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Lettera di Santa Caterina da Siena ad un certosino

Lettera di Santa Caterina da Siena

al certosino Francesco Tebaldi della certosa di Gorgona

In un articolo precedente abbiamo percepito il rapporto particolare, che Santa Caterina nutriva per i certosini della Gorgona. Qualche anno dopo quel suggestivo e toccante incontro descrittovi, Caterina scrisse ed inviò due lettere al Fratello converso Francesco Tebaldi di Firenze, che aveva in quell’occasione conosciuto. Volle con queste missive, confortare il giovane monaco esprimendogli la sua vicinanza ed il suo sostegno spirituale. Vi propongo il testo integrale della prima delle due, la numero 150, nella quale la mistica senese argomenta sulla”perseveranza”.

A frate Francesco Tebaldi di Fiorenza nell’isola di Gorgona,

monaco certosino.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo e dolcissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte; perocchè la perseveranzia è quella virtù che è coronata. Ella porta il fiore e la gloria della vita dell’uomo: ellaè compimento d’ogni virtù; tutte le altre le sono fedeli. Ella non esce mai dalla navicella della religione, ma sempre vi naviga dentro infino che giunge a porto di salute. Ella non è sola, ma accompagnata; tutte le virtù le sono compagne, ma singolarmente due; cioè, la fortezza e la pazienzia. Ed ella è lunga e perseverante. Perchè è detta lunga questa perseveranzia? perchè tiene dal principio che l’anima comincia a volere Dio, infino all’ultimo; che mai non si lassa scortare, per veruno inconveniente che venga. Non la scòrta la prosperità per disordinata allegrezza nè leggerezza di cuore, nè consolazione spirituale, nè veruna altra cosa che a consolazione s’appartenga: e non la scòrta la tribulazione, nè ingiuria, scherno, villania che le fusse fatta o detta; non per peso nè gravezza dell’Ordine nè per grave obedienzia che gli fusse imposta. Tutte queste cose non la scòrtano per impazienzia; ma con pazienzia persevera nelle fadighe sue. Non per battaglie o molestie di dimonio, con false e varie cogitazioni, e con disordinato timore o infedeltà che gli mettesse verso il suo prelato. Non la scòrtano; perocchè non è senza il lume, ma il lume della fede sempre leva innanzi. Onde la perseveranzia risponde al disordinato timore, dicendo: «Io spero, per Cristo crocifisso, ogni cosa potere, e perseverare infino alla fine con fidelità». Risponde la perseveranzia all’affetto dell’anima, con fede di perseverare, dicendo: «Per veruno tuo volere nè parere non voglio diminuire la reverenzia debita, nella subiezione la quale io debbo avere e portare al prelato mio».

Ella piglia uno giudicio santo nella dolce volontà di Dio acciocchè non gli venga giudicato la volontà della creatura; perocchè il lume le ha mostrato che, facendo altrimente, essofatto sarebbe scortata, e non sarebbe lunga la reverenzia nè l’obedienzia nè l’amore. E però il lume le mostra, acciocchè l’amore non allenti nel tempo che il dimonio, sotto colore di far meglio e più pace sua, suade che si ritragga dalla conversazione del prelato suo e della presenzia d’esso, o di chiunque avesse dispiacere; ma che egli più s’accosti e più conversi, sforzando sè medesimo, ricalcitrando al suo falso parere, acciocchè la infedelità non se gli notrichi nell’anima; e non sia scortata dallo sdegno.

O dolcissimo, dilettissimo e carissimo figliuolo, caro mi sete quanto l’anima mia. La lingua non potrebbe narrare quanti sono gli occulti inganni che ‘l dimonio dà sotto colore di bene, per scortare la via della lunga perseveranzia. E massimamente sopra quest’ultima, della quale io ora v’ho detto; perchè da questo se egli vel fa cadere, il potrà poi pigliare in ogni altra cosa. Se il suddito a qualunque obedienzia si sia, perde la fede di chi l’ha a guidare; cioè che egli sèguiti quello che gli detta lainfedelità; il dimonio ha il fondamento dove si debba ponere l’edificio della virtù e però si pone egli ine. Perocchè colui che, per sua ignoranzia in non resistere, si lassa tollere questo principio, non è pronto all’obedienzia: egli è atto a giudicare gli atti e l’operazioni secondola sua infirmità e non secondo la sua verità: egli è impaziente, e molte volte cade nell’ira; generali tedio e rincrescimento in ogni sua operazione. Veramente questa infedelità è uno veleno che ci attosta tanto il gusto dell’anima, che la cosa buona gli pare cattiva, e l’amara dolce; il lume gli pare tenebre, e quello che già vidde in bene, gli pare vedere in male. Sicchè drittamente ella è veleno.

Ma voi direte a me, figliuolo mio: «Chi camperà l’anima di questo? o perchè modo? Chè io non vorrei cadere in questo, se io potessi». Dicovelo. La virtù piccola dellavera umilità è quella che tutti questi lacci rompe e fracassa; e tràne l’anima non diminuita, ma cresciuta. Perocchè ‘l lume gli mostra che elle erano permesse dalla divina bontà per farla umiliare, o per crescerla in essa virtù; onde con affetto d’amore l’ha presa, umiliandosi e conculcando il suo parere continuamente sotto ai piei dell’affetto. Per questo modo resiste continuamente.

E’ vero che un altro modo ci è a resistere; il quale non esce però di questo: cioè, che giammai non fugga il luogo della presenzia, perocchè egli non fuggirebbe il sentimento dentro; anco, il troverebbe sempre vivo: perchè, a fuggire, non si stirpa, ma con la impugnazione. E però la perseveranzia, che l’ha veduto col lume, sta ferma e perseverante nel campo della battaglia; non schifando colpo di veruna tentazione. Piglia bene l’arme dell’umile continua e fedele orazione; la quale orazione è una madre vestita di fuoco e inebriata di sangue, ch’e’ notrica alpetto suo i figliuoli delle virtù. Onde è di bisogno che l’anima virtuosa participi e vestasi di questo medesimo fuoco, e l’affetto sia inebriato del sangue. Quale sarà quello dimonio o quale creatura, o noi medesimi dimonii, cioè la propria sensualità nostra, che possano resistere a cosiffatte armi? Quale sarà quello lacciuolo che possa legare l’umiltà? neuno ne sarà che resistere ci possa; perchè la perseveranzia, per lo modo che detto aviamo, non basti infino all’ultimo, quando la carità metterà in possessione l’anima nella vita durabile, dove è ogni bene senza veruno male. Ine riceverà il frutto d’ogni sua fadiga. Questa fa l’anima forte, che mai non indebolisce; fa il cuore largo e non stretto, che vi cape ogni creatura perDio, in tanto che tutte reputa che siano l’anima sua.

Adunque levatevi su, figliuolo; attaccatevi al petto di questa madre orazione, se voi volete essere perseverante con vera umiltà. E non lassate mai, sì che compiate la volontà di Dio in voi, il quale vi creò per darvi vita eterna, e havi tratto dal loto del secolo, perchè corriate morto per la via della perfezione. O quanto sarà beata l’anima mia quando sentirò d’avere un figliuolo che viva morto; e nella morte della propria volontà e parere, perseveri infino alla morte corporale! Se questo non fusse, non mi reputerei beata, ma molto dolorosa. E però fuggo questo dolore con grande sollicitudine, nel cospetto di Dio, dove io vi tengo per continua orazione. E però dico: con desiderio io desidero di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte. E così vi prego e stringo da parte di Cristo crocifisso, che giammai non perdiate tempo, ma sempre vi annegate nel sangue dell’umile Agnello. L’amaritudine vi paia uno latte; e il latte delle proprie consolazioni, per odio santo di voi, vipaia amaro. Fuggite l’ozio quanto la morte. La memoria s’empie de’ benefici di Dio e della brevità del tempo: l’intelletto si specoli nella Dottrina di Cristo crocifisso; ela volontà l’ami con tutto il cuore e con tutto l’affetto econ tutte le forze vostre, acciocchè l’affetto e tutte le vostre operazioni siano ordinate e drizzate ad onore e gloria del nome di Dio, e in salute dell’anime. Spero nella sua infinita misericordia che a voi ed a me darà grazia che voi il farete.

Ho ricevuta grande consolazione dalle lettere che ci avete mandate, io e gli altri: perchè grande desiderio aviamo di sapere novelle di voi. Parmi che’ l dimonio non abbia dormito nè dorma sopra di voi; della quale cosa ho grande allegrezza, perchè veggo che per la bontà di Dio la battaglia non è stata a morte, ma a vita. Grazia, grazia al dolce Dio eterno che tanta grazia ci ha fatta! Ora si vuole cominciare a cognoscere, voi non essere; ma l’essere, e ogni grazia posta sopra l’essere, ricognoscere da colui che è. A lui si renda grazia e loda; perchè così vuole egli che a lui diamo il fiore e nostro sia ilfrutto. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

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