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“La Preghiera” di A. Guillerand VII capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO VII

Il timore riverenziale nella preghiera

L’amore e il timore non si oppongono; l’amore genera il timore, il quale custodisce e sviluppa l’amore. Chi ama ha paura. Ha paura di perdere ciò che ama; ha paura di dispiacergli, di vederlo allontanarsi, o raffreddarsi a suo riguardo. Il timore misura l’amore che, a sua volta, è misura del timore. Essi si bilanciano reciprocamente e producono l’equilibrio armonioso dei nostri rapporti con la maestà infinita che è tenerezza senza limiti. Noi ci sentiamo piccoli e indegni davanti alla grandezza che si offre; noi dimentichiamo l’eccellenza delle perfezioni, che ci inabisserebbero per lo spavento, davanti alla tenera bontà che accarezza e apre le braccia; noi siamo preservati dalla noncuranza e dall’irriverenza grazie alla grandezza, e siamo fiduciosi e attratti grazie alla bontà. E la nostra preghiera trova, sotto la direzione dello Spirito Santo, quasi naturalmente il giusto centro tra il terrore e la presunzione.

L’irriverenza nella preghiera è infinitamente frequente. E’ essa a paralizzare la maggior parte delle anime; essa è la piaga dei rapporti tra Dio e i suoi figliuoli. L’idea di ” padre ” viene falsata. Un padre è diventato un ” compagno “, un amico, un confidente che si tratta da pari a pari. Un padre è tutt’altra cosa. Colui dal quale si riceve tutto, al quale non si dona se non ciò che egli stesso dona. Davanti a lui il figliuolo resta e deve restare colui che procede da Lui; il padre è il Principio, l’autore, senza il quale il figliuolo non è che nulla e non può nulla; questi non può agire che per lui, dipendendone in tutto e sempre, e dunque vivendo nei confronti del padre in una sottomissione totale e continua. L’amore non cambia nulla a tutto ciò. Colora di tenerezza confidente la sottomissione, ma non la sopprime né la diminuisce.

Oh, come gli angeli comprendono tutto ciò… e le anime veramente sante! Per loro, Dio resta Dio. Circondano il suo trono; una forza irresistibile li lega a Lui, li attira, li trattiene; li precipiterebbe, per inabissarvisi, nel focolare d’amore che è il suo Essere; strappa loro inni di lode, di adorazione ardente; ma la stessa forza li fa prostrare davanti a Lui, vela loro la faccia e dona a tutto il loro essere un fremito che non è mai di terrore e che resta sempre un sovrano rispetto.

Per il suo figliuolo della terra, Dio è per di più un giudice, un padre offeso. L’anima che prega non può dimenticarlo. Il divino Volto è Verità e Vita; essa se ne è distolta e gli ha preferito la menzogna e la morte. Dio l’ha ripresa con Sé; ha cancellato queste macchie, ma restano in essa delle tendenze e delle possibilità di ricaduta che le ricordano ciò che ha fatto e può ritornare a fare. La fisionomia divina ne reca l’impronta. Dei dolori vi appaiono impressi, prezzo delle colpe dell’anima e ricordo degli insegnamenti compiuti dall’Amore sui passi dei suoi traviamenti. L’amore ha dovuto farsi, per lei, Misericordia, cuore che si china verso la miseria per sollevarla. L’anima ha rifiutato quelle braccia che si aprono. Ma qualunque sia la forma con cui se Lo rappresenta, Egli resta sempre l’Essere più misconosciuto e più respinto che sia mai esistito. Quando si prega, bisogna essere dinanzi a Lui, al suo livello; bisogna comprendere questa sofferenza così come si scorge la sua grandezza, così come ci si rappresenta la sua tenerezza.

Bisogna anche tener presente che questa sofferenza, questa grandezza e questa tenerezza un giorno ci giudicheranno. Noi saremo posti sulla bilancia come contrappeso di esse, e se saremo più sotto del piatto che esse sollevano o se saremo trovati troppo leggeri, Dio ci dirà: ” Allontanatevi da me, andate altrove, andate con coloro che hanno rifiutato la mia compagnia “.

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