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sant’Agostino: Letture della preghiera notturna dei certosini

Oggi in occasione della ricorrenza della celebrazione di sant’Agostino, voglio proporvi alcune letture della preghiera notturna dei certosini. Agostino vescovo d’Ippona Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica, è conosciuto semplicemente come sant’ Agostino. Il brano che vi riporto è estratto dalle Confessioni, ovvero l’opera scritta intorno al quattrocento, unanimemente ritenuta tra i massimi capolavori della letteratura cristiana. In essa, sant’Agostino, rivolgendosi a Dio, narra la sua vita e in particolare la storia della sua conversione al Cristianesimo.

Letture della preghiera notturna dei certosini:

28 agosto

 sant’Agostino

354 – Ω 430)

Dalle Confessioni di sant’Agostino.

Confessiones IX, 23-26.  PL 32, 773-775.

Era ormai vicino il giorno in cui mia madre sareb­be uscita da questa vita, giorno che tu, Signore, cono­scevi, mentre noi lo ignoravamo. Secondo i tuoi misteriosi ordinamenti accadde che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati al davanzale di una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava; là, presso Ostia Tiberina, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica di un lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci.

Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi del passato ci protendevamo verso il futu­ro, cercando di conoscere alla luce della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto della tua fonte, la fonte della vita che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà tanto alta.

Eravamo giunti a questa conclusione: di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nel più vivo splendore, non ne sostiene il confronto, anzi neppure la menzione.

Elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su tutte le cose corpo­ree e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ascendendo ancora più in alto nei nostri pensieri, nell’esaltazione e nell’ammi­razione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime; e anch’esse superammo per attingere la regione del­l’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, principio di tutto ciò che è, fu e sarà; o meglio, l’esse­re stato e l’essere futuro non sono nella Sapienza divina, ma solo l’essere in quanto ella è eterna; e l’essere passato e quello futuro non sono l’eterno.

Mentre parlavamo della Sapienza e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente e sospirando, vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa?

Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli e l’anima stessa tacesse e si superasse non pensandosi; se taces­sero i sogni e le rivelazioni della fantasia; se ogni lingua e segno e tutto ciò che nasce per sparire tacesse completamente per un uomo — sì, perché, a chi la ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi ma ci fece chi permane in eterno”. Se, ciò detto, ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, allora po­tremmo udire lui direttamente, da noi amato in queste cose.

Se non udissimo più la parola del Creatore attra­verso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube, o enigma di parabola, ma lui direttamente udis­simo senza queste cose, accadrebbe come or ora quando, protesi con un pensiero fulmineo, cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa.

E se tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità ben inferiore, scomparissero: se quest’unica visione nel contemplarla ci rapisse e affer­rasse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo il compimen­to della parola evangelica: Prendi parte alla gioia del tuo padrone?

E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati?

Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore tu lo sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parla­re, che mia madre mi disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, perché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”.

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Una Risposta

  1. A great saint and powerfil intercessor.

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