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  • Memini, volat irreparabile tempus

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“La preghiera” di A. Guillerand XVIII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

Capitolo XVIII

Il luogo della preghiera

Bisogna abituarsi a pregare in ogni luogo come in ogni tempo. Il luogo della preghiera è l’anima… e Dio che l’abita. ” Quando tu preghi – dice Gesù – entra nella camera intima e ritirata della tua anima, rinchiuditi in essa e parla al tuo Padre, il cui sguardo amante cerca il tuo sguardo ” (Cfr. Mt 6,6).

Ecco il vero tempio, il santuario riservato. Lo si porta con sé; si può continuamente o trattenervisi o rientrarvi ben presto dopo qualche uscita. Bisogna farne un luogo appropriato; bisogna ornarlo; il grande ornamento è Dio stesso, che deve ritrovarvi i suoi tratti, cioè le sue perfezioni. Partecipate dalla nostra anima, esse prendono il nome di virtù. L’anima che le porta è bella della bellezza divina; è ” perfetta come è perfetto il Padre celeste ” (Cfr. Mt 5,48). ” Come ” non vuol dire ” altrettanto “. Questa parola non implica l’uguaglianza, essa esprime la rassomiglianza. Le virtù ci rifanno all’immagine di Dio, all’immagine del divin Figlio che è venuto a praticarle su questa terra per mostrarci i tratti divini.

In questo santuario riservato, nuovo cielo e regno di Dio, devono regnare la solitudine e il silenzio. Dio è solo con Se stesso. Le Persone divine, l’innumerevole corte celeste, non feriscono questa solitudine ma la costituiscono. L’Amore che anima le Persone divine le chiude a tutto ciò che non è Esso stesso: la città è immensa, ma chiusa, e Dio solo l’occupa, Egli è “tutto in tutti ” (1Cr 15,28). L’anima che prega deve riprodurre questa solitudine: colmarsi di essa, rigettare tutto il resto. Il colloquio che allora si avvia è ” Silenzio “. Parola e silenzio non si oppongono. Ciò che si oppone al silenzio sono le parole, è la molteplicità.

Si confonde il silenzio dell’Essere con il silenzio del nulla. Ma il nulla non sa né parlare né tacere; non sa che agitarsi e mascherare, con dei movimenti superficiali, il vuoto che è in esso. Parole delle labbra alle quali non corrisponde alcun pensiero; atteggiamenti del corpo, mimica del volto che non traducono alcuna realtà… o che, propriamente, mentono: ecco il linguaggio del nulla. Ed è questo che lo moltiplica. Occorrono molte parole per non dire nulla o per dire ciò che non si pensa; all’Essere ne basta una per esprimersi completamente.

E’ verso questa unità che noi tendiamo quando ci siamo rinchiusi in Dio. Egli è divenuto tutto, noi glielo diciamo… e non sappiamo più dire altra cosa. E’ il silenzio dell’anima rientrata in se stessa e posseduta da Colui che essa trova. Era il silenzio delle lunghe notti di Gesù passate su qualche monte nella sua ” preghiera di Dio “. Era il silenzio del Getsemani o del Calvario, spezzato da qualche parola rivolta a noi.

Le chiese sono il luogo della preghiera comune. Esse debbono riprodurre i tratti di Dio e quelli delle anime in servizio dei corpi. Ai corpi le chiese debbono offrire delle linee che elevano e vanno a perdersi verso il cielo o nel mistero di una penombra che isoli l’edificio dal mondo e dai suoi rumori … ; esse debbono avere un punto centrale, verso cui tutto tende, dove tutto si concentra, che unifica le nostre potenze e richiama il nostro amore; ed esse debbono manifestare delle bellezze che ci sorpassino, dare una pace che non viene dal creato e che ci trasporti fuori da esso, offrire tutto un insieme sensibile e spirituale in cui si riveli Colui che ha fatto la materia e lo spirito. La Sua presenza deve trasparirvi e il suo amore attirarci. Lo si deve respirare da tutti i pori del proprio essere, come l’atmosfera. Il luogo di culto che non ci dà questa sensazione, o l’anima che entrandovi non la sente, sono al di fuori della loro verità e mentono.

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