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Il conte Ruggero d’Altavilla

IL CONTE RUGGERO

D’ALTAVILLA

Oggi voglio narrarvi, il rapporto che ebbe il conte Ruggero I il normanno con maestro Bruno e l’importanza fondamentale del loro incontro per lo sviluppo dell’Ordine certosino. Bruno a seguito della rinuncia della mitra vescovile di Reggio Calabria, offertagli dal papa Urbano II, chiese di poter ritornare ad esercitare la sua vocazione contemplativa. Fu così che ottenne il permesso dal pontefice di ritirarsi in solitudine, ma a condizione di restare in Calabria, in territorio normanno, per favorire il processo di latinizzazione della Chiesa nel meridione. Così grazie alla munificenza del conte Ruggiero in località Santa Maria della Torre, a 850 metri d’altezza in un luogo boscoso ed impervio, Bruno riceve ed accetta l’offerta di un terreno, che ritiene idoneo  per poter ricominciare la sua vita eremitica. In questo luogo verrà edificata un primo nucleo,  ove risiederanno inizialmente i Padri, e che  prenderà il nome di Santa Maria della Torre, e la cui chiesa verrà consacrata il 15 agosto del 1094.  A due chilometri di distanza in località S.Stefano, verrà costituito l’insediamento per i fratelli conversi, laddove poi sorgerà l’attuale certosa. Alla storia si affianca la leggenda, secondo la quale il conte Ruggero, durante una battuta di caccia, grazie al latrato dei suoi cani scorse il santo eremita in una spelonca isolata, intento a pregare. Scosso da tale incontro, e per aver visto le dure condizioni di vita degli anacoreti, egli volle beneficiare Bruno, offrendo a lui ed ai suoi eremiti oltre al luogo solitario, situato tra Arena e Stilo, ove poter edificare un insediamento monastico anche le foreste circostanti, i terreni, le acque, le montagne, ed assegnando loro un certo Mulè, con i suoi figli, «perché custodissero la selva» ( Privilegium I, “Notum esse volumus”) del 1091. Tale episodio leggendario, che è stato riprodotto frequentemente nella iconografia legata al santo fondatore dei certosini, è citato in un antico canto popolare di cui vi proponiamo il testo:

Chi va juntandu comu nu ‘jumentu

Pigghia di carchi Dio di carchi santu.

«Dimmi ti chi fai jocu o faggimentu».

«Conti Ruggeri mu chiama ‘ssi cani

Ca su lu frati Bruno veramenti».

«Mentri chi si frati Bruno veramente

Come stai ritiratu a chissi canti?»

Nu conti Ruggeri miu, si mi voi beni

Na chiesiola mi avarissi fari?

La chiesiola di Santa Maria

Sempre a lu mundu mu pregu pe tia

E’ evidente come gli episodi leggendari legati a questi due personaggi, sono stati tramandati nel corso dei secoli, ma hanno talvolta trovato conferma in atti scritti come i lasciti effettuati ed i privilegi concessi ai certosini “Notum sit omnibus” del 1093.

Un altro episodio ricorrente nella agiografia di San Bruno, viene riportato nel Privilegium magnum è legato all’apparizione del santo in sogno al conte Ruggero, durante l’assedio di Capua (1098) per avvertirlo del tradimento del capitano greco Sergio a capo di duecento armigeri a lui fedeli. Il conte destatosi prodigiosamente dal sonno, riuscì a sventare la congiura ordita nei suoi confronti, ed a far arrestare i traditori. Questi imprigionati, furono condannati a morte, ma grazie all’intercessione di san Bruno presso Ruggero, furono graziati e destinati insieme alle loro famiglie al servizio della certosa calabrese. I rapporti tra Bruno e Ruggero, si saldarono ulteriormente in occasione della nascita del secondogenito del conte, Ruggero II futuro re di Napoli e di Sicilia. Questi nato a Mileto il 22 dicembre 1095, fu battezzato nella splendida chiesa melitese di San Martino da San Bruno e da Lanuino, il fedele compagno del santo, che gli fece da padrino. Tale notizia è attestata in due carte di donazione concesse da Ruggero I ai certosini di S. Stefano del Bosco in Serra. Il 22 giugno del 1101, il conte normanno morì a Mileto assistito dal suo amico Bruno, che dopo pochi mesi, il 6 ottobre  per uno strano destino morì anch’egli. Ruggero è pertanto considerato il fondatore ed il principale finanziatore della certosa di Serra San Bruno, la seconda nella storia dell’Ordine e la prima  sul territorio italiano.

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Le profezie del beato Antonio le Cocq

BEATO ANTONIO LE COCQ

(Avigliana, 1390 – Pesio, 22 marzo 1458)


Oggi 22 marzo, in occasione della ricorrenza della sua morte, voglio narrarvi gli episodi leggendari legati all’esistenza dell’ascetico Padre certosino, Antonio le Cocq. Egli nacque nel 1390, ad  Avigliana da una nobile famiglia, risultata poi essere gli antenati di Camillo Benso Conte di Cavour. Antonio da giovanissimo, a vent’anni, decise di diventare certosino ed entrare nella antica Grande Chartreuse, anziché scegliere la certosa a lui più vicina ovvero quella di Montebenedetto. Subito dopo essere entrato nel complesso monastico fu nominato sacerdote, e fece la professione solenne distinguendosi da subito per le sue rare qualità. Il suo zelo e la sua abnegazione alla severa regola certosina, lo resero celebre anche oltre le mura del convento facendo giungere una moltitudine di pellegrini, nobili e non, attratti dal suo carisma. Dopo aver trascorso sei anni in Francia, il Capitolo Generale decise, che a causa della sua crescente reputazione rea di attirare persone avide di conoscerlo, era stata turbata la quiete eremitica, pertanto Padre Antonio doveva essere trasferito nella remota e tranquilla certosa di Pesio. Giunto nel tranquillo insediamento monastico, nei pressi di Cuneo, egli si diede alla vita claustrale con maggiore slancio, pregando, meditando e dilettandosi a ritrarre immagini sacre. Ma sopraggiunsero degli episodi, forse leggendari, che accrebbero ulteriormente la sua fama, si narra che dicendo messa spesso il suo corpo lievitava andando in estasi, e che aveva la facoltà di prevedere gli eventi. La sua notorietà lo portò ad avere stretti rapporti con i Duchi di Savoia, e con il re di Francia Carlo VIII, e con sua figlia Jolanda a cui dedicò un trattato sul Libro di Giobbe. Ma soprattutto su richiesta di Jolanda ospitò Luigi suo fratello, il quale in contrasto con il padre voleva anzitempo essere incoronato re di Francia. Il carismatico Padre Antonio riuscì con parole suadenti a dissuaderlo da intenti combattivi, predicendogli il futuro, annunciandogli che si sarebbe presto riconciliato con il padre e che successivamente sarebbe diventato il nuovo sovrano francese. Puntuale la profezia si avverò e Luigi XI ascese al trono nel 1461, risultando essere colui che consolidò la pace dopo la sanguinosa guerra dei Cent’anni. Padre Antonio purtroppo non riuscì ad assistere alla realizzazione della sua profezia, poiché dopo quarantotto anni di vita monastica egli morì serenamente il 22 marzo del 1458. La sua notorietà aumentò anche dopo la sua morte, poiché sul luogo della sua sepoltura si compirono vari miracoli, e le persone si convinsero che le piante ed i fiori che crescevano spontanei vicino la tomba avessero prodigiosi poteri medicamentosi. Ancora una volta la quiete monastica era turbata dal frastuono provocato dall’accorrere dei fedeli, devoti a Padre Antonio, il quale “rispose”  obbedientemente alla richiesta del priore che gli chiedeva di non fare più grazie. Anche la particolare devozione dei regnanti di Francia non si interruppe, continuarono difatti lasciti e donazioni  alla certosa di Pesio. Nel 1494 Carlo VIII successore di Luigi XI, diretto alla conquista di Napoli, fermatosi ad Asti perché affetto da vaiolo, chiese al priore di Pesio di potergli inviare il libro delle profezie scritto da Antonio le Cocq, e custodito gelosamente nella certosa. Purtroppo dopo averlo inviato al re, il prezioso manoscritto andò disperso, come tutti gli altri componimenti che egli scrisse nel corso della sua santa esistenza. L’Ordine certosino tributò a Padre Antonio il titolo di beato, non ratificato dalla Chiesa perché umilmente non richiesto dai monaci di San Bruno. Voglio concludere questo articolo, narrando l’episodio più mitico legato a questo incredibile personaggio, conosciuto come il miracolo della “Croce del Frate”. Si racconta che un giorno Padre le Cocq, in cerca di un luogo particolarmente idoneo per la sua proverbiale ascesi, si sia recato su di una vetta posta di fronte alla certosa di Pesio, in località Bric della Croce, e che sia rimasto in estasi per la durata di cento anni!!!Al termine di tale periodo, pare abbia fatto ritorno al convento tra la meraviglia dei monaci che lo “riconobbero”, ma solo per la sua incancellabile fama.

Confessio Fidei Magistri Brunonis

Bruno avvertendo ormai vicino il suo trapasso, nella settimana precedente la morte, radunò i suoi discepoli di Santa Maria della Torre. Con essi dopo aver rievocato le diverse fasi della propria vita, ed aver preso l’ultima eucaristia, volle in loro presenza fare una solenne professione di fede, nella quale egli proclama la fede nel dogma eucaristico e nel mistero trinitario. La domenica successiva, il 6 ottobre 1101 a sessantotto anni, tra le lacrime dei fratelli che lo assistevano, l’anima santa di Bruno si distaccava dal corpo per raggiungere la casa del Padre. Oggi voglio proporvi il testo della CONFESSIO FIDEI MAGISTRI BRUNONIS” giunta fino a noi grazie ai confratelli presenti in quel momento che l’hanno tramandata.

CONFESSIO FIDEI MAGISTRI BRUNONIS

PROFESSIONE SOLENNE DI FEDE DI SAN BRUNO

« 1. Fermamente credo nel Padre e nel Figlio e nello Spirito santo: nel Padre non generato, nel Figlio unigenito, nello Spirito santo procedente da entrambi; e credo che codeste tre Persone sono un solo Dio. 2. Credo che questo stesso Figlio di Dio sia stato concepito per opera dello Spirito santo nel seno di Maria Vergine. Credo che la Vergine sia stata castissima prima del parto, che è rimasta vergine nel parto ed eternamente vergine dopo di esso. Credo che lo stesso Figlio di Dio sia stato concepito tra gli uomini come un vero uomo senza peccato. Credo che codesto stesso Figlio di Dio per invidia venne catturato dai perfidi Giudei, ingiuriosamente trattato, ingiustamente legato, coperto di sputi, flagellato; che morì e fu sepolto; discese agl’inferi, per liberarne i suoi che vi si trovavano prigionieri. E disceso (dal Cielo) per la nostra redenzione, ed è risorto; è asceso al Cielo, donde verrà a giudicare i vivi ed i morti. 3. Credo nei Sacramenti nei quali crede e che venera la Chiesa cattolica, ed espressamente che ciò che viene consacrato sull’altare è il vero Corpo, la vera Carne ed il vero Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, che anche noi riceviamo per la remissione dei propri peccati e nella speranza dell’eterna salvezza. Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna. Amen. 4. Confesso e credo che la santa ed ineffabile Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, è un solo Dio naturale, d’una sola sostanza, d’una sola natura, d’una sola maestà e potenza. E professiamo che il Padre non è stato generato né creato, ma che è non genito. Lo stesso Padre non trae origine da nessuno; da Lui è nato il Figlio e procede lo Spirito santo. Egli è dunque sorgente ed origine di tutta la Divinità. Il Padre inoltre, ineffabile per essenza, ha ineffabilmente generato dalla propria sostanza il Figlio; tuttavia non ha generato altro se non ciò che è Lui stesso: Dio ha generato Dio; la luce, la luce. Da lui quindi deriva ogni Paternità in Cielo e sulla terra. Amen ».

beato Bonifacio di Savoia

BEATO BONIFACIO DI SAVOIA

Arcivescovo di Canterbury

(1207 – 1270)


Bonifacio, undicesimo figlio del conte Tommaso I di Savoia e di Margherita di Ginevra, nacque nel 1207 nel castello di Sainte-Hélène-du-Lac in Savoia. Nonostante appartenesse ad una nobile stirpe, egli rinunciò ad ogni onorificenza, per intraprendere la vita monastica. Da giovanissimo decise di entrare come novizio alla Grande Chartreuse, dove subito si distinse per la sua forte spiritualità. A soli 25 anni, nel 1232, dovette lasciare malvolentieri la clausura certosina poiché venne scelto, data la sua spiccata personalità, come vescovo della diocesi di Belley. Successivamente alla morte di suo fratello Guglielmo vescovo di Valence, Bonifacio fu nominato suo successore in questa  diocesi che resse fino al 1242. L’anno successivo, la nipote di Bonifacio, la regina Eleonora moglie di Enrico III d’Inghilterra volle eleggerlo arcivescovo di Canterbury. Questo incarico estremamente prestigioso, fu confermato dal pontefice Innocenzo IV, che lo investì durante il Concilio di Lione il 15 gennaio 1245. La attività episcopale a Canterbury fu svolta per quasi venticinque anni, all’insegna del tentativo di riformare la Chiesa liberandola dalla attività politica, ciò lo fece trovare spesso in contrasto con il re d’Inghilterra con il quale attuò sovente la via del compromesso. Bonifacio nel 1262, fu costretto ad abbandonare l’Inghiterra a causa della cruenta guerra civile, egli vi fece ritorno tre anni dopo a seguito della vittoria di Enrico III. Nel 1268 lasciò nuovamente l’isola britannica per accompagnare alla crociata Edoardo I il figlio del re d’Inghiterra, ma gravemente malato durante il lungo viaggio la sua esistenza si spense il 4 luglio 1270, nel suo castello natio a Sainte-Hélène in Savoia. Fu poi sepolto nella abbazia cistercense di Hautecombe luogo di sepoltura storico dei membri della Casa Savoia, dove tuttora riposa in un sontuoso sarcofago con il seguente epitaffio: operibus bonis et virtutibus plenus (pieno di virtù ed opere buone) posto dietro l’altare maggiore della chiesa. Bonifacio oltre ad essere stato una figura di grande statura, viene ricordato come beato, poiché a seguito di numerosi miracoli avvenuti dopo la sua morte Papa Gregorio XVI l’1 settembre del 1838 decise di approvarne il culto per l’Ordine certosino e per la diocesi di Chambéry. Il giorno per la sua celebrazione è oggi 13 marzo per i certosini, ed il 14 luglio per la diocesi della cittadina savoiarda.

Preghiera
Signore, che hai fatto del beato Bonifacio un esempio di pastorale
zelo e di amore. Concedici con il suo aiuto, nella nostra solitudine
di contribuire alla salvezza delle anime.

beato Dionigi di Rijkel

BEATO DIONIGI DI RIJKEL

Dionysii Cartusiani

(1402 – 1471)

Dionigi nacque nel 1402 a Rijkel un piccolo villaggio nei pressi di Saint Trond in Belgio, dalla famiglia modesta dei Van Leeuwen. Cominciò i suoi studi a Saint Trond e nel 1415 a Zwolle, poi avvertendo un attrazione per la vita monastica provò ad entrare nella certosa di Diest ed in quella di Roermond, ma gli fu negato l’ingresso a causa della sua giovanissima età. Su consiglio dei certosini si recò all’Università di Colonia per completare gli studi, in Germania vi rimase tre anni dedicandosi allo studio della filosofia, della teologia e delle Sacre Scritture. Nel 1424, dopo aver conseguito la laurea di Magister Artium, fece ritorno nei Paesi Bassi riuscendo finalmente ad essere ammesso alla certosa di Roermond, dove visse la maggior parte della sua vita, dividendo il suo tempo tra la preghiera, la meditazione e lo studio. Dionigi comincia a scrivere il “Commento alla Bibbia”, la sua opera più importante, iniziata nel 1434 e ultimata solo nel 1457, ben 14 volumi. Tra il 1440 ed il 1445 realizza la sua opera magistrale il De contemplatione, e così di seguito. La mole di opere scritte da Dionigi, durante i suoi quarantasette anni di vita religiosa, è impressionante: essa è rappresentata da un totale di quarantaquattro grossi volumi, e più di ventimila pagine raccolta nell’edizione, Doctoris Ecstatici D. Dionysii Cartusiani Opera Omnia pubblicata tra il 1896 e il 1914 dalla certosa di Montreuil e poi a Tournai. Data la completezza dell’opera si diceva:

Qui Dionysius legit, nihil non legit“(chi ha letto Dionigi, non vi è nulla che non abbia letto).

Questo lavoro Dionigi lo svolse all’interno della sua cella, dove alle poche ore di riposo concesse dalla severa regola dell’Ordine, preferì scrivere. Egli condusse una vita monastica di estrema ascesi, resa possibile da una costituzione molto forte, era infatti di corporatura alta ed atletica, si sottopose a frequenti digiuni e dormendo solo tre ore trascorreva intere notti immerso nella preghiera e nello studio.Egli dichiarò di avere”la testa di ferro e lo stomaco di ottone“.  La sua alacre attività fu interrotta quando tra il gennaio 1451 ed il marzo 1452, Dionigi dovette lasciare la quiete di Roermond poiché il cardinale Nicola Cusano, legato apostolico, gli chiese di accompagnarlo, come consigliere, in un viaggio tra i paesi della Mosa e del Reno nel tentativo di riformare la Chiesa in Germania, e di predicare una crociata contro i Turchi. Dionigi su richiesta di Cusano, per combattere l’Islam scrisse anche un trattato: “Perfidiam Contra Mahometi”, una opposizione convinta e decisa verso l’Islam ove si  riteneva Maometto un falso profeta. Rientrato a Roermond, Dionigi riprese la sua intensa attività, diventando nel 1459 procuratore del convento, ma nel 1466 fu scelto dal capitolo generale dell’Ordine certosino per fondare la nuova certosa di Bois-le-Duc. Tra tante difficoltà, resse come priore questo nuovo complesso monastico fino al 1469, poi esausto chiese di ritornare alla “sua”certosa di Roermond, dove riuscì a realizzare l’ultima opera, il: De meditatione. Poi libero da ogni incarico ed ormai anziano, dopo una lunga malattia il 12 marzo del 1471 verso le undici del mattino, Dionigi morì, a sessantanove anni, di cui quarantotto trascorsi come certosino. Le sue spoglie furono conservate nella certosa di Roermond fino al 16 luglio1554, quando andarono poi disperse a seguito di un tremendo incendio, e dei successivi tumulti provocati dalla rivoluzione protestante. Ma il 12 marzo del 1608, esattamente dopo centotrentasette anni i suoi resti mortali furono ritrovati, e sorprendentemente il cranio dissotterrato emanava un celestiale profumo, mentre le dita ( pollice ed indice della mano destra) usate per scrivere furono trovate miracolosamente incorrotte. Fu così che il culto verso Dionigi, già diffuso subito dopo la sua morte accrebbe, poiché questo prodigioso ritrovamento confermava la fama  di santità  già nota per le sue straordinarie estasi avute durante la vita.

Durante la sua esistenza, infatti, egli ebbe numerose visioni, che descrisse dettagliatamente in alcuni suoi scritti, e pertanto fu consultato come un oracolo da vescovi e principi che, cercarono di incontrarlo, o gli inviarono lettere per ricevere consigli. Si narra che subito dopo la caduta di Costantinopoli (1453), impressionato dalle rivelazioni fattegli da Dio in una visione, decise di inviare una missiva a tutti i principi d’Europa chiedendo loro di modificare il modo di vivere, cessare i dissensi, ed unirsi in guerra contro il nemico comune, i turchi. Dopo la sua morte, fu definito “Illustre per la grande santità e sublime per la contemplazione”, meritandosi l’appellativo di “Doctor Ecstaticus”. La pratica per la sua beatificazione cominciò ma si interruppe, pertanto è stato definito impropriamente beato da San Francesco di Sales e da Sant’Alfonso de Liguori, è tuttora celebrato dai certosini il 12 marzo.

Capri, la peste ed i certosini

Capri, la peste ed i certosini

Nel 1656, una grave epidemia di peste aveva decimato la popolazione della città di Napoli. Il contagio era arrivato dalle truppe spagnole sbarcate nella città partenopea, il morbo provocò circa 240000 decessi con punte di ottomila morti al giorno, una vera ecatombe. L’isola di Capri era inizialmente scampata al contagio, ma ora vogliamo narrarvi l’episodio che, secondo la leggenda, consentì alla pestilenza di approdare sull’isola. Il racconto necessita di un antefatto, il nostro protagonista, Roberto Brancaccio, era stato un capitano del popolo durante la rivolta di Masaniello del 1647, egli in quegli anni si era innamorato di una giovane nobildonna napoletana di nome Giulia Morcalda. Gli spagnoli in pochi giorni sedarono la rivolta, ed al termine dei tumulti molti rivoltosi furono uccisi, mentre il giovane capitano Brancaccio invece ebbe salva la vita, ma fu confinato sull’isola di Capri. La storia d’amore tra i due giovani continuò nonostante la lontananza, gli amanti proseguirono la relazione con un fitto rapporto epistolare. Poi in seguito alla terribile epidemia, la povera Giulia fu contagiata ed in punto di morte il 19 maggio 1656, in preda alla febbre alta delirava ripetendo un solo nome: Roberto.

Giulia implorò padre Giovanni, il francescano che la assisteva, di far giungere al fidanzato Roberto un sacchetto di seta nero contenente una treccia dei suoi capelli neri, ed un anello con inciso il nome Giulia. Le ultime volontà della moribonda furono raccolte dal frate, che decise di esaudirle. Egli imbarcatosi su di un battello si recò a Capri, dove all’approdo riuscì a consegnare il fagotto ad una persona che si impegnò di farlo recapitare al destinatario. Roberto Brancaccio, ricevuto il pacco scorse il contenuto accompagnato da un biglietto che diceva: “Questi sono i capelli di Giulia Morcalda, morta di peste in Napoli il 19 maggio 1656”, dopo questo episodio il contagio devastò l’isola. I capresi, acclarato il fatto perseguitarono Brancaccio che fu costretto a rifugiarsi nella certosa di San Giacomo, dove si narra abbia vestito l’abito monastico. L’epidemia di peste uccise trecentocinquanta abitanti su settecentocinquantacinque, una vera carneficina.

I monaci certosini rimasero immuni, poiché avevano una notevole autonomia idrica ed alimentare nella loro cittadella monastica, essi furono accusati  dalla popolazione di non intervenire in soccorso dei sofferenti. Si narra che il popolo inferocito arrivò addirittura a gettare all’interno delle mura del convento, alcuni cadaveri di appestati forse anche per vendicarsi verso coloro che avevano dato ospitalità a Brancaccio. Gli episodi che vi abbiamo narrato, oscillano tra realtà e leggenda ma il dato di fatto e che passata la peste, i certosini ricevettero molti lasciti fatti dai nobili capresi morti durante l’epidemia, acquisendo inoltre numerosi possedimenti terrieri abbandonati. Grazie a queste nuove risorse la Certosa di San Giacomo fu ampliata e restaurata.

Petrarca ed i certosini

PETRARCA ED I CERTOSINI


Francesco Petrarca, è stato uno dei più grandi poeti della letteratura italiana, la sua opera principale fu il Canzoniere, ma ai suoi tempi egli fu principalmente noto per la sua estrema cultura. Francesco nato ad Arezzo nel 1304, da padre notaio in esilio da Firenze ebbe come unico fratello Gherardo, nato nel 1307. Si trasferirono ad Avignone, dove cominciarono i loro studi, poi i due fratelli si recarono all’università di Bologna per studiare Diritto Civile, ed insieme nel 1321 intrapresero diversi viaggi nell’Italia centrale. Poi in seguito alla morte del padre, essi fecero ritorno ad Avignone dove si dettero alla vita mondana. Francesco incontrò Laura a cui dedicò il già citato Canzoniere, mentre Gherardo amò profondamente una donna, la quale morendo prematuramente, nel 1340, spinse il più giovane Petrarca ad una profonda conversione interiore che lo portò a scegliere la vita monastica certosina. Nell’aprile del 1343, Gherardo entrò nella certosa di Montrieux, dove visse l’intera esistenza nell’osservanza della severa regola monastica. Questa drastica scelta, destò in Francesco una profonda crisi spirituale, poiché egli era molto legato al fratello essendo stato, come abbiamo visto, compagno di studi e amori giovanili. I due fratelli non ebbero modo più di incontrarsi fino al 1347, quando il poeta si recò in visita alla certosa di Montrieux, dove si trattenne un giorno ed una notte, accolto calorosamente dall’intera comunità monastica. Egli durante questo breve, ma intenso soggiorno, partecipando attivamente alla vita dei monaci rimase letteralmente rapito dall’atmosfera della certosa. Ciò lo spinse alla stesura del De Otio Religioso, dedicato ai certosini di Montrieux, un componimento teso ad esaltare l’operosa serenità dei religiosi dediti alla contemplazione, che definì, “angeli Dei in terra et in terrenis corporibus habitantes” (“angeli di Dio in terra, abitanti in corpi mortali”), di cui si impegna a elogiare il modus vivendi. Il poeta loda l’ascetismo monastico contrapponendolo alla vita vana di coloro che inseguono ricchezze e onori, definendo inoltre la solitudine dei certosini come “la migliore condizione di vita possibile”. Rimase ammaliato dal soave “angelico canto” dei monaci, affermando che “questo silenzio e questa salmodia angelica rapiscono l’anima al punto di farle dimenticare il tempo. Essi si elevano fino alla soglia dell’eternità”. Già un anno prima, Petrarca aveva trattato nel De vita solitaria i contrapposti della vita dell’”indaffarato, infelice abitante di città” («occupatus, infelix habitator urbium») e di quella del “solitario e praticante dell’otium, felice” («solitarius atque otiosus, felix»), basandosi su esempi offerti da eremiti, personaggi biblici, santi fondatori, eroi, e celebri peccatori che abbracciarono la solitudine. Inoltre Francesco Petrarca, scrisse delle Epistole, ovvero una raccolta di lettere in prosa latina che rappresentano la migliore fonte per la ricostruzione della vita del poeta, e del suo pensiero. Tra le tante vogliamo segnalarvi, quella che descrive l’ascesa al Monte Ventoso ( in Provenza 1990m.), cioè una scalata compiuta dal poeta insieme all’inseparabile fratello Gherardo. L’ascensione al monte non è il semplice resoconto di una scalata in compagnia, bensì una lettera di forte valore simbolico e ricca di elementi allegorici.

Il poeta  scrive delle sue difficoltà di scalatore, rappresentate dal conflitto interiore a cui è sottoposto, ovvero il desiderio di congiungersi fisicamente con Laura e il rispetto delle morali cristiane. Il fratello Gherardo invece, salirà il monte speditamente, non perché abile alpinista, ma a causa della sua condizione di “leggerezza” dovuta al fatto di essere monaco certosino scevro dal “peso” dei beni materiali, presupposto indispensabile per raggiungere la vetta, simbolo della salvezza.

Il poeta ricorda in un’altra epistola , le gesta eroiche del fratello Gherardo, il quale nel 1348 durante una terribile epidemia di peste abbattutasi sulla certosa di Montrieux che uccise trentaquattro religiosi, fu l’unico che riuscì a sopravvivere. Gherardo, assistette i suoi confratelli fino alla morte e con la sola compagnia di un cane, rimase nel convento, chiedendo al capitolo generale nuovi monaci per ripopolare l’antica certosa a cui era molto legato. Non possiamo non ricordare infine, le frequentazioni avute da Francesco Petrarca nella certosa di Milano nel periodo (dal 1353 al 1361) in cui risiedette nella città lombarda. La tradizione narra che il Petrarca si recasse dai certosini ogni settimana, e che ebbe modo di definire la Certosa di Milano bella e nobile“. La stima nei confronti dei certosini era ricambiata, poiché le opere succitate del Petrarca, erano molto diffuse nelle ricchissime biblioteche delle certose. Il poeta morì nel 1374 ad Arquà, gli sopravvisse il fratello Gherardo che al termine della sua esistenza fece un cospicuo lascito alla sua amata certosa di Montrieux.