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“CARTHUSIA” Il profumo di Capri

“CARTHUSIA”

IL PROFUMO DI CAPRI


Oggi vi voglio raccontare le vicende legate alla nascita di un noto profumo, che trae  le sue origini nella splendida isola di Capri. In questo luogo, per volere di Jacopo Arcucci, tesoriere della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, nel 1371 fu fondata la certosa di San Giacomo. Gli episodi che mi appresto a raccontarvi, vedono protagonisti i monaci certosini inconsapevoli “profumieri”. La leggenda narra che nel 1380, il Priore della certosa di San Giacomo preso alla sprovvista dalla notizia dell’arrivo a Capri della regina Giovanna, raccolse i fiori più belli dell’isola per accogliere degnamente la sovrana. I fiori rimasero per tre giorni nella stessa acqua, ed al momento di buttarli, poiché appassiti, il priore sorpreso si rese conto che l’acqua emanava una sublime fragranza. Incuriosito, chiamo un suo confratello esperto in alchimia, il quale riuscì ad individuare che l’odore soave derivava dal “Garofilum Silvestre Caprese”, fu così che nacque il primo profumo di Capri. A questo episodio leggendario fa seguito molti secoli dopo, un episodio storico ovvero documentato.

Nel 1948, l’allora priore della certosa caprese essendo venuto in possesso delle vecchie formule dei profumi anticamente elaborate dai monaci, dopo aver avuto una licenza dal Papa, le rivelò ad un chimico piemontese, il dottor Jovino, che le riprodusse, creando a Capri il più piccolo laboratorio al mondo di profumi, denominandolo “Carthusia” cioè “Certosa”. Da quel momento, seguendo gli stessi metodi di lavorazione usati dai monaci certosini, la tradizione si perpetua dando vita ad un prodotto artigianale realizzato con materie prime di elevata qualità.


Urbano II

URBANO II

(ODDONE EUDES DI LAGERY)


Oggi voglio illustrarvi la figura del pontefice Urbano II, che come Ugo di Chateauneuf fu alunno di San Bruno, ed anch’egli è stato un personaggio importante per lo sviluppo dell’Ordine certosino.

Oddone di Lagery, nasce intorno al 1040 nei pressi di Châtillon-sur-Marne da una nobile famiglia francese. Venne da subito educato all’insegnamento cristiano, studiò poi a Reims diventando arcidiacono. Successivamente dietro consiglio del suo insegnante maestro Bruno, lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore. Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso il Papa Gregorio VII, il quale un anno dopo lo chiama in Italia e lo nomina vescovo di Ostia e Velletri, succedendo a Pier Damiani. Successivamente per due volte ebbe l’incarico di Legato pontificio in Germania, nella controversia con l’imperatore Enrico IV. Ottone fu uno dei più importanti ed attivi sostenitori delle riforme gregoriane e fu per questo che Gregorio lo nominò come suo possibile successore. Ma alla morte di Gregorio VII venne però eletto Desiderio, abate di Monte Cassino, che prese il nome di Papa Vittore III. Il suo pontificato durò poco e fu molto travagliato, in quanto imperversava in Roma anche l’antipapa Clemente III. Il giorno 8 marzo 1088 nel corso di un piccolo conclave di circa 40 tra cardinali ed altri prelati, tenutosi a Terracina, fu eletto pontefice Ottone, che succedeva a Vittore III, egli fu il159° papa della Chiesa cattolica, ed assunse il nome di Urbano II. Ma inizialmente non potè entrare in Roma per la presenza dell’antipapa Clemente III e si dovette fermare all’Isola Tiberina dove visse di elemosine. Poi il 3 luglio 1089 entrò trionfalmente a Roma mentre l’antipapa Clemente III (1080-1100) voluto dall’imperatore Enrico IV, fuggì a Tivoli. Insediatosi sul soglio Pontificio Urbano II, proseguì ed attuò la riforma di Papa Gregorio VII con grande determinazione, ed in vari sinodi confermò la lotta contro la simonia e l’investitura laica e si espresse a favore del celibato del clero e della rinnovata opposizione all’imperatore Enrico IV. Da Roma si spostò viaggiando nell’Italia meridionale dove riunì il noto Concilio di Melfi, poi raggiunse la famosa abbazia di Cava dei Tirreni, per consacrarne la stupenda chiesa e recandosi in pellegrinaggio a Montecassino, sulla tomba di San Benedetto, si narra che ottenne la guarigione dai calcoli renali. Raggiunse poi Bari per consacrare la basilica di San Nicola, ove vi ripose le reliquie del santo portate dall’Oriente.

E’ in questo clima difficile, che il pontefice Urbano II decide di chiamare il suo maestro Bruno, nel frattempo ritiratosi nel “deserto” di Chartreuse, per poter ottenere saggi consigli. Per Bruno fu un gran dolore doversi distaccare dai suoi confratelli, ma dovette obbedire. A seguito della sua partenza i suoi compagni, smarriti, avevano deciso di abbandonare la vita eremitica, poi fortunatamente essi compresero che il loro isolamento monastico non doveva dipendere dalla presenza del fondatore ma dal Signore, e vi tornarono. La  presenza di Bruno a Roma va dall’autunno del 1089 all’estate del 1090, il fondatore dei certosini probabilmente non partecipò al Concilio di Melfi, ma seguì successivamente il papa quando fu costretto a fuggire da Roma per rifugiarsi presso i normanni in Calabria. Urbano II decise di offrire a Bruno il vescovado di Reggio Calabria, ma egli lo rifiutò chiedendo al Papa di poter tornare alla vita contemplativa. Il pontefice accettò la richiesta, ma a condizione che Bruno restasse in Calabria, in territorio normanno. Così grazie alla munificenza del conte Ruggiero in località Santa Maria della Torre, a 850 metri d’altezza in un luogo boscoso ed impervio, Bruno riceve ed accetta l’offerta di un terreno, che ritiene idoneo  per poter ricominciare la sua vita eremitica. In questo luogo verrà edificata la certosa che inizialmente prenderà il nome di Santa Maria della Torre, la cui chiesa verrà consacrata il 15 agosto del 1094. Bruno, continuerà ad assistere Urbano II, seguendolo e consigliandolo nelle difficili decisioni che stava per prendere. Nel marzo del 1095 il papa indisse il Concilio di Piacenza dove ricevette un ambasciatore dell’Imperatore Bizantino Alessio I Comneno, che chiedeva aiuto contro i musulmani. Poi il 27 novembre dello stesso anno in Francia al Concilio di Clermont, Urbano II proclamò la “prima crociata”, provocando un grande entusiasmo tra le migliaia di persone accorse, che al grido “Dio lo vuole” partirono per la spedizione con l’intento di strappare la Terra Santa dalle mani dei musulmani. Il pontefice continuò la sua instancabile opera per portare l’Italia meridionale saldamente nella sfera d’influenza cattolica, viaggiando e tenendo sinodi. Ritornato a Roma nell’aprile del 1099, tenne il suo ultimo concilio in S. Pietro, ma . La notizia della presa di Gerusalemme del 15 luglio 1099, però, non arriverà in tempo al capezzale di Urbano II, il quale muore il 29 luglio dello stesso anno. La figura di questo pontefice è quindi legata alla prima crociata, ma i fedeli lo venerarono principalmente per la sua vita austera ed ascetica. Principalmente in Francia si diffuse la sua devozione, ed il vescovo di Reims chiese a papa Leone XIII la conferma di questo culto, che fu approvato il 14 luglio 1881 con il titolo di beato,  la data della  sua celebrazione fu fissata per il 29 luglio.

“L’ulivo di San Bruno”

L’ULIVO DI SAN BRUNO


Oggi vogliamo illustrarvi, la leggenda del cosiddetto “ulivo di San Bruno” situato a Sorianello, un borgo nei pressi di Soriano Calabro, paesino poco noto fino all’anno mille, che si sviluppò in concomitanza dell’arrivo dei Normanni. Il Conte Ruggero, pose il paese sotto la sua Signoria con il titolo di feudo, ed a causa della sua ubicazione divenne importante poiché si trovava tra la comunità monastica certosina di Serra San Bruno e Mileto dove il Conte risiedeva. Tra i frequentatori della corte di Ruggero, vi erano prelati, dignitari, principi ed uomini di pensiero nonché San Bruno amico e consigliere del Conte, che sovente si recava in visita al suo benefattore. La leggenda che ci è stata tramandata nel corso dei secoli, ci narra che il Santo fondatore dei certosini durante il tragitto per Mileto, amava fermarsi per riposarsi e pregare all’interno del fusto, tozzo e cavo, di un millenario albero di ulivo. Oggi, grazie alla comunità monastica di Serra che volle nel 1884, acquistare quel luogo, dietro l’ulivo sorge una chiesetta dedicata a San Bruno, all’interno della quale vi è una lapide marmorea con iscrizione latina che ricorda l’episodio. Nelle vicinanze della chiesa troviamo una scultura in granito, raffigurante San Bruno con i salmi in mano vicino all’affascinante ulivo venerato come sacro.

Messaggio di S.S.Giovanni Paolo II al Ministro Generale dell’Ordine dei certosini

Messaggio di S.S.Giovanni Paolo II

al Ministro Generale dell’Ordine dei certosini

14 maggio 2001


Al Reverendo Padre Marcellin Theeuwes Priore di Chartreuse Ministro generale dell’Ordine dei Certosini e a tutti i membri della famiglia certosina

1. Mentre i membri della famiglia certosina celebrano il nono centenario della morte del loro fondatore, insieme ad essi rendo grazie a Dio che ha suscitato nella sua Chiesa la figura eminente e sempre attuale di san Bruno. Con una preghiera fervente, apprezzando la vostra testimonianza di fedeltà alla Sede di Pietro, mi associo volentieri alla gioia dell’Ordine certosino, che ha in questo “padre molto buono e incomparabile” un maestro di vita spirituale. Il 6 ottobre 1101, “ardente di amore divino”, Bruno lasciava “le ombre fuggitive del secolo” per raggiungere definitivamente i “beni eterni” (cfr Lettera a Raul, n. 13). I fratelli dell’eremo di Santa Maria della Torre, in Calabria, ai quali aveva dato tanto affetto, non potevano aver dubbi sul fatto che questo Dies natalis avrebbe inaugurato un’avventura spirituale singolare che ancora oggi produce frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo. Testimone del fremito culturale e religioso che scuoteva a quell’epoca l’Europa nascente, artefice nella riforma che la Chiesa desiderava realizzare di fronte alle difficoltà interne che incontrava, dopo essere stato un insegnante stimato, Bruno si sentì chiamato a consacrarsi al bene unico che è Dio stesso. “Vi è nulla di così buono come Dio? Vi è un altro bene oltre Dio solo? Così l’anima santa che percepisce questo bene, il suo incomparabile fulgore, il suo splendore, la sua bellezza, arde della fiamma del celeste amore e grida: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò vedrò il volto di Dio”” (Lettera a Raul, n. 15). Il carattere radicale di questa sete spinse Bruno, nell’ascolto paziente dello Spirito, a inventare con i suoi primi compagni uno stile di vita eremitico, dove ogni cosa favorisce la risposta alla chiamata di Cristo che, in ogni tempo, sceglie uomini “per condurli in solitudine e unirsi a loro in un amore intimo” (Statuti dell’Ordine dei Certosini). Con questa scelta di “vita nel deserto” Bruno invita tutta la comunità ecclesiale a “non perdere mai di vista la suprema vocazione, che è di stare sempre con il Signore” (Vita consecrata, n. 7). Bruno manifesta il suo vivo senso della Chiesa, lui che fu capace di dimenticare il “suo” progetto per rispondere agli appelli del Papa. Consapevole del fatto che il cammino lungo la via della santità non si può concepire senza l’obbedienza alla Chiesa, ci mostra che vera vita nella sequela di Cristo significa mettersi nelle sue mani, manifestando nell’abbandono di sé un supplemento di amore. Un simile atteggiamento lo manteneva sempre nella gioia e nella lode costanti. I suoi fratelli osservarono che “aveva sempre il volto raggiante di gioia e la parola modesta. Con il vigore di un padre, sapeva dimostrare la sensibilità di una madre” (Introduzione alla Pergamena funebre dedicata a san Bruno). Queste delicate parole della pergamena funebre esprimono la fecondità di una vita dedicata alla contemplazione del volto di Cristo, fonte di efficacia apostolica e motore di carità fraterna. Possano i figli e le figlie di san Bruno, sull’esempio del loro padre, continuare instancabilmente a contemplare Cristo, montando così “una guardia santa e perseverante, in attesa del ritorno del loro Maestro per aprirgli non appena busserà” (Lettera a Raul, n. 4); ciò costituisce un appello incoraggiante affinché tutti i cristiani restino vigili nella preghiera al fine di accogliere il loro Signore! 2. Dopo il Grande Giubileo dell’Incarnazione, la celebrazione del nono centenario della morte di san Bruno acquisisce oggi ulteriore rilievo. Nella Lettera Apostolica Novo Millennio ineunte invito tutto il popolo di Dio a ripartire da Cristo, per permettere a quanti sono assetati di senso e di verità di udire battere il cuore di Dio e il cuore della Chiesa. La Parola di Cristo, “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), invita tutti coloro che portano il nome di discepoli ad attingere da questa certezza un rinnovato slancio nella loro vita cristiana, forza ispiratrice del loro cammino (cfr Novo Millennio ineunte, n. 29). La vocazione alla preghiera e alla contemplazione, che caratterizza la vita certosina, dimostra in modo particolare che solo Cristo può apportare alla speranza umana una pienezza di significato e di gioia. Come dubitare, allora, per un solo istante che una simile espressione del puro amore dia alla vita certosina una straordinaria fecondità missionaria? Nel ritiro dei monasteri e nella solitudine delle celle, pazientemente e silenziosamente, i certosini tessono la veste nuziale della Chiesa, “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21, 3); essi presentano quotidianamente il mondo a Dio e invitano l’intera umanità alla festa nuziale dell’Agnello. La celebrazione del sacrificio eucaristico costituisce la fonte e il culmine di tutta la vita nel deserto, conformando all’essere stesso di Cristo quanti si abbandonano all’amore, al fine di rendere visibili la presenza e l’azione del Salvatore nel mondo, per la salvezza di tutti gli uomini e per la gioia della Chiesa. 3. Nel cuore del deserto, luogo di prova e di purificazione della fede, il Padre conduce gli uomini lungo un cammino di spoliazione che si oppone a tutte le logiche dell’avere, del successo e della felicità illusoria. Guigues il Certosino non cessava di incoraggiare quanti volevano vivere secondo l’ideale di san Bruno a “seguire l’esempio di Cristo povero (per)… prendere parte alle sue ricchezze” (Sur la vie solitaire, n. 6). Questa spoliazione passa attraverso una rottura radicale con il mondo, che non è disprezzo del mondo, ma un orientamento preso per tutta l’esistenza in una ricerca assidua dell’unico Bene: “Mi ha sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger 20, 7). Beata è la Chiesa che può disporre della testimonianza certosina di disponibilità totale allo Spirito e di una vita totalmente dedita a Cristo! Invito dunque i membri della famiglia certosina, attraverso la santità e la semplicità della loro vita, a restare come una città sopra un monte e come una lucerna sopra il lucerniere (cfr Mt 5, 14-15). Radicati nella Parola di Dio, dissetati dai Sacramenti della Chiesa, sostenuti dalla preghiera di san Bruno e dei fratelli, che essi restino per tutta la Chiesa e al centro del mondo “luoghi di speranza e di scoperta delle Beatitudini, luoghi nei quali l’amore, attingendo alla preghiera, sorgente della comunione, è chiamato a diventare logica di vita e fonte di gioia” (Vita consecrata, n. 51). Espressione sensibile di un’offerta di tutta la vita vissuta in unione con quella di Cristo, la vita in clausura, facendo percepire la precarietà dell’esistenza, invita a contare su Dio solo. Essa acuisce la sete di ricevere le grazie concesse dalla meditazione della Parola di Dio. È anche “il luogo della comunione spirituale con Dio e con i fratelli e le sorelle, dove la limitazione degli spazi e dei contatti opera a vantaggio dell’interiorizzazione dei valori evangelici” (Ibidem, n. 59). La ricerca di Dio nella contemplazione è in effetti inscindibile dall’amore dei fratelli, amore che ci fa riconoscere il volto di Cristo nel più povero fra gli uomini. La contemplazione di Cristo vissuta nella carità fraterna resta il cammino più sicuro della fecondità di ogni vita. San Giovanni non cessa di ricordarlo: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4, 7). San Bruno l’aveva compreso bene, lui che non ha mai scisso la priorità che per tutta la sua vita ha conferito a Dio dalla profonda umanità di cui era testimone fra i suoi fratelli. 4. Il nono centenario del Dies natalis di san Bruno mi dà l’opportunità di rinnovare la mia viva fiducia all’Ordine dei certosini nella sua missione di contemplazione gratuita e d’intercessione per la Chiesa e per il mondo. Sull’esempio di san Bruno e dei suoi successori, i monasteri di Chartreuse non cessano di risvegliare la Chiesa alla dimensione escatologica della sua missione, ricordando le meraviglie che Dio opera e vegliando nell’attesa del compimento ultimo della speranza (cfr Vita consecrata, n. 27). Sentinella instancabile del Regno che viene, cercando di “essere” prima di “fare”, l’Ordine certosino dà alla Chiesa vigore e coraggio nella sua missione, per andare al largo e per permettere alla Buona Novella di Cristo di infiammare tutta l’umanità. In questi giorni di festa dell’Ordine, prego ardentemente il Signore di far risuonare nel cuore di numerosi giovani l’appello a lasciare ogni cosa per seguire Cristo povero, lungo il cammino esigente ma liberatore dell’iter certosino. Invito inoltre i responsabili della famiglia certosina a rispondere senza paura agli appelli delle giovani Chiese a fondare monasteri nei loro territori. Con questo spirito, il discernimento e la formazione dei candidati che si presentano devono essere oggetto di un’attenzione rinnovata da parte dei formatori. In effetti, la nostra cultura contemporanea, segnata da un forte sentimento edonistico, dal desiderio di possesso e da una concezione erronea della libertà, non agevola l’espressione della generosità dei giovani che vogliono consacrare la loro vita a Cristo, desiderando procedere, nella sua sequela, lungo il cammino di una vita di amore oblativo, di servizio concreto e generoso. La complessità del cammino personale, la fragilità psicologica, le difficoltà di vivere la fedeltà nel tempo, invitano a far sì che nulla venga trascurato per offrire a quanti chiedono di entrare nel deserto della Chartreuse una formazione che comprenda tutte le dimensioni della persona. Inoltre, si presterà particolare attenzione alla scelta di formatori capaci di seguire i candidati lungo il cammino della liberazione interiore e della docilità allo Spirito Santo. Infine, sapendo che la vita fraterna è un elemento fondamentale del cammino delle persone consacrate, s’inviteranno le comunità a vivere senza riserve l’amore reciproco, sviluppando un clima spirituale e uno stile di vita conformi al carisma dell’Ordine. 5. Cari figli e care figlie di san Bruno, come ho ricordato alla fine dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Vita consecrata, “Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi” (n. 110). Nel cuore del mondo, rendete la Chiesa attenta alla voce dello Sposo che parla al suo cuore: “Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). Vi incoraggio a non rinunciare mai alle intuizioni del vostro fondatore, anche se l’impoverimento delle comunità, la diminuzione delle entrate e l’incomprensione suscitata dalla vostra scelta di vita radicale potrebbero portarvi a dubitare della fecondità del vostro Ordine e della vostra missione i cui frutti appartengono misteriosamente a Dio! A voi, cari figli e care figlie della Chartreuse, che siete gli eredi del carisma di san Bruno, spetta conservare in tutta la sua autenticità e la sua profondità la specificità del cammino spirituale che vi ha mostrato con la sua parola e il suo esempio. La vostra gustosa conoscenza di Dio, alimentata nella preghiera e nella meditazione della sua Parola, invita il popolo di Dio ad estendere il proprio sguardo agli orizzonti di un’umanità nuova alla ricerca della pienezza del suo significato e di unità. La vostra povertà offerta per la gloria di Dio e la salvezza del mondo è un’eloquente contestazione delle logiche di redditività e di efficacia che spesso chiudono il cuore degli uomini e delle nazioni ai veri bisogni dei loro fratelli. La vostra vita nascosta con Cristo, come la Croce silenziosa piantata nel cuore dell’umanità redenta, resta in effetti per la Chiesa e per il mondo il segno eloquente e il richiamo permanente del fatto che ogni essere, oggi come ieri, può lasciarsi afferrare da Colui che è solo amore. Affidando tutti i membri della famiglia certosina all’intercessione della Vergine Maria, Mater singularis Cartusiensium, Stella dell’Evangelizzazione del terzo millennio, vi imparto un’affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i benefattori dell’Ordine.

Dal Vaticano, 14 maggio 2001

GIOVANNI PAOLO PP. II


“La monachella di San Bruno”

LA MONACHELLA DI SAN BRUNO

(1875-1953)


In questo articolo, voglio narrarvi la storia di Mariantonia Samà meglio nota come la monachella di San Bruno. Ella nacque il 2 marzo del 1875, a Sant’Andrea dello Ionio, in provincia di Catanzaro figlia unica fu cresciuta solo dalla madre poiché il padre Bruno morì prima della sua nascita. La sua infanzia fu caratterizzata da una profonda povertà, insieme alla madre viveva in un tugurio senza luce, acqua e pieno di umidità. Mariantonia seguiva la mamma nel lavoro dei campi, malvestita, scalza e spesso malnutrita, in condizioni di estrema miseria tipiche delle popolazioni dei paesini montani calabresi alla fine dell’Ottocento. All’età di circa dodici anni, Mariantonia dopo aver accompagnato la madre a fare il bucato al fiume, nel ritornare a casa, tormentata dalla sete decide come suo solito di abbeverarsi ad una pozza d’acqua. Dopo esser tornata a casa la bambina cominciò a stare male, come paralizzata contorcendosi e bestemmiando per circa un mese. Fra tutti coloro che assistono ai tormenti della poverina, si diffonde l’idea che essa bevendo in quella pozza d’acqua sia diventata indemoniata. Nonostante varie preghiere e suppliche la bambina non guarisce, e così dopo alcuni anni, una colta baronessa del luogo, Enrichetta Scoppa, decide di portare a sue spese la piccola Mariantonia alla Certosa di Serra San Bruno per farla esorcizzare.

Agli inizi del 1500, verso l’anno 1505, a Serra avvenne un lietissimo evento, ossia il ritrovamento nella chiesa di S. Maria del Bosco del corpo di San Bruno, le cui reliquie furono portate solennemente in processione, il martedì di Pentecoste. Da allora in Calabria si era diffuso il suo culto come taumaturgo e liberatore degli indemoniati, chiamati anche ossessi o spirdati. Gli esorcismi avvenivano pubblicamente con lunghi riti collettivi che si svolgevano il lunedì e il martedì dopo Pentecoste nel laghetto in mezzo al quale si trova la statua di San Bruno penitente, poco lontano dalla Certosa. Nel mese di giugno del 1894, Mariantonia accompagnata dalla mamma viene trasportata, all’interno di una cassa sorretta da quattro uomini, attraverso i sentieri di montagna da Sant’Andrea a Serra in un estenuante tragitto della durata di otto ore. La comitiva con l’inferma giunse a Serra circa a mezzogiorno, e dopo averla immersa ripetutamente nelle acque del laghetto miracoloso senza ottenere risultati, si incamminò fermandosi davanti all’ingresso della certosa. Cominciarono i rituali per l’esorcismo, che proseguirono per circa cinque ore alla presenza del priore don Pio Assandro, il quale decise di far prendere dall’altare maggiore il busto reliquiario contenente le ossa di San Bruno per sistemarlo davanti alla portineria dove era situata Mariantonia. A quel punto succede il miracolo: Mariantonia alla vista del busto argenteo di  San Bruno, si solleva da sola, abbraccia la statua gridando “San Bruno mi ha fatto la grazia!” a seguito del prodigio la popolazione esulta e provvede a bruciare i vestiti e la cassa che aveva trasportato la ragazza. Essa fa ritorno a Sant’Andrea percorrendo la strada per Soverato che simbolicamente, nei casi di liberazione dal demonio, significava abbandonare la strada vecchia e intraprenderne una nuova. Dopo la guarigione la ragazza visse in salute per due anni, poi fu afflitta da una grave forma di artrosi che la costrinse di stare a letto, coricata sulla schiena, con le gambe rattrappite e le ginocchia levate. L’ennesimo prodigio è rappresentato dal fatto che la poverina visse in quella posizione per sessant’anni, fino alla morte avvenuta nel 1953. Durante questo lungo periodo a  Mariantonia rimase solo l’uso delle mani per sgranare il rosario e mangiare qualcosa con le dita, la poverina all’età di 34 anni perse la madre ma non rimase sola poiché le persone del paese si avvicendavano per assisterla. Ogni mattina riceveva la comunione e tre volte al giorno, mattina, mezzogiorno e sera, c’era nella sua casetta la recita del rosario in latino insieme con le visitatrici, fu venerata come una santa ed alla gente che gli chiedeva intercessioni, grazie e miracoli Mariantonia dava speranza e fiducia con la sua voce flebile e dolce. La baronessa Scoppa, aveva donato il suo palazzo alle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, le quali elessero loro consorella con voti privati Mariantonia  che da allora con il capo coperto dal velo nero della congregazione fu chiamata la Monachella di San Bruno. Le Suore Riparatrici del Sacro Cuore, alle quali la baronessa Scoppa aveva lasciato il suo palazzo di Sant’Andrea, la elessero loro consorella con voti privati, e da allora la sua testa fu coperta con il velo nero della congregazione e Mariantonia fu chiamata la Monachella di San Bruno. Il 27 maggio 1953, all’età di 78 anni ella si spense tra lo stupore del popolo che la acclamò subito come una santa, alla luce del fatto che il suo corpo risultò prodigiosamente senza piaghe da decubito, e la sua pelle appariva fresca e liscia. Fu portata in processione per le strade del paese, poi la salma rimase esposta al pubblico fino al 29 maggio, quando fu tumulata nella Cappella delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, per loro espresso desiderio. Dopo la sua morte le testimonianze delle grazie ottenute dai fedeli si moltiplicarono, la segnalazione di prodigi come la bilocazione, il profumo di rose o gelsomino, l’intercessione in situazioni difficili e le guarigioni miracolose si ripeterono.

Dopo cinquant’anni, dal 3 agosto 2003 i sacri resti di Mariantonia Samà sono stati traslati dalla Cappella delle Suore, alla Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, a S. Andrea dello Ionio. Nella stessa chiesa con una cerimonia solenne in data 5 agosto 2007, venne annunciata l’apertura dell’inchiesta diocesana per la canonizzazione della serva di Dio Mariantonia Samà, mentre il 2 marzo del 2009 ne è stata formalizzata la chiusura. Pertanto l’intera documentazione è ora a Roma presso la Congregazione per le Cause dei Santi, nell’attesa la invochiamo.

Preghiera
Signore Gesù, che hai voluto chiamare la tua serva Mariantonia a seguirti da vicino sulla via della croce vivendo immobile a letto per sessanta anni, concedimi di poterti amare anche nelle dure prove della vita.
Ti prego umilmente di voler glorificare questa tua serva e di accordarmi, per sua intercessione, la grazia particolare che ti chiedo… Amen.
Pater, Ave, Gloria

Padre Antonio Costa (medaglia d’oro al valor militare)

Padre Antonio Gabriele Costa

(medaglia d’oro al valor militare)


Padre Costa nacque a Massa Lombarda il 9 marzo 1898, quarto di dieci figli. Papà Angelo faceva il “corriere” fra Massa Lombarda e Lugo con un carretto trainato da un asino. Spesso lo accompagnava la moglie Annunziata, essi facevano il percorso due volte la settimana per rifornire i tabaccai dei generi di monopolio. Egli fece enormi sacrifici, riuscendo così a mantenere decorosamente la propria numerosa famiglia. Il piccolo Antonio era dotato di acuta intelligenza e rivelò ben presto, notevoli capacità nello studio. Papà Angelo e mamma Annunziata educarono i propri figli ispirandosi ai principi cristiani, e conservando la bella abitudine di recitare, tutti assieme, ogni sera il Santo Rosario. A tutto ciò Antonio aggiungeva, preghiere e letture, svolte in solitudine che lo portarono alla decisione presa a soli dodici anni di entrare in seminario ad Imola. Ma la sua massima aspirazione era la vita claustrale, e come egli disse ambiva “trascorrere la vita tra le mura di un romitaggio, lungi da ogni consorzio umano, per attendere con più intensità alla preghiera, alla penitenza”. Nonostante le opposizioni di parenti ed amici, egli volle recarsi nell’eremo di Camaldoli dove il 18 luglio 1915 entrò in convento soffrendo per l’abbandono dei suoi cari. I monaci lo accolsero fraternamente, ed egli si trovò a suo agio tanto da rimanervi quattro anni, ma le privazioni e le penitenze della regola camaldolese gli parevano ancora troppo poco, poiché dato il suo fervido amore e zelo per il Signore Padre Antonio voleva dare di più. Decise così di farsi certosino, e fu accolto nella certosa di Vedana, la durissima vita dei certosini essenzialmente contemplativa ed interamente dedicata alla preghiera era adeguata alla sua tempra. Padre Costa disse: “I certosini, ben con ragione, si possono appellare sepolti vivi essendo completamente segregati dal mondo e dai mondani  in conversazione col cielo”. La permanenza a Vedana duro però soltanto alcuni mesi, poiché malgrado la sua gioia il suo fisico non resse al rigore della severa regola certosina, ed il priore, solo dopo aver consultato un medico, decise di esentarlo dalla dura disciplina monastica che lo avrebbe ucciso, e lo convinse a ritornare a casa. Tornato malvolentieri a Massa Lombarda, Antonio trovò occupazione presso il Credito Romagnolo e si impegnò attivamente, nella comunità cattolica locale per tre anni. Trascorso questo tempo Antonio si riprese fisicamente, ed in perfetta salute si rese conto che poteva ritornare in certosa per poter esaudire definitivamente il suo sogno. I certosini lo accolsero calorosamente ed Antonio trascorse quattro anni di noviziato nella certosa spagnola di Montalegre, fino al 6 gennaio 1928 giorno in cui pronunciò i voti, prendendo il nome di Gabriele. Poi dopo soli nove mesi, il 22 settembre 1928 nella cattedrale di Barcellona, Dom Gabriele venne ordinato sacerdote. Tornando in Italia egli fu ospite di varie case certosine tra cui Pavia, poi giunse nel 1938 alla certosa di Farneta dove vi rimase fino alla tragica morte. Nel convento toscano egli ricoprì l’incarico di Procuratore, riuscendo a contemplare la vita monastica con la direzione dei fratelli conversi e dei diversi lavoratori che frequentavano Farneta. Grazie a questo incarico Dom Gabriele nei suoi numerosi viaggi, riuscì nel 1941 a ritornare a Massa Lombarda ed abbracciare per l’ultima volta i suoi amati genitori. Poi i tragici mesi che seguirono l’8 settembre del 1943, resero come abbiamo visto nell’articolo precedente la certosa di Farneta protagonista del terribile eccidio, rea di esser stato rifugio di carità e d’amore, per tutti quegli oppressi dalle difficoltà e dai dolori, che chiedevano assistenza e conforto. Il povero Padre Costa, fu costretto dai nazisti a vestirsi con abiti borghesi e dato il suo incarico di Procuratore fu ripetutamente sottoposto ad interrogatorio, ma riuscì a non dare ai suoi aguzzini nessuna informazione. Il 10 settembre, come gli altri suoi confratelli, una raffica di mitra pose termine alla vita di Dom Gabriele, che molti anni prima aveva trascritto il contenuto di un suo sogno nel quale gli si diceva “Sarai un martire certosino”, quel maledetto giorno il profetico sogno premonitore si era avverato. Per onorare la figura di Padre Costa il Presidente della Repubblica gli ha concesso la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Dopo aver reso alla lotta di liberazione servizi veramente eminenti costituendo, ed in se stesso impersonando, un importante centro di raccolta, vaglio e trasmissione informazioni e dando, con cristiana pietà, asilo nel Monastero di Farneta a molti perseguitati dalla furia tedesca, cadeva, per delazione, nelle mani delle SS. germaniche. Duramente interrogato e sottoposto a tortura manteneva nobile ed esemplare contegno, molti salvando col silenzio e dando, con la sua eroica morte, nobile esempio di fedeltà alla Religione ed alla Patria..». L’Amministrazione Civica di Massa Lombarda gli ha inoltre intitolato una strada ed ha fatto incidere il suo nome in una delle steli del monumento ai Caduti della Resistenza. La Comunità Cattolica massese, ha fatto porre una lapide commemorativa nella Chiesa Arcipretale della Conversione di San Paolo, ed ora auspica la beatificazione di questo martire della carità.