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“La preghiera” di A. Guillerand XIII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand


CAPITOLO XIII

La compunzione nella preghiera

Il cuore non è la sensibilità… se non in quanto questa è portata a un piano superiore, il piano della ragione. E’ utile distinguerli bene. La sensibilità è il cuore della bestia: la bestia ha molto cuore, ma l’uomo che non ha altra sensibilità ne è privo assolutamente. Come si conosce poco la psicologia ai nostri giorni! Si confonde la più bassa impressionabilità animale con questa sensibilità che è essenziale per l’uomo vero, e che viene eccitata solamente dalla verità, dal bene, dalla giustizia e dalla bellezza.

La compunzione è lo strale che penetra nel cuore dell’uomo al pensiero o al ricordo di queste grandi realtà… e soprattutto al pensiero o al ricordo della realtà delle realtà: Dio.

La compunzione prende delle forme diverse e può avere delle cause differenti. La parola compunzione sembra riservata per designare la contrizione del cuore al pensiero o al ricordo del peccato… e più specialmente dei propri peccati. Ma si adatta anche alle vive impressioni che provocano in un cuore i peccati degli altri, o la possibilità di commetterne, o il timore delle gravi conseguenze delle colpe, o il solo pensiero della Passione che le ha tutte cancellate, o quello del Dio presente che si dona e che ci protegge da ogni male, o la speranza della riunione futura con Lui nella patria, o la pena di vedere prolungarsi l’esilio che separa da Lui. I movimenti provocati sono gli stessi, vi sono solamente alcune sfumature che solo il soggetto discerne. La causa profonda è identica: è l’amore. Dispiacere, desiderio, speranza, o gioia… la compunzione è sempre un frutto della carità divina; ne porta il sigillo e ne ha, davanti a Dio, il merito. Dio vi ritrova il suo soffio che, partito dal suo cuore, si comunica al nostro e rientra nel suo, arricchito di ciò che il nostro cuore ha amato.

La compunzione vera e completamente soprannaturale è una grazia di elezione. Essa comporta su Dio, sulla sua grandezza e la sua bellezza, sul suo amore, sulle nostre relazioni con Lui, sulla dolcezza della vita che queste relazioni costituiscono, delle luci vive e rare. L’anima che le riceve deve avere una trasparenza che solamente un lungo esercizio di distacco provocato dall’amore può ottenere. I Santi Padri hanno cantato questa grazia in termini splendidi: ” Umile lacrima del cuore – scrive san Girolamo – tu sei una regina, tu sei onnipotente; tu non temi il tribunale del giudice, tu imponi silenzio ai tuoi accusatori; nulla ti arresta; tu hai accesso al trono della grazia, e non te ne allontani mai con le mani vuote; e la pena che tu causi al demonio è per lui più terribile della stessa pena dell’inferno. Tu trionfi dell’Invincibile, tu leghi e obblighi l’Onnipotente. La preghiera sola lo intenerisce, ma l’anima che piange, pregando, gli è irresistibile; la preghiera è un olio che lo dispone a esaudire, le lacrime sono uno strale che gli ferisce il cuore e lo forza ad agire “.

” Gli angeli – dice san Bernardo – si inebriano con le lacrime della penitenza e delle sante orazioni; è un vino che li inebria; vi trovano il profumo della vera vita, il sapore della divina grazia, il gusto dei perdoni che assolvono, il sano vigore dell’innocenza riconquistata, la gioia della riconciliazione con Dio e la pace serena della coscienza riordinata “.

” La compunzione – dice san Gregorio – è l’olocausto opimo e abbondante delle vittime che Dio ama. Le lacrime lo bagnano di un liquore che egli gradisce sopra tutti gli altri “.

” Le lacrime – dice san Giovanni Climaco – danno alla preghiera le ali, ed essa vola d’un balzo fino al cuore di Dio “.

Evidentemente le lacrime di cui qui si parla non sono necessariamente le lacrime degli occhi. Delle anime superficiali possono ingannarsi. Esse si sovreccitano, si rappresentano vivamente ciò che può commuoverle, sono felici quando le provocano e misurano il loro amore verso Dio da questo segno esteriore, talvolta infantile. Si tratta invece delle lacrime del cuore, che lo sforzo per procurarsi le altre può facilmente far inaridire. Si tratta di un movimento tutto interiore e spirituale che solo lo Spirito d’Amore può eccitare in noi, che occorre domandare a Lui con fiducia e attendere nella pace. E’ una fiamma chiara e pura che improvvisamente s’innalza come da un braciere nascosto, illumina lo spirito, tocca le corde della sensibilità, commuove tutta l’anima e fa passare in lei come un fremito divino che la strappa a se stessa e le fa dire: ” Mio Dio “, in maniera tutta nuova e che prima non conosceva. Allora, la distanza che separa l’anima da Colui che si rivela così, il ricordo delle sue colpe che hanno scavato questo abisso, Gesù in croce e Maria ai suoi piedi per espiarle, l’inferno che le punisce, ahimè, senza assolverle, questi pensieri che sorgono improvvisamente davanti all’anima, e che cessano di essere dei pensieri per diventare delle visioni, tutto ciò l’opprime come un frutto maturo e fa sgorgare il dolce e inebriante liquore delle lacrime.

Le lacrime del cuore non sono tuttavia una vetta; l’anima che piange vede più in alto di sé, vi aspira, intravede che può e deve superarsi, e nondimeno resta ancora nel cerchio di un ” io ” allargato, ma non spezzato e scomparso. Lo Spirito d’Amore che vuole strapparla da tale cerchio prepara così il ratto divino che è il suo scopo definitivo. Egli vuole averla tutta, sottrarla a se stessa e al creato, rapirla in Sé. Allora le lacrime, che sono i fiori del cammino, cessano, ed essa gusta le gioie anticipate della patria.

Checché ne sia, la grazia delle lacrime è un dono prezioso. Bisogna desiderarlo, domandarlo, prepararvisi. Bisogna desiderarlo e domandarlo con il pensiero certo, la convinzione profonda e vivente che Dio vuole accordarcelo molto più sicuramente di quanto noi stessi possiamo volerlo, e che il nostro desiderio non è mai altro – anche quello di una santa Teresa o di un san Giovanni della Croce – che una piccolissima scintilla dell’immenso desiderio che Dio ha di esaudirci.

Bisogna avere il coraggio di guardare spesso, sotto il suo aspetto reale e nella luce della verità, questa cosa orribile che si chiama peccato: un colpo diritto, violento, deliberato, capace di uccidere, dato all’Amore che è in noi, per sbarazzarci di Lui e rimpiazzarlo con noi. Bisogna vedere questa orribile cosa divenuta il pane quotidiano di tante anime, trangugiata come l’acqua, e che si stabilisce come padrone in un mondo che è debitore del suo essere e del suo sussistere a non altri che a questo Amore che viene crocifisso. Bisogna mettersi dinanzi a questo Amore in croce. E’ una persona vivente, è un uomo di trentatré anni, in piena vitalità, con una ricchezza di sensibilità inaudita; e che possiede tutte le delicatezze degli organi, del cuore e dello spirito. Il cielo e la terra, il Creatore e la creatura, il finito e l’infinito, riuniti, non fanno in Lui che una sola cosa; in Lui vi sono tutti i diritti, tutte le grandezze, ogni verità e ogni bene, tutto ciò che può suscitare ammirazione, rispetto, simpatia, tenerezza. Durante trent’anni lo si ignora…. probabilmente non senza già perseguitarlo; durante tre anni si ha per Lui gelosia, lo si attacca, si sbarra il passo alla sua azione; durante tre ore di agonia intima, Egli porta nella sua anima filiale il peso della collera del Padre suo irritato. Per dodici ore il suo corpo è colpito, torturato in tutti i sensi, sotto tutte le forme, e il suo cuore soffre per tutte le sofferenze dei suoi amati che sono là per centuplicare la sua pena con quella propria. Nell’ultimo momento, quando è giunto all’estremo, all’estremo delle forze, del sangue, dell’onore, della tenerezza, il Padre suo, rimasto il suo solo sostegno, sembra come ritirarsi, abbandonarlo e finirlo con questo colpo supremo. Allora tutto è compiuto: il peccato è pagato. Ma a quale prezzo! E’ il prezzo di un’anima che si è consegnata al male.

” Noi piangiamo un’anima abbandonata dal corpo – dice sant’Agostino – ma quali viscere cristiane dunque abbiamo per non piangere un’anima che si è separata dal suo Dio? “.

Sant’Agostino ha ragione di denunciare la nostra insensibilità spirituale. Ma sa quello che ci manca e come lo si debba ottenere, lui che ha tanto pianto le sue colpe. Ci manca la Luce dell’Amore che ci faccia vedere le colpe nella loro divina e spaventosa verità. Per ottenerla, bisogna domandarla e attenderla. Non brilla sempre al momento in cui la domandiamo, ma presto o tardi essa si dona a coloro che sanno attenderla.

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