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Oltre “Il grande silenzio”.Intervista con Philip Gröning (parte seconda)

Oltre “Il grande silenzio”

 Intervista con Philip Gröning

(parte seconda)

Sceneggiatore, Produttore, Regista,

Operatore, Fonico, Montatore del film documentario

Eccovi la seconda parte dell’intervista, con le restanti dieci domande e relative risposte. Spero di avervi offerto una significativa testimonianza atta a fare da corollario alla sempre godibile visione del film capolavoro “Il grande silenzio”. Vi ricordo che cliccando sulla locandina nella sidebar di sinistra, è possibile vedere il film online in qualsiasi momento.

11    Come spettatore, spesso, non si comprende subito cosa i monaci stiano facendo.

Va bene per me! Il mio film non deve rispondere a tutte le domande. Se sveglia l’interesse dello spettatore, allora questo può andare su internet e fare una ricerca da solo. Oggi siamo letteralmente inondati dalle informazioni. Ciò che stiamo perdendo – e che bisogna trovare da soli – è il significato delle cose. Il mio film vuole anche essere un film sullo spettatore stesso, sulle sue percezioni, i suoi pensieri. Per focalizzarsi su se stesso. È anche un film sulla contemplazione. Pensiamo soltanto che i monaci passano circa 65 anni della loro vita lì – 65 anni in cui ripetono gli stessi rituali giorno dopo giorno. Non posso spiegare il significato di ciò ad ogni spettatore, e si può solo averne un’idea almeno attraverso le ripetizioni nel film. Questo è l’unico modo con cui sono stato capace di girare questo film: non dando allo spettatore alcuna direzione, ma lasciandogli la sua libertà.

12    Una libertà che appartiene anche ai monaci?

Ai monaci è offerta una certa libertà attraverso la rigidità delle regole, dato che hanno abbandonato tutto il controllo sulle loro vite. Pensiamo di essere capaci di modellare le nostre vite da soli, o che dovremmo modellarle da soli e che questa sia l’unica via alla felicità. Questo è il motivo per cui oggi tanta gente ha paura della vita. Il monastero è un luogo che è libero dalla paura. Ognuno ha la fiducia che Dio gli provvederà.

13    I monaci hanno visto il film?

Sì certo, e lo hanno amato molto. Quando lo guardavano ridevano anche perché, involontariamente, alcune scene mostrano dei momenti in cui le norme della vita monacale non vengono osservate. Parlare con dei gattini vuol dire infrangere la regola del silenzio e anche appendersi con forza alla corda della campana perché si è arrivati in ritardo per suonarle, non è esattamente nello spirito del monastero!

14    Qual è stata la reazione dei monaci davanti alla telecamera?

Semplicemente non c’è stata. Per loro la macchina da presa è un oggetto come un altro, senza alcun valore. In fondo non sanno cosa sia la vanità, per cui non si sono preoccupati di apparire dei “bei” monaci. Solo due hanno chiesto di non essere ripresi e gli comunicavo attraverso il metodo del monastero, ovvero con dei bigliettini, tutti i miei spostamenti così potevano evitare le riprese.

15    In alcune scene è riscontrabile un aspetto quasi infantile dei monaci.

Assolutamente. Ad esempio, c’è la scena quando scivolano dalla montagna e che si tirano la neve. Ci sono delle similitudini in questo caso. Ma non bisogna dimenticare quanto i monaci siano atletici. Mi hanno aiutato a trascinare la mia attrezzatura sulla montagna quando non ce la facevo più da solo – anche coloro che erano contrari al film. Un problema per me importante è stato il contatto fisico: dove c’è contatto fisico nel monastero? Dopo tutto, è una componente importante della vita umana. Questo è il motivo per cui le scene del barbiere sono state così importanti, quando vengono tagliati i capelli o quando l’anziano monaco è strofinato con un unguento.

16    Potrebbero i Certosini essere anche degli artisti?

Certamente. Uno dei monaci del monastero dipinge, un altro scrive poesie. Ma sopra di loro c’è il concetto di umiltà. Se uno dei monaci diventa troppo famoso e l’attenzione che ottiene disturba la vita della comunità, il priore gli dirà immediatamente di smettere. E il monaco lo farà.

17    Quale è la posizione corrente dei Certosini? Quanto grande è la loro influenza?

Di nuovo: queste risposte possono essere ottenute da un’altra parte. Non ho voluto girare un film sul monastero, ma un film sull’essere un monaco. Specialmente dal momento in cui ci vedo dei paralleli con la vita di un artista. E con la mia vita quotidiana come regista. Sono particolarmente attento ai molti sacrifici che si fanno per le cose che si vogliono realizzare, e come costantemente vengano respinte certe altre cose. In entrambi i mondi, siamo legati a concetti quali la concentrazione, le percezione, il significato dell’azione.

18    E’ cattolico?

Si, sono cresciuto come cattolico. Non sono d’accordo con molti aspetti prescritti dalla chiesa ufficiale, ma credo che si dovrebbe pensare ad una catena di avvenimenti fortuiti troppo grande se il mondo in cui viviamo fosse nato completamente senza significato.

19    Che effetto ha avuto su di lei un’esperienza così intensa?

Molte persone oggi sono alla ricerca di una spiritualità, ma spesso il loro obiettivo è conoscersi a fondo per poi rinnegarsi. Non credo che sia un approccio costruttivo. Il bisogno di trovare se stessi va affrontato nella cultura in cui ognuno è nato e cresciuto. É facile rivolgersi ad altre culture, esserne affascinati proprio perché, essendoci estranee, non provocano in noi nessun conflitto. Ciò che mi ha cambiato di più in questa esperienza è stata la consapevolezza di incontrare persone che non avevano alcuna paura, che possedevano una libertà e una felicità interiore sorprendenti. Mi hanno insegnato una cosa preziosa: che non esistono vite fallite perché tutto si svolge secondo il volere di Dio.

20    Cosa ha significato per lei vivere per sei mesi in quell’isolamento?

La vera sorpresa per me, è stata vivere”l’esperienza del tempo”. E’ proprio il fluire del tempo che viene recuperato in un posto come quello, io credo infatti che la tecnologia ci sottragga la percezione del mondo per come è realmente. Siamo così spaventati da noi stessi che cerchiamo di riempire il vuoto della nostra esistenza con rumori e immagini.

 

          

“Chi non lascia i propri averi non può essere mio discepolo”.

 


 

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