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“La preghiera” di A. Guillerand XXXIII° capitolo

La Preghiera

Dinanzi a Dio

di Dom Augustine Guillerand

CAPITOLO XXXIII

Lode alla divina misericordia

Io non comprendo sufficientemente ciò perché sono caduto nella miseria; io sono un decaduto; io ho abbandonato le altezze dell’essere nel quale tu mi avevi posto creandomi. Non ho saputo restare a quel livello divino che mi poneva così bene dinanzi a te, per accogliere e riprodurre il movimento del tuo spirito, per impadronirmi di lui e del suo canto in tutte le note create che lo riproducevano, ma senza saperlo. Io avevo ricevuto la Luce che mostra questo dono di sé in tutto, e lo slancio cosciente, sveglio, in chiarezza, che lo ripete e lo fa rientrare in te. Io ho perduto questa Luce e ho arrestato questo slancio. Io l’ho diretto verso di me, al posto di dirigerlo verso di te. Io ti ho tolto questa gloria, e l’ho voluta per me; e l’ho ridotta alla misura del mio proprio essere che non è. Io sono rimasto nel mio nulla, e ho obbligato tutti gli esseri, che dovevo portare a te, a restarvi con me. Quale perdita per tutti! Le conseguenze della colpa primitiva – e, in una certa misura, di ogni colpa – sono spaventose… se ciò si comprendesse. Gesù l’ha compreso ed è venuto meno sotto il peso: ” Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! ” Mt 26,39 , gridava, inabissato, col volto prostrato a terra, e sudando sangue da tutto il corpo, mentre la sua anima agonizzava. Egli era disceso nelle grandi profondità della mia miseria; ma l’aveva presa su di sé per rialzarmi: all’abisso di tale miseria Gesù opponeva un abisso più profondo, quello della misericordia. Questo è così profondo che raggiunge Dio, e che, per questa strada, noi risaliamo alla vetta perduta. Esso ci conduce alla meta. Esso porta a compimento il movimento; e – senza pretendere di regolare questo movimento – io ho l’impressione che nessuna meta conviene meglio all’Amore. Donarsi al nulla è bello; è una manifestazione di bontà… ma donarsi alla miseria è qualcosa di meglio. Rialzare è più ” Amore “, più ” dono di sé ” che creare. La Redenzione, il sangue divino che scorre nell’Agonia, sul Calvario, nel pretorio, è l’ultima parola dell’Amore… se l’Amore può avere un’ultima parola.

Mio Dio, tu sei questo Amore, tu sei la vetta suprema… ed è qui che la mia vita di lode deve fissarsi. La creazione non ne è assente; io resto il cantore di tutto ciò che tu hai fatto… ma è ai piedi della croce che io debbo lanciare la mia nota e ogni nota insieme alla mia, unita a quella del Figlio che rimette il suo Spirito nelle tue mani. Qui si compiono tutte le cose, qui tutto è consumato.

La misericordia vista dal Calvario esigerebbe, per essere qualificata, un termine qualificativo che non esiste; bisognerebbe esprimere questo Dio che muore; ciò è essenzialmente inesprimibile; bisognerebbe sondare l’abisso che separa queste due parole: Dio e morire; e anche bisognerebbe sondare questa morte e tutte le circostanze delle quali ha voluto rivestirsi Colui che moriva. Semplici accidenti, senza dubbio; e più accessibili rispetto all’Essere che muore e alla morte di un tale Essere; ma pur sempre superiori all’immaginazione. Bisognerebbe conoscere tutta la capacità di sentire e, di conseguenza, di soffrire, di questo organismo in cui tutto – letteralmente tutto – è stato frantumato, schiacciato, pressato come un grappolo ben maturo per spremerne tutto il succo; bisognerebbe dunque conoscere l’anima che lo animava e nella quale risuonavano tutti questi colpi… Anche qui – qui come sempre – bisogna arrestarsi. Prospettive infinite di tortura fisica e di martirio morale si allungano davanti al mio sguardo e sembrano sfidarlo, sfidare il mio coraggio (o meglio la mia pigrizia) a guardarle come dovrei. Delle anime sante l’hanno fatto, non hanno fatto che questo, e, al termine della loro contemplazione, hanno dichiarato: ” Noi non abbiamo nemmeno intravisto la soglia di questo abisso

Dal Calvario, la misericordia ha riversato le sue acque su tutti gli uomini di tutti i tempi, di tutti i luoghi – ove le riversa ancora – e continuerà a riversarle fino alla fine del mondo. Ma anche qui, qui sempre, il mistero si innalza davanti a me, si gioca di me, mi sfida, mi schiaccia. Come penetrare le meraviglie operate dalla grazia in una sola anima? La parola del Salmo mi ritorna in mente: Exultavit ut gigas ad currendam viam. Sal 18,6 Volg. (” Esultò come un gigante che percorre la via “). Gesù-Redentore è un gigante che corre; io vedo la sua partenza… ma la strada mi sfugge. Io indovino solamente che è immensa, che il solo pensiero di percorrerla e di conoscerla fa sorridere, e che debbo rassegnarmi ancora a confessare un’impotenza di cui ogni meditazione accresce l’evidenza e acuirebbe il dolore se anch’essa non fosse una lode a Dio.

Fortunatamente interviene la Scrittura, con le sue parole piene di tenera luce e di consolazione, le sue parole che dicono quasi tutto senza cercarlo, almeno tutto ciò che io ho bisogno di sapere. Qualche giorno, forse, io le mediterò in modo più dettagliato; e da questa sorgente che mi sembra così profonda, io potrò intravedere qualcuno dei ruscelli che irrigano la santa città. Io non ne richiamo, in questo momento, che uno solo, ma così intensamente tenero, e le cui sillabe stesse sono state sempre per la mia anima come una carezza di madre: In charitate perpetua dilexi te, et ideo attraxi te miserans: ” lo ti ho amato di un eterno amore, e non ho mai cessato di attirare a me la tua miseria “. Cfr. Ger 31,3.

Come sai bene, o mio Dio, esprimere le sfumature! In te non vi è che amore, e io non l’avevo sottolineato ancora con sufficiente chiarezza. La misericordia non è che il riflesso di questo amore quando la sua luce attraversa la zona d’ombra in cui il peccato ci ha avvolti. La misericordia è il movimento della luce nelle tenebre. ” La luce splende nelle tenebre “. Gv 1,5. Essa è venuta a illuminarle; essa ha abbandonato il suo regno per visitarle e rifarle secondo la tua immagine raggiante; è venuta poiché essa è l’amore; essa procede dall’amore, ne è il raggio splendente, candor lucis aeternae; Sap 7,26. essa ha ricevuto dall’amore – e porta nel suo seno – il movimento essenziale, il bisogno di donarsi, che fa come uscire l’amore da se stesso per generarla in se stesso eternamente. La luce ha bisogno di effondersi, di comunicarsi, di splendere. Essa porta in sé questo bisogno perché è nata dal seno paterno da dove procede questo movimento. Le tenebre, in cui essa non brilla, l’attirano, sollecitano questo suo bisogno; un appello sembra uscire, che le grida: ” Vieni in noi “. Questo appello è, per la luce, irresistibile; corrisponde talmente a questo bisogno essenziale del suo essere che essa ne esce, zampilla, si slancia, fa questo passo da gigante sulla strada che le si apre davanti: Exultavit ut gigas ad currendam viam Sal 18,6 Volg. Essa diviene la Luce che si dona alle tenebre, che brilla nelle tenebre: ed è la Misericordia, l’Amore di Colui che è per ciò che non è.

Colui che è può donare al nulla il potere di donarsi come Egli dona Se stesso, liberamente e per amore: è il privilegio dell’uomo, la libertà. L’uomo può corrispondere all’amore o rifiutarlo. Se corrisponde, si unisce a Lui, non fa che uno con Lui, partecipa alla sua vita e alla sua grandezza. Se si rifiuta, l’uomo resta in se stesso, nel suo nulla, ma in un nulla decaduto, in un nulla che si sarebbe potuto unire all’essere, che era chiamato a farlo, che era provvisto di potenze per impossessarsene e gioirne, e che è venuto meno al suo destino; e dunque tutto in lui è venuto meno, decaduto, rovinato. Ed è propriamente questa la miseria che la divina misericordia ha voluto soccorrere.

Ed è pure qui che si accordano queste due sorelle che noi non sappiamo associare abbastanza: la misericordia e la giustizia. Dio, sollevandoci dal fondo del nostro abisso, ha pagato i nostri debiti, ha riparato la sua gloria e le brecce che noi vi avevamo fatte; Dio ha ripreso veramente tutti i suoi diritti su di noi; ha dato completa soddisfazione a tutte le esigenze di questa gloria, si è magnificato magnificamente. Bisogna amare questa gloria magnifica; bisogna accettare generosamente la miseria che la procura.

Bisogna vedere e amare e cantare la misericordia e la giustizia fin nei castighi che prostrano. Il mistero è spaventoso a prima vista. Esso si rischiara sotto uno sguardo di fede prolungato. Per tutti la misericordia giunge fino alla fine del suo sforzo; non dipende mai da essa se la miseria non sia guarita; dipende dall’uomo solo che il divino amore sia rifiutato. L’accoglienza della grazia è opera della grazia, la volontà corrisponde; il rigetto della grazia è l’opera del solo volere umano che si chiude alla divina profferta. Il cuore del Padre amabilissimo si è chinato sul figlio ribelle, ha parlato al suo cuore; ha fatto l’impossibile per commuoverlo e farsi accettare. Gloria a tutto ciò! Il ribelle condannato a causa della sua sola colpa farà risplendere questi sforzi dell’amore, e il suo castigo eterno farà aumentare lo splendore di questo amore ricompensato nei giusti.

F I N E

Si conclude con quest’ultimo meraviglioso capitolo, lo stupendo libro concepito da Augustin Guillerand. Spero abbiate apprezzato l’iniziativa, prossimamente è mia intenzione offrirvi altre letture simili.

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