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Oltre “Il grande silenzio”.Intervista con Philip Gröning (parte prima)

Oltre “Il grande silenzio”

 Intervista con Philip Gröning

(parte prima)

Sceneggiatore, Produttore, Regista,

Operatore, Fonico, Montatore del film documentario

“Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. Solo quando il linguaggio scompare, si comincia a vedere”

L’ articolo di oggi ci porta dentro il film “Il Grande Silenzio”, difatti, grazie all’ intervista che segue rilasciata dal regista Philip Gröning, potremo percepire le sue sensazioni, ed attraverso le sue parole conoscere simpatici aneddoti avvenuti durante la realizzazione del prezioso documentario. Ho raccolto venti risposte di Gröning, date ad altrettante domande fattegli, che verranno pubblicate in due post, per poter andare oltre la visione della magistrale pellicola. Cominciamo subito ad apprezzare le prime dieci risposte!!!

  1. Cosa l’ha portata a girare un film sul monastero Certosino? Quale è stata la sua motivazione originale?

All’inizio, non avevo veramente l’idea di girare un film sulla vita in un monastero; in realtà, volevo fare un film sul concetto di tempo. Solo in seguito si è concretizzata in me l’idea di fare un film sulla vita in un monastero. Tra gli ordini dove è osservato il silenzio, ho trovato quello dei Certosini come il più interessante, poiché lì ognuno si tiene in disparte. Vivono in piccole celle con letti di paglia e, come stufa, tutto ciò che hanno è una piccola scatola di latta; si gela immediatamente se si lascia spegnere il fuoco. D’altra parte, c’è una vita comune molto stabile ed intensa. Ogni giorno è talmente organizzato che difficilmente si hanno due ore di tempo per se stessi. Ci sono preghiere anche la notte. È la vita di un eremita, ma in una grande comunità.

  1. Come l’idea di un film sul tempo si è trasformata in un film sul silenzio?

Di fatto, un film “normale” si basa sul linguaggio – e il linguaggio sovrasta il tempo. Credo che l’esperienza più profonda che uno spettatore possa avere quando guarda un film è di avere la percezione del tempo. Di solito questa esperienza è nascosta dalla storia. In un film sul silenzio – un film “silente” – questa esperienza del tempo è portata alla superficie. Non è disturbata da nulla. E questo è direttamente connesso al modo in cui i monaci vivono: in una struttura temporale assolutamente rigida che è fissata in base a quando qualcosa deve essere fatto e alle regole secondo le quali deve essere fatto.

  1. Il suo film si relaziona al tempo su due livelli: noi spettatori abbiamo un senso vero del tempo reale, ma percepiamo anche il cambio delle stagioni.

Chi vive in un unico posto i cui giorni si ripetono sempre, vivrà naturalmente le stagioni in modo più intenso. Immaginiamo di passare la nostra intera vita a guardare fuori dalla stessa finestra verso un segmento di un giardino o una certa montagna – il cambiamento della natura, e del tempo stesso, avranno un significato diverso in noi.

  1. Non solo il tempo, ma anche il valore del lavoro e delle cose sembra sia differente per i Certosini.

I Certosini vivono in estrema povertà ma essi sono coscientemente poveri. Ad esempio, il sarto conserva ogni bottone ed ogni pezzo di stoffa. Quando un monaco muore, i suoi bottoni vengono riusati. Nel film, c’è una scena dove vediamo la collezione di bottoni nell’officina del sarto. Ci sono anche scatole di fili e anche il più piccolo scampolo utilizzabile della tonaca di un monaco viene riciclato. Se si guardano attentamente le tonache, si può vedere che spesso sono cucite con molteplici pezzi. Di base nulla viene gettato via. E tutti i proventi che non vengono spesi entro la fine dell’anno vengono donati. Non hanno mai un surplus di denaro.

  1. È questa una filosofia?

Si. Mi ricordo che una volta buttai via qualcosa. Non mi ricordo cosa. Il sarto venneimmediatamente a cercarmi e mi chiese perché lo avevo fatto. Non avevo avuto rispetto per il fatto che ciò che avevo buttato una volta era stato lavorato dalle mani di qualcun altro? Perché avevo pensato fosse qualcosa di inutile? Questo non ha nulla a che fare con la parsimonia ma con l’attenzione. L’attenzione con cui ognuno qui si rapporta con ogni cosa: con gli oggetti, con il tempo, con se stesso, con l’anima.

  1. Perciò non è un assoluto voto al silenzio?

La regola dei Certosini è che bisogna parlare il meno possibile. Ci sono alcuni luoghi dove non è permesso mai di parlare: nella cappella, nell’anticamera, nei corridoi. Al contrario, ci sono altri luoghi dove è espresso desiderio che si parli, ad esempio nelle passeggiate domenicali. Comunque ognuno deve mantenere la propria sfera di solitudine. Per questo motivo le stanze sono così grandi. Se qualcuno sta tagliando le verdure nella cucina, un’altra persona che sta anch’essa tagliando le verdure dovrebbe sentirsi così lontana dall’altra da dimenticare praticamente la sua presenza. Questo è chiaramente un meccanismo per rendere più facile l’osservazione del silenzio. In questa atmosfera, ho cercato di muovermi il più silenziosamente e lentamente possibile. All’inizio di una ripresa, la cosa più difficile era il rumore che io stesso stavo facendo. Nel silenzio che regna lì, ogni ticchettio o stridore di un oggetto appare oltraggioso. Ho trovato insopportabilmente rumorose le stoffe della mia veste che si sfregavano tra di loro.

  1. È stata un’idea molto efficace drammaturgicamente quella di accompagnare un novizio che è inizialmente un corpo estraneo nella comunità.

Ma è avvenuto per puro caso. Ero appena arrivato ed avevo eseguito una o due riprese dell’architettura del luogo quando fui informato che qualcuno nuovo sarebbe arrivato la mattina successiva alle 9 ed è quello che essenzialmente ho filmato. Ho creduto che fosse troppo presto per me e che non mi sentivo ancora molto sicuro nel documentare un avvenimento così intimo. Ma non sapevo se avrei avuto un’altra occasione…

  1. È stato lui l’unico ad essere ammesso durante quel periodo?

No. Altri quattro sono stati ammessi nei cinque mesi che ho vissuto lì. Non tutti sono rimasti. Ci sono molti che pensano che vogliono diventare monaci ma poi capiscono che non è realmente la cosa giusta per loro. Direi che circa l’80% dei novizi abbandona. E del restante 20%, alcuni vengono mandati via dai monaci.

  1. Non è terribile essere mandati via dal monastero?

Nella cerimonia di ammissione è detto chiaramente che ognuno ha il diritto di andarsene – e che la comunità ha anch’essa il diritto di far andare via. È anche una protezione per i postulanti: se i monaci vedono chiaramente che il postulante non può vivere in un ordine così rigido, viene mandato via. All’inizio, ho provato a convincere i monaci che erano contrari al mio film che questo sarebbe stato una sorta di pubblicità per il loro monastero. Ma questo tipo di idea è totalmente assurda per i Certosini. Non c’è niente di peggio che avere un monaco che entra nell’ordine e poi, dopo forse 25 anni, si rende conto che questo non è realmente il suo tipo di vita. Cosa farebbe allora? Inoltre, nessuno nell’ordine Certosino si preoccupa della sopravvivenza dell’ordine stesso. È esistito per quasi mille anni. Ma se Dio decide che domani deve avere termine, allora che sia.

  1. Perché ha deciso di non usare alcun commento con voce fuori campo?

Non si può usare il linguaggio per descrivere un mondo che funziona fuori dal regno del linguaggio. I monaci cercano di approfondire la loro comprensione delle cose. Posso solo sperare che lo spettatore sperimenti qualcosa di simile. Ma ovviamente questo non può funzionare se io immediatamente offro spiegazioni per ogni cosa che vediamo. È stato per me chiaro che questo sarebbe stato un film sul vedere le cose ed ascoltarle in modo preciso. Certamente, nel montaggio i commenti sono impliciti … Naturalmente… ma hanno una qualità differente. Attraverso il montaggio, lo spettatore è lasciato da solo a capire ciò che vede e sente, quando è giorno e quando è notte…Era quello che volevo, ma non un film silenzioso. La colonna sonora è molto eccitante. Si cominciano ad ascoltare le cose differentemente nel monastero. E a vedere le cose differentemente. Attraverso il silenzio, gli oggetti diventano la propria controparte, come i bottoni del sarto, ad esempio.

“Dio, tu mi ha sedotto ed io mi sono lasciato sedurre”

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Una Risposta

  1. Muchas gracias Philip por el documental, amo especialmente la Orden Cartuja y a sus monjes, la pelicula es un verdadero Retiro Espiritual, por lo menos para mi que desde los 15 años quise ser cartujo, ahora a los 65, por bien gracias a Dios que este, no me reciben en ninguna parte para servir de esa manera al Señor en el ultimo tramo del camino, gracias Roberto amigo , tan cartujo como tan querido Dios los bendiga y Maria los cuide.
    Oh Bonitas
    Stat Crux dum volvitur Orbis

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