornerò a distruggere Efraim,
perché sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò nella mia ira.
Seguiranno il Signore
ed egli ruggirà come un leone:
quando ruggirà, accorreranno
i suoi figli dall’occidente,

accorreranno come uccelli dall’Egitto,
come colombe dall’Assiria
e li farò abitare nelle loro case.
Oracolo del Signore.” (Os 11, 8-11).

Efraim, che ha ancora in comune con gl’idoli?
Io l’esaudisco e veglio su di lui;
io sono come un cipresso sempre verde,
grazie a me si trova frutto.” (Os 14,9)

Geremia, Ezechiele e Isaia riprendono a loro turno il simbolismo dell’amore coniugale per caratterizzare le relazioni tra Dio e il suo popolo.

Io mi ricordo, dice Dio a Gerusalemme
Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza,
dell’amore al tempo del tuo fidanzamento,
quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata.

[…] Ma tu, tu ti sei prostituita a dei numerosi amanti […]

Tu hai profanato il paese per le tue prostituzioni e perversità” (Geremia 2,2 ; 3,1-2)

E questo testo commovente di Ezechiele :

Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita.
Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta.
Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia.” (Ez 16, 4-8)

Dopo Isaia, scrivendo durante l’esilio:

Poiché tuo sposo è il tuo creatore,
Signore degli eserciti è il suo nome;
tuo redentore è il Santo di Israele,
è chiamato Dio di tutta la terra.” (Is 54, 5a.6).

Questo tema del matrimonio è molto importante. Produce all’amore umano queste lettere di debito, di nobiltà, e fa si che ci sia in risultato un affinamento progressivo al piano delle usanze, un progresso verso l’ideale della fedeltà e della monogamia – poiché il Signore non ha che una sola sposa.

Sia benedetta la tua sorgente;
trova gioia nella donna della tua giovinezza:
cerva amabile, gazzella graziosa,
essa s’intrattenga con te;
le sue tenerezze ti inebrino sempre;
sii tu sempre invaghito del suo amore!
Perché, figlio mio, invaghirti d’una straniera
e stringerti al petto di un’estranea?” (Proverbi 5,18-20)

In ritorno, questo permette di afferrare e d’esprimere con più finezza e di profondità la relazione tra Dio e il suo popolo, principalmente nella nuova alleanza.

 

Reportage delle celebrazioni di Pentecoste

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Cari amici lettori, ieri a seguito delle celebrazioni di Pentecoste, svoltesi, come ogni anno, a Serra san Bruno, sul canale tv 2000 è andato in onda un servizio speciale di approfondimento.

Nel corso del programma ” Bel tempo si pera“, era ospite in studio l’amico Fabio Tassone, già direttore del museo della certosa di Serra, il quale ha egregiamente delineato la figura di san Bruno ed il suo legame con il territorio serrese. Diversi contributi filmati hanno integrato la gradevole intervista. Ho ritenuto opportuno proporlo a tutti voi per diffondere e far conoscere in ogni angolo della terra la devozione al nostro amato san Bruno. Grazie all’amico Raffaele Timpano per il video e le immagini che seguono…

Buona visione a tutti!!!

Link alternativo

A seguire alcune “cartoline” della processione che è stata presieduta per la prima volta dal nuovo priore dom Ignazio Iannizzotto.

Relazione tra il silenzio e l’orazione costante

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Ancora una domanda rivolta a Dom Dysmas de Lassus, tratta dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”.

Nicolas Diat chiede Come si relazionano il silenzio e l’orazione costante?

Dom Dysmas risponde come segue:

L’espressione orazione costante, non deve indurci ad un errore: non si tratta di recitare orazioni senza fermarsi. In realtà, questa formula si riferisce al modo di stare

continuamente insieme a Dio, di lasciarsi abitare da Lui, di vivere in una maniera cosciente questa abitazione. Questa è la testimonianza di una donna che vive questa esperienza: “Il mio io superficiale vede il mio io interiore in adorazione. E se la superficie vuole implicarsi ed unirsi con un orazione parlata alla adorazione profonda, tutto è finito. Solo posso unirmi a questo io interiore per mezzo del silenzio, contemplare l’adorazione dentro di me e tacere.” ( Cahiers sur l’oraison 211, 1987). Si tratta di una donna che vive in mezzo al mondo, ciò significa che l’esperienza non è esclusiva dei religiosi.

Possiamo considerare il silenzio come una strada fino all’orazione costante, o al sogno: la orazione costante una via fino al silenzio? Formulata così, la domanda sarà troppo semplice, perchè le due cose sono certe. Io preferisco coniugare i due aspetti a ciò che mi riferivo prima: quanto più si penetra nel silenzio,allo stesso modo che, quanto più si entra in intimità con una persona, più spazio occupano il silenzio ed il semplice sguardo. La orazione costante contiene entrambe le cose: una intimità abituale con Dio che rende il suo mistero più accattivante che mai.

Inoltre il monaco riceve quello di cui parlava San Bruno “la pace che il mondo ignora e il godimento nello Spirito Santo”. Il godimento dell’unione intima non necessita di troppe parole. In questo stadio il silenzio non esige più sforzi, lo esige piuttosto per salire di più a Lui.

Questo stadio non è abituale, un fratello certosino che ha sperimentato l’orazione costante mi disse: “Non siamo degni di essa”. Questo vuol dire che la decisione corrisponde all’ospite interiore, allo Spirito Santo che trascina in un mondo nel quale non si può non stare zitto, come quando ci attraversa una intensa emozione. Nella vita ordinaria, acquisterà una forma alla quale mi riferisco in un istante: si prosegue con la vita normale, ma c’è qualcosa nell’interno che continua silenziosamente unito a Colui che amiamo e che ci ama, una amorevole presenza che basta per riempirci totalmente. Quando non viviamo l’uno con l’altro, senza l’uno nell’altro, colui che non è degno dell’azione che Dio opera in lui, e si limita ad unirsi a questo mistero, i cui limiti non ha necessità di conoscere. Non chiede spiegazioni. ” Io sono del mio amato ed il mio amato e mio”, dice il Cantico dei Cantici (6, 3).

Che tutto zittisca affinchè Dio si faccia ascoltare. E come piace dire a voi, si fa ascoltare nel silenzio. Forse per questo i monaci hanno da sempre apprezzato tanto la orazione notturna. Già S. Antonio passava notti intere in orazione. L’ufficio notturno è un momento centrale della vita certosina al quale non rinunceremo mai.

Si tratta di un tempo che si dedica totalmente all’orazione, in mezzo al sonno, e ciò lo rende di una dimensione speciale. L’ufficio notturno è un dono gratuito che si offre solo a Dio. Vegliando di notte, offriamo la nostra povertà, che tanto ben conosciamo, insieme con quella del mondo. Le deliziose parole dei nostri Statuti hanno più senso che mai: «Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente».

Mi sono sempre piaciute queste parole del capitolo Missione dell’Ordine nella Chiesa. Mentre il mondo dorme, noi scegliamo di alzarci per unire la nostra lode e la nostra intercessione a quella di Cristo; perchè l’orazione degli uomini, questo vincolo vitale tra il cielo e la terra, non cessi mai. Quando noi andiamo a dormire, altri, i benedettini, i cistercensi, ci sostituiranno.

“Meditationes”

copertina

391. Due cose testimoniano che una persona è giusta: il suo modo di agire e di soffrire. Il giusto non è tale per aver dato un pezzo di pane a un povero, o per aver fatto azioni simili o, ancora, per aver sopportato un’ingiuria con fortezza d’animo. Piuttosto, egli ha potuto agire in quel modo, proprio in quanto giusto. Quelle azioni non lo hanno reso giusto, ma è stato lui, in quanto giusto, a farle. Anche se non avesse fatto o sofferto tutto questo nel suo corpo, non sarebbe meno giusto. Lo stesso accade nel secolo futuro. Egli è giusto perchè desidera vivamente, per sè e per gli altri, quella vita nella quale non sarà più necessario fare o soffrire niente di tutto ciò, poichè tutti gli errori e le debolezze umane scompariranno.

392. Rifletti su quale sia per l’uomo la conseguenza di aver ricevuto il potere di compiere la propria volontà, lui che non desidera altro se non ciò che è inutile e pernicioso. E’ come aver privato un bambino della disciplina, permettendogli di perdere il tempo inutilmente, o come aver liberato dalle catene il pazzo che vuole uccidersi.

393. “Tu dai al lavoro il valore di un comandamento” ( sal 93, 20), come il vasaio dà all’argilla la forma del vaso, cioè tu mi dai la fatica come una legge, perchè io possa essere sollevato da ciò che per me è fonte di pena. In effetti, non avrei da faticare, se non mi fossi allontanato da te. ” Tu punisci l’uomo a causa della sua iniquità” ( Sal 38, 12). E io, cattivo, desidero rimuovere non l’iniquità per la quale sono punito, ma le verghe che servono alla punizione. Il mio spirito non dovrebbe opporsi ai colpi, ma alla loro causa, cioè l’iniquità.

394. vedi quale valore attribuiscono i figli di Adamo a poter fare ciò che vogliono, e quanto poco ne conferiscono alla riflessione sui loro desideri, come se essi non potessero mai sbagliarsi. Considera quale fatica essi sopportano per una speranza incerta, anzi, per una certissima disperazione: quella cioè di ottenere cose che potrebbero non giungere mai e che periranno sicuramente, in caso arrivassero. Poichè esse sopraggiungono non per durare, ma necessariamente per scomparire.

395. ” Non siete voi a parlare, ma è lo spirito del padre vostro che parla con voi” ( Mt 10, 20). riferisci questo detto, con tutto il cuore, a tutte le opere e le persone buone. In altre parole: non siete voi che date un pane al povero, quando lo fate con retta intenzione, cioè con semplicità, ma è lo Spirito del Padre vostro che lo offre tramite voi. In effetti, tali azioni non sono compiute bene, se non per la sola carità, la quale ” è stata effusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato” ( Rm 5, 5).

Omelia per Pentecoste

Ventura Salimbeni

Trinità  S. Pietro e S. Bruno (Ventura Salimbeni)

In questa Domenica di Pentecoste, cari amici lettori, desidero offrirvi la lettura e la successiva meditazione, di questo testo concepito da un priore certosino per la sua comunità. Un testo che io trovo davvero meraviglioso….buona lettura!

Miei venerabili padri e cari fratelli,

Per tre anni Gesù rimase vicino ai suoi discepoli; avevano vissuto insieme, si erano amati, aveva dato loro la vita. Poi, un giorno, Gesù li aveva lasciati, era salito al Padre suo e gli apostoli erano stati soli e indifesi. Eppure, prima di lasciarli, Gesù disse loro: “Non vi lascerò orfani … Mio Padre vi manderà un difensore,vi insegnerà ogni cosa e suggerirà tutto ciò che vi ho detto una volta”. A Pentecoste, la promessa di Gesù si è avverata, e ora i discepoli avevano un nuovo amico, un consolatore, che ha ricordato costantemente il ricordo del loro amato padrone, che li ha guidati, che era la loro forza e la gioia, la quale, in ogni momento, presenti nelle loro anime, li raggiungevano con un tocco invisibile e misterioso.

La stessa cosa, sembra, accade nelle anime, specialmente mentre avanzano nella vita interiore. Quando meditiamo a lungo sulla parola di Dio, quando abbiamo reso Gesù nostro amico, amiamo studiare la sua dottrina, vivere con lui. E poi arriva un giorno in cui ci sembra che Gesù ci stia abbandonando, lasciandoci soli in silenzio, dove la meditazione della sua vita diventa difficile per noi e sembra portarci meno. Questo è il tempo scelto da Dio per compiere la Pentecoste nelle nostre anime. Un amico che non ci separa da Gesù è venuto alla nostra anima, ne ha preso possesso. È il proprio Spirito di Gesù, colui che è la sua vita e con il Padre ci dà se stesso per trasformare la nostra vita più profondamente nella sua. Ma per noi sorge un problema: come conoscere questo nuovo amico? Conosciamo Gesù e per mezzo di lui la Parola di Dio che è incarnata; le relazioni personali sono facilmente legate a lui. Conosciamo il Padre, che ha mandato il suo Figlio per salvarci e da cui tutte le cose fluiscono. Gesù, nel Vangelo, ci ha disegnato un quadro così commovente che ci piace e che senza difficoltà, insomma, parliamo a lui delle nostre esigenze, abbiamo con lui rapporti simili a quelli con Gesù suo Padre che è anche nostro Padre. Ma la personalità dello Spirito Santo rimane misteriosa per noi, e l’anima si chiede come conoscere questo nuovo amico, che lei divinizza ancora pieno di tenerezza e amore, che è l’Amore stesso.

Come indica il suo nome, lo Spirito Santo è uno spirito, ed è per questo che è così difficile per noi conoscerlo. È inutile cercare di rappresentarlo ai nostri sensi. I simboli, le lingue di fuoco o la colomba, sono ovviamente solo rappresentazioni, quanto lontano da ciò che è. Non sono abbastanza per noi per entrare in stretto contatto con lui.

Inoltre, poiché è lo spirito, è solo attraverso la mente che saremo in grado di raggiungerlo. Se vogliamo davvero renderlo nostro amico, dobbiamo lasciare tutto ciò che è in noi carnale, sensibile, liberiamo il materiale per entrare da un contatto di spirito in spirito con colui che è il puro spirito per eccellenza. Lo Spirito Santo si rivela solo alle anime che vivono della vita dello spirito, alle anime che in preghiera emergono da tutte le concezioni intellettuali, da tutte le rappresentazioni sensate, per raggiungere il Dio più puro presente nel profondo Non è vano che Gesù abbia chiesto a Maria e ai suoi apostoli di ritirarsi in silenzio prima di ricevere lo Spirito Santo, perché lo riceviamo e lo conosciamo solo nel silenzio del suo cuore e della sua mente Nessuna parola umana, infatti, può tradurre questa conoscenza, perché è una conoscenza spirituale, una conoscenza vivente di tutto l’essere, che è al di là delle concezioni intellettuali. Inoltre, poiché qui sotto è impossibile conoscere uno spirito direttamente senza morire, non avremo mai lo Spirito Santo ma una conoscenza confusa, così alta che abbiamo nella vita interiore. Sarà il nostro amico, ma un amico la cui bellezza c’è velata, un amico ancora più desiderabile, inoltre, che indoviniamo il più puro in poppa, più luminoso, più forte, più amorevole. Conosceremo lo Spirito Santo per il contatto della sua vita, della sua presenza, per il movimento dell’amore che impressiona sulla nostra anima e con la quale ci porta con sé al Padre, molto più che con una visione intellettuale propriamente detta chiamata. Questo contatto, lo sperimentiamo attraverso i doni che ci dà, nei tocchi intimi con cui raggiunge la nostra anima. È quindi attento alla sua azione, al suo respiro, che indovineremo, che entreremo in una conversazione intima con lui. La sua conoscenza è soprattutto una conoscenza del cuore.

Gesù ci ha detto: “Egli ti insegnerà ogni cosa, ti ricorderà tutto ciò che ti ho detto”. Il primo tocco dello Spirito è, infatti, una luce per l’anima, una luce molto speciale, diversa da quelle fornite dalla ragione o dall’esperienza naturale delle cose. È una luce morbida e vivente che viene percepita solo quando l’anima è spogliata di ogni essere senziente, di ogni attaccamento alle creature. Sembra quindi che qualcuno, caro e buonissimo amico, prenda l’anima per mano, le mostri ciò che deve fare, la introduca nelle vie della pace e dell’umiltà, si illumini per lei le parole di Gesù, spiegandole nutrendo il cuore, applicandole a casi concreti, dando vita a una nuova vita piena di luce: vita e luce di Dio.

Ma quanto è difficile il percorso che questa luce mostra. Le prove sono pesanti e spesso travolgenti, e non è poi una piccola cosa tenere l’anima in pace, raccoglimento e silenzio, attenti all’azione dello Spirito solo. Ma la luce che circonda l’anima porta quindi con sé una grazia di forza, e si può intuire attraverso i veli l’amico che non solo ti illumina ma ti rafforza. Quando gli anni sono passati, l’anima a volte si chiede come potrebbe resistere a tali disagi, e poi si rende conto che non era sola, ma che aveva un’amica molto amorevole con lei. Così lei lo conosce e lei gli porta una grande gratitudine e un grande amore.

Questo è quando siamo uniti a lui. È diventato nostro amico, colui che ci ha sostenuto, che ha vissuto con noi nella sofferenza e nella gioia. Prende la nostra anima, e qui si rivela come Amore e ci trasforma in amore. In un ultimo tocco, il più delicato, il più intimo, il più profondo, ci attira nella sua vita, che è amore per il Padre e per il Figlio. E l’anima gentile e umile, piena di Spirito, trascorre la sua vita amorevole.

Miei venerati Padri e cari Fratelli, vorrei che lo Spirito venisse su di noi oggi e trasformasse le nostre anime, illuminandole, fortificandole, trasformandole nel suo amore. Vorrei che lo Spirito Santo diventasse per noi un caro amico, una persona viva a cui amiamo rifugiarci nelle nostre debolezze per avere luce e forza. Così sia.

Pentecoste 1965

Auguro a voi tutti una buona Festa di Pentecoste!

 

News: Alla certosa di Serra San Bruno un nuovo Priore

Dom Ignazio e me

Carissimi amici, oggi un articolo straordinario per informarvi dell’avvicendamento a Serra del Priore. La comunità monastica certosina di Serra, ha eletto il nuovo Priore della Certosa che succederà a dom Basilio Trivellato in carica dal dicembre 2014.

Il nuovo padre Priore e dom Ignazio Iannizzotto, finora Vicario di dom Basilio. Dal 1783, ovvero da dopo il terribile terremoto non veniva eletto un priore proveniente dalla stessa certosa calabrese. Da allora e fino ad oggi i nuovi Priori provenivano da altre case dell’Ordine. Un breve profilo del neoeletto Priore.

Nato nel 1958, di origine siciliana, dom Ignazio prima di entrare in Certosa svolgeva la professione di avvocato a Catania. Divenuto novizio a Serra San Bruno, ha emesso i voti monastici nel 1995 ed è stato ordinato sacerdote nel 2001. Ha ricoperto le cariche di bibliotecario e maestro dei novizi prima di diventare Vicario. Apprezzato per le sue doti ed il suo carattere dom Ignazio si appresta a svolgere questo mandato con estremo rigore ed abnegazione, ispirandosi alla scuola del carisma di San Bruno e della sua vocazione alla preghiera nel silenzio e nella solitudine. Cari amici vi chiedo di pregare per lui affinchè riesca a svolgere questo servizio senza difficoltà e con grande slancio e vigore. Affidiamo dunque al Signore ed alla intercessione del nostro amato san Bruno le preghiere per dom Ignazio.

Personalmente, oltre alle preghiere da lui richiestemi estendo a questo amico certosino i miei più fervidi auguri.

Nelle foto dell’articolo, il mio incontro con dom Ignazio all’epoca vicario.

Noi due Dom Ignazio ed io

Lo affidiamo alle benedizioni di Dio e di san Bruno,

augurandogli

in questo nuovo compito
la sapienza e la forza!

STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS!

Tributo per decennale 5

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Dallo scorso mese di febbraio vi ho proposto testi concepiti da amici seguaci di Cartusialover, che in occasione della ricorrenza del decennale mi hanno voluto testimoniare il loro affetto ed attaccamento al blog.

Un dono stupendo, che ho accettato volentieri, esso mi gratifica notevolmente e mi induce a trovare nuovi stimoli per continuare su questo cammino di diffusione cominciato dieci anni orsono.

Sette sono stati i seguaci, fra quelli più fedeli, che hanno voluto esprimere, ed esternare un messaggio.

E’ per questo che da oggi in poi per me saranno considerati come le “sette stelle” di Cartusialover!

La vostra fedeltà mi emoziona!

In perfetto stile certosino, gradisco mantenere l’anonimato degli amici, indicando le sole iniziali del nome e del cognome.

La testimonianza che vi propongo questo mese, viene da J. L. un’amico cartusiafollower dal Canada.

Canada

Ho conosciuto il blog Cartusialover già cinque o sei anni fa quando, come prete diocesano a Montreal, Canada, mi ero ritirato dall’età di 78 anni. Avendo già sperimentato la vita monastica, per 15 anni in un monastero trappista, ho deciso di tornare al mio primo amore diventando un eremita urbano. Il blog Cartusialover è stato di grande aiuto per risvegliare in me l’attrazione di una vita monastica esigente e silenziosa e questo, per mezzo di molti eccellenti resoconti sugli edifici certosini. Ed è anche grazie a Cartusialover che ho deciso di mettere insieme il mio blog “Carnet d’un ermite urbain iscrivendomi allo stesso server, ovvero WordPress. Vorrei anche congratularmi con l’autore di Cartusialover per aver dato nel corso degli anni una maggiore importanza alle relazioni sulla vita di varie figure certosine, che, a mio avviso, sottolinea l’essenza della vita certosina … ed è esattamente quello che cerco di fare presentando ogni settimana sul mio blog le opere di Dom Augustin Guillerand, certosino che tutti conoscono. Quindi, grazie per tutto il buon lavoro svolto dal Cartusialover in questi ultimi dieci anni e che cosa possiamo augurargli se non continuare questo apostolato specializzato e molto apprezzato finché il Signore lo permetterà. Annuncio multis e faustissimos annos!

J. L. (monaco abate) Montreal, Canada

Chiunque volesse esprimere il proprio parere, le proprie emozioni riguardo questo argomento, può interagire, inviando il testo all’indirizzo di posta elettronica: cartusialover@hotmail.it. Saranno pubblicati i testi rispettandone l’anonimato. A voi tutti il mio grazie di cuore!