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Buone vacanze estive 2016

Buone vacanze estive 2016

certosine in riva al mare (spaziamento)

Monache certosine in spiaggia per lo spaziamento

Cari lettori e care lettrici di Cartusialover, eccoci giunti alla consueta pausa estiva. Come ogni anno, in questo periodo dell’anno, ci sarà un breve periodo nel quale non vi saranno nuovi articoli. Nell’augurarvi buone vacanze estive, desidero congedarmi da voi con un omaggio.

Da oggi infatti la sezione “canti certosini” si arricchisce di un nuovo contenuto audio, dal titolo” In the Silence of the Word“. Un cd registrato nel marzo del 1998 dai monaci certosini della certosa inglese di Parkminster, e composto da 61 brani. E’ stato richiesto ai monaci di compattare inni, antifone, salmi, letture (in inglese) e preghiere dai loro libri del coro, usati nell’ Ufficio del Mattutino, della durata di tre ore, per offrirci una versione della durata di una sola ora. Da oggi sarà presente la copertina del nuovo cd, sulla sidebar di destra, che si aggiungerà alle altre già presenti.

Brani di una bellezza davvero celestiale!

L’ascolto di questi canti, spero possa allietare il vostro spirito durante questa estate.

Buone vacanze, buon ascolto ed a presto…..

in the silence of the word

Reportage dalla Corea (parteII)

Reportage dalla Corea (parteII)

intervista

Come vi avevo annunciato, ecco a voi la seconda parte dell’intervista rilasciata al priore della certosa coreana. Buona lettura.

Vita in Corea per voi: aspetti positivi e difficoltà.

Per i monaci europei arrivati in Corea, come ho già detto, la principale difficoltà, per prima cosa è la lingua. Per me che devo interagire spesso con i novizi coreani per la formazione, questi interventi richiedono una preparazione, molto tempo. Non si può negare che ci sia una «piccola barriera della lingua», tuttavia credo che non sia insormontabile, visto che tutti i giovani coreani si interessano all’apprendimento dell’inglese. E gli sforzi che dobbiamo fare per comunicare hanno talvolta l’effetto positivo di affinare in noi “il senso dell’altro”.

Al livello ecclesiale siamo sempre colpiti, noi europei, dalla vitalità e dalla coerenza della Chiesa coreana. Come consumatori (se mi permetto di usare questa parola profana) ci dispiace, per i nostri novizi, del repertorio ristretto della letteratura spirituale e teologica.

Alcune case editrici hanno fatto uno sforzo immane a tradurre dei testi importanti pubblicati in altre lingue, tuttavia ci si domanda talvolta se la scelta si è concentrata sui testi più validi. Ma in ogni caso, la letteratura religiosa si sta sviluppando poco a poco. Attualmente, le difficoltà legate alla costruzione del monastero sono una cosa del passato, e apprezziamo soprattutto i lati positivi del carattere coreano. Penso che il coreano sia capace di amicizia, profonda e solida. Anche una grande generosità- anche sul piano materiale, ma ciò si traduce in qualità del cuore. A causa della nostra vocazione solitaria, abbiamo pochi contatti con la popolazione locale, so che questo a molti dispiace. Spero che si comprenderà nel tempo che ci interessiamo davvero alla vita delle persone e che cerchiamo di aiutarli spiritualmente. – Ogni lunedì facciamo una passeggiata fuori dalla clausura, non è raro incontrare delle persone lungo il cammino. L’accoglienza che ci fanno è quasi sempre molto gentile: penso che sia indice del fatto che ci siamo integrati poco a poco al luogo (all’inizio era diverso: abbiamo poi capito che il coreano accorda la sua fiducia solo dopo l’esperienza).

Le cose importanti che dite ai postulanti

Guigo raccomandava questo al primo contatto con un aspirante: “Ostenduntur ei dura et aspera”. (gli si mostrano delle aspettative austere) Ma sì! bisogna avere i piedi per terra. Vedete l’episodio dell’uomo che batte una torre nel Vangelo. Cito sempre questo testo agli aspiranti.

Solo, che questa è solo una parte della risposta. Per raggiungere lo scopo, bisogna aver percepito già qualcosa dall’inizio che è divino. L’altro testo che cito volentieri è la famosa massima della lepre: Un giovane monaco è turbato di vedere tanti monaci lasciare il deserto dopo un certo periodo (già allora!). Un anziano gli spiega: quando un gruppo di cani caccia la lepre, essi corrono per molto tempo, si stancano e alla fine rinunciano all’inseguimento, tranne uno che continua. Perché continua? Perché ha visto la lepre – «aver visto la lepre», è aver ricevuto la grazia di una certa intuizione del mistero straordinario che è quello di Dio e della sua presenza in noi. Un’intuizione, ma attenzione- nell’oscurità della fede: questa oscurità può essere totale, ma c’è anche quella che chiamo illuminazione data da Dio. È misterioso, nascosto, ma ciò fa una vocazione. Bisogna orientare i giovani a guardare verso ciò che (un grande monaco) chiamava “l’abisso del cuore”.

Lo spirito dei vostri Statuti

I nostri Statuti vogliono aiutarci a realizzare la vita certosina, che è un’armonia, un equilibrio. Armonia tra solitudine e vita fraterna (anche quella è importante). Armonia tra preghiera e lavoro, servizio. Armonia nella stessa preghiera, tra preghiera silenziosa e espressione esteriore, ossia la Liturgia. Il testo attuale si è forgiato nei secoli e si deve riconoscere che riesce ad inculcarci questa armonia, questa saggezza. Ora un’armonia richiede sempre un punto di unione. Da noi, questo punto è la solitudine, di fronte a Dio, «il nostro scopo e sforzo principale è cercare Dio nel silenzio e nella solitudine della cella». Questo testo, che occupa buona parte nei nostri Statuti, era nella prima edizione, del 1120 circa. Aggiungiamo che il testo degli Statuti, nella sua forma, è stato profondamente rimaneggiato in seguito all’aggiornamento voluto dal Vaticano II. Oggi mette fortemente l’accento sulla responsabilità personale. L’osservanza regolare non deve essere conformismo. Per fare un esempio: dopo aver trasmesso una forma abbastanza severa di povertà, nel senso di spoliazione materiale, il testo conclude: “ più la povertà è abbracciata volontariamente, più è gradita a Dio. Poiché ciò che è lodevole non è la privazione in se stessa, ma la libera rinuncia ai beni del mondo. Ma tenete presente che questa frase è dello stesso Guigo, autore del testo del 1120 !

Un autore ha detto: la primavera viene dal silenzio. La vostra esperienza di silenzio?

Non conosco l’autore che citate, mi riservo dal commentare sul senso della sua frase. Devo dire che l’esperienza concreta del silenzio varia molto da persona a persona. Coloro che si ritrovano in un’analogia “biologica” (come quella della primavera) fanno esperienza di una crescita interiore. Quando si è soli di fronte a se stessi, ciò che emerge non è mai positivo. Tutto ciò che può esserci in noi di meschino, corrotto, cattivo è spesso ciò che si mostra di più quando si entra in una stanza per starci. Ma se si ha la pazienza di aspettare, allora appare poco a poco tutt’altro. Qui è difficile spiegarlo, perché ogni persona utilizzerà parole diverse. Si potrebbe dire che la grazia del Signore (perché si tratta certamente di una grazia) fa fuoriuscire da noi “il meglio di noi stessi” come dicono in alcune parti i nostri Statuti. E questo “migliore” è di sicuro una relazione d’amore personale con il Cristo o con il Padre. Dicevo: “se si ha pazienza di aspettare”. “Saper aspettare”, è questo il segreto della vita certosina.

Alcuni spettatori del film «Il Grande Silenzio» pensano che i certosini si disinteressano del mondo.

Se tutti fossimo certosini, evidentemente sarebbe un problema. La nostra vocazione non è la sola nella Chiesa. Ringraziando Dio. Ma ci si può chiedere se il bisogno più grande del mondo oggi non è quello di un «supplemento dell’anima», come diceva un non-cattolico, il filosofo Bergson. Allora, crediamo ad un’intercomunicazione tra le anime, a qualcosa che può passare dal nostro cuore al cuore di tutti gli uomini viventi nel mondo, se questo soffio è portato dalla grazia di Dio. Mettere amore nel cuore degli uomini, in pratica. Il nostro contributo alla vita del mondo, sarebbe proprio questo. È tremendamente esigente per noi: perché il soffio della grazia passa solo se diventa trasparente, ciò richiede una grande purificazione.

Cosa direste ad un giovane che aspira alla vita consacrata?

Ad un giovane che si sente attratto a donare tutta la sua vita a Dio, direi senza alcun dubbio: una vocazione consacrata è una cosa di Dio, non sua. La questione non è sapere ciò che più vi piace, ciò che più vi renderà felice. (Diffidate della domanda di “essere felici”; essa ha un senso legittimo, ma contiene spesso anche una trappola di egoismo). La questione primordiale è “ Cosa vuole Dio per me? Qual è il suo Piano d’Amore su di me?”

Dom Bulteau con giornalisti

Dom Bulteau con giornalisti

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celle

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interno chiesa

funzione funebre

funzione funebre

comunità riunita al cimitero

comunità riunita al cimitero

spaziamento

spaziamento

La vita interiore di F. Pollien capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

LO STATO GENERALE

166. Lo stato della società. – 167. Le idee della Bibbia. – 168. I secoli della fede. – 169. Le idee attuali.

166. Lo stato della società. – Questo male non è forse anche il grande male della società? Tutto in essa è ordinato per l’uomo; l’interesse umano domina tutto, ispira tutto, dirige tutto, riassume tutto. Qual posto occupa la gloria di Dio nelle famiglie, nelle associazioni, nei governi? Dov’è l’idea di Dio nell’industria, nel commercio, nelle scienze, nella politica, nella storia, e generalmente in tutte le relazioni sociali?…

L’interesse umano assorbe universalmente le idee, gli affetti e gli sforzi. Tutto converge lì. L’idea di Dio e della sua gloria va affievolendosi e scomparendo; l’uomo scaccia Dio. E con quale accanimento il laicismo si adopera a realizzare tale programma!

L’esempio della storia è forse quello che colpisce maggiormente. Esso dovrebbe rappresentare il quadro della gloria di Dio attraverso le vicissitudini umane, e dell’azione divina in mezzo ai turbamenti umani, invece non è se non il quadro scolorito delle convulsioni dell’umanità. Così, tutto mentisce alle sue origini ed al suo fine. È la grande eresia rivoluzionaria: l’uomo al posto di Dio.

167. Le idee della Bibbia. – Qual contrasto con ciò che mi presenta la Bibbia! Nella vita dei patriarchi si sente che Dio è tutto per essi. L’autorità della sua pre­senza, il soffio della sua ispirazione, la virtù del suo atto fluiscono continuamente su di loro. Essi vivono sotto il suo sguardo, del suo spirito e nelle sue mani. La storia intera del popolo eletto non è una lunga testimonianza dell’influsso del Signore sull’esistenza stessa del suo popolo?

Se le passioni umane cancellano il ricordo di Dio, i castighi lo richiamano e, sotto la verga, il grido che sfugge e che domanda la vittoria sui nemici, porrà sempre in primo luogo l’onore di Dio. Per amore del tuo nome salvaci, Signore (cf. Sal 78, 9); allorquando la vittoria è ottenuta, si rallegrano soprattutto perché Dio è stato glorificato (cf. Es 15, 1). Quando Mosè, Giuditta, Ester vollero ottenere la salvezza del loro popolo, invocarono la gloria del nome di Dio; ed è per questo che Dio salvò il suo popolo (cf. Sal 105, 8). Quale posto occupa nei salmi la gloria di Dio! Essa è lo scopo supremo e costante di questi canti sublimi.

168. I secoli della fede. – Nelle età e nei paesi della fede, quale posto pratico e vivo occupava Dio nelle abitudini dei popoli fedeli! Nulla lo esprimeva così al vivo quanto il linguaggio popolare. E’ nel tono della conversazione familiare che si riflette meglio lo stato dell’anima. Orbene, quando e come si parlava di Dio, nei tempi e nei luoghi in cui i pensieri di fede occupavano il posto principale? Il nome divino si udiva ad ogni istante con opportunità e verità ammirabili. Con quanta semplicità e profondità si diceva: Grazie a Dio, Dio sia benedetto, a Dio mercé, a Dio piacendo, coll’aiuto di Dio, ecc. Gli atti privati s’iniziavano col segno della croce; gli atti pubblici erano stesi nel nome della SS.ma Trinità; le leggi emanate nel nome di Dio. L’uso delle primízie, retaggio dell’antica legge, che a Dio consacrava i primogeniti di tutte le cose; l’autorità paterna, giudiziaria, civile, che agiva come per delegazione divina; il rispetto delle persone, delle solennità e delle cose sante; l’orrore e il castigo della bestemmia, e tanti altri usi, purtroppo così lontani dai nostri, attestano praticamente come l’idea divina occupava in tutto il primo posto. Dio era vivo nelle idee e nei costumi, negli usi e nelle istituzioni. La miseria umana si faceva sentire senza dubbio, poiché essa si afferma sempre, ma Dio si affermava al disopra di essa. Si sentiva che egli era il re delle anime e dei corpi, degli individui e dei popoli, del tempo e dell’eternità, e la sua regalità stava al disopra di tutto.

169. Le idee attuali. – Nel nostro secolo utilitarista, se ancora si ricorre a Dio, è per il bisogno che si ha di lui, più che per il motivo della sua gloria. Si conosce ancora l’amore di concupiscenza, ma l’amore di benevolenza e quello di compiacenza!… Chiedere prima di tutto che Dio sia glorificato e rallegrarsi di questo è compito di poche anime che diventano sempre meno numerose. Questa grande eresia, più o meno nota, che misconosce i diritti di Dio e si accanisce in tutti i modi per cancellarli dalle leggi e dai costumi, penetra dappertutto, anche nel bene, affievolisce le convinzioni, devia i sentimenti, altera lo zelo. Dio sa che i pensieri degli uomini sono un soffio (cf. Sal 93, 11). Perfino nel santuario e nel chiostro si è insinuata quest’atmosfera torbida e malsana, e lentamente, a piccole dosi, ma costantemente e sicuramente, essa inietta il suo veleno.

Oh! quanto è terribile dover camminare in questa nebbia fitta come le tenebre e respirare in quest’atmosfera grave come la morte! … E quanto è difficile rigettare il virus introdotto nell’organismo spirituale e risanare pienamente la vista, gli affetti, e le azioni!… Se tuttavia noi vogliamo vivere, dobbiamo farlo necessariamente e ad ogni costo, altrimenti il virus, insinuandosi ogni giorno più profondamente, ucciderà in noi ogni vitalità cristiana e causerà la putrefazione dei cadaveri. Signore, rendeteci conformi alle vostre idee, amanti del vostro nome, e zelanti della vostra gloria!

Gherardo Petrarca «Cum cane unico»

Gherardo Petrarca «Cum cane unico»

Mappa  Certosa Montrieux

Oggi voglio tornare a parlarvi di Francesco Petrarca, e del suo rapporto con i certosini tra i quali vi era entrato suo fratello Gherardo. Vi propongo una lettera che il sommo poeta scrisse a suo fratello alla fine del 1352.

«Cenavo per caso presso quella santissima ed ottima persona che fu il vescovo di Padova Ildebrandino, […] quand’ecco che il caso portò da noi due priori del tuo Ordine, uno italiano, l’altro francese.» Comincia così la lettera che Francesco Petrarca scrive al fratello Gherardo, probabilmente alla fine del 1352, per raccontargli del curioso incontro. Gherardo, minore di circa tre anni, aveva infatti pronunciato i voti presso la certosa provenzale di Montrieux (Mons Rivi) nel 1343: «con decisione improvvisa», si trova nei testi, dopo aver condiviso con il fratello poeta studi e spostamenti (compresa la famosa ascesa al Mont Ventoux).

La conversazione si protrae a lungo ed a un certo punto il vescovo comincia a interrogare i due monaci a proposito di Gherardo, «chiedendo loro quale vita conducessi, contento del tuo destino e della tua vocazione». I due priori si profondono in lodi di ogni tipo e infine raccontano quanto accaduto in occasione della grande pestilenza di qualche anno prima (la peste nera del 1348). Al primo manifestarsi del male il priore di Montrieux aveva esortato i trentacinque confratelli ad abbandonare la certosa e a mettersi in salvo, ma Gherardo si era opposto, e quando il priore aveva insistito, «tu gli rispondesti di nuovo, con più forza, che andasse pur egli dove credesse, ma che, quanto a te, saresti rimasto nel luogo affidatoti da Cristo». Il priore, che nel frattempo se n’era andato ed era morto poco dopo, non aveva del tutto torto: la peste si era abbattuta sul monastero, con estrema virulenza: uno dopo l’altro i certosini di Montrieux erano morti tutti.

Tutti tranne Gherardo, che, «solo nel monastero», aveva assistito all’agonia dei confratelli, «ricevendone le ultime parole e l’ultimo bacio»; ne aveva lavato i «gelidi corpi», li aveva preparati per le esequie e infine li aveva seppelliti, anche tre in un giorno, scavando da solo trentaquattro fosse e recitando l’ufficio dei defunti per ciascuno di essi; e alla fine, «solo in compagnia di un solo cane (solum te ad ultimum cum cane unico), sei rimasto a vegliare ogni notte dopo aver un pochino riposato durante il giorno».

«Trascorsa quella terribile estate», Gherardo era andato alla Grande Certosa e aveva chiesto nuovi confratelli e un nuovo priore per ripopolare Montrieux, cosa che i priori riuniti in capitolo gli avevano concesso, tributandogli insoliti onori: «Per la tua cura, la tua saggezza, la tua fede il monastero di Montrieux, un tempo venerando e poi reso deserto, era stato rifondato».

Alla fine del racconto il vescovo Ildebrandino è in lacrime e anche il Petrarca è visibilmente commosso. I due religiosi si volgono verso di lui e «ravvisando la mia somiglianza con te non so se per un monito di Dio o per un qualche intuito della mente, subito mi abbracciarono con pianto devoto e con gioia dicendo: “Te felice della pia devozione di tuo fratello!”» Questo il resoconto di una storia che sembrerebbe romanzata o di fantasia, ma che ahimè è accaduta realmente. Grazie all’autore fonte di questo post. Lode al Petrarca certosino, meno noto del celeberrimo fratello.

Reportage dalla Corea (parte I)

Reportage dalla Corea (parte I)

Galichet Bulteau  2012

Intervistatore, Dom Galichet e Dom Bulteau

A seguito di numerevoli richieste pervenutemi, voglio parlarvi dell’unica certosa sita in Asia. Per la precisione gli insediamenti monastici certosini in Corea sono due, uno per il ramo maschile e un altro per il ramo femminile. In questo articolo, vi propongo una interessante intervista rilasciata dal Padre Priore ad una rivista cattolica coreana il 4 gennaio del 2012. Questo testo, che vi proporrò in due articoli separati, sarà corroborato da alcune immagini inedite, che spero vogliate apprezzare.

Intervista rilasciata ad una rivista cattolica coreana

(4 gennaio 2012)

Perchè l’Ordine dei Certosini ha fondato una certosa in Corea?

All’inizio la Certosa era una realtà europea. E’ soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II che noi abbiamo ricevuto un invito a condividere il nostro carisma con altri continenti. Ad esempio, nel decreto sull’attività missionaria della Chiesa (Ad Gentes) alcuni passaggi ci hanno colpito, come questo: [Ad Gentes 18fin] (cfn40). Allora noi ci siamo detti; l’Asia ha una tradizione contemplativa, (come quella diverse volte citata ad esempio nei Sinodi dei Vescovi asiatici); perché non proporgli il nostro carisma di vita solitario?

Il Padre Priore Generale e il suo consiglio hanno quindi deciso di inviare due monaci per studiare in Asia le possibilità di una tale fondazione. Alcune nazioni erano a priori inaccessibili: per esempio la Cina o anche l’India (nelle quali non si accorda il permesso di soggiorno permanente a dei missionari non indiani). Noi abbiamo pensato alle Filippine, dove la Chiesa è presente da tempo, e alla Corea, dove la Chiesa si è sviluppata un po’ più tardi, ma dove è molto vivace. Dopo un’esplorazione in questi due paesi, la scelta è ricaduta sulla Corea (noi non avevamo abbastanza persone per fondare simultaneamente in entrambi i paesi).

Ci è sembrato possibile iniziare alla nostra vita solitaria dei coreani. Il carattere coreano è dotato di energia, è capace di sopportare la prova – ora la vita del solitario non è mai priva di prove. D’altra parte sembra esservi nella cultura coreana un certo orientamento verso l’interiorità, come lo si vede ad esempio nello sviluppo del monachesimo buddista.

Composizione della comunità (aggiornato al 2016)

Nella nostra certosa ci sono attualmente, come professi di voti solenni (tutti provenienti dall’Europa): 3 monaci claustrali, ossia monaci-preti (padri), e 2 monaci laici (fratelli). Ci sono 6 professi di voti temporali coreani, un novizio e un postulante coreano. Le prime due professioni perpetue di coreani sono previste per il 2017.

Differenza tra monaci preti e laici.

Noi preferiamo evitare l’espressione di monaci-preti, perché può generare errori sul senso della vocazione. Fondamentalmente in una certosa c’è un’unica comunità, ma organizzata in due gruppi. Il punto sul quale bisogna insistere è questo: la differenza dei due gruppi è una differenza nella forma di vita solitaria. I “monaci del chiostro” hanno una vita solitaria più accentuata. Essi restano nelle loro celle tutto il giorno, tranne le 3 uscite al giorno per andare a celebrare la Liturgia in Chiesa (inoltre, la domenica è maggiormente vita in comune e il lunedì c’è una passeggiata). I monaci laici hanno invece dei lavori da svolgere fuori dalle celle per circa 5 ore al giorno, mattino e pomeriggio. Il resto del tempo, (tranne la Liturgia) lo trascorrono anch’essi in cella. Queste due forme di vita hanno ognuna una sorta di ritmo, di equilibrio proprio. Esse non sono intercambiabili e richiedono attitudini leggermente differenti. Quanto al sacerdozio, è vero che tutti i monaci claustrali sono chiamati a diventare preti. Ma non è l’elemento fondamentale della vocazione del monaco claustrale. È un servizio (in seno al Corpo Mistico). Si deve insistere in Corea, dove il prete, in una parrocchia ha un grandissimo prestigio. Ciò può creare una certa pressione (ad esempio da parte della famiglia) per orientare il soggetto ipso facto verso il sacerdozio. Ma non è la strada giusta della vocazione certosina.

Storia del vostro arrivo in Corea

Il 1 gennaio del 2000, i primi due monaci fondatori hanno ottenuto il permesso di soggiorno in Corea. Erano P. Michel Bulteau ed io (Jean Paul Galichet), entrambi monaci della Grande Certosa in Francia. In effetti siamo arrivati all’aeroporto di Kimpo (non erano ancora Incheon) il 9 ottobre del 1999.

Il tempo passato tra l’arrivo e l’apertura ufficiale del monastero (2004) è stato un periodo abbastanza duro. Noi eravamo due francesi, che arrivavano in Corea ignorando quasi tutto della cultura, delle leggi e delle regole amministrative (così importanti quando si tratta di costruire) – e soprattutto la lingua. Per un europeo imparare un’altra lingua europea è facile. Apprendere il coreano è tutt’altra cosa! Ancora oggi, dopo più di 10 anni è il nostro maggior problema in Corea.

All’inizio, è stato difficile far capire ai coreani la ragione del nostro arrivo. Noi eravamo “degli stranieri” e il primo problema era farci accettare. Noi non avevamo posto sin da subito il problema di costruire il monastero. Dapprima, abbiamo studiato la lingua coreana, prima all’Università di Sogang, poi in scuole private e infine con lezioni private. Questo studio della lingua a tempo pieno si è protratto per più di tre anni. Allo stesso tempo, bisognava trovare un luogo per il monastero! E quando è giunto il momento di costruire, le difficoltà sono state enormi: sia difficoltà amministrative che tecniche. Noi dovevamo affrontare tutto ciò con il nostro piccolo bagaglio di conoscenze della lingua e del paese. Dobbiamo confessare che abbiamo conosciuto momenti di stress. Dal punto di vista amministrativo, eravamo per così dire in contrasto con gli orientamenti ufficiali sull’uso dei terreni. La Corea protegge la natura, protegge i terreni agricoli: è difficile ottenere un permesso di costruire un grande edificio in queste parti. Ora la nostra vocazione solitaria richiede che il nostro monastero sia in un luogo abbastanza isolato, quindi precisamente in una zona agricola! Di più abbiamo bisogno di un grande spazio: ogni monaco vive solo nella sua casetta, circondato da un piccolo giardino (è quella una “cella” del monaco certosino). Pensate l’organizzazione sul territorio anche solo di una decina di questi tipi di celle: occupa una superficie ben superiore ai limiti amministrativi di un monastero. Bisognava quindi ottenere dai funzionari una certa comprensione, trovare dei compromessi. E i richiedenti erano degli stranieri! Abbiamo conosciuto delle lunghissime attese, aspettando delle autorizzazioni ufficiali che tardavano ad arrivare, e senza sapere se finalmente sarebbero state accordate … la “notte oscura” insomma!

Ciò che ci ha permesso di superare tutte queste difficoltà, è che abbiamo trovato in Corea dei veri amici. È ciò che ci ha salvato. All’inizio, durante il periodo di apprendimento della lingua a Seul, i cappuccini ci hanno generosamente accordato una lunga ospitalità nella loro casa, e ci hanno aiutati in ogni modo. Per la fondazione, dei vescovi ci hanno concesso la loro fiducia, era ovviamente necessaria. Ciò che ci ha introdotti presso i vescovi fu Mons. Dupont, che conosceva bene la nostra casa madre, la Grande Certosa in Francia. Poi l’arcivescovo di Kwangju si è voluto far nostro garante per la nostra stabilizzazione in Corea. Poiché era difficile trovare un terreno adatto nella sua diocesi, non ha ostacolato la nostra richiesta di chiedere il permesso di fondare in un’altra diocesi e allora è toccato al vescovo di Andong (Mons. Pak Ignatius all’epoca) che ci ha accordato la sua fiducia. Devo dire che il suo successore attuale ci ha mostrato la stessa benevolenza, di cui siamo riconoscenti. Infine, l’Abbazia di Waegwan ci ha ceduto un terreno vicino Modong, sul quale aveva a suo tempo un progetto per costruire, poi abbandonato.

I monaci di Waegwan ci hanno grandemente aiutato per tutti i problemi amministrativi e tecnici, fino alla fine della costruzione. Non posso che rendere grazie a Dio, ed esprimere la mia profonda riconoscenza per tutti questi grandi amici, che ci hanno aiutato in modo totalmente disinteressato, senza aspettarsi alcun vantaggio per loro.

Dal punto di vista temporale, posso ricordare queste date:

9 ottobre 1999: i due monaci fondatori arrivano in Corea

Luglio 2000: acquisto del terreno offerto dall’abbazia di Waegwan

Gennaio 2002: i due fondatori lasciano Seul per stabilirsi sul territorio della diocesi di Andong che li accoglie. (Casa a Miwon, prestata dall’ospedale di Kottongné )

Luglio 2002: è concesso il permesso iniziale per costruire (ci sono voluti 2 anni!)

Inizio 2003: inizio dei lavori, (interrotti poi per circa 1-2 mesi per cambio dell’impresa a causa di problemi tecnici)

Dicembre 2003: fine della costruzione delle grandi opere: restano da fare le parti interne.

9 febbraio 2004 : arrivo di altri 2 monaci europei, per costituire la prima comunità certosina (2 altri monaci europei si aggiungeranno in seguito alla comunità nel 2008 e 2009).

marzo 2004 : inizio ufficiale del monastero. (Il primo postulante coreano arriverà a marzo 2005)

Orario: è lo stesso della Grande Certosa?

Sì, l’orario quotidiano è in sostanza lo stesso della Grande Certosa, ed è in pratica lo stesso di tutte le altre case. Per essere precisi, si può aggiungere che in ogni monastero si può avere un margine di libertà per alcuni punti dell’orario. È l’organizzazione della giornata che è concepita ovunque in modo simile, soprattutto per il rapporto tra la solitudine e la vita comune, o vita al di fuori della cella. Si osserva piuttosto, così come in Europa, una piccola differenza tra le grandi e le piccole comunità. – preciso subito che nella Certosa, una comunità di 20 monaci è già una “grande comunità”. Quindi nelle piccole comunità, si nota ad esempio che il noviziato è meno separato del gruppo di professi. Da noi i novizi hanno tutti le ricreazioni con i professi, ciò che non avviene in tutte le certose.

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Mappa satellitare

ingresso

Ingresso

Salita alla parte superiore

Salita alla parte superiore

Nel ringraziare l’amica Antonella per la traduzione di questo testo dal francese, vi ricordo, che la seconda parte dell’intervista continua in un prossimo articolo.

La vita interiore di F. Pollien capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

LO STATO DELLA MIA ANIMA

161. Il mio interesse. – 162. Quello di Dio. – 163. Essi non sono incompatibili. – 164. Nella vita spirituale. – 165. Se volessi scandagliare!…

161. Il mio interesse. – Quali tristi costatazioni dovrò forse fare confrontando la rettitudine di una vita bene ordinata, con la realtà di ciò che sono e di ciò che faccio! Nel bene che credo di fare, giacché ora non si tratta più di peccato formale; nel continuo succedersi delle azioni buone o indifferenti delle quali si compone la trama ordinaria dei miei giorni; in questa parte della mia vita, che è di gran lunga la più importante perché occupa il maggior tempo, qual è il compito abituale delle mie preoccupazioni, adesioni e sforzi? Ahimè! con grande verità e confusione, riconosco un centro di attrazione che domina e assorbe alquanto l’utilità umana, quella che confina coi bisogni del piacere e delle risorse. Le consuetudini dell’occhio, del cuore e delle braccia mi hanno reso attentissimo, troppo sensibile e abbastanza esperto su questo punto inferiore che, d’ordinario, esse superano di poco. Infatti è facile costatare come mi comporto nelle relazioni con le persone, le cose e gli avvenimenti ai quali è legata la mia esistenza quotidiana. I miei giudizi interni di pensiero, ed esterni di parole, non si elevano a riconoscere ed affermare, come bene o male, se non ciò che favorisce o contraria i piaceri o i vantaggi puramente umani. Io amo o detesto, secondo la minore o maggiore soddisfazione che provo. Ricerco o evito, per abitudine ed istinto, ciò che serve o nuoce umanamente. Dunque, la regola pratica di ciò che sono internamente e manifesto all’esterno, è spesso questa effimera e bassa utilità umana alla quale mi riduco.

162. Quello di Dio. – La perfezione richiede che il vantaggio umano sia dominato e illuminato da quello divino. Ma questa efficacia delle cose a promuovere un progresso delle anime in Dio, la conosco io forse? Ne so la portata? In teoria certamente, poiché ho letto, o almeno ho sentito le massime del vangelo in cui il Maestro divino ne traccia sì luminose regole. Ma queste massime, fermento divino, le ho sapute unire ai tre gradi della mia pietà, per elevare e trasformare i miei pensieri, i miei sentimenti, la mia condotta? Tutto ciò che nostro Signore chiama beatitudini (cf. Mt 5, 3-11): povertà, mitezza, lacrime, fame e sete di giustizia, misericordia, amore della pace, persecuzioni, calunnie, maledizioni, tutte queste cose il mondo le chiama disgrazie e stoltezze. Le mie conversazioni e la mia condotta sono più conformi a Dio che al mondo?… Per l’amore dei nemici, delle croci, delle privazioni, della vita nascosta, semplice e sobria; per l’odio di sé, dei parenti e di tutto ciò che è occasione di scandalo e ostacolo alla vita divina; per la fiducia nella divina Provvidenza, l’efficacia della preghiera, l’utilità del digiuno, l’abnegazione dell’elemosina, in una parola, per i consigli evangelici, sono io profondamente degno di essere chiamato il discepolo di Gesù?… Nelle vicende giornaliere, generali o particolari, qual preoccupazione ho io e qual facilità a vedere il progresso del regno di Dio in me e nell’umanità? Non è questo, forse, il vero significato degli avvenimenti? Così è inteso da Dio e dai suoi fedeli. Ma quanto sono ancora difforme dal pensiero di Dio! e quanto lontano dalla convinzione dei suoi fedeli! Il mondo umano mi è abbastanza aperto, ma il mondo divino mi è troppo chiuso.

163. Essi non sono incompatibili. – Il male, inoltre, non consiste nel pensare ai miei interessi o nel vedere l’utilità delle cose. La mia soddisfazione può anche essere appagata; spesso, anzi, deve servire alla gloria di Dio. Non lo ripeterò abbastanza a me stesso: Dio, per la sua gloria e per la mia felicità in lui, vuole che io cresca, che perfezioni per lui la mia mente, il mio cuore, i miei sensi. Per questo vuole che io adoperi i mezzi posti a mia disposizione. Per far buon uso dei mezzi, vuole inoltre che mi serva anche del piacere creato. Dunque, nessuna incompatibilità fra la mia soddisfazione e la sua gloria; l’una non esclude l’altra, l’una richiama l’altra. La soddisfazione non deve però dominare, né restare puramente umana. Nel corso ordinario della mia vita, non so davvero se vi sia un pensiero, un affetto, un atto, in cui la gloria di Dio abbia avuto assolutamente il suo posto, eccetto qualche occasione, in cui ho pienamente accettato una sofferenza.

164. Nella vita spirituale. – Nel campo spirituale, almeno, le mie vie sono più diritte? Qui senz’altro, io cerco un po’ di più l’interesse personale. Le pratiche di pietà mi sembrano buone quando mi appagano, e chiamo buona una giornata che mi ha dato molte soddisfazioni. Ciò che non mi appaga mi sembra cattivo. Qual è la regola di questi giudizi? La mia soddisfazione personale.

Nella comunione, nella meditazione, nella preghiera, cerco le consolazioni. Benissimo! purché per mezzo di queste io mi ecciti e mi fortifichi per adempiere il mio dovere. Quanto ha bisogno di gioia l’anima per essere zelante nel servizio di Dio!… Ma, goloso nella devozione come nei cibi, cerco ciò che piace al palato più di ciò che fortifica e purifica. Qual è il motivo della mia fedeltà a certe pratiche in certi giorni? o delle mie infedeltà a certe altre in altri giorni? Amante fantasioso, al quale piacciono poco i duri lavori ed i seri profitti, mi lascio attrarre maggiormente dalla bellezza dei fiori o dal sapore di certi frutti, che non contengono nulla e non valgono più del loro contenuto. Dove posso gustare questa bellezza e questa dolcezza, mi sembra che tutto sia eccellente, compreso me stesso; sono soddisfatto. Ma viene il freddo o l’aridità che fa cadere i fiori e i frutti; l’orto delizioso delle pratiche di pietà è vuoto ed io pure; esso non vale più nulla ed io meno ancora; abbandono tutto e mi scoraggio. Praticamente, dunque, e troppo spesso, è la gioia che godo o che godrò che mi porta a scegliere, a fare o a lasciare le mie pratiche di pietà. Strano modo di giudicare di esse; povere pratiche, troppo piene di me e troppo vuote di Dio!

Nelle altre opere soprannaturali, ad esempio quelle di zelo e di carità, quale posto occupa la preoccupazione della stima, la ricerca della lode, il bisogno della ricono­scenza, il desiderio del successo! Che bisogno impellente di compiacermi in ciò che faccio! … E quando non vi ho raccolto questa messe, come sono triste e scoraggiato! Non misuro troppo volentieri il valore del mio lavoro dalla quantità di gioia che mi apporta? Non vi aderisco in proporzione della consolazione che mi arreca? Non mi ci dedico nella misura in cui mi appaga? Giudizi, affetti, azioni sono ancor troppo regolati dalla ricerca personale.

165. Se volessi scandagliare!… – Vita naturale, vita spirituale, tutto in me è quasi ispirato, regolato, diretto, dominato dalla mia soddisfazione. Qual terribile esame di coscienza, se volessi penetrare gli intimi particolari dei miei pensieri, affetti ed azioni! … Come vedrei il maledetto istinto della mia soddisfazione egoista soppiantare più o meno la gloria di Dio!… Oh, non saprò mai fino a qual punto la mia vita sia un disordine!… L’io dappertutto per primo… Dio messo di continuo al secondo posto o bandito. In ciò che faccio, in ciò che mi accade, in ciò che ricevo o che evito, l’io è al primo posto; amo per me, detesto per me… Come mi aiuta a glorificare Dio la mia soddisfazione? Quale slancio di libertà essa arreca alle mie potenze per usarle in modo fruttuoso? Questa duplice domanda, di fronte alle cose ed ai loro piaceri, dominerà, sempre dall’alto ed efficacemente, una ragione giudicata abbastanza pratica per tradurre in atto le sue convinzioni. Ed io?… Trascinato dalla sollecitudine del mio profitto o del mio benessere umano, non saprei guardare per primo, in me, se non le mie convenienze, e nelle creature, la loro corrispondenza ai miei gusti. Signore, ho mai pensato a ciò che è una vita retta e al posto che a voi spetta?

Fra Gonçalo Hernández: dell’umiltà il suo abito monastico

Fra Gonçalo Hernández: dell’umiltà il suo abito monastico

certosino in nebbia

Oggi voglio proporvi un’altra storia di vita esemplare, poco nota, vissuta all’interno di una certosa. La storia di Gonçalo Hernández, un fratello converso di Porta Coeli, che ha fatto dell’umiltà il suo abito monastico.

 

Fratello Gonçalo Hernández Professo di Porta Coeli

Gonçalo Hernández nacque a Cantillana, nei pressi di Siviglia. I suoi genitori di condizioni modesta, erano onesti e profondamente cristiani. Egli entrò molto giovane, come servo, nella casa dei nostri Padri di Siviglia, e un po’ più tardi nella Certosa di Jerez. Nel 1575, viaggiò a Roma per ottenere le indulgenze del Giubileo. Tornato alla Spagna, un giorno in cui passava attraverso Valencia, sentì il bisogno di visitare la Certosa di questa città. Fu lì, si può dire per chiedere lavoro.

Ma Dio aveva altri piani per lui!

Era un gran bel giovane, ben vestito, dimostrava in tutta la sua persona un’aria di distinzione che seduceva. Il fratello portinaio, sorpreso di vedere un viaggiatore di questa condizione alla ricerca di lavoro, cercò di dissuaderlo, con il pretesto che le persone della casa erano sufficienti per le esigenze attuali. Date le insistenze del viaggiatore: «Forse, disse lui, ti occuperai della cucina; eppure sarà solo sotto gli ordini dei servi.» Gonçalo non chiedeva altro che questo: l’ultimo posto ed i lavori più piccoli. «Qualunque cosa facciano per me, sarò felice. Oltre a questo, io non sono degno tranne di disprezzo.»

Impossibile trovare allo stesso tempo più candore e lealtà. Il procuratore lo impiegò effettivamente in questa obbedienza. Gli aiutanti, grossolani e chiassosi per la maggior parte, trattavano indegnamente il nuovo arrivato. All’assenza del cuoco, c’era un corso di detti sarcastici ed equivoci, a volte osceni. Gonçalo non si allontanò un solo giorno del suo atteggiamento umile e riservato.

Più ammirevole fu anche la sua pazienza, con un povero Fratello che trascorse diversi anni allettato. Paralizzato in tutte le membra, non poteva fare una mossa senza l’aiuto di qualcuno. Hernández fu uno di coloro che trascorse più tempo al capezzale del caro malato. Eseguì questo ministero di carità otto anni di seguito: i primi sei come servo, gli altri due nella qualità di Converso. E questo senza mai esprimere la minima ripugnanza o fastidio.

Dopo aver dato le prove evidenti della solidità della sua virtù, Gonçalo Hernández fu ammesso a prendere l’abito dell’Ordine. Questo fu per lui l’occasione per raddoppiare il suo fervore al servizio di Dio. Obbedire non gli costava nulla. Da bambino, si prestava volentieri a tutti i sacrifici che gli imponeva l’umile condizione della sua famiglia. Una volta introdotto nella milizia del chiostro, si elevò improvvisamente senza uno sforzo visibile, fino al terzo grado di obbedienza. Poco gli importava di essere qui o là; oggi in un’obbedienza, domani in un’altra. Dal momento in cui era consapevole di fare la volontà dei suoi superiori, il resto era indifferente per lui.

Tuttavia, verso la fine della sua vita, esprimeva timidamente un desiderio che lo tormentava, era il desiderio di lavorare nella chiesa sotto gli ordini del sagrestano. È perché considerava le ore trascorse davanti al Santissimo Sacramento, come le migliori della giornata. Questo favore, al quale egli dava tanta importanza, il Priore ritenne di non affidargliela. Ma il buono Fratello si consolò consacrando al nostro Signore nel tabernacolo, quei rari momenti liberi che gli consentiva la sua obbedienza.

L’amore divino da cui era consumato, dava al suo volto una grazia speciale e alle sue parole un unzione penetrante. Dio, il cielo, la grazia, questo non lasciava. Quando si dirigeva al lavoro, camminava con gli occhi modestamente bassi, pensando nella brevità del tempo e nell’instabilità delle cose umane, diceva lui; inoltre si fermava raggiante alla vista delle bellezze della creazione. E non potendo più contenersi, cantava le canzoni della sua infanzia in onore della maestà divina.

Il dono della preghiera, quando prende possesso di un’anima, è quasi sempre accompagnato dal dono delle lacrime. Ed è durante l’Ufficio Divino della notte che le lacrime del caro Fratello correvano più abbondantemente. Invano provava di ricomporsi, uscendo della chiesa sotto il pretesto di indisposizione. Subito dopo il ritorno alla chiesa, le lacrime riprendevano il loro corso e non seccavano.

D’altra parte, la grande attrazione che sentiva da termpo per le penitenze corporali cresceva di giorno in giorno. Oltre alle pratiche utilizzate nell’Ordine, ottenne licenza di prendere solo un paio d’ore di sonno su assi di legno semplici, tanto in estate come in inverno.

Un fatto rivelerà quanto quest’anima era semplice e potente sul cuore di Dio. Mentre eseguiva la carica di portinaio, un abitante di Valencia si presentò presso il monastero. Il suo camminare insicuro denotava una debolezza nelle gambe. Una, infatti, era coperta con ulcere. Con questa visione, il nostro Fratello pieno di pietà si mise in preghiera e benedì il povero malato. Le ferite si chiusero nello stesso giorno.

Fedele agli impegni della sua professione, il Fratello Hernández rimase fino alla fine un modello di pietà, di umiltà, di obbedienza. Si spense in queste disposizioni felici, all’età di settantadue anni (7 novembre 1610).

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