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“La preghiera” di A. Guillerand XXIX° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO  XXIX

Lode alla vita

Mio Dio, tu sei il Vivente per eccellenza; tu sei la Vita stessa. lo non so come esprimere ciò; lo intuisco, ma non posso dirlo. E’ una verità che supera le mie parole più ancora che il mio spirito. La Vita è un movimento tutto interiore; viene dal di dentro, vi si sviluppa e vi si compie. E dunque un movimento spirituale; poiché la materia non ha interiorità, essa è tutta alla superficie, non vive; lo spirito, per vivere in essa, deve spiritualizzarla.

Lo spirito vive del suo sguardo interiore che è il suo pensiero. Il suo pensiero è l’espressione di sé che esso produce in se stesso, attraverso la quale dice a se stesso ciò che è in sé. Si tratta di una sorta di immagine nello specchio. Guardandosi, lo spirito genera questa immagine, e conosce in essa il proprio essere e il movimento del proprio essere che è la sua vita. Io faccio ciò continuamente… ed è la vita del mio spirito. Io mi parlo, io esprimo a me stesso ciò che è in me: sono questi i miei pensieri, i figli del mio spirito che si unisce a se stesso.

Ma io non trovo questi pensieri in me stesso; essi vengono dal di fuori; sono il frutto di un connubio; il mio spirito, se restasse solo, sarebbe un seno sterile; gli oggetti esteriori debbono fecondarlo. Io ho l’idea di questi oggetti perché io sono entrato in rapporto con essi; sono essi che hanno popolato il focolare della mia anima di questi innumerevoli figliuoli.

Io vivo perché io genero; ma io non sono la vita perché l’atto generatore non è che per metà interiore.

Tu, o mio Dio, tu trovi in te stesso l’oggetto del tuo pensiero. E’ il tuo essere. Tu lo contempli eternamente, ed eternamente tu produci in te la sua Immagine, che è il tuo pensiero, la tua Parola interiore, il tuo Verbo, il tuo Figlio, il frutto della tua unione con te stesso. Eternamente Egli riceve questo Essere, eternamente lo riproduce. Egli fa ciò che tu fai, poiché Egli è ciò che tu sei. Tu ti doni a Lui, ed Egli si dona. Il movimento che lo genera è il suo movimento perché è il tuo.

Ecco la tua vita: il movimento interiore che va da te alla tua Immagine, che genera questa, e che va dalla tua Immagine a te. E’ come un soffio che parte dal tuo seno, che vi resta, che vi si dona e ti mostra, riproducendolo, ciò che tu sei. Questo movimento non è una certa forma della vita come quelle che io conosco: non è il movimento di un essere, è il movimento dell’Essere stesso, ed è per questo che è la Vita stessa. E’ il movimento di un Oceano senza rive. Nessuna sorgente lo alimenta, nulla gli giunge dal di fuori; nulla esce dal suo seno infinito. Egli si muove in se stesso. La sua onda è una luce che ne illumina tutta l’immensità, è questa stessa immensità ed è il movimento di questa immensità. Tuttavia, io distinguo in questa immensità, in questo movimento unico, in questa luce che lo riempie, due termini.

Tu guardi la tua Immagine e la tua Immagine ti guarda; voi siete l’uno dinanzi all’altro; voi vi opponete l’uno all’altro; voi prendete questa posizione opposta (io non dico contraria) per vedervi, per donarvi, per unirvi, per non fare che uno, per realizzare l’unità infinita che è il sogno dell’Amore Infinito. Voi siete distinti per non fare che uno, e voi siete infinitamente distinti così come siete infinitamente ” uno “. Da qui, questo movimento che è la vostra vita e che è la Vita stessa. Voi vi muovete l’uno verso l’altro, vi muovete l’uno nell’altro, come il mio spirito nel suo pensiero e il mio pensiero nel mio spirito, come la luce nello specchio e lo specchio nella luce, come tutti quelli che si amano quando essi si amano con tutte le forze del loro essere.

Ma questi non sono altro che dei paragoni lontani; se tali paragoni esprimono l’unità, non rendono però la distinzione; e se dicono bene la distinzione, l’unità è minacciata. Negli esseri finiti, o l’unità è imperfetta, o essi si confondono; solo l’Essere infinito può essere uno e distinto.

Qui, io mi trovo sull’orlo di un abisso senza fondo; io non posso penetrarvi che con gli occhi chiusi e con l’anima adorante. Dona, allora, a questi occhi chiusi una luce nuova, che è la tua propria Luce, la Luce dell’Amore, e che illumina questa vita misteriosa. Che cosa vedo io grazie a questo chiarore? Io vedo il movimento dell’Essere che si guarda; io vedo l’Immagine perfetta prodotta, da questo sguardo, nello specchio perfettamente limpido di questo Essere che si muove per donarsi; io vedo l’Immagine, a cui questo movimento è comunicato, riprodurlo; io vedo l’Essere che si dona e l’Immagine che esso genera in se stesso guardarsi così mutuamente, gioire l’uno dell’altro, comunicarsi questo Essere che è tutto, gioire di possederlo e di donarselo; io vedo tra il Principio e l’Immagine una relazione intima che è questo dono, questa comunicazione dello stesso Essere e nello stesso Amore: ed è questa, o mio Dio, la tua Vita. E’ la tua vita secondo quanto il mio spirito gelido, il mio pensiero astratto, le mie parole inerti possono rappresentarla e tradurla. Questa è la tua vita e… non è la tua vita. Non è che l’immagine pallida, infinitamente pallida e morta, pallida come la morte, della tua vita. La tua vita è secondo come io ho detto… ma lo è in maniera vivente. La Scrittura ha ragione: ” L’occhio dell’uomo non ha visto ciò, il suo orecchio non l’ha inteso, il suo cuore stesso, anche nelle sue intuizioni più profonde, ne resta lontano, molto lontano ” (Cfr. Is 64,3). La fede sola vi si avvicina, ma rinunciando a vedere.

Io, dunque, credo… e mi arresto qui. Io non voglio più cercare di vedere, né di dire. Io voglio abituarmi a guardare nell’ombra dove la luce si smorza per giungermi senza ferirmi; voglio abituarmi ad ascoltare questo silenzio in cui parla la Voce che dice tutto senza parole, ad amare questo Amore che si dona illuminandomi e parlandomi sotto questa forma che supera me stesso e che è più vicina della Luce e della Verità.

Poiché tu non hai voluto conservare per te stesso questa comunicazione che vi unisce tutti e tre nel seno unico e infinito. Tu la effondi in noi. Essa è ” l’acqua che zampilla per la vita eterna ” (Gv 4,14). Essa forma quei ” fiumi che scorrono nelle viscere spirituali delle anime che accolgono lo Spirito Santo e che vibrano al soffio dell’Amore ” (Cfr. Gv 7,38-39). Essa batte molto forte alle porte chiuse delle anime che la rifiutano; essa travolge talvolta queste porte col suo movimento che abbatte ogni resistenza; altre volte attende a lungo prima di inondare tutte le potenze; si insinua impercettibilmente attraverso le montagne, le colline, le dure rocce; la si vede appena; i cespugli ricoprono il suo movimento silenzioso; essa nondimeno, se lo può, avanza; si forma il proprio letto, all’inizio stretto e conteso, dopo sempre più largo e colmo fino all’orlo. Mistero strano, nel quale io tento di penetrare grazie a queste analogie! Realtà più vera, così vicina a me, più intima in me delle realtà alle quali la paragono, ma di cui stento a prendere coscienza perché sono scivolato nel sensibile mentre essa è spirituale, e che tuttavia percepisco sempre meglio scrutandola con lo sguardo dell’anima, che acuisce un desiderio che è già amore e che solo l’Amore infinito presente in me ha potuto eccitare.

Il mondo è pieno di questa realtà. Essa è la calda luce che brilla e riscalda e feconda; è il sole che la spande e l’offre. Noi siamo, come tutti gli esseri che illumina e vivifica il sole fisico, dinanzi a questo chiarore che dà vita alle anime; non abbiamo che da aprire le finestre totalmente ed essa si spande come un fiotto; il raggio penetra, illumina, mostra tutto sotto una luce nuova; è come un levarsi d’aurora: tutto si riveste di bellezza, tutto è ringiovanito e sembra rinascere.

Tutti i fedeli della terra ne ricevono incessantemente il beneficio che non ha nome, nella misura nella quale essi vogliono accoglierla. Tutti gli eletti di lassù, tutti gli angeli ne sono inondati e trasformati. Essa diviene la loro forma e la loro vita; e con tutto il loro essere che essa ricolma, di cui è l’atto, l’anima, il movimento pieno, costoro dicono: ” Lode a te, o mio Dio. Lode alla Vita “.

Farneta e la quiete spezzata

Farneta e la quiete spezzata

L’imperturbabile quiete all’interno di un complesso monastico certosino, è una caratteristica pressoché permanente, o almeno così appare. Talvolta però, bastano pochi minuti per stravolgere tale condizione di pace e serenità. E’ quanto è accaduto di recente, ovvero alcuni mesi fa, alla certosa dello Spirito Santo di Farneta, esattamente il 29 luglio scorso. Nel corso della mattinata, durante una violenta bufera di pioggia abbattutasi sulla zona, intorno alle ore 10:30 la quiete monastica è stata violata da fortissime raffiche di vento, che hanno raggiunto la velocità di 60 chilometri orari, tuoni, fulmini e impressionanti scrosci d’acqua. Una tromba d’aria, che si è abbattuta con tutta la sua furia sugli ambienti della certosa, arrecando ingenti danni strutturali. Sono stati danneggiati il campanile della chiesa e le tegole della cupola, ed inoltre due grossi alberi situati all’interno delle aiuole di uno dei due chiostri si sono sradicati abbattendosi sulle celle dei monaci. Gli ultracentenari ed imponenti cedri del Libano, alti più di 15 metri, non hanno retto all’impeto della straordinaria tempesta di pioggia e vento, divellendosi miseramente, nella caduta essi hanno anche arrecato gravi danni ad una cella che fortunatamente era vuota. Infatti, prodigiosamente, il giovane che l’abitava aveva lasciato la certosa il giorno prima per fare ritorno a casa!!! Nessun danno, quindi, ai trenta componenti della comunità certosina, rimasti illesi, ma spaventati per quanto è successo, e per quello che sarebbe potuto accadere. “Per fortuna, ha raccontato il Procuratore della certosa, in quel momento non c’era nessuno: il peso della pianta ha infatti sfondato il tetto e proiettato i detriti all’interno di due celle. I danni sono ingenti, adesso cercheremo di capire, anche con la Soprintendenza, in quale modo e con quali fondi intervenire…”. Anche il piano vasca di una fontana è rimasto distrutto. Dopo una rapida ricognizione, il Priore dom Basilio ha voluto trarre il bilancio degli ingenti danni di questo disastroso temporale estivo. “I due grandi cedri del Libano caduti nel chiostro– ha dichiarato il padre Priore –  hanno sfondato il tetto in vari punti. L’acqua e i detriti hanno invaso anche alcune celle e il vento ha scoperchiato parte della copertura in lamiera della cupola, oltre ai danni del campanile. I cedri dovranno essere tagliati a pezzi perché i vigili del fuoco non riescono a entrare con la gru nel chiostro. Ora vedremo come fare a restaurare d’intesa con la Soprintendenza”. L’oasi di pace è quindi stata successivamente turbata anche dai pompieri, che hanno provveduto a mettere in sicurezza le aree pericolanti. Va detto, che già l’anno precedente, ad agosto del 2009 i monaci erano stati violati dalla loro abituale serenità da un tremendo incendio. Durante la notte era scoppiato un violento rogo, all’interno del capannone agricolo del convento, dove i certosini stipano il fieno, facendone crollare la copertura di eternit. Dopo  circa venti ore i pompieri intervenuti  erano riusciti a spegnere le fiamme provenienti dal fienile. All’interno oltre al fieno c’erano anche mezzi agricoli e un gregge di circa 50 pecore che però è stato messo in salvo. Per i monaci, anche allora, la quiete molestata e tanto spavento. Come di consueto, in attesa del ripristino definitivo della quiete, la comunità monastica certosina ha continuato, imperterrita, l’attività claustrale ringraziando San Bruno per la scampata tragedia.

Le immagini che vi propongo, testimoniano la maestosità dei cedri del Libano che svettavano nel cosiddetto “chiostro nuovo” prima della tromba d’aria, e dopo…  adagiati sul tetto delle celle sotto lo sguardo incredulo di un monaco.

“La preghiera” di A. Guillerand XXVIII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO XXVIII

Lode a Dio infinitamente buono

Mio Dio, tu sei la bontà nella sua Sorgente essenziale. Tu non la ricevi da nessuno, tu la possiedi contemporaneamente al tuo essere; essa è il tuo stesso essere; tu sei buono secondo come tu sei, per quanto tu sei, per tutto il tempo che tu sei; Tu sei buono da sempre, per sempre, eternamente, immutabilmente, infinitamente. Essere ed esser buono per te è una sola cosa: la bontà è il tuo essere, e il tuo essere è la bontà stessa.

Ogni bontà finita proviene dalla tua bontà infinita; ne è una derivazione, un rivolo, una piccola goccia. Essa non è che ciò che tu le doni di essere; essa è soltanto se si riallaccia a te; cessa dal momento nel quale spezza il legame. Tutte queste bontà finite mi attirano; io le amo, vorrei impadronirmene; le inseguo e mi esaurisco in questi inseguimenti, il più sovente irrealizzabili, e che, realizzati, mi lasciano così vuoto e turbato… e io trascuro la realtà senza limiti che sola può appagarmi… e che si offre a me.

Tuttavia è te che io desidero e ricerco in queste forme confuse; io non le amo che per ciò che esse mi rappresentano della tua sola vera bontà. Tu sei il solo veramente amato e desiderato, e il movimento degli esseri, che parte da questo desiderio, cesserebbe se tu cessassi d’essere il bene che si dona.

Poiché la bontà è il dono di sé. La bontà infinita è il dono totale di sé, senza limiti, senza riserva, né nella durata, né nello spazio, né nella comunicazione di ciò che si ha e di ciò che si è. La bontà si dona come il sole brilla, irradia e rischiara, come riscalda il fuoco, come la sorgente si diffonde. E tu sei questa bontà, questo dono di sé, questa luce, questo calore, questa sorgente effusa. E tu mi hai messo dinanzi a te, io, piccola cosa vuota, fredda, oscura, egoista, per accogliere, secondo la misura possibile al mio essere, il tuo essere che è tutto questo e che vuole colmarmi di sé.

Lettera di Santa Caterina da Siena ad un certosino

Lettera di Santa Caterina da Siena

al certosino Francesco Tebaldi della certosa di Gorgona

In un articolo precedente abbiamo percepito il rapporto particolare, che Santa Caterina nutriva per i certosini della Gorgona. Qualche anno dopo quel suggestivo e toccante incontro descrittovi, Caterina scrisse ed inviò due lettere al Fratello converso Francesco Tebaldi di Firenze, che aveva in quell’occasione conosciuto. Volle con queste missive, confortare il giovane monaco esprimendogli la sua vicinanza ed il suo sostegno spirituale. Vi propongo il testo integrale della prima delle due, la numero 150, nella quale la mistica senese argomenta sulla”perseveranza”.

A frate Francesco Tebaldi di Fiorenza nell’isola di Gorgona,

monaco certosino.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo e dolcissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte; perocchè la perseveranzia è quella virtù che è coronata. Ella porta il fiore e la gloria della vita dell’uomo: ellaè compimento d’ogni virtù; tutte le altre le sono fedeli. Ella non esce mai dalla navicella della religione, ma sempre vi naviga dentro infino che giunge a porto di salute. Ella non è sola, ma accompagnata; tutte le virtù le sono compagne, ma singolarmente due; cioè, la fortezza e la pazienzia. Ed ella è lunga e perseverante. Perchè è detta lunga questa perseveranzia? perchè tiene dal principio che l’anima comincia a volere Dio, infino all’ultimo; che mai non si lassa scortare, per veruno inconveniente che venga. Non la scòrta la prosperità per disordinata allegrezza nè leggerezza di cuore, nè consolazione spirituale, nè veruna altra cosa che a consolazione s’appartenga: e non la scòrta la tribulazione, nè ingiuria, scherno, villania che le fusse fatta o detta; non per peso nè gravezza dell’Ordine nè per grave obedienzia che gli fusse imposta. Tutte queste cose non la scòrtano per impazienzia; ma con pazienzia persevera nelle fadighe sue. Non per battaglie o molestie di dimonio, con false e varie cogitazioni, e con disordinato timore o infedeltà che gli mettesse verso il suo prelato. Non la scòrtano; perocchè non è senza il lume, ma il lume della fede sempre leva innanzi. Onde la perseveranzia risponde al disordinato timore, dicendo: «Io spero, per Cristo crocifisso, ogni cosa potere, e perseverare infino alla fine con fidelità». Risponde la perseveranzia all’affetto dell’anima, con fede di perseverare, dicendo: «Per veruno tuo volere nè parere non voglio diminuire la reverenzia debita, nella subiezione la quale io debbo avere e portare al prelato mio».

Ella piglia uno giudicio santo nella dolce volontà di Dio acciocchè non gli venga giudicato la volontà della creatura; perocchè il lume le ha mostrato che, facendo altrimente, essofatto sarebbe scortata, e non sarebbe lunga la reverenzia nè l’obedienzia nè l’amore. E però il lume le mostra, acciocchè l’amore non allenti nel tempo che il dimonio, sotto colore di far meglio e più pace sua, suade che si ritragga dalla conversazione del prelato suo e della presenzia d’esso, o di chiunque avesse dispiacere; ma che egli più s’accosti e più conversi, sforzando sè medesimo, ricalcitrando al suo falso parere, acciocchè la infedelità non se gli notrichi nell’anima; e non sia scortata dallo sdegno.

O dolcissimo, dilettissimo e carissimo figliuolo, caro mi sete quanto l’anima mia. La lingua non potrebbe narrare quanti sono gli occulti inganni che ‘l dimonio dà sotto colore di bene, per scortare la via della lunga perseveranzia. E massimamente sopra quest’ultima, della quale io ora v’ho detto; perchè da questo se egli vel fa cadere, il potrà poi pigliare in ogni altra cosa. Se il suddito a qualunque obedienzia si sia, perde la fede di chi l’ha a guidare; cioè che egli sèguiti quello che gli detta lainfedelità; il dimonio ha il fondamento dove si debba ponere l’edificio della virtù e però si pone egli ine. Perocchè colui che, per sua ignoranzia in non resistere, si lassa tollere questo principio, non è pronto all’obedienzia: egli è atto a giudicare gli atti e l’operazioni secondola sua infirmità e non secondo la sua verità: egli è impaziente, e molte volte cade nell’ira; generali tedio e rincrescimento in ogni sua operazione. Veramente questa infedelità è uno veleno che ci attosta tanto il gusto dell’anima, che la cosa buona gli pare cattiva, e l’amara dolce; il lume gli pare tenebre, e quello che già vidde in bene, gli pare vedere in male. Sicchè drittamente ella è veleno.

Ma voi direte a me, figliuolo mio: «Chi camperà l’anima di questo? o perchè modo? Chè io non vorrei cadere in questo, se io potessi». Dicovelo. La virtù piccola dellavera umilità è quella che tutti questi lacci rompe e fracassa; e tràne l’anima non diminuita, ma cresciuta. Perocchè ‘l lume gli mostra che elle erano permesse dalla divina bontà per farla umiliare, o per crescerla in essa virtù; onde con affetto d’amore l’ha presa, umiliandosi e conculcando il suo parere continuamente sotto ai piei dell’affetto. Per questo modo resiste continuamente.

E’ vero che un altro modo ci è a resistere; il quale non esce però di questo: cioè, che giammai non fugga il luogo della presenzia, perocchè egli non fuggirebbe il sentimento dentro; anco, il troverebbe sempre vivo: perchè, a fuggire, non si stirpa, ma con la impugnazione. E però la perseveranzia, che l’ha veduto col lume, sta ferma e perseverante nel campo della battaglia; non schifando colpo di veruna tentazione. Piglia bene l’arme dell’umile continua e fedele orazione; la quale orazione è una madre vestita di fuoco e inebriata di sangue, ch’e’ notrica alpetto suo i figliuoli delle virtù. Onde è di bisogno che l’anima virtuosa participi e vestasi di questo medesimo fuoco, e l’affetto sia inebriato del sangue. Quale sarà quello dimonio o quale creatura, o noi medesimi dimonii, cioè la propria sensualità nostra, che possano resistere a cosiffatte armi? Quale sarà quello lacciuolo che possa legare l’umiltà? neuno ne sarà che resistere ci possa; perchè la perseveranzia, per lo modo che detto aviamo, non basti infino all’ultimo, quando la carità metterà in possessione l’anima nella vita durabile, dove è ogni bene senza veruno male. Ine riceverà il frutto d’ogni sua fadiga. Questa fa l’anima forte, che mai non indebolisce; fa il cuore largo e non stretto, che vi cape ogni creatura perDio, in tanto che tutte reputa che siano l’anima sua.

Adunque levatevi su, figliuolo; attaccatevi al petto di questa madre orazione, se voi volete essere perseverante con vera umiltà. E non lassate mai, sì che compiate la volontà di Dio in voi, il quale vi creò per darvi vita eterna, e havi tratto dal loto del secolo, perchè corriate morto per la via della perfezione. O quanto sarà beata l’anima mia quando sentirò d’avere un figliuolo che viva morto; e nella morte della propria volontà e parere, perseveri infino alla morte corporale! Se questo non fusse, non mi reputerei beata, ma molto dolorosa. E però fuggo questo dolore con grande sollicitudine, nel cospetto di Dio, dove io vi tengo per continua orazione. E però dico: con desiderio io desidero di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte. E così vi prego e stringo da parte di Cristo crocifisso, che giammai non perdiate tempo, ma sempre vi annegate nel sangue dell’umile Agnello. L’amaritudine vi paia uno latte; e il latte delle proprie consolazioni, per odio santo di voi, vipaia amaro. Fuggite l’ozio quanto la morte. La memoria s’empie de’ benefici di Dio e della brevità del tempo: l’intelletto si specoli nella Dottrina di Cristo crocifisso; ela volontà l’ami con tutto il cuore e con tutto l’affetto econ tutte le forze vostre, acciocchè l’affetto e tutte le vostre operazioni siano ordinate e drizzate ad onore e gloria del nome di Dio, e in salute dell’anime. Spero nella sua infinita misericordia che a voi ed a me darà grazia che voi il farete.

Ho ricevuta grande consolazione dalle lettere che ci avete mandate, io e gli altri: perchè grande desiderio aviamo di sapere novelle di voi. Parmi che’ l dimonio non abbia dormito nè dorma sopra di voi; della quale cosa ho grande allegrezza, perchè veggo che per la bontà di Dio la battaglia non è stata a morte, ma a vita. Grazia, grazia al dolce Dio eterno che tanta grazia ci ha fatta! Ora si vuole cominciare a cognoscere, voi non essere; ma l’essere, e ogni grazia posta sopra l’essere, ricognoscere da colui che è. A lui si renda grazia e loda; perchè così vuole egli che a lui diamo il fiore e nostro sia ilfrutto. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

Il Venerabile Padre Juan Fort

Il Venerabile Padre Juan Fort

Celebriamo oggi la memoria di questo poco conosciuto monaco certosino, distintosi per le sua vita caratterizzata da numerosi fenomeni mistici straordinari, come l’ubiquità, le visioni ed altri prodigi. Ma chi era Juan o Jean Fort?

Egli nacque, ad Albocacer nei pressi di Valencia, il 5 settembre del 1404 e sin da piccolo si mostrò propenso all’apprendimento. Crescendo egli continuò i suoi studi nella università di Lèrida, laddove conseguì eccellenti risultati nello studio della Filosofia, delle discipline umanistiche e soprattutto della Teologia, diventando un ottimo conoscitore delle Sacre Scritture. Dotato di una spiccata intelligenza, e supportato da una poderosa cultura, Juan avrebbe senz’altro avuto una esistenza ricca di onori e gloria, ma la sua profonda saggezza lo spinse a considerare tutto ciò, delle vane lusinghe a cui volle fare volentieri a meno. Decise infatti di distaccarsi dalle ricchezze materiali, per preferire la povertà monastica ed il rigore della regola certosina, egli cercò difatti la pace e la ricchezza interiore entrando nella certosa di Scala Dei. Il suo ingresso avvenne il 5 maggio del 1425, a soli venti anni e otto mesi, una tenera età per tutti, ma non per Juan che sapeva esattamente cosa cercava dall’esperienza che stava per iniziare. La sua vocazione era immensa e la voglia di amare Dio incrollabile e costante, come il suo impegno nell’applicazione alla vita claustrale, che ebbe modo di mostrare già durante il suo noviziato, dove ebbe la fortuna di incontrare dei validi maestri. La sua vita claustrale fu svolta all’insegna di forti penitenze, digiuni prolungati e frequentissime orazioni che lo aiutavano nella contemplazione della misericordia di Dio. Fu invitato da un suo superiore a descrivere per iscritto i fenomeni mistici  che gli capitavano, ed egli li raccolse in un manoscritto dal titolo “Liber Revelationum”, laddove menzionò le celestiali visioni, e le rivelazioni che gli venivano fatte in occasione delle prodigiose estasi. Padre Juan nel corso della sua vita dovette combattere una grave malattia fisica, ma ciononostante egli si sottoponeva alla mortificazione della carne con penitenze estreme. Nella sua cella egli ebbe ripetutamente apparizioni di Gesù Cristo e di Sua Madre, la Vergine Maria che lo confortavano, donandogli la forza per superare la propria sofferenza fisica, e dandogli nuove energie  per potersi dedicare generosamente alle necessità ed ai bisogni dei suoi confratelli. Essi lo amarono e lo sostennero durante la sua malattia, accudendolo fino al giorno in cui, essi ci narrano, Juan Fort con il volto ricoperto da estrema dolcezza, e con la serenità tipica dei santi ascese al cielo in data 14 maggio 1464. In quel preciso istante, si diffuse un fortissimo profumo che si associò alla prodigiosa apparizione della Vergine Maria, San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena che vollero confortare il mistico certosino portandolo in gloria. Molti sono i miracoli attribuiti a Juan Fort, tra tutti vogliamo ricordare quello riguardante una croce di pietra, che situata all’interno della certosa era da lui salutata ogni qualvolta le passava accanto. Ebbene quella croce di pietra risultò essersi inclinata prodigiosamente fino a toccare terra, come in atto di riverenza verso quel pio certosino!!! A memoria di ciò i suoi confratelli testimoni del prodigio, aggiunsero l’iscrizione: ” Crux veneranda nimis , patri curvatur eidem; Inclínata diü, sic manet usque modo”. Ho voluto offrirvi alcune notizie sulla santa esistenza del venerabile Padre Juan Fort, per stigmatizzare come la Provvidenza concede le sue grazie a chi spende la propria vita nell’amore per Dio onnipotente.

“La preghiera” di A. Guillerand XXVII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO  XXVII

La più bella lode di Dio

E’ una confessione d’impotenza. Ogni lode divina che non cominci con tale confessione è meno pura e meno sicura. Noi dobbiamo dire a Dio: ” Mio Dio, tu sei essenzialmente al di là di tutte le mie idee e di tutte le mie parole. Tra ciò che io ti posso dire e il tuo essere si estende e si estenderà sempre l’abisso infinito. Poiché lodare è conoscere, e io non so veramente che una cosa di te, ed è che io non ti conosco. Io raccolgo dunque tutto lo slancio del mio essere per gridarti dal fondo della mia miseria: tu sei la grandezza che supera ogni grandezza “. Solo questa lode non è del tutto indegna di Lui.

La nostra impotenza non ci riduce dunque al silenzio. Essa ci obbliga a una duplice formula che possiamo e dobbiamo impiegare, secondo la mozione dello Spirito Santo: o quella parola che fa a meno di termini, che si sforza di riprodurre la semplicità del Verbo nel seno del Padre, che si mantiene in Lui, appagata; … o la molteplicità illimitata delle idee, delle immagini, delle espressioni più varie, che vorrebbero raggiungere l’infinito attraverso il cammino dell’indefinito, e che chiama tutti gli esseri ad aiutarla, a cantare con essa e in essa.

Alla ricerca del silenzio perduto

Alla ricerca del silenzio perduto

La storia di Hans Wagner

Oggi, in occasione della ricorrenza del giorno della sua celebrazione voglio illustrarvi la storia particolare di questo certosino. Jean o Hans Wagner, del quale non conosciamo l’esatta data di nascita, forse il 1456, nacque a Riedlinger sul Danubio, nei dintorni di Ülm in Germania. Egli decise di entrare, da giovanissimo, nella certosa svizzera di Ittingen, dove fu accettato come fratello laico nel 1475, emettendo i voti nel 1476. Il convento che lo accolse era stato solo pochi anni prima, nel 1461, affidato ai certosini che lo ebbero in consegna dagli Agostiniani. Questo passaggio, fu caratterizzato da prevedibili problemi legati alla trasformazione della struttura che doveva essere adattata alle funzionalità della regola certosina. Ciò fu consentito, negli anni, grazie al sostegno ed al contributo di alcuni benefattori, che permisero le radicali trasformazioni strutturali. Esse perdurarono, nel tempo coinvolgendo attivamente i fratelli conversi, i quali parteciparono direttamente ai lavori manuali. Questa intensa attività finì col sottrarre molto tempo ai fratelli conversi, i quali si videro costretti a trascurare la meditazione e la  preghiera. Il giovane Hans, durante il suo breve periodo di noviziato, si era fatto notare per un fervente spirito di penitenza che lo portò dopo solo un anno a diventare fratello converso. Ma purtroppo nella sua nuova veste, si trovò coinvolto nei lavori manuali di ristrutturazione, tale impegno non si coniugava con le sue spiccate doti che lo rendevano maggiormente incline alla meditazione ed alla ascesi spirituale. Combattuto, egli si rese conto che la sua ambizione di eremita non poteva esercitarsi nella certosa di Ittingen, avvolta dal frastuono e dagli impegni dei lavori ai quali non poteva esentarsi. Fu così che Hans Wagner, decise di scrivere al pontefice Innocenzo VIII, per chiedere l’autorizzazione per poter lasciare la certosa e continuare la sua attività eremitica in maniera più severa, ad imitazione dei primi anacoreti. Il 16 maggio del 1489, Hans a seguito del consenso espressogli dal papa, e dietro autorizzazione del priore una volta fuori dalla certosa, si ritirò in una radura situata sul Monte Pilato dove esisteva un piccolo eremo medievale. Ovvero una buia grotta circondata da rovi e fitta vegetazione! In questo luogo, nei pressi di Obernau, chiamato Herrgotteswald (la foresta del Signore) egli visse gli ultimi ventidue anni di vita, conducendo un esistenza all’insegna del più puro eremitismo, seguendo le austere regole certosine, poco cibo, acqua e per letto una roccia con un cuscino di pietra. Rimase sempre isolato senza uscire quasi mai dalla sua spelonca, dove rimaneva spesso in estatica meditazione. La sua aura di serenità e pace, tangibile sul suo volto, era percepita da chi provava ad incontrarlo e dalle popolazioni limitrofe che lo venerarono come un santo. Nel 1516, durante la festa di Pentecoste il santo anacoreta si ammalò gravemente ed il 9 maggio la sua vita terrena terminò, in odore di santità, tra il calore della gente che lo amò e che narrò di aver visto una luce celestiale che discese su di lui al momento del trapasso. Le spoglie mortali dell’eremita furono seppellite in una cappella precedentemente eretta (1504) in suo onore da famiglie nobili di Lucerna. A conferma della sua santità, nel 1613 la tomba del pio certosino fu aperta alla presenza di alti prelati e numerosi spettatori che poterono testimoniare di aver percepito un gradevole ed intenso profumo di fiori. Tale evento fece diffondere ulteriormente il culto di Hans Wagner, convogliando numerosi pellegrini sulla sua tomba.

Nel 1621, la cappella fu ristrutturata, ed i resti del beato Hans furono rimossi per essere sistemati in un sepolcro più dignitoso, coperto da una grande lapide su cui è scolpita a grandezza naturale la sua immagine con l’abito certosino. Nel 1651, poi a Herrgotteswald, oggi Hergiswald vicino Lucerna, venne costruita l’attuale imponente chiesa barocca sul cui lato destro vi è il sepolcro del beato eremita certosino, che ancora oggi risulta essere nota meta di pellegrinaggi.

Vi riporto la lettera apostolica che Innocenzo VIII inviò ad Hans Wagner

Il Papa Innocenzo VIII al nostro amato figlio Jan Hans Wagner, fratello-laico dell’Ordine dei Certosini.

“Mio caro figlio, prima di tutto ti invio il mio saluto e la benedizione apostolica! Sappiamo che hai fatto, per essere più libero per servire Dio, sei entrato nel monastero di Ittingen, dell’ Ordine dei Certosini, situato nella diocesi di Con.  La tua presa di posizione, e che all’interno della tua certosa non ritrovi le condizioni idonee per vivere nella pietà assoluta, a causa dei lavori di ristrutturazione del complesso monastico. Pertanto chiedi umilmente il permesso per poter continuare nella solitudine la tua attività meditativa destinata a servire Dio.

Al fine di servire meglio l’Onnipotente, vuoi “ritirarti” in solitudine e mi chiedi umilmente che ti conceda la tua richiesta. Voglio aderire ai tuoi desideri con piacere ed io “acconsento”, ai sensi della presente lettera, dopo che tu hai richiesto il permesso ai tuoi superiori, ad andare a trascorrere il resto della tua vita in solitudine, tu sceglierai come ti pare, per servire l’Onnipotente, da solo o con un compagno, che indossa una tonaca grigia di lana  grossa in  conformità, un panno con i tre voti del tuo ordine, rispettando l’austera regola senza mangiare carne e di portare il cilicio”.

“Roma, il 6 maggio 1489, il quinto anno del Pontificato di Innocenzo VIII”

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Il 4 maggio, è una data tristemente celebre nella storia dell’Ordine certosino poiché ricorda il giorno in cui furono martirizzati i primi tre dei diciotto certosini, che tra il 1535 ed il 1537 persero la vita brutalmente per difendere strenuamente la propria fede. L’argomento è stato da me, in questo blog, già trattato ma in questa sede voglio parlarvi del personaggio, che grazie alla sua testimonianza diretta, ci ha consentito di poter conoscere ed analizzare quei tragici episodi. Si tratta di  Maurice Chauncy, che pare sia nato intorno al 1509, a Sawbridgeworth ( Hertfordshire), dopo aver studiato ad Oxford egli ha indirizzato i suoi studi verso il diritto entrando nella celebre Grays Inn, ma ben presto decise di abbracciare la vita monastica. Decise di entrare nel 1532 nella certosa di Londra, purtroppo però qualche anno dopo egli si trovò coinvolto nei tragici eventi che sconvolsero la comunità certosina londinese. Come sappiamo i priori John Houghton, Robert Lawrence ed Agostino Webster furono le prime vittime che pagarono con la vita la decisione di essersi opposti alla sottoscrizione dell’atto di Supremazia. Dom Maurice Chauncy dopo la triste sorte occorsa ai confratelli trucidati, decise con altri diciotto monaci rimasti e nella speranza di salvare la struttura monastica londinese, di aderire controvoglia al giuramento. Comincia così per lui una tragica esistenza, difatti la speranza di salvare la certosa di Londra rimase un mera illusione, poiché nel 1537 Dom  Maurice Chauncy fu costretto ad abbandonare e consegnare il 10 giugno la certosa, e fuggire cominciando così una vera odissea. Messosi a  capo di un gruppo di monaci provenienti da Sheen esiliò in Belgio, insediandosi nel 1547 alla certosa di Bruges (Val de Grace), poi la Regina Maria Tudor, nel tentativo di restaurare il cattolicesimo in Inghilterra dopo la Riforma, decise di insediare a Sheen il 26 gennaio del 1557 i certosini transfughi, chiamatisi di “Sheen Anglorum”, che elessero come priore proprio Dom Maurice Chauncy. Ma il loro ritorno in Inghilterra durò poco, poiché salita al trono Elisabetta I tutto mutò di nuovo, e ricominciarono le persecuzioni, pertanto i poveri monaci dovettero nuovamente espatriare il 1 luglio 1559. La comunità dovette quindi far ritorno in Belgio, dapprima a Bruges (Val de Grâce) dal 1559 al 1569, ancora a Bruges (Sinte-Clarastraat) dal 1569 al 1578, poi aggrediti e perseguitati dai calvinisti si recarono a Douai (1578) poi a Lovanio (1578 1589), ad Anversa (1589 1591) ed a Malines (1592 1626) dove rimasero ospiti presso i Redentoristi per trentaquattro anni, fino al 1626 quando il re di Spagna, finalmente offrì loro la possibilità di insediarsi a Nieuport, raggiungendo una relativa stabilità. Queste furono le tribolazioni dell’intera comunità monastica, di “Sheen Anglorum” ma va detto che tutto questo peregrinare fu vissuto da Dom Maurice Chauncy, tra il pesante rimorso di non aver condiviso con i suoi confratelli di Londra la corona del martirio. Egli per tutta l’esistenza fu ossessionato dall’aver accettato l’atto di Supremazia salvandosi la vita, si definì da solo come “una pecora macchiata e malata all’interno del suo gregge”. Prima di morire a Bruges il 2 luglio 1581, egli tra tante peripezie volle come atto di penitenza lasciare scritti e documentazioni dettagliate circa i tragici fatti accorsi ai suoi confratelli vittime della furia di Enrico VIII. Voglio ricordarlo, poiché credo che la Provvidenza abbia previsto per lui una funzione diversa dai martiri, ma altrettanto nobile, poiché grazie alla sua testimonianza oculare noi tutti abbiamo potuto apprendere l’infamia smisurata degli aguzzini ed il coraggio dei diciotto martiri certosini nel difendere la loro incrollabile Fede

Di seguito, vi riporto il testo della descrizione di Dom Chauncy dei tragici fatti svoltisi a Londra, con l’intento di celebrarne la loro memoria.


“Historia aliquot Martyrum Anglorum

Dalla Storia dei Martiri inglesi scritta da Dom Maurizio Chauncy:

All’inizio dell’anno del Signore 1535, il sovrano d’Inghilterra determinò e fece disporre con celebre atto del suo parlamento che tutti dovevano rinnegare l’autorità del sommo pontefice, il papa, e rinunziare all’obbedienza dovuta a lui e a qualsiasi capo di altri regni; prestando giuramento, dovevano riconoscere lui, il re, come capo supremo della Chiesa, sia per lo spirituale sia per il temporale. I contestatori sarebbero stati considerati rei di lesa maestà, incorrendo nella pena capitale. Allora i tre priori, Giovanni, Roberto e Agostino, scorgendo un presagio mortale nell’ira del re, rifletterono sul modo con cui avrebbero potuto mitigarla. Di comune accordo decisero che, affidando l’impresa nelle mani di Dio, avrebbero prevenuto il previsto arrivo dei consiglieri del re, cercando un approccio con Tommaso Cromwell, stabilito dal sovrano suo rappresentante per tutti gli affari. Contavano sul suo intervento per esimersi dall’editto reale, attenuando i termini del giuramento oppure il rigore del decreto. Quando i tre reverendi padri giunsero da Cromwell e gli ebbero esposto la loro petizione, costui, ben lungi dal favorirla, li fece imprigionare come ribelli nella Torre di Londra. La costanza e la fermezza dei tre priori non si piegarono davanti ai loro seviziatori, per cui fu comandato di metterli a morte. Ecco quale fu il loro supplizio e in che modo furono giustiziati, se parlare si può di un modo laddove crudeltà selvaggia e tirannia crudele superarono ogni modo. Condotti fuori dal carcere, erano stati immediatamente gettati su una treggia, cioè un graticcio di tronchi d’albero senza ruote, a cui vennero legati supini, col corpo lungo disteso. Così giacendo, furono trascinati dietro gli zoccoli dei cavalli attraverso l’intera città fino al luogo detto Tyburn, dove si solevano giustiziare i criminali. Quel posto distava circa una lega dalla Torre di Londra. Chi potrebbe raccontare le molestie e le torture che soffrirono per tutto quel tragitto? Ora passavano per posti tutti rialzi e avvallamenti, ora per pozze di acqua o di fango, che abbondavano lungo la strada. Quando infine giunsero al luogo stabilito, il nostro santo padre Giovanni fu slegato per il primo. Il boia piegò il ginocchio davanti a lui (secondo l’uso del paese), chiedendogli di perdonargli le crudeltà che doveva infliggergli. O buon Gesù! Chi non avrebbe pianto vedendo il servo di Cristo in quel supplizio atroce? Chi avrebbe potuto non sentirsi coinvolto nel suo patire contemplando la bontà di quest’uomo così santo parlare al suo carnefice con garbo e benevolenza, abbracciarlo e baciarlo teneramente, pregando per lui e per gli astanti? Il padre ricevette l’ordine di salire la scala del patibolo dove sarebbe stato impiccato; con la massima mansuetudine egli obbedì e montò. Allora uno dei consiglieri del re, lì presente assieme con migliaia di gente accorsa a tale spettacolo, gli domandò se voleva acconsentire all’ordine reale e al decreto del parlamento; in caso affermativo sarebbe stato graziato. Il martire di Cristo rispose con fermezza: Chiamo a testimone Dio onnipotente, e voi tutti pure sarete miei testimoni davanti al suo infallibile tribunale nel giorno del giudizio che qui, prima di morire, dichiarai questo in pubblico: Rifiuto di obbedire al re, nostro signore, e di sottomettermi alla sua volontà, non per ostinazione, malizia, spirito ribelle, ma unicamente per timore di Dio: non voglio offendere la maestà dell’Altissimo. I decreti del re e del parlamento si oppongono alle leggi della nostra santa madre Chiesa; in coscienza sono obbligato, anzi sono pronto a soffrire serenamente queste torture e tutte le altre che potranno venirmi inflitte, piuttosto che oppormi alla dottrina della Chiesa. Pregate per me e abbiate pietà dei miei fratelli, di cui fui l’indegno priore. Poi chiese al giustiziere di dargli il tempo per terminare la sua preghiera: era il salmo In te, Signore, mi sono rifugiato fino a mi affido alle tue mani incluso. Al segnale, venne tolta la scala ed egli restò appeso. Poi, quando la sua anima santa non era ancora spirata, uno dei presenti tagliò la corda; il corpo cadde in terra e molto debolmente pulsazione e respiro ripresero. Il padre fu trascinato un poco più oltre, ove con gran violenza gli strapparono tutte le vesti di dosso e lo stesero di nuovo nudo e supino sulla treggia. Ecco il carnefice sanguinario portare su di lui le sue mani nefande, sventrarlo, estirpandogli viscere e cuore, che getta nel fuoco. Il nostro santissimo padre non emise un grido sotto quell’intollerabile tortura, ma continuò a pregare fin quando gli fu estratto il cuore. La pazienza, la dolcezza e la tranquillità di cui dette prova erano così soprannaturali che non solo i responsabili, ma tutta la folla ne rimasero stupiti. Quasi sventrato, in un ultimo soffio, il martire esclamò con voce soavissima: Amabilissimo Signore Gesù, abbia pietà di me in quest’ora! Secondo quanto attestano uomini degni di fede, nel momento stesso in cui il carnefice gli svelse il cuore, egli disse: Gesù buono, che farai del mio cuore? Così dicendo spirò. Infine gli mozzarono il capo e il corpo amputato fu diviso in quattro parti. Ecco, Reverendo Padre, come questo vostro santo figlio fu trovato fedele fino alla morte. Egli emigrò da questo mondo a Dio il 4 maggio 1535, nel quarantottesimo anno di età e nel quinto di priorato. Come il buon Pastore, dette la vita per le sue pecore oltre che per la giustizia e la fede nel nostro Signore Gesù Cristo. Dopo l’esecuzione del Nostro, fu tolta la vita anche agli altri due priori, Roberto e Agostino, e a un religioso, chiamato Reginaldo, della Congregazione di santa Brigida, straziati l’uno dopo l’altro con il medesimo crudelissimo supplizio. Nelle tre successive settimane, gente ignobile e d’infima estrazione, eccitata dal massacro di quei santi, si recò dal luogotenente del re per essere autorizzata a schernire e maltrattare altri certosini. Egli acconsentì volentieri ed essi vennero in fretta da noi.

Si impadronirono di tre altri padri rimasti a nostra guida: Umfrido Middlemore, allora vicario e in precedenza procuratore della casa, Guglielmo Exmew, procuratore, dopo essere stato vicario, e Sebastiano Newdigate, monaco e sacerdote della nostra comunità. Tutti e tre furono condotti ignominiosamente e senza pietà nel più fetido carcere, ove stretti da catene al collo e alle gambe, furono crudelmente attaccati alle porte e alle colonne dell’edificio. Per ben due settimane non li sollevarono mai da quella posizione penosissima e non li slegarono per nessuna necessità. Al termine di quei giorni, furono presentati separatamente al Consiglio: interrogati sul medesimo punto per cui il nostro buon padre era stato ammazzato, si sentirono offrire le medesime proposte. I tre certosini dichiararono con la massima fermezza di non volersi opporre ai decreti e alla tradizione della santa madre Chiesa. Così furono condannati alla medesima morte del loro priore e nei dieci giorni successivi subirono quello che lui aveva patito.

Erano giovani d’anni ma spiritualmente maturi come vegliardi, pieni di grazia e di virtù, di nobile casato; il padre Sebastiano era persino stato educato a corte. Tutti e tre, dotti e pieni di coraggio, deposero con fermezza davanti ai giudici del tribunale che, secondo le Sacre Scritture, il re non poteva rivendicare per sé come dovuto e come potere di diritto divino la supremazia e la preminenza che nostro Signore Gesù Cristo ha attribuito nella Chiesa al papa e ai sacerdoti. Essi andarono a morte come ad un banchetto, ricevendola con somma pazienza e mansuetudine, alacre il corpo, lieto il viso, nella speranza della vita eterna. Era il 19 giugno 1535. La comunità si divise; una parte seguì Geroboamo, che aveva trascinato Israele nel peccato, e l’altra aderì alla casa di Davide, ricordandosi della giustizia di Dio solo, conosciuto sin dalla giovinezza. Una parte, infatti, di noi, davanti a quella situazione angosciosa e al pericolo imminente che la casa fosse abbattuta, vide che non avrebbe guadagnato nulla a resistere, ma che era meglio che tutti passassero dalla parte del re. In preda alla depressione, quei monaci davanti al pericolo si affidarono alla misericordia divina, pur con la coscienza profondamente lacerata, e con molte lacrime acconsentirono alla volontà del re. Ma alcuni altri non vollero preservare una casa di pietra piuttosto che loro stessi, preferirono senza esitare la salvezza dell’anima a una dimora materiale, e quindi dettero volentieri per la propria anima tutto quello che avevano. Rifiutando in modo assoluto di andare debitori della loro liberazione alla menzogna, si opposero al re con fermezza per ottenere una migliore risurrezione e avere una dimora eterna, non fatta da mani di uomo, nei cieli.

Di quel parere furono una decina, tutti professi della nostra casa di Londra; tre sacerdoti, Riccardo Bere, Tommaso Johnson e Tommaso Green; un diacono, Giovanni Davy; e sei conversi, Guglielmo Greenwood, Tommaso Scryven, Roberto Salt, Gualtiero Pierson, Tommaso Redyng e Guglielmo Horn. Il 29 maggio del 1537 furono imprigionati in un fetido carcere a Newgate. Tranne uno, tutti vi morirono rapidamente, tanto il luogo era lurido e infetto. Il luogotenente del re, di cui sopra si è detto, fu molto crucciato quando lo seppe, e affermava giurando che li avrebbe martoriati ben più duramente se fossero sopravvissuti. Il fratello converso superstite, Guglielmo Horn, resistette in vita tre anni languendo nel carcere. Probabilmente il quattro agosto 1540, ne fu tratto fuori e destinato alla morte che aveva subito il nostro priore. Terminò, infatti, i suoi giorni, sventrato e con le membra fatte a pezzi: così il figlio seguì il padre. Seviziato più a lungo e più barbaramente di tutti, piuttosto che mentire o prestare falsi giuramenti, preferì la morte per l’amore di Gesù e per fedeltà alla Chiesa cattolica, sua Sposa.

Dal vangelo secondo Giovanni.

Prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra».

“La preghiera” di A. Guillerand XXVI° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO  XXVI

La preghiera di lode

Ogni preghiera è una lode; anche quella del pubblicano che si batte il petto è un inno alla grandezza di Dio. Essa proclama la sua misericordiosa bontà che è la cima di questa grandezza. L’Amore che risolleva dopo la colpa è l’Amore che ricompensa alla fine della lotta. Chiederne il sostegno è affermarne la forza.

Tuttavia sembra che questo titolo di ” Lode ” venga riservato al canto delle anime per le quali è cessato il combattimento, o perché esse hanno lasciato il campo di battaglia e hanno raggiunto la patria, o perché la loro adesione al Maestro è tale che hanno trovato in Lui il luogo di riposo. Non avendo più nulla da temere o da domandare, essendosi compiuta ogni trasformazione, a queste anime non rimane che vivere secondo questa forma nuova che è la forma di Dio; ogni loro attività consiste nella grande gioia di appartenere a Lui, d’essere per Lui, grazie a Lui, in Lui… questa gioia è la loro preghiera. ” L’eterna allegrezza è la corona delle loro teste ” dice Isaia (Is 35,10); essa risplende, e questo raggio canta Colui che lo produce: è il candor lucis aeternae, il raggio splendente dell’eterna Luce. ” Felici coloro – dice il Salmista – felici coloro che sono posti nella dimora di Dio, questa dimora è la lode eterna ” (Sal 83,5 Volg).

La Chiesa, sposa di Gesù e dello Spirito Santo, madre delle anime, maestra dei cristiani, ha riempito i suoi Uffici di lodi, e la preghiera di giubilo davanti a Dio ne è la forma abituale.