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Achille Ratti, Benito Mussolini ed il ritorno dei certosini a Pavia

Achille Ratti, Benito Mussolini

ed il ritorno dei certosini a Pavia

L’attività monastica all’interno della certosa di Pavia si è svolta serenamente ed ininterrottamente per molti secoli, ovvero, dall’anno della sua fondazione il 27 agosto del 1396 fino al 1782. Da questo momento in poi, vari accadimenti hanno costretto i certosini ad abbandonare il proprio cenobio. Il primo allontanamento è datato 16 dicembre 1782, e fu voluto dall’imperatore Giuseppe II, il quale incamerò i beni di tutti gli ordini contemplativi dei suoi possedimenti. La certosa fu affidata dapprima ai cistercensi ed in seguito ai carmelitani, che assistettero alla devastazione delle truppe napoleoniche. Il monastero venne chiuso e cadde nell’oblio fino a quando i certosini non vi fecero ritorno, il 21 dicembre del 1843. La loro permanenza ebbe però breve durata, poiché con la legge 3036 del 7 luglio 1866, la certosa di Pavia fu dichiarata monumento nazionale italiano ed i beni ecclesiastici diventarono proprietà del Regno d’Italia, ciononostante fino al settembre del 1880, seppur in difficili condizioni, alcuni certosini continuarono ad abitare il convento. Dopo qualche anno, nel 1897, le condizioni di decadenza della struttura, e di abbandono dei documenti in essa conservati, portarono un giovane sacerdote, don Achille Ratti a dedicarsi al riordino dei manoscritti e dei libri certosini che in condizioni pietose si depauperavano a vista d’occhio. Egli pazientemente e con passione dedicò molti giorni della sua vita a questa operazione. Alle condizioni fatiscenti del complesso monastico si cercò di rimediare con interventi di restauro che si protrassero per svariati anni, nel tentativo di consolidare la monumentale struttura. I lavori continuarono anche durante il primo conflitto mondiale,  mettendo al riparo la certosa con eccezionali misure di protezione per evitare ulteriori danneggiamenti. Ma ecco che terminata la prima guerra mondiale, la Provvidenza dispone un accadimento che risulterà essenziale per il futuro ritorno dei certosini a Pavia. Il 10 settembre 1922 viene eletto sommo pontefice con il nome di Pio XI, Achille Ratti!!!

Il nuovo Papa legato al monumentale convento da un legame particolare, in data 9 ottobre 1930 volle affidare il luogo che aveva curato in gioventù, con amore e dedizione ai legittimi “proprietari”decidendo di insediare nuovamente i certosini nella struttura originariamente creata per loro. Il 25 luglio 1932 con un rito ufficiale e dopo 52 anni di desolante abbandono si rianimano gli ambienti dell’antica certosa con la presenza dei seguaci di san Bruno. Questa decisione fu fortemente voluta da un altro personaggio, Benito Mussolini il cui destino è anch’esso intrecciato con la storia del monastero pavese. Il duce volle ossequiare la comunità monastica insediatasi di recente rendendo visita alla certosa il 31 ottobre 1932. Per comprendere meglio il contenuto della visita vi offro la cronaca dell’episodio tratta da un quotidiano dell’epoca, contenente il dialogo di Mussolini con il Priore della certosa.

Benito Mussolini (1883-1945), “dopo essersi recato a Pavia ed aver percorso rapidamente in automobile la magnifica strada nazionale lungo il naviglio, a mezzogiorno giunge alla Certosa. Grande è la meraviglia degli abitanti del paese essendo la visita assolutamente imprevista. Il Duce, dopo essere sceso dalla vettura giunta fino all’entrata della chiesa, all’interno del grande piazzale verde che forma suggestivo tappeto davanti alla fulgida facciata del tempio, è subito ricevuto dalle autorità locali ed ha agio di ammirare, avvicinandosi, le veramente mirabili sculture del portale d’ingresso. Poi entra nella basilica e la attraversa fino alla bellissima cancellata di bronzo. Il capo del Governo, inoltre, ammira le altre opere d’arte conservate nella chiesa. Prima di lasciare le terre lombarde il Duce incontra, nei pressi dei vestiboli d’ingresso, il priore dei Certosini, padre Stefano Casolari, con il quale ha il seguente colloquio:

S. C. – Ringrazio Iddio che mi dà la possibilità di ossequiare V. E. personalmente e di ringraziarLa per averci permesso di ritornare in questa nostra antica casa.

B.M. – Ne sono contento io pure. Come vi siete sistemati?

S. C. – Benissimo Eccellenza!

B.M. – Quanti siete?

S. C. – Cinque, per ora.

B.M. – Quanti potrete essere in avvenire?

S. C. – Venti ed anche più, speriamo.

B.M. – Che cosa fate?

S. C. – Studiamo e preghiamo soprattutto per chi non prega.

B.M. – Pregate dunque anche per me che non ho molto tempo.

S. C. – È per noi un dovere ben grato.

B.M. – Non siete disturbati?

S. C. – No, Eccellenza; non siamo disturbati né disturbiamo.

B.M. – Bene, bene, non è da tutti dire: non siamo disturbati né disturbiamo’ .

Dopo una stretta di mano frettolosa il Duce sale in auto e si allontana”

(Il Popolo di Pavia del 2/11/1932).

“Sono ormai le 12,15 ed il corteo lascia la Certosa, salutato all’uscita dai contadini accorsi dalle vicine campagne. Le macchine filano verso la stazione ferroviaria del paese sollevando un fitto polverone, nell’autunno asciuttissimo, lungo le bianche strade che contornano il recinto dell’antico mistico monastero. Nell’attesa del treno per Milano il Duce si intrattiene affabilmente con i presenti e saluta gli operai dello stabilimento “Galbani”che si sono adunati nelle vicinanze. Inoltre riceve un improvviso omaggio floreale da un giovanissimo balilla. Il convoglio ferroviario giunge nel frattempo alla piccola stazione ed alle 12.42 il capo del Governo lascia Certosa, salutando dal finestrino della carrozza le autorità ed il popolo” (Il Ticino del 4/11/1932).

La vita monastica, continuerà a svolgersi regolarmente in certosa anche durante la seconda guerra mondiale, poiché per accordi presi dal governo fascista, il monastero fu risparmiato dai numerosi bombardamenti, evitandone così la sua distruzione. Anche il destino del duce, come quello di Achille Ratti  entrambi benevoli con i certosini, si intreccerà nuovamente con la sorte della certosa in maniera bizzarra. Difatti caduto il fascismo e terminata la guerra, il 12 agosto 1946, all’interno della certosa accadde un episodio tumultuoso che ne sconvolse la serenità. Avvenne l’inaspettato ritrovamento della salma del Duce, avvolta in sacchi di tela e chiusa in un baule di legno, dopo che la stessa era stata precedentemente trafugata. Il clamore che si susseguì spinse i certosini infastiditi e turbati ad andarsene. Il monastero rimase chiuso fino al 1949 quando i carmelitani si insediarono fino al 10 ottobre del 1968 quando furono poi sostituiti dai cistercensi dell’Abbazia di Casamari che ne divennero i custodi, consentendo così al capolavoro del Rinascimento lombardo di continuare a vivere nello splendore voluto da Gian Galeazzo Visconti. Mi è sembrato carino farvi conoscere questi intrecci tra due personaggi legati indelebilmente alla monumentale certosa, per la quale dimostrarono la loro benevolenza, con degli episodi alquanto singolari, a dimostrazione che la Provvidenza interviene sempre, e nei modi più sorprendenti!!!

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Una Risposta

  1. Avevo letto, su un antico libro dedicato ai certosini, della visita di Benito Mussolini alla certosa di Pavia in data 31 ottobre 1932. Questo avvenimento, nel libro, viene citato in meno di due righe tanto da lasciare nel dubbio; visto l’ inusitato gesto del duce.
    Ringrazio vivamente Cartusialover per aver trattato questo avvenimento che chiarisce, con dovizia di particolari il gesto del Duce, e non solo il “gesto”, dall’articolo emerge anche che gli ambienti dell’antica certosa pavese erano stati ristrutturati e consegnati ai certosini per opera del futuro papa, Don Achille Ratti, con l’attiva partecipazione dello stesso Benito Mussolini.
    Distinti saluti
    Nino

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