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Il patrono dei conversi: il beato Guglielmo da Fenoglio

Il patrono dei conversi:

il beato Guglielmo da Fenoglio


In occasione della ricorrenza della sua celebrazione, oggi vi narro un aneddoto miracoloso compiuto dal beato Guglielmo da Fenoglio. Di lui vi ho gìà descritto la biografia, ed il noto miracolo che lo ha reso “famoso”, come il santo del prosciutto. Ma di colui che, per le sue gesta miracolose è diventato di esempio per i conversi, al punto di diventarne il patrono, va ricordata la sua dedizione alla vita monastica come fratello converso. Il luogo dove si svolse il fatto leggendario che sto per descrivervi, avvenne nei pressi della certosa di Casotto. Il vescovo di Asti, aveva donato alla comunità certosina, un lascito per un diritto di pascolo tra Montaldo e Roburent, territori che insieme alla Grangia sita a Torre Mondovì, rappresentavano i possedimenti che avevano ricevuto come dono dai vescovi, in questo caso, o come dono dai feudatari, per grazia ricevuta o appoggio politico. Nell’ambito territoriale la Grangia, contribuiva in maniera fondamentale per lo sviluppo rurale della zona, attraverso diverse attività: il mantenimento della pulizia dei pascoli, la raccolta della legna nei boschi, la lavorazione del latte, tutte attività che i monaci che vi risiedevano svolgevano quotidianamente. In questo ambito il beato Guglielmo da Fenoglio, in qualità di fratello converso era solito, avventurarsi in frequenti spostamenti tra la certosa e la Grangia, e quindi costretto ad attraversare il “Bosconero”, e spesso sfinito per le avverse condizioni climatiche ed i perigli a Torre trovava ristoro, potendosi riposare la notte, per poi ripartire il giorno successivo. Il beato Guglielmo, in questi suoi andirivieni si trovava spesso a dover guadare il torrente Rio Roburentello, ed un antica leggenda racconta che un giorno egli si imbattè nel diavolo. Questi propose per agevolargli il cammino, di costruirgli un ponte in cambio dell’anima del primo essere che avesse attraversato il viadotto. Il maligno, dopo aver persuaso il povero certosino era ingolosito al pensiero di poter disporre dell’anima del beato, ma rimase beffato quando vide che Guglielmo fece attraversare il ponte, per primo, al suo fidato compagno di viaggio, il suo mulo!!! Da allora il ponte che si trova salendo a Roburent , appena passato il bivio per Montaldo è chiamato “ponte dell’Asino”, in ricordo di questo episodio leggendario accorso tanti secoli orsono, e che testimonia l’immutata devozione al beato certosino in questi territori.

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Una Risposta

  1. grazie per il simpatico aneddoto: al quale vorrei aggiungere il commento teologico che ne ha fatto monsignor Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto (che spero tantissimo sia nominato quale prossimo Arcivescovo di Milano…), nella sua Lettera Pastorale 2008-2009 “Cresimarsi perché? La Confermazione e la bellezza di Dio” (19.11.2008), reperibile nel sito della diocesi teatina (sez. Documenti):

    “Ci sono momenti in cui – se ti fidi di Dio e usi intelligenza e buona volontà – puoi guadare anche il torrente più impervio e avanzare libero e sereno nel cammino della vita.
    Dire che la cresima è il «ponte dell’asino» significa allora riconoscere che per molti essa risulta una tappa difficile, alla quale ci si prepara spesso con un senso di costrizione, mescolando noia e curiosità, attesa e fretta di finire.
    Giunto al «ponte dell’asino», il protagonista rischia di cascare nelle mani del Nemico, lieto di poterlo separare da Dio.
    Avviene così che, messi da parte i buoni propositi, il ragazzo appena cresimato si allontani dalla pratica religiosa e cominci a navigare da solo nel turbinoso mare della vita.
    Il momento della confermazione diventa allora per molti l’ora del congedo!”.

    Dopodiché, monsignor Forte prosegue con la pars construens, ricordando che anche per lui non fu né semplice né immediato superare il “ponte del’asino” della sua cresima: ma che la gioia di averlo superato, cercando di camminare fedelmente con Dio, fu veramente grande!

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