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“La preghiera” di A. Guillerand XXII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO XXII

La Presentazione davanti a Dio

Si tratta di direttive generali che possono servire a tutte le anime e per tutti i tempi. Sono dei modelli, delle preghiere già pronte. Le formule usuali della preghiera del mattino e della sera ne sono dei bellissimi saggi.

Queste formule non sono inutili. Quante anime potrebbero, senza di esse, porsi alla presenza di Dio e aprirsi a Lui? Non si sa né cosa dire né come dire.

Ciò non dovrebbe accadere, se l’educazione religiosa fosse cosa fatta. Per un bambino la cui anima si è svegliata con la dolce immagine di un Padre celeste che lo ama come lo ama il suo padre terreno, che è presente in lui, nella sua anima, che è anzi l’anima della sua anima, che gli comunica la propria vita, un Padre al quale può parlare incessantemente, nella cui tenerezza passa i suoi giorni come in una casa, per questo bambino la conversazione semplice e agevole con tale Padre sarebbe come il movimento e il respiro del suo cuore, e tutta la sua vita sarebbe preghiera.

Le formule già pronte sono necessarie o molto utili perché il buon Dio è per noi come un estraneo. ” Egli è venuto in casa sua – dice san Giovanni – e i suoi non lo hanno ricevuto ” (Gv 1,11). Egli non si è indignato con loro; li scusa perfino nel momento stesso nel quale l’indffferenza nei suoi confronti è divenuta l’odio feroce che lo fa morire: ” Non sanno quello che fanno; Padre mio, sii indulgente con loro “.

Che cosa sono dunque le formule? Quale ne è il tema o i temi essenziali? Che cosa bisogna dire a Dio, quando gli si parla, affinché la sua tenerezza paterna sia risvegliata e il suo orecchio si chini ad ascoltare la nostra voce, affinché si stabilisca il contatto senza il quale non è possibile nessuna preghiera?

Vi sono due idee che dirigono tutti i nostri rapporti con Dio. Bene o male, esse si ritrovano in fondo a tutte le nostre preghiere; ne sono l’esordio, lo sviluppo e la conclusione. La preghiera può rifugiarsi in una delle due, ma l’altra è sempre più o meno implicita; e se non lo è, allora non si tratta di una preghiera.

Per chi prega veramente, Dio è sempre Colui che è, l’Essere infinito, la cui maestà è inconcepibile, la saggezza incalcolabile, la potenza senza misura e la tenerezza senza nome. Tutto procede da Lui; tutto è nelle sue mani; Dio ordina e nulla gli resiste; punisce ogni colpa, ricompensa ogni merito; il suo occhio severo o incoraggiante segue tutti i nostri passi, aiuta tutti i nostri sforzi, sostiene le nostre debolezze e raddrizza i nostri sbandamenti. Bisogna dirglielo e ridirglielo senza fine; la preghiera che ripete ciò a sazietà lo rapisce, è eccellente, totale.

Tale preghiera pone Dio al suo posto e ci mantiene al nostro. Dicendo a Dio ciò che Egli è, noi gli ricordiamo ciò che noi siamo: dei nulla ribelli. Riconoscerlo è enorme: è l’effetto della sua luce in noi. Quando ci vediamo così, significa che Dio è lì e che il nostro spirito accoglie la sua luce. Allora, non siamo più né ” nulla “, né ” ribelli “. Noi siamo dei figliuoli della sua Luce. Egli si genera in noi; vi gusta la gioia paterna; la nostra anima è la sua dimora e l’anima dimora in Lui. Gli intimi rapporti che descrivono le anime sante si rannodano nel segreto di un cuore, anche se a lungo questo è stato dimentico e si è macchiato; e possono svilupparsi senza fine, raggiungere scambi d’amore che nessuna parola della terra può esprimere e che sono già anticipazioni del cielo. ” Il cielo è nella mia anima, poiché il cielo è Dio, e Dio è nella mia anima “.

Su questo duplice tema: la grandezza amante di Dio, il nulla amato della creatura, si può ricamare all’infinito, e bisogna farlo. All’inizio ci si serve di formule correnti, che sono usabili da tutti. Esse insegnano al cuore di ciascuno a parlare con le sue proprie parole. A poco a poco, quando si è appreso a parlare, tali formule si mettono da parte, come degli interpreti inutili quando si parla la stessa lingua. Diventano fastidiose, danno un carattere ” ufficiale ” a incontri che sono essenzialmente familiari e intimi. Si vuole l’andatura facile, sciolta, propria delle conversazioni di famiglia, nelle quali si volteggia da un argomento all’altro, si parla a mezze parole, a frasi abbozzate, ellittiche; si parla attraverso gli sguardi, si completa con un sorriso, con un gesto ciò che le parole non riescono più ad esprimere… un bacio comincia e un bacio termina tutto. Si può parlare di inizio e di fine, di esordio e di conclusione?

Io mi discosto incessantemente dalla questione che ho posto, e rispondo scivolando, quasi senza accorgermene, sul terreno che io amo della preghiera filiale e semplice delle anime alle quali Dio dice intimamente: ” Tu sei il mio amato figliuolo, io sono qui, conversiamo “. Io dimentico quelle anime – innumerevoli – (e i lunghi periodi della vita di altre) che non sanno ciò… e che nondimeno vogliono pregare. Io lo dimentico perché vorrei che la madre che prende il suo piccolo sulle ginocchia, che gli giunge le mani, lo guarda negli occhi e glieli fa alzare verso il cielo per trasportare quest’anima lassù, gli aprisse questo orizzonte così vero, senza il quale la religione resta ai margini del suo essere e al primo colpo di vento lo abbandonerà.

Io lo dimentico perché, davanti al Figlio prediletto che mi insegna a dire ” Padre nostro “, gli aspetti più rigidi della fisionomia paterna scompaiono… forse troppo completamente. lo non vedo più il Signore; io non sento più la sua voce che ripete senza fine nell’Antico Testamento: Ego Dominus. Io sono il Padrone. lo non vedo più il giudice; non vedo più l’offeso. Il movimento della sua testa che si china, che cade sulla spalla del figliuol prodigo, mi perseguita troppo. Dio non è complicato; ma la sua semplicità è infinitamente sfumata e ricca.

Non debbo dunque rigettare in massa – e a priori – le formule precostituite, la loro retorica e la loro composizione ordinata secondo regole che vogliono ottenere accesso e udienza. Ma debbo sempre ricordarmi che noi siamo nell’ambito dell’amore, della famiglia, dell’intimità, se non già realizzata almeno desiderata… e che la presentazione ufficiale se pur si impone per un certo tempo, non è però né l’ideale né il termine. L’ideale è la parola del divin Figlio: ” Se non diverrete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli ” (Mt 18,3)… nel paese dove ci si ama e dove non ci si fa che uno.

Ma in questo regno non mancano né giustizia né giustiziere.

Noi distinguiamo troppo; noi facciamo troppa scienza che esige delle distinzioni. Giustizia e amore non sono due realtà differenti, ma solo due idee distinte che si ricongiungono nella stessa ed unica realtà: l’amore. Noi siamo dinanzi a Dio come il bambino delle antiche famiglie, dove il padre era tutto ed esercitava ogni potere. La sua tenerezza valeva quella di oggi – o forse di più? – ma sapeva che amare è volere il bene – e non solamente il piacere – di quelli che si amano. Per procurare questo bene che era il suo solo scopo, egli sapeva comandare, imporre la sua volontà, contrariare i capricci, dirigere e disciplinare le energie, troncare gli impulsi sragionevoli, in una parola, costruire nel suo bambino un uomo. Se la fermezza era necessaria, era fermo; se la punizione era utile, puniva; egli avvertiva, rimproverava, ordinava secondo i bisogni dell’essere che era come il prolungamento del proprio e che continuava a generare per lungo tempo. Era veramente il rappresentante del Creatore presso questo essere; e come il Creatore univa la giustizia all’amore; amava correggendo, correggeva per amore.

Il bambino lo comprendeva e rispondeva a questo amore vero con una tenerezza profonda. Nella misura in cui riceveva la comunicazione di questa vita, e in cui diveniva più simile (dunque più figlio, più immagine), un’amicizia, un’intimità si sviluppavano. Gli si confidavano più segreti; gli si chiedevano maggiori servizi; lo si iniziava così, attraverso esercizi concreti ed esempi, più ancora che con parole, al suo ruolo di futuro padre e capo; si assicurava in lui la continuità della famiglia.

Così fa Dio a nostro riguardo: ci fa a sua immagine, è qui il suo amore paterno e il suo compito. Egli impiega a questo scopo dei mezzi molto vari: la giustizia ne è uno; il bambino deve confessare le sue colpe, accettare le correzioni, arricchirne il suo amore, comprendere che l’amore e la preoccupazione di comunicare la vita dettano gli avvertimenti e ispirano i rimproveri. Egli cresce grazie a questa scuola, partecipa più largamente alla vita paterna, riproduce meglio i tratti del padre, è più figlio, più di famiglia.

Nella stessa misura gli vengono rivelati i segreti, gli interessi, le preoccupazioni, le speranze; egli partecipa così alla vita familiare; diviene l’amico, il compagno, il futuro padre. Lo Spirito Santo gli mostra le anime, o a lui vicine o talvolta assai lontane, una parte o tutte insieme; gli dice i loro bisogni, i mali di cui soffrono, lo sforzo da compiere per ricondurle al focolare.

La sua preghiera diviene cattolica, universale. Il suo sguardo, ove brilla la luce divina, si ingrandisce e abbraccia il mondo intero. .. tutti i sentimenti vi si mescolano; l’amore ne resta l’anima, ma caricato di tutte le sfumature di cui è capace. Questo figlio non cessa di vedere Dio grandissimo e se stesso come nulla; ma tra l’amore e il nulla egli ha creato rapporti tali per cui essi parlano lo stesso linguaggio e presentano gli stessi tratti.

Questa preghiera è la vera preghiera.

Questa preghiera è una vetta. Prima di arrivarvi – ed anche quando la si è raggiunta – essa può presentare successivamente i diversi aspetti di cui in fondo è costituita. L’anima filiale, tutta docile, li accoglie via via che lo Spirito del Padre glieli comunica. Talvolta vede il Giudice dallo sguardo limpido che scruta le pieghe del suo cuore e dei suoi giorni e che le rivela tutte le miserie di cui una vita è sempre più o meno piena: egoismi, sensualità, orgoglio o vanità, gelosia o rancore, violenze o viltà, ardori folli o timori e pigrizie sfilano a turno davanti al suo pensiero o si raccolgono in folla in una visione che accascia.

Talvolta l’anima si trova dinanzi al Creatore che le comunica tutto ciò che essa ha d’essere e di vita. Essa lo vede grazie alla fede, presente nel fondo di se stessa, e che effonde in lei questo essere che li lega, un essere che è quello del suo autore e che diviene il suo essere senza cessare di essere di Dio. Si sente fatta per Lui, sgorgata da Lui, unita a Lui, come colmata e inondata da Lui. Lo vede comunicarsi cosi a ogni creatura; tutta la terra è opera sua, tutti gli esseri sono da Lui e non altro che da Lui… e, al di là di tutti i mondi, il suo Essere immenso si dispiega in Se stesso, procede da Lui solo e si compie in Lui solo, unico, indipendente, immutabile, eterno, sorgente di ogni intelligenza e di ogni bontà, Sorgente che si conserva donandosi, che si dispiega senza ingrandirsi… davanti alla quale (bisogna sempre ritornare qui) il nostro spirito si arresta stordito, abbagliato… e il nostro cuore dolcemente attratto.

Talvolta (ed è il più sovente) lo spirito di Gesù, divin Figlio incarnato, mormora solamente una parola: ” Padre “. L’anima sente passare in sé come un soffio; è il soffio della vita divina, è lo Spirito che il Padre comunica eternamente al Figlio e che lo genera. A questo soffio l’anima si sente sconvolta, attratta, trascinata verso Colui che si dona ad essa. Lo Spirito la solleva, la strappa a se stessa, spande su di lei luci ed energie che essa non conosceva.

L’anima vuole unirsi, raccogliere, prendere questo spirito che è la forma di Dio. L’anima ricorda le parole del divin Figlio nell’Evangelo: ” Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ” (Cfr. Mt 5,48), o le parole di Dio nella Genesi: ” Siate santi come io sono santo “. L’anima comprende che questo riflesso della bellezza divina in lei magnifica il Padre, gli procura gioia e gloria. L’anima domanda, vuole questa gioia e questa gloria per Colui che versa in lei la sua vita e la sua splendida Luce d’Amore. Essa la domanda per se stessa, la domanda per gli altri, per il più gran numero possibile, per tutta la terra. Non comprende come mai tutte le anime non siano travolte da questo desiderio. Essa le chiama, le invita; canta: ” Opere del Signore, beneditelo e lodatelo; terra, esulta, esplodi in grida di allegrezza; angeli del cielo, virtù della terra, astri del firmamento, venti dell’aria, piogge e rugiade, ghiacci e nevi, montagne e colline, fiumi e oceani, uccelli e pesci che li popolate e li animate con le vostre rapide evoluzioni, figli degli uomini e popolo di Dio, sacerdoti e pii servi dell’Altissimo, lodatelo, beneditelo, cantate che Dio è più grande di ogni cosa. E noi uniamoci a questa lode, affinché riempia il cielo e la terra, il tempo e l’eternità, per sempre ” (Dn 3,57ss.).

Ma dinanzi alla scena di questa creazione che loda e benedice, lo Spirito mostra l’indifferenza e l’incomprensione degli uomini, le anime che si ribellano e intonano il cantico dell’odio. Quelle anime alle quali lo Spirito mostra questa visione vedono l’Amore disprezzato, soprattutto misconosciuto, mentre gli uomini – e sono una folla – precipitano nell’abisso, sotto gli occhi di questo Padre, insensibili alla sua voce, a tutte le testimonianze della sua tenerezza, insensibili al loro proprio e vero interesse. Vi sono alcune anime che passano lunghi anni davanti a questo spettacolo che per esse si anima, entra nel loro cuore, le opprime e le spezza. Gesù le rende partecipi (sebbene da lontano, da molto lontano) delle sue ore d’agonia nell’orto degli ulivi e del supremo abbandono sul Calvario. Sotto l’impressione che le schianta, le sprofonda, queste anime intravedono ciò che un cuore infinitamente tenero e delicato – più delicato del cuore di tutte le madri e di tutte le spose e di tutti gli amici di tutti i tempi e di tutta la terra – ha dovuto provare in quelle ore.

Allora il sentimento della giustizia le invade, le riempie, le solleva: esse domandano, reclamano ed esigono il castigo di tanti crimini: ” Mio Dio – dicono – i tuoi occhi sono la purezza stessa e non possono sopportare l’iniquità; come puoi sopportare quelli che fanno il male e restare in silenzio quando il malvagio perseguita il giusto? “.

Vi sono delle anime che non vedono più nulla, non vogliono più nulla, entrano in un silenzio profondo; Dio è per loro come un rifugio lontano e nascosto; esse si trattengono là, con Lui e lo gustano come si gusta un frutto maturo: ascoltare la dolcezza della sua voce, e le sue parole, le colmano di soavità di cui nulla può dare l’idea quaggiù; un’immensa pace le inonda, le ricopre, le culla come una madre il proprio bambino; … queste anime sembrano aver varcato per un istante la porta della dimora dove ci si ama nella luce e nella verità, e comprendono che rimanere là è la vera vita. Ma quaggiù questo riposo è breve, questo cibo è raro; bisogna riprendere il cammino e lo sforzo; bisogna rassegnarsi al pellegrinaggio verso la patria e alla condizione di figliuolo amato ma esiliato.

Queste forme così diverse della preghiera si ricollegano tutte in una profonda unità: lo stesso soffio divino le ispira, lo stesso amore le comanda; lo stesso Verbo le parla, lo stesso Padre pronuncia questo Verbo nel fondo dei cuori. Unità e distinzione! Tratti divini che segnano ogni vita d’anima e ogni essere. E’ sempre lo stesso Dio che si dona alle anime – e con lo stesso amore – sotto i diversi atteggiamenti che Egli prende a loro riguardo quando esse lo pregano.

Questa diversità di atteggiamento è molto strana, almeno a prima vista. Non ripugna all’amore? La si ritrova nei rapporti tra una madre e il suo bambino, che costituiscono l’analogia più appropriata nel mondo delle tenerezze naturali?

La tenerezza materna – e tutti gli affetti della terra – sono delle analogie; ma non sono che analogie. Esse ne danno un’idea; ma non la riproducono integralmente. Si aggiunga che noi siamo dei colpevoli e dei malati. Il bambino colpevole resta amato; ma gli si fa sentire la sua colpa e, se è necessario per il suo bene, lo si punisce. Il bambino ammalato è circondato dalle attenzioni più delicate; ma se un intervento doloroso s’impone, non si esita a permetterlo. Chi ama vuole il bene dell’amato e tutto ciò che può procurarlo.

1 diversi atteggiamenti di Dio nella preghiera non hanno altra spiegazione.

Ecco perché delle anime di grande virtù, di ardente pietà, sono sottoposte da Dio alla prova delle aridità. Lo Spirito Santo, il divino Consolatore, invece di effondere in esse il senso delizioso della sua tenerezza, invece di parlare il suo dolce linguaggio d’amore, invece di far loro gustare il fascino della sua presenza, sembra ritirarsi, tacere, lasciarle sole, abbandonarle a se stesse. Da lungo tempo, appena esse si mettevano in preghiera, lo trovavano là, lo sentivano, lo intendevano, un’intimità affascinante e gustosa regnava tra loro; l’anima dimenticava il mondo, ne comprendeva la vanità e il vuoto, se ne distaccava, lasciava cadere uno dopo l’altro tutti i legami che avrebbero potuto trattenerla e impedirle di abbandonarsi completamente ai rapporti divini. Dio diveniva per l’anima ogni giorno di più il suo tutto, e il resto sempre più il nulla… Poi, improvvisamente, Dio si ritira; scompare; lascia l’anima nella solitudine e nell’abbandono, priva della terra che essa ha sacrificato per Lui, senza Lui stesso che doveva sostituire tutto ciò che essa aveva sacrificato.

Solo coloro che hanno amato e concentrato la loro vita su un solo oggetto possono comprendere l’orrore di questa solitudine e di questo abbandono.

Non è raro che la prova si complichi. Dio permette al nemico di approfittare della sua lontananza apparente per lanciare attacchi più violenti. Malattie, persecuzioni, tentazioni, prove di ogni sorta si riversano sull’anima abbandonata. Il cielo si unisce alla terra per schiacciarla, e la preghiera, il solo soccorso che le resta, sembra perdersi nel vuoto del suo cuore abbandonato.

Attorno a lei, coloro che non pregano conoscono la prosperità e la gioia. Tutto a loro riesce; il Dio che essi dimenticano li ricolma… e se l’insultano risponde loro con delle ricompense. Il demonio ne approfitta. Rileva queste anomalie e suscita una serie di ” perché? “. Perché non seguire una via che conduce a queste felicità? Perché restare fedele a un Maestro così impotente e così crudele?

Questo Maestro si spinge sovente più lontano nelle sue esperienze d’amore. Al suo silenzio e al suo abbandono apparente non teme di aggiungere degli atteggiamenti di disgusto. Si mostra irritato, implacabile; assume un aspetto di nemico; tratta duramente un amore che non ha più altro amore che Lui.

Sono queste grandi ore, tanto grandi quanto dure. La fede che è divenuta il movimento della carità, la fede che ha preso il nome di fiducia, si radica allora in profondità tali che preparano dei meravigliosi sviluppi. Alle anime salde che sanno inseguire fin nel fondo di se stesse il Dio che vi si nasconde, Egli riserva degli incontri nuovi e delle intimità che esse neanche sospettano. Dio non si ritira che per attirarle. Dio vuole conoscere, al fuoco della prova, la realtà e la forza del loro attaccamento. Egli vuole attirarle in regioni dell’essere ben lontane dal mondo, dalla natura, da tutto il creato, affinché esse non possano più ritornare indietro. Dio le obbliga a tagliare i ponti, a gettarsi a nuoto, a raggiungerlo al di là del fiume. Amare è donarsi. Donarsi è dimenticarsi.

D’altronde Dio è là: Lui, il dono essenziale di sé, che sostiene segretamente, e che, senza che lo si avverta, attira in maniera sempre più irresistibile e dolce. Non lo si vede più, non si ha più coscienza di questa azione… tuttavia una sicurezza accresciuta, di un genere nuovo e più saldo che mai, sorge lentamente come un chiarore d’alba nella notte ancora buia… e l’anima sa che questo nuovo giorno è più vicino alla Verità e alla Vita. Questa non è l’allegrezza perduta, ma un’impressione di dolcezza possibile, alla quale si mescola il ricordo delle gioie passate o la speranza di godimenti prossimi, più profondi e più puri. L’anima intende una voce in questo silenzio, sente una presenza in questa solitudine, indovina un amore in questo oblio e anche perfino in questa ostilità, e in tutto questo sforzo divino la mano che la plasma e la rifà sempre più all’immagine del divino Modello

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