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I prodigi della beata Beatrice d’Ornacieux

I Prodigi della

beata  Beatrice d’Ornacieux

Oggi in occasione della ricorrenza della celebrazione della sua festa, voglio narrarvi un episodio miracoloso attribuito alla beata Beatrice d’Ornacieux. Le notizie sulla sua meravigliosa vita, ci sono state riportate scritte in Provenzale, dalla sua Maestra Novizia la beata Margherita d’Oingt, che scrisse Li via Seiti Biatrix Virgina de Ornaciu”. Da questa fonte apprendiamo, che nel 1300, proveniente dalla Certosa di Parménie, ed insieme alle consorelle Luisa Allemman di Grésivaudan, Margherita di Sassenage, e Ambroisine di Nerpol fondò un nuovo monastero certosino ad Eymeu nella diocesi di Valenza, del quale ne divenne Priora fino al giorno della sua morte, avvenuta il 25 novembre 1303, data in cui ricorre la festività di santa Caterina d’Alessandria. Da quel momento in poi la beata Beatrice, seppellita nella sua amata certosa di Eymeu, accanto a Luisa Allemman di Grésivaudan e Margherita di Sassenage che la avevano preceduta nella dipartita, continuò ad operare prodigi. Beatrice, difatti, pur avendo già una vasta fama di santità, dopo la morte, fece accorrere tanti pellegrini della zona che ricevettero guarigioni e miracoli. Il clamore fu notevole nella regione, e siccome la comunità della certosa di Eymeu si sciolse, ed il convento passò alle benedettine, fu necessario trasportare in un altro luogo le spoglie della beata certosina. Vi descriverò ora, il prodigio legato alla traslazione del suo corpo. Del trasferimento dei resti mortali, se ne incaricò il padre vicario della Certosa di Valbonne, Dom Roux de Charris che incaricato dalla comunità della Certosa di Parménie, determinata a impossessarsi delle reliquie, decise di intraprendere l’ardua impresa di recuperare i resti mortali di Beatrice. Previo autorizzazione del vescovo di Valence, ed il permesso delle suore benedettine ormai insediatesi ad Eymeu, Dom Roux si recò a prelevare le spoglie di Beatrice e delle sue fedeli consorelle Luisa Allemman di Grésivaudan e Margherita di Sassenage. Il volenteroso monaco su di un cavallo, sistemò le spoglie delle tre religiose in alcuni sacchi, e le caricò su di una mula per poterle trasportare nell’impervio viaggio verso Parménie. Giunse verso mezzogiorno in località Port de Têche, dove incontrò due cavalieri che erano lì dal mattino, in attesa che le acque del fiume ingrossato defluissero per consentire loro il passaggio. La pioggia era caduta ininterrottamente per tre giorni e tre notti, di fronte a questo scenario Dom Roux, avvilito cominciò a rivolgere le sue preghiere alle reliquie della beata Beatrice, affinché potesse “intervenire” qualora volesse ritornare alla “sua” Parménie. Poco dopo, prodigiosamente, le acque si abbassarono all’improvviso consentendo, senza alcun  pericolo, il guado al cavallo guidato dal certosino, all’asina carica delle sante reliquie, ed ai due cavalieri, ma subito dopo il loro passaggio le acque ritornarono ad innalzarsi ed essere furiose. Ciò avvenne tra lo stupore dei due uomini a cavallo, testimoni dell’evento miracoloso. L’intrepido Dom Roux, proseguì il viaggio e rinfrancato dal prodigio, giunse a Tullins laddove un torrente che discendeva da una montagna, essendo straripato sempre a causa della pioggia, riversava sulla strada rami secchi, sterpaglie, ed altri detriti che impedivano da molte ore il passaggio a tre carri che trasportavano del sale. Memore del fenomeno soprannaturale, accorsogli in precedenza, Dom Roux non esitò a far approssimare la mula con le sacre reliquie al torrente in piena. Fu così che le acque si ritirarono, favorendo così anche il passaggio delle carovane che poterono assistere allo strano fenomeno restando basiti. Prima di giungere alla meta, in prossimità di un ruscello le sante spoglie miracolose, dovettero agire nuovamente per consentire al vicario di Valbonne di superare una altro periglio. Ovviamente il clamore per questo episodio, si diffuse rapidamente aumentando l’aura di santità per la certosina. D’altronde questo miracolo è menzionato anche nel verbale di beatificazione di Beatrice d’Ornacieux, sottoposto a Pio IX che volle beatificarla il 13 aprile 1869, esso recita: Resitus e fluvii impediabatur torrenti, aquis propter quae excreveravant Imbres. “Verum, quod immisso jumento monalium reliquie vehebat, depressae Aquae sunt e transeunte fecer locum … “. Una volta giunte a  Parménie, le spoglie vennero poi conservate fino al 1667 nel cimitero della certosa, fino a quando il Cardinale Le Camus, vescovo di Grenoble, provvide a ricostruire l’antica chiesa per poter dare una più degna collocazione alle sante reliquie. Fu posta in tale occasione una lapide marmorea nera con la seguente iscrizione:

ICI REPOSENT LES OSSEMENTS

DE BÉATRIX D’ORNACIEUX

RELIGIEUSE CHARTREUSIENNE DE PARMÉNIE

DÉCÉDÉE EN 1303

ET DE SES DEUX COMPAGNES

Nel tempo varie traversie si susseguirono a Parménie, ma le spoglie della beata vi rimasero intatte  fino al 1839, quando una parte di esse furono traslate alla Certosa di Beauregard. Poi l’11 dicembre 1895,  a Parménie la cassa contenente le ossa delle tre religiose fu aperta, poiché i monaci della Grande Chartreuse ne reclamavano anch’essi qualche frammento osseo. In questa occasione si scorsero i resti mortali a sei secoli dalla morte, prodigiosamente in ottime condizioni ed emananti un soave profumo. Le reliquie rimanenti, rimasero nell’antico complesso di Parménie, ormai affidato ad una comunità di Olivetani che ne divennero i custodi. Ma nonostante le traversie legate alle varie rivoluzioni e guerre, ma soprattutto ai sei secoli trascorsi da quando la beata Beatrice era nota in quella zona, il culto per la sua memoria non si è scalfito, anche perché a seguito della sua beatificazione, venne eretta nel 1897 una graziosa Cappella. Situata nel quartiere di Bessieux, nei presi di Eymeu la costruzione si  nasconde tra gli alberi di Mont Saint-Martin, essa è divenuta da allora fino ad oggi un luogo di pellegrinaggio, il quale si svolge tutti gli anni con una processione suggestiva ogni prima domenica di settembre.

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“La Preghiera” di A. Guillerand V°capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand


CAPITOLO V°

Perché la preghiera

Le ragioni che noi abbiamo di pregare sono innumerevoli e pressanti. Esse corrispondono ai nostri bisogni, che sono senza limiti e continui. Corrispondono ai benefici che ne riceviamo. Corrispondono ai diritti di Dio sulla sua creatura.

La parola del divino Maestro ha tutto esplorato e illuminato: il mondo umano, così come il mondo di Dio. Del mondo umano ha rivelato il fondo quando ha detto: ” Senza di me non potete nulla “. Noi leggiamo ciò senza riuscire a penetrarlo. Il ” nulla ” ci sfugge tanto quanto il ” tutto “. ” Ciò che noi abbiamo di essere ce lo nasconde “. Noi non vediamo questa particella d’essere, dinanzi e nella Luce del Tutto; noi non confrontiamo le nostre ore di vita così breve e passeggera con la sua immutabile eternità; non vediamo il posto che occupiamo nell’universo dinanzi alla sua immensità che supera tale universo infinitamente e che supererebbe miliardi di mondi più grandi del nostro.

Noi dimentichiamo soprattutto che questo essere non ci appartiene. Noi ne riceviamo a ogni secondo la piccola stilla che Dio vuole donarci; noi non l’abbiamo se non perché Dio ce la dona; appena ricevuta essa sfugge, ci scivola tra le dita, viene sostituita da un’altra che ci sfugge con la stessa rapidità. Queste piccole goccioline vengono da Lui e ritornano a Lui; esse non dipendono che da Lui. Noi siamo come dei vasi dove Egli versa un istante per creare con Lui un rapporto di dipendenza nel quale il suo Essere si manifesta, viene conosciuto, accolto con amore e glorificato. La preghiera è il vaso intelligente che conosce, ama, ringrazia, glorifica. La preghiera dice essenzialmente: ” Mio Dio, questo istante è tuo; la luce che me lo mostra è tua, l’intelligenza che lo vede è tua, lo slancio del cuore che riconosce ciò e ringrazia è tuo, la relazione vivente che si stabilisce attraverso questo istante è tua; … tutto è tuo, … tutto ciò che è in me e tutto ciò che è fuori di me… tutti gli esseri e i loro movimenti, tutto il mio essere e la sua attività … ; senza di te Nulla. Al di fuori di te non vi è che il Nulla; al di fuori dell’Essere non si ha che ciò che non è “.

Questo rapporto, profondamente e frequentemente meditato, come mi impressionerebbe! Io sento che esso mi pone nella Realtà profonda, nella Verità.

Tuttavia esso non l’esprime interamente. Questo nulla si è drizzato un giorno contro Colui che è; ha voluto farne a meno; ha preferito se stesso a Lui, ha rifiutato di obbedirGli, si è separato da Lui; è diventato il suo nemico; ha distrutto la sua immagine nella città del suo cuore, dove regnava…. e si è posto sul suo trono.

Queste immagini non dicono tutto l’orrore della situazione creata dal peccato. Dobbiamo accontentarci di esse poiché non ne abbiamo altre; ci dobbiamo però ricordare che tali immagini sono estremamente insufficienti.

Noi peggioriamo ogni giorno questa situazione già così grave. Ogni colpa personale ce la fa accettare, scegliere, amare, preferire all’unione a Dio. Noi beviamo le colpe come l’acqua; ci immergiamo in esse come per gusto; il flutto si sprigiona da esse incessantemente, ci avvolge, ci trascina, ci rotola come una paglia; ci sommerge. Pensieri, sentimenti, parole, atti, atti positivi malvagi e omissioni innumerevoli riempiono i nostri giorni e le nostre notti, si mescolano più o meno coscientemente a tutte le nostre ore, a tutti i nostri movimenti, scivolano nel nostro mangiare e nel nostro bere, nel nostro riposo e nella nostra attività interna ed esterna; tutto, in seguito alla nostra corruzione, diviene materia e occasione per sprofondare nel male. Un focolaio, sempre acceso, di concupiscenza occupa il centro dell’anima, diffonde nelle potenze il suo calore malsano: nella carne la sensualità sotto le sue forme più varie, nello spirito l’errore e l’illusione che ci fanno prendere per l’Essere ciò che non è, e per il bene ciò che ce ne distoglie; nella volontà una tendenza al bene passeggero che i sensi gli presentano, un’impotenza a seguire il movimento suo proprio per il quale è portata al bene spirituale.

Questo focolaio è un’eredità dei nostri progenitori. Nel corso del tempo le generazioni successive l’hanno pesantemente accresciuta. Le nostre colpe personali ogni giorno aumentano tale peso. Che cosa potremmo sperare senza il soccorso dall’alto, che oppone il suo movimento a tale movimento? Bisogna pregare per ottenere questo aiuto necessario, il perdono dei nostri stessi peccati, le grazie di pentimento che li cancelli, di espiazione che ne offra tutto il prezzo di cui siamo capaci, di carità che ci risollevi. Bisogna avere il coraggio di accogliere la luce divina, che ci mostra i nostri peccati, più numerosi dei granelli di sabbia trascinati dai flutti sulla riva del mare, incombenti sulla nostra testa che essi superano, opprimenti come l’aria nei giorni di tempesta o come la neve delle valanghe che travolgono le rocce, ammassantisi gli uni sopra gli altri e interponentisi tra il cielo e noi fino al punto di farcelo completamente dimenticare. Bisogna pregare per conoscere tutta l’abominazione di una sola colpa e il numero enorme di quelle che abbiamo commesse; bisogna domandare la chiarezza terribile che tutte le mette a giorno, sia quelle che abbiamo presenti, sia quelle, più numerose, che noi abbiamo inghiottite come l’acqua e i microbi invisibili di cui è piena.

Da ciò è risultato in tutto il nostro essere uno stato di disordine e di anarchia, del quale si soffre a lungo, fino a quando il senso dell’ordine e della disciplina persiste; ma tale senso può finire col subire una sorta di accomodamento più o meno completo… e questo accomodamento è la suprema miseria. Noi camminiamo su una china, la brutta china; la troviamo in noi nascendo, tutte le nostre energie sono rivolte verso il male e attratte da esso. L’intelligenza è deformata; non è più naturalmente l’amica della verità; l’ignoranza, la falsità, le curiosità vane trovano nell’intelligenza un’accoglienza troppo facile; la volontà è indebolita, incapace di comandare, e, ottenebrata dallo spirito che le mostra i sentieri del traviamento, travolta dalle passioni sfrenate che le cose esteriori sovreccitano, a ogni istante è vinta dalle sottoposte energie che hanno scosso il suo giogo, se pur non l’hanno già interamente assoggettata ai loro capricci.

I santi e gli autori di scritti spirituali ritornano continuamente su questo stato di cose… e ben a ragione. Io mi ripeto come loro. La vita non è letteratura. Bisogna rimasticare indefinitamente per assimilare. Le informazioni e le trasformazioni sono lente; l’anima deve restare a lungo applicata sul suo oggetto per prenderne la forma e riprodurlo. Il suo oggetto è positivo, è Dio, forma ideale, esemplare perfetto. Ma dinanzi a Dio sta anche tutto ciò che si oppone alla sua dolce Immagine e alla sua comunicazione di Vita. Egli ci vuole fare ” figli della Luce ” e ci trova ” figli delle tenebre “. Vuol fare circolare in noi il suo Spirito che è amore e dono di sé, e ci trova tra le mani di un altro spirito che è egoismo. Questo negativo deve scomparire. Esso non cede che a prezzo di una lotta. La vita è una battaglia, la battaglia di Dio contro il male. Un’anima ove non si combatte è un’anima battuta senza combattimento. La pace regna in essa, ma si tratta della pace dei paesi sottomessi dall’invasore e rassegnati al suo dominio.

Ciò che si deve rimproverare agli scrittori spirituali non è il fatto di ripetersi ma piuttosto di aver paura di farlo. Noi viviamo in un’epoca di sapere, più che d’intelligenza; la ragione e la memoria sono in auge; si scrive per esse, per riempirle di conoscenze; non si pensa più ad arricchire la propria anima e ad approfondire la propria vita.

Ci troviamo nell’era delle opere di divulgazione e degli articoli di rivista alla portata di tutti; si deve essere al corrente di tutto e si deve poter dire la propria parola sull’ultima opera o sulla scoperta più recente. Gli spiriti rassomigliano a quelle aiuole artificiali dei giorni di festa, dove si dispongono fiori dei quali si gioisce senza averli coltivati, senza sapere il loro nome… e dei quali ci si sarà dimenticati l’indomani.

La preghiera, la sua necessità, la sua grandezza, gli immensi benefici che essa procura, la sua dolcezza feconda, la gloria che assicura a Dio, il suo ruolo nel mondo… non basta solamente aver letto e compreso tutto questo un giorno, bisogna ritornarvi continuamente, ridirselo ogni momento e viverne. Così fanno lo Spirito Santo nella Bibbia, la Chiesa nei suoi Uffici, i santi nelle loro orazioni quotidiane e nelle loro incessanti meditazioni. Essi ci fanno risalire incessantemente dalla bellezza delle cose verso la Bellezza essenziale da cui le cose procedono; dalla debolezza della nostra natura decaduta alla forte tenerezza di Colui che si è fatto nostro Redentore e che si offre per riprenderci in Sé; dalla continua minaccia che il demonio e il mondo fanno pesare sopra di noi al continuo soccorso con cui ci avvolge Colui che vuole strapparci alla loro tirannia.

Il pericolo principale è quello spirituale, cioè quello di perdere la propria vita vera. Gli altri pericoli sono solo in ordine a questo: sono le diverse forme che, per ciascuno di noi, può prendere la prova. Bisogna pregare innanzi tutto perché Dio viva in noi e noi in Lui. Bisogna pregare perché le prove servano rispetto a questa vita divina, che è la sola vita vera e il solo vero bene. Persecuzioni, ingiustizie, calunnie, insidie molteplici ai nostri interessi e ai nostri diritti, malattie che abbattono il corpo e dolori che martirizzano la sensibilità, noi possiamo domandare che la bontà di Dio ci preservi da tutto ciò, ma in conformità al suo piano d’amore che è la regola suprema della nostra preghiera. Orbene, questo piano d’amore ha previsto che la prova ci visiterà, che la pazienza nel sopportarla in unione con Gesù ci sarà fonte eccezionalmente ricca e pura di merito e d’espiazione, che la nostra statura naturale e soprannaturale (questa impossessantesi di quella) vi si cimenterà, e che l’immagine divina, la rassomiglianza col Modello di ogni bellezza risplenderà in noi sotto tali colpi.

Mio malgrado, io ritorno sempre su queste prospettive. Esse non escludono le altre ma le abbracciano e le assimilano. La preghiera ci eleva fino a Dio, ci pone dinanzi a Lui, ci trasforma in Lui. In ciò sta la sua essenza e la sua bellezza indispensabile. Ogni studio, ogni analisi rivela questo fondo che è il fondo delle cose e della nostra vita. Su questo fondo essenziale si possono tracciare delle distinzioni, distinguendo tra preghiera che adora e preghiera dove vengono ricordati i propri bisogni, tra preghiera che vuole cancellare un passato di cui ci si è pentiti e preghiera che vuole assicurare un avvenire più fedele. Un aspetto profondo riunisce tutte queste forme di preghiera: è quel movimento dell’anima che si innalza al di sopra di se stessa e che vuole fissarsi all’altezza di Dio. Questo movimento è la vita: la preghiera è dunque vita e, al tempo stesso, condizione di vita. Ancora una volta tutto ciò che si può dire o scrivere si riduce a questo… e in questo si conclude.

Presentazione della Beata Vergine

“Presentazione della Beata Vergine”

Voglio proporvi, in occasione della celebrazione della festività della “Presentazione della Beata Vergine”, la cui ricorrenza è fissata per oggi 21 novembre, un bel discorso sulla vita contemplativa tenuto da S.S.Benedetto XVI, nel 2006. Però prima, vorrei accennarvi il significato di questa festa della Chiesa Cattolica che viene celebrata anche dalla Chiesa Ortodossa (Введение во храм Пресвятой Богородицы). Questa ricorrenza si basa su ciò che ci riferisce il protovangelo di Giovanni, ovvero un vangelo apocrifo, egli ci narra che la fanciulla Maria, viene condotta al Tempio dai suoi genitori Anna e Gioacchino per essere presentata ai sacerdoti, è in questa occasione che si realizza la sua “consacrazione” esemplare a Dio.

« Il sacerdote l’accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: “Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell’ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione. » (Protovangelo di Giacomo, VI, 2)

Va anche ricordato, che l’origine della festa è legata alla dedicazione della chiesa di Santa Maria Nuova, costruita presso il muro del tempio di Gerusalemme, nel 543.

ANGELUS DOMENICALE

del 19 novembre 2006

di Papa Benedetto XVI

sulla vita contemplativa per la

festa della Presentazione della B.V. Maria  del 21 novembre

“I monasteri, polmoni dell’umanità”

Cari fratelli e sorelle!

Dopodomani, 21 novembre, in occasione della memoria liturgica della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, celebreremo la Giornata pro Orantibus, dedicata al ricordo delle comunità religiose di clausura. È un’occasione quanto mai opportuna per ringraziare il Signore per il dono di tante persone che, nei monasteri e negli eremi, si dedicano totalmente a Dio nella preghiera, nel silenzio e nel nascondimento. Qualcuno si chiede che senso e che valore possa avere la loro presenza nel nostro tempo, in cui numerose e urgenti sono le situazioni di povertà e di bisogno a cui far fronte. Perché “rinchiudersi” per sempre tra le mura di un monastero e privare così gli altri del contributo delle proprie capacità ed esperienze? Che efficacia può avere la loro preghiera per la soluzione dei tanti problemi concreti che continuano ad affliggere l’umanità?

Di fatto tuttavia, anche oggi, suscitando spesso la sorpresa di amici e conoscenti, non poche persone abbandonano carriere professionali spesso promettenti per abbracciare l’austera regola d’un monastero di clausura. Che cosa le spinge a un passo tanto impegnativo se non l’aver compreso, come insegna il Vangelo, che il Regno dei cieli è “un tesoro” per il quale vale veramente la pena abbandonare tutto (cfr Mt 13, 44)? In effetti, questi nostri fratelli e sorelle testimoniano silenziosamente che in mezzo alle vicende quotidiane, talvolta assai convulse, unico sostegno che mai vacilla è Dio, roccia incrollabile di fedeltà e di amore. “Todo se pasa, Dios no se muda”, scriveva la grande maestra spirituale santa Teresa d’Avila in un suo celebre testo. E dinanzi alla diffusa esigenza che molti avvertono di uscire dalla routine quotidiana dei grandi agglomerati urbani in cerca di spazi propizi al silenzio e alla meditazione, i monasteri di vita contemplativa si offrono come “oasi” nelle quali l’uomo, pellegrino sulla terra, può meglio attingere alle sorgenti dello Spirito e dissetarsi lungo il cammino. Questi luoghi, pertanto, apparentemente inutili, sono invece indispensabili, come i “polmoni” verdi di una città: fanno bene a tutti, anche a quanti non li frequentano e magari ne ignorano l’esistenza.

Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore, che nella sua provvidenza, ha voluto le comunità di clausura, maschili e femminili. Non facciamo mancare loro il nostro sostegno spirituale ed anche materiale, affinché possano compiere la loro missione, quella di mantenere viva nella Chiesa l’ardente attesa del ritorno di Cristo. Invochiamo per questo l’intercessione di Maria, che, nella memoria della sua Presentazione al Tempio, contempleremo come Madre e modello della Chiesa, che riunisce in sé entrambe le vocazioni: alla verginità e al matrimonio, alla vita contemplativa e a quella attiva.

“La Preghiera” di A. Guillerand IV°capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand


CAPITOLO IV°

Forme della preghiera

Non vi è che una preghiera essenziale, è il movimento dell’anima che si eleva verso Dio, è il rapporto che ne risulta. Dal momento in cui l’anima abbandona la spaventosa valle ove la colpa l’ha fatto conoscere e si rivolge verso le altezze donde vengono ogni Luce e ogni bene, essa prega; essa incontra Colui che non l’ha abbandonata, Lui che resta sempre verso di lei con le mani piene di benedizioni, con il cuore traboccante dell’eterna tenerezza; e la relazione che è Amore e Vita comincia.

Ma questa relazione può prendere forme molto differenti che variano con gli individui, le ore, i bisogni, tutta la gamma delle circostanze così diverse nelle quali si svolge il flusso dei nostri giorni. Talvolta noi ci appoggiamo sulla grandezza in generale o su qualche perfezione particolare del nostro Dio beneamato. Noi invochiamo il suo amore, la sua misericordia, la sua bontà, la sua santità, la sua verità; noi ne facciamo il trampolino che ci permette di accedere agli immensi orizzonti dove si dispiega il suo ” Essere che è “. Ciò è abile. Per Dio non vi è che Dio; Dio non può resistere a una tale lode; ci ha fatto per questo: lodarlo eternamente. Ascoltando sulle nostre labbra di esiliati questo canto della patria, Egli riconosce che noi vogliamo Lui più di qualunque essere creato, e che noi gli apparteniamo. La Scrittura è piena di tale preghiera: ” 0 mio Dio, ascoltami ?dice Davide ? tu sei ogni bontà e ogni misericordia “. ” Per ciò che tu stesso sei, o mio Dio, presta attenzione alla mia voce e ascoltami ” dice Daniele (Daniele 9,19).

Sovente noi ci appoggiamo su una creatura che gli è assai cara. Evidentemente Gesù occupa il primo posto, ben al di sopra di tutto e di tutti. Le litanie dei Santi, a questo proposito, sono una meraviglia: noi invochiamo dapprima Dio stesso, poi Gesù, Maria, i grandi santi, poi tutta l’immensa e amante famiglia celeste, dopo ricordiamo le difficoltà del cammino, i pericoli che ci minacciano, e infine in un largo e possente finale, richiamiamo, nei suoi aspetti principali, le opere redentrici del beneamato che si è dato a noi; e allora per noi e per tutti, per quelli del Purgatorio e per quelli della terra, lanciamo il nostro grido di supplica: ” noi ti supplichiamo “.

La diversità delle domande dà egualmente alle nostre preghiere delle infinite sfumature. Si può domandare il bene assoluto, che è Dio stesso, e il suo possesso definitivo. Si possono domandare i mezzi che conducono a lui. Tra questi mezzi ve ne sono alcuni che hanno con il fine dei rapporti diretti e stretti, altri solo dei rapporti più larghi. La preghiera è caratterizzata in rapporto agli oggetti. Esiste una preghiera che non è che lode e adorazione, e una che non esprime che la riconoscenza. Ma tutte sono essenzialmente preghiere poiché uniscono a Dio. E se in qualcuna la domanda non è diretta, in tutte essa si nasconde sotto le parole e anche i sentimenti. Coloro che cantano la grandezza divina, coloro che rendono grazie a Dio per i benefici ricevuti, sanno – anche se non vi pensano esplicitamente – che ai suoi piedi noi siamo sempre dei bisognosi, e che la sua bontà si commuove sempre dinanzi a questi bisogni.

Sovente, in una sola formula, noi riuniamo tutte le varietà della preghiera. In due parole noi possiamo adorare, ringraziare, domandare perdono e soccorso, e slanciarci verso il Padre sulle orme di Gesù, nelle braccia di Maria, in unione con tutta la famiglia celeste. Io immagino che niente può essere più dolce al cuore del Dio d’amore, né più forte sul suo cuore.

Vi sono nel Vangelo delle formule di preghiera ideale per tutte le circostanze. La più bella è evidentemente quella di Maria: ” Non hanno più vino ” (Gv 2,3) . La domanda scompare sotto il fiore della confidenza. È talmente sicura d’essere esaudita, la divina Madre! Ella crederebbe di offendere la tenerezza di Gesù chiedendogli del vino. Il suo amore per lei, la sua delicatezza con chiunque, le garantiscono la risposta. Maria dice la sua parola e attende. Così fanno le madri. Così ci invita a fare, ” Fate ciò che vi dirà ” (Gv 2,5).

Così fanno quelle due anime alle quali non si sa neanche quale appellativo dare: Marta e Maria, al capezzale di Lazzaro. Gesù le ama, esse lo sanno; e non domandano niente. Dicono solo: ” Colui che tu ami è ammalato ” (Gv, 11,3). Nessuna richiesta espressa! Nessuna parola circa la loro pena! ” Tu ami e qui si soffre! “. In questo ambiente così unito, la malattia del fratello è malattia delle sorelle…. le quali non dubitano che il male dei tre abbia risonanza nel cuore amico

Sant’Ugo vescovo di Lincoln, e la sua iconografia

Sant’Ugo vescovo di Lincoln, e la sua iconografia

Oggi 17 novembre, si celebra la festività di Sant’Ugo vescovo di Lincoln, che ricordiamo è stato il primo certosino della storia ad essere canonizzato, nel 1220. La sua biografia è stata da me già trattata l’anno scorso in occasione di questa data, pertanto oggi vorrei soffermarmi su qualche aneddoto della sua santa esistenza. Alcuni episodi tratti dalla vita, sono infatti all’origine delle illustrazioni realizzate da pittori e scultori, che caratterizzano la sua iconografia classica. Cominciando dalla rappresentazione iconografica di Sant’Ugo, notiamo che solitamente, pur essendo stato vescovo, egli viene effigiato indossante l’abito da certosino ed affiancato sempre da un cigno. La presenza della mitria è ricorrente tranne che nel bel dipinto eseguito nel 1638, dallo spagnolo Francisco de Zurbaran, che raffigura Ugo accompagnato dal cigno ed in estatica ammirazione del calice da cui fuoriesce una figura di bimbo. A tal riguardo occorre menzionare il miracolo che sovente accadeva al santo certosino, egli ogni giorno celebrando la santa messa con estrema devozione verso il Santissimo Sacramento dell’Altare, vedeva ricompensato il suo fervore con la prodigiosa apparizione di un bel Gesù Bambino!!! Per quanto concerne il cigno, si narra che all’indomani della sua elezione a vescovo di Lincoln, avvenuta nella abbazia di Westminster a Londra il 21 settembre 1186, Ugo durante una passeggiata fu seguito da un cigno bianco che da quel momento non lo abbandonò mai più. La leggenda ci racconta che il pennuto, faceva quasi da guardia al santo vescovo, tanto che un giorno rifiutandosi di mangiare si sdraiò ai piedi del certosino ormai malato, il quale deducendo che si avvicinava il momento della sua dipartita promise all’uccello di partire con lui per sempre, cosa che avvenne di li a poco. Sembra evidente inoltre l’aspetto allegorico di questo animale, che sta a simboleggiare con le sue piume bianche la purezza e l’intelligenza della vita del santo Altro elemento iconografico, è il modello della cattedrale di Lincoln, che il santo sovente regge in una mano, ciò per rammentare che fu lui l’artefice della ricostruzione della prestigiosa cattedrale, dopo la distruzione avvenuta a seguito di un terremoto nel 1185. Il vescovo collaborò alla ricostruzione materialmente, aiutando attivamente le maestranze nella riedificazione. Ugo, come sappiamo è stato un vescovo molto impegnato anche in campo diplomatico, fu una figura fondamentale per porre fine ai contrasti tra la Francia e l’Inghilterra, ma visse sempre con spirito da certosino. Egli infatti ricordò sempre il noviziato svolto alla Grande Chartreuse e l’esperienza come priore alla certosa di Witham, dove spesso ritornava pur essendo ormai divenuto vescovo. Ugo era inoltre, da buon certosino, un grande amante dei libri, si narra che al riguardo esprimesse questo splendido concetto: «Quando siamo in pace i libri sono il nostro tesoro e la nostra delizia; quando combattiamo sono le nostre armi; quando abbiamo fame, ci servono come nutrimento; quando siamo ammalati sono il nostro rimedio. Tutti i religiosi devono fare uso di questi soccorsi, ma quelli che ne hanno più bisogno sono coloro che vivono in solitudine». Voglio terminare quest’articolo offrendovi alcune delle tantissime raffigurazioni del santo vescovo certosino.

“La Preghiera” di A. Guillerand III°capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand


CAPITOLO III°

La fruttuosa grandezza della preghiera

I santi hanno scritto su questo tema delle pagine splendide: ” Quale dignità e quale gloria! – dice san Giovanni Crisostomo. – Il Dio onnipotente continuamente pronto ad ascoltarci “. Deboli creature, poveri esseri di un giorno, piccoli fiori nati al mattino, già appassiti alla sera, che però possiamo volgerci verso di Lui e subito ci dà udienza, ci parla, ci accarezza, si apre a noi; si china verso la nostra miseria e l’innalza fino al suo trono; ci fa entrare nella sua dimora, e questa dimora è il suo Amore, è il movimento stesso del suo Essere e della sua Vita!

lo stancherei il migliore degli uomini e il meno occupato presentandomi così a lui ad ogni momento con, purtroppo, una disinvoltura e una sfacciataggine che offenderebbero anche i più indulgenti; Dio mi riceve sempre, perdona e scusa tutte le mie sfrontatezze. Egli mi riceve e mi coccola. Mi mostra gli splendori del suo palazzo; ha sempre qualche luce nuova da offrire alla mia intelligenza, qualche delizia per il mio cuore. E se la luce è antica, la riveste di freschezza come un fiore di una nuova primavera; e se crede utile di lasciarmi nella notte, questa stessa notte si illumina di chiarezza e le più spesse tenebre si cambiano in vive luci. E se mi rifiuta le delizie sensibili, mi fa trovare nella preghiera del deserto dolcezze superiori che rapiscono la mia fede di bimbo che confida in suo Padre.

Questi divini rapporti mi basterebbero mille volte, se Dio si presentasse da solo, poiché Dio è tutto ed è tutto per me. Ma Dio si circonda di una compagnia innumerevole e affascinante. Le più belle anime di tutti i tempi, innalzate e raggianti per la Luce che le circonda, sono lì con Lui, amanti e buone come Lui; esse mi testimoniano la stessa tenerezza e mi offrono di condividere la loro felicità e la gioia dei loro rapporti con Colui che è e si dona; esse prendono le mie preghiere già prima che siano salite dal mio cuore alle mie labbra; le presentano a Dio; le arricchiscono della loro fraterna supplica; le profumano del loro sorriso; vi aggiungono i loro propri meriti. In tale società si dimentica la terra, gli uomini, le loro piccolezze e le nostre, tutto ciò che deprime o rattrista; si rende l’anima serena e come celeste; ci si sente grandi, forti e consolati.

Gli avversari della nostra salvezza come appaiono disprezzabili… e in realtà lo sono! Dio, la sua grazia, le virtù con cui ci fortifica e ci adorna, l’eterna felicità che promette, di cui talvolta dona come le primizie, i cieli che si avvicinano, che sembrano aprirsi, tutto ciò ci fa dimenticare i pericoli e le ore desolate del cammino. La preghiera pone l’anima dinanzi a queste realtà, e più che dinanzi: essa fa penetrare nel dolce soggiorno.

” La preghiera – dice san Giovanni Climaco – unisce a Dio, sostiene il mondo, abbellisce le anime, cancella le colpe, preserva dalle tentazioni, difende nella lotta; la preghiera consola nelle pene, è la madre delle lacrime feconde, delle lacrime d’amore, dopo essere nata da quelle del pentimento; essa alimenta le gioie spirituali e le delizie dei cuori trasformati e uniti, le profonde luci, le sicurezze tranquille, le speranze fondate, i grandi progressi delle anime e i grandi interventi divini dipendono da essa “.

Tra lo sviluppo della preghiera e l’ascesa delle anime esiste un rapporto che è unanimemente constatato e che si impone. Elevandosi, le anime raggiungono delle regioni dove l’agitazione delle cose passeggere non arriva; il movimento cessa o diminuisce, le passioni si affievoliscono, il rumore del mondo, le sue preoccupazioni, i nostri stessi pensieri si fanno come lontani, l’attenzione si concentra su Colui che è Silenzio, Riposo, Dio di pace; ci si sente invasi di calma e come rivestiti dell’Immutabilità divina, che sembra comunicarsi a tutto l’essere. È il terreno della preghiera, del pio impeto d’amore che ci slancia verso Dio, incessantemente slanciato Egli stesso verso di noi. Il suo Spirito ci avvolge, ci penetra, discende in noi e dice: ” Figlio mio “, e ripartendo dalle profondità del nostro essere, che fa rivolgere verso il suo Principio, risponde: ” Padre! “.

Nessuna ora più grande e feconda, nessuna attività più alta sono possibili.

Ma nell’anima che prega così sono richieste delle disposizioni che reclamano dei lunghi esercizi e delle dure fatiche. La sensibilità turbata dalla colpa si ribella, si sbizzarrisce in slanci pazzeschi, in scoraggiamenti; essa non vuole riprendere il suo ruolo di serva; vuole dirigersi da sé, seguire i suoi capricci; resiste; le battaglie l’esasperano. Più la si vuole disciplinare, più si sbriglia e s’impenna. Bisogna riordinarla; bisogna rimetterla al suo posto che è quello di serva molto utile, ma sottomessa. Bisogna ristabilire l’armonia distrutta del bell’edificio umano che Dio aveva costruito. Dio solo può ricostruirlo… e noi non riusciamo a convincercene del tutto. La necessità assoluta del suo aiuto è l’ultima idea che entra nelle anime e che comanda il loro movimento verso di Lui. Noi passiamo la nostra vita a pretendere di santificarci senza questo aiuto e a credere nella nostra autonomia.

La preghiera ben compresa e fatta bene ci ripone nel nostro ruolo di creatura che riceve tutto dal Creatore, e che, senza di Lui, non è soltanto debole, ma completamente impotente. Allora noi ridiveniamo illuminati e forti; vediamo la verità e possiamo farla, poiché essa è in noi e si dona. Fino a quel momento noi eravamo nel nostro nulla e non volevamo uscirne.

L’anima che prega può essere ancora ben lontana dalla perfezione, essa è per via e arriverà. Essa è unita al principio che gliela comunicherà; accoglierà ciò che lui vorrà compiere in lei ad ogni istante. Essa segue un cammino infallibile, poiché tale cammino è il traguardo. È, al tempo stesso, in viaggio e al traguardo. Dio stesso prega in lei, la conduce a Sé, e già le si dona.

La preghiera procede dall’unione e la cerca e la completa. Dio fa incessantemente domandare ciò che vuole donare, e dona ciò che ha fatto domandare. Poi iscrive questo movimento dell’anima sul suo libro di vita; gli angeli lo mettono in conto, rapiti; essi ne raccolgono tutte le briciole, le colgono sulle labbra, appena abbozzate, così informi e talvolta così deformi, non vedendo che l’intenzione che è retta o l’infermità che scusa.

” La preghiera ? dice sant’Agostino ? viene incontro ai bisogni delle anime, attira i soccorsi che sono loro necessari; rallegra gli angeli, tormenta l’inferno, è per Dio un sacrificio che non può non essergli accetto; essa è il coronamento della religione, è la lode totale, la gloria perfetta, la sorgente delle più solide speranze “.

Come, a un tale tesoro, a tali dolcezze, a un così grande onore, possiamo preferire dei vani discorsi, delle ore di ozio, dei divertimenti stupidi, delle fantasticherie senza oggetto? Dio è là, ci attende, ci chiama, ci offre chiarezze per lo spirito, energie per la volontà, ineffabili delizie per la sensibilità, beni inestimabili per noi stessi e per gli altri… e noi gli volgiamo le spalle.

Noi abbiamo, è vero, una scusa: è questo amore che si offre incessantemente e che sembra avvilirsi per donarsi. Ma il dono di sé non appare vile che alle anime vili. 1 cuori nobili sanno che è la verità e la vita, ed essi amano mantenersi in contatto con questo amore che si mostra e si comunica mostrandosi.

“La Preghiera” di A. Guillerand II° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

 

CAPITOLO II°

Definizione

Che cosa è la preghiera? La definizione di san Giovanni Damasceno è classica: ” La preghiera è la domanda fatta a Dio di tutto ciò che conviene “. Ma bisogna andare al fondo di queste parole, estrarne la ricca sostanza, distinguerne gli elementi e, dopo averli distinti, reintegrarli nella vita di questa sostanza che li regge e li vivifica.

Vi sono, in questa definizione, due parti che ne sono come la materia e la forma: la preghiera è una domanda, ma una domanda fatta a Dio e caratterizzata da Colui al quale si fa. A Dio noi non possiamo domandare che ciò che Egli vuole che noi domandiamo, e Dio non può volere che ciò che conviene. Poiché Dio è uno dei termini della preghiera ed è l’ordine infinito, la preghiera è una domanda essenzialmente ordinata, fatta secondo l’ordine stesso di Dio. Qual è questo Ordine? È che Egli è l’Essere stesso, l’Essere dal quale e grazie al quale e per il quale tutto è; Egli è il nostro Principio e il nostro fine, è la Luce del nostro spirito, è la forza della nostra volontà, è la Verità, il Bene, il Bello perfetto, è la Sorgente di ogni gioia e l’oceano di ogni vita. Ciò che conviene domandare è Lui, è di esserGli uniti, è di essere trasformati in Lui, è di possederLo e di esserne posseduti, di essere con Lui nei rapporti d’intimità che lo uniscono a Lui stesso, di divenire suo Figlio attraverso una comunicazione quanto più completa possibile del suo Spirito d’Amore, è di partecipare alla gioia e alla vita che è la loro gioia e la loro vita, la Gioia stessa e la Vita stessa. La Scrittura è tutta piena di questa preghiera, che sgorga a ogni passo come le sorgenti dalle alte montagne: ” La mia parte d’eredità è il Signore; Egli è la mia sola aspettativa “. ” Che cosa vi è per me che conta nel cielo? E che cosa ho voluto da te, o mio Dio, sulla terra? Tu sei il solo desiderio del mio cuore e il mio unico bene per sempre! “. Per un essere intelligente possedere è vedere ciò che si ama e gioirne senza riserva. Ciò che si vede è in noi attraverso la sua immagine che lo rende presente:da qui questa bella parola:” rappresentare”  La presenza permette di contemplare; la contemplazione incide dei tratti; una volta incisi, i tratti sono come una presenza continua che rinnova senza fine il godimento. Si ha una conoscenza e una presenza che non sono né possesso né godimento: l’oggetto è in noi, ma non ci appartiene. Noi non ne disponiamo; e non ci teniamo a disporne; la sua immagine ci basta; il contatto immediato, diretto, non ci è necessario. Noi non l’amiamo; esso non è il nostro bene; non cerchiamo di unirci a lui, di trasformarlo in noi; noi vogliamo solamente sapere ciò che esso è, conoscerlo; ma la sua conoscenza non ha suscitato in noi il desiderio d’unione più intima e di dono reciproco. Non si ama che il bene; ed esso non ci appare come il nostro bene. Dio (invece) ci appare come il nostro bene sommo. È con lui che desideriamo le più strette relazioni, il più completo possesso e, di conseguenza, la visione chiara, diretta, la visione che dona da godere, la visione intuitiva, il contatto immediato del suo Essere che si dona e del nostro essere che risponde attraverso il totale dono di sé a questo totale dono divino. Ecco ciò che domandiamo in primo luogo. Ogni altra domanda è ordinata a questa e non può non esserlo. Questa riguarda il fine, le altre i mezzi. Non si cammina che per arrivare. Due specie di mezzi conducono all’unione desiderata: quelli che rimuovono gli ostacoli dalla strada e quelli che mettono in contatto con l’oggetto amato. La preghiera domanda a Dio di proteggerci da ciò che separa o ritarda; essa domanda, al tempo stesso, di donarci ciò che unisce. Ciò che separa sono i vizi e le colpe; ciò che può ritardare sono le tentazioni. Ecco un primo oggetto delle nostre domande. Bisogna non disprezzarlo. Le anime orgogliose, o solamente ? ed è il caso più frequente ? ingenue, senza esperienza, si accontentano di domandare l’unione; più di una anche… di viverla. Per esse il pericolo non esiste; i colpi del nemico non possono raggiungerle, si credono immunizzate; ma tali anime sono solamente ignoranti e accecate. Esse sono in pericolo di perdersi? Sarebbe troppo affermarlo. Ma tali anime sono espostissime a segnare il passo e a mummificarsi. Il primo atto della Luce è di distinguersi dalle tenebre e di strappare loro tutto ciò che essa raggiunge. La Luce non brilla, non si mostra e non illumina la strada e la meta se non alla condizione di separarsi e separare gli esseri dalla notte. Quando si è liberata dall’abisso e quando gli ha strappato un’anima, la Luce le rivela l’Amore che la genera e la fa agire. Allora lo Spirito Santo entra in gioco. Egli l’attira a Sé; provoca dei movimenti d’unione; fa sorgere in essa la fioritura delle virtù, le comunica le sue tendenze, diviene l’agente segreto di tutta la sua attività; Egli domanda in essa, adora in essa, prorompe in grida d’amore, si espande in deliziosi colloqui e in inenarrabili gemiti, e ripete incessantemente: ” Padre! Padre! “.

La definizione di sant’Agostino si ricollega a questa idea: ” È il pio movimento dell’anima verso Dio “, dichiara, traducendo ciò che certamente doveva essere la sua preghiera. In un movimento si possono vedere due termini: quello dal quale ci si allontana e quello verso il quale ci si avvicina. Ma qui uno dei termini non è, è il nulla, ovvero è un essere che non è che grazie a Colui verso il quale si tende. Arrestarvi il proprio sguardo non è dunque permesso. Anche quando il suo pensiero si impone a noi, non bisogna volerlo. A questa condizione si va incessantemente verso il termine divino e la preghiera è continua. La raccomandazione del divino Maestro è realizzata: ” Si preghi sempre “.

Benedetto XVI, oggi su Margherita d’Oingt

Benedetto XVI, oggi  su Margherita d’Oingt


Il Papa questa mattina 3 novembre 2010, nel corso dell’udienza generale tenutasi nell’aula Paolo VI in Vaticano, particolarmente gremita, ha parlato di Margherita d’Oingt.

Stravolgendo le caratteristiche di questo blog, ho ritenuto, emozionato, di dover fare un articolo in “diretta” per informarvi di questa particolare attenzione avuta dal Pontefice, nei confronti della monaca certosina.

Ricordando avvenimenti di cronaca recente, il Santo Padre ha detto: “La spazzatura non c’e’ solo in diverse strade del mondo, ma in diverse anime. Solo la luce del Signore ci pulisce, ci purifica e ci da’ la retta via. Lasciamoci illuminare e pulire per imparare la vera vita“. Poi ha proseguito e riferendosi alla certosina  Margherita d’Oingt, che ella ebbe: “Un’esistenza ricca di esperienze mistiche, descritte con semplicità, lasciando intuire l’ineffabile mistero di Dio, sottolineando i limiti della mente nell’afferrarlo e l’inadeguatezza della lingua umana nell’esprimerlo”. Margherita “concepisce tutta la vita come un cammino di purificazione fino alla piena configurazione a Cristo” e “scrive di sé per giovare agli altri e per fissare più profondamente nel proprio cuore la grazia della presenza di Dio, per far sì, cioè, che ogni giorno la sua esistenza sia segnata dal confronto con le parole e le azioni di Gesù”. Attraverso i suoi scritti, appare come “una donna molto colta” che “scrive abitualmente in latino, la lingua degli eruditi, ma scrive pure in franco provenzale e anche questo è una rarità”. Inoltre, ha aggiunto il Papa, “ha una personalità lineare, semplice, aperta, di dolce carica affettiva, di grande equilibrio e acuto discernimento, capace di entrare nelle profondità dello spirito umano, di coglierne i limiti, le ambiguità, ma pure le aspirazioni, la tensione verso Dio”. Papa Ratzinger ha affermato: ”Abbiamo sentito che Margherita ha considerato il Signore come un libro, uno specchio nel quale appare anche la propria coscienza e da questo specchio e’ entrata anche la luce nella propria anima”. ”Ha lasciato entrare le parole di Cristo – ha aggiunto Benedetto XVI – nel proprio essere e cosi’ e’ stata trasformata, la coscienza ha trovato i criteri, la luce. Proprio di questo abbiamo bisogno anche noi: lasciare entrare la luce di Cristo nella propria coscienza, in modo che capisca cio’ che e’ vero e cio’ che e’ male, perche’ sia illuminata e pulita”. La certosina ha mostrato “una spiccata attitudine al governo, coniugando la sua profonda vita spirituale mistica con il servizio alle sorelle e alla comunità”, ha precisato il Pontefice, Margherita d’Oingt “afferma che la croce di Cristo è simile alla tavola del parto” e “il dolore di Gesù sulla croce è paragonato a quello di una madre”. Dalle parole di una monaca certosina, la figura di Margherita ci rivela “una personalità affascinante, dall’intelligenza viva, orientata verso la speculazione e, allo stesso tempo, favorita da grazie mistiche: in una parola, una donna santa e saggia che sa esprimere con un certo umorismo un’affettività tutta spirituale”. Sull’esempio di Margherita che invita a “meditare quotidianamente la vita di dolore e di amore di Gesù e quella di sua Madre, Maria”, Benedetto XVI ha quindi concluso ricordando che “dalla contemplazione dell’amore di Cristo per noi nascono la forza e la gioia di rispondere con altrettanto amore, mettendo la nostra vita a servizio di Dio e degli altri”. Ancora una volta Benedetto XVI, dimostra la sua particolare attenzione alla profonda spiritualità espressa dal mondo certosino. Ringrazio per ciò il Santo Padre, che dà così un forte impulso alla divulgazione della vita monastica certosina, aiutandomi nella “missione” prefissatami.

Philibert Aspairt, alla ricerca del tesoro certosino

Philibert Aspairt,

alla ricerca del tesoro certosino

La città di Parigi, fin dalla sua fondazione ha sfruttato il suo sottosuolo come cave prelevandone i materiali adatti per costruire la sua infrastruttura. Dal periodo romano fino al medioevo, e con la conseguente espansione della città, le numerose cavità del sottosuolo hanno dato origine a circa trecento chilometri di gallerie sotterranee. Questo intricato dedalo di cunicoli e gallerie sotterranee, fu sostanzialmente scoperto nel XVIII secolo, quando si decise nel 1777 di esplorarle, al fine di mettere in sicurezza la città stessa. Successivamente, gli eventi storici che si susseguirono videro Parigi teatro della Rivoluzione che segnò radicalmente la politica europea. Nello scenario legato agli anni del Terrore si svolge la storia che sto per narrarvi, riguardante la sparizione di Philibert Aspairt nelle viscere della capitale francese. La narrazione necessita di un antefatto, altrettanto leggendario circa la presenza dei certosini a Parigi, i quali invitati da Luigi IX per bonificare una zona degradata in una località fuori le mura cittadine, vi si insediano. Inizialmente giungono a Parigi nel 1257, e si stabiliscono a Gentilly, ma poco dopo il priore Jean de Josserand ed i sette suoi confratelli vengono destinati ad occupare il castello abbandonato di Vauvert. Questo luogo è situato in una località malsana e malfamata, che la popolazione crede infestata dal demonio al punto tale che era noto come Via Infera. A tal proposito la leggenda riferisce che i monaci una volta insediatisi il 21 novembre del 1258, abbiano passato tre giorni e tre notti in preghiera per scacciare il maligno!!! Da quel momento era nata la fondazione certosina nella città di Parigi, i monaci cominciarono a sfruttare gli ambienti sotterranei di Vauvert, e lentamente cominciarono ad ingrandire la propria struttura. Ciò fu possibile poiché vennero esplorati i sotterranei che furono sfruttati estraendone la pregiata roccia calcare “lai”, che fu abilmente utilizzata per la costruzione di due chiostri, dei giardini monumentali e di un mulino ad acqua. Queste trasformazioni fecero assumere, nel seicento al complesso monastico un aspetto sontuoso caratterizzato anche da un famoso vivaio.

Purtroppo poi, a causa della Rivoluzione, nel periodo di massimo splendore i monaci furono, nell’ottobre del 1792, costretti ad abbandonare il convento. I prestigiosi ambienti claustrali, vennero destinati a fabbrica di polvere da sparo, e via via demoliti, cosicché dell’antico splendore della vita monastica rimasero come traccia i soli sotterranei. Premesso ciò, per identificare il luogo che fa da sfondo alla vicenda che vi narro, dobbiamo localizzare i sotterranei della certosa di Vauvert, essi sono situati a sud del parco dei Giardini di Lussemburgo e sotto l’attuale Liceo Montaigne . Il protagonista della vicenda leggendaria è Philibert Aspairt, il portiere del ex convento di Val de Grace diventato ormai Ospedale militare dopo che nel 1790 ne è stata fermata l’attività religiosa. Questa costruzione è situata a pochi isolati dai sotterranei certosini, ed egli, approfittando dei trambusti causati dal periodo del Terrore, ed  avendo sentito parlare della presenza di un misterioso tesoro (forse ingenti quantità di liquore Chartreuse) decide incautamente di accedervi. Così, la domenica 3 novembre 1793, il neofita esploratore attraverso una scala posta nel cortile dell’ex convento, equipaggiato solo di un candelabro si cala negli intricati sotterranei parigini. Tra l’oscurità dei  meandri Aspairt, si avvia in direzione rue Saint Jacques, ingolosito dal ritrovare il presunto tesoro ignora che davanti ai suoi occhi si aprono tre itinerari che lambiscono l’antico convento certosino, che lo confondono. Totalmente disorientato è verosimile che abbia affannosamente tentato di tornare indietro, ma probabilmente la candela si sarà spenta per una ridotta quantità di ossigeno, lasciando il povero e sprovveduto avventuriero in preda al panico nel buio totale. Con ogni probabilità, egli rimase coscientemente intrappolato per qualche giorno, e non avendo provveduto a portarsi del cibo e dell’acqua, sarà morto di inedia vivendo una disperata agonia spesa nel cercare invano a tentoni una via d’uscita nel dedalo di cunicoli. In quei giorni, tormentati dalle tristi vicende del Terrore, nessuno cercò quell’uomo. Soltanto undici anni dopo il 30 aprile 1804, durante una perlustrazione dei membri dell’Ispettorato delle miniere, venne ritrovato lo scheletro di un uomo, che fu riconosciuto dalla moglie (per il candelabro ed il mazzo di chiavi personali) essere Philibert Aspairt. Nel luogo ove furono ritrovate le spoglie mortali, egli fu seppellito e vi fu eretta una stele che ricorda la temeraria impresa, posta come monito per chi incautamente(catafili) ancora oggi si avventura nei labirintico sottosuolo parigino. Questo tragico episodio ha i connotati di un romanzo con i tipici ingredienti: il mistero, il labirinto, il tesoro maledetto, ed invece il protagonista della leggenda Philibert Asprait pare sia veramente esistito, ed è tuttora un “eroe” della mitologia catafila.