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  • Memini, volat irreparabile tempus

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Un capolavoro da contemplare

Un capolavoro da contemplare

jusepe_ribera_pieta

Nell’approssimarsi della Santa Pasqua, voglio sottoporre alla vostra attenzione un capolavoro pittorico presente sull’ altare della Cappella del Tesoro della certosa napoletana di san Martino. Trattasi della “Pietà” o “Deposizione dalla croce”, commissionata all’inizio del 1637 dall’allora priore Dom Giovan Battista Pisante a Jusepe de Ribera, il quale la realizzò completandola e consegnandola il 3 ottobre dello stesso anno, dietro un cospicuo compenso: quattrocento ducati!!

Jusepe Ribera, detto lo“spagnoletto” a causa della sua piccola statura, ricevette la commissione di quattordici tele con “Mosè” ed “Elia”disposti sulla controfacciata sull’ingresso della chiesa ed i dodici “Profeti” posti mirabilmente in triangoli ai lati degli archi delle cappelle laterali della Navata. Oltre ad un “San Girolamo” ed un “San Sebastiano” realizzati per l’appartamento del priore e la celebre “Comunione degli Apostoli”, situata nel coro dei monaci e dipinta in tempi diversi, a causa di una sua malattia che lo costrinse a completare il quadro in un secondo momento.

Va detto che fu la prima delle opere commissionategli che vi ho citato, forse pertanto si espresse ad un livello qualitativo egregio per mostrare le sue già indubbie qualità. Prese probabilmente spunto da una sua opera con lo stesso soggetto, realizzata nel 1620 e della quale ne realizzò una copia, oggi conservate rispettivamente alla National Gallery di Londra ed al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Dopo questa premessa vorrei focalizzarmi sull’analisi dell’opera in oggetto, e su alcuni aneddoti ad essa legati, con la speranza che possa essere, in questi giorni, uno spunto di riflessione sulla morte di Gesù.

Le emozioni che suscita in me questo dipinto sono davvero molto forti, e pur non essendo uno storico dell’arte, proverò con umiltà a trasmettervele. La scena è contraddistinta dal corpo di Nostro Signore che protende insolitamente verso lo spettatore con il capo e non con i piedi, baciati ossequiosamente dalla figura prostrata e piangente della Maddalena dai lunghi e fluenti capelli. Il corpo di Cristo riposto nel funereo lenzuolo e sorretto dall’apostolo Giovanni inginocchiato, appare nel suo realistico colorito illividito che mostra i patimenti subiti nella straziante crocifissione. Le labbra, le membra livide ed i capelli intrisi di sangue proveniente dal capo trafitto dalla corona di spine e la plasticità del corpo ormai privo di vita seppur da poco, catturano abilmente quegli attimi successivi la morte.

Ma il centro della scena è dato dalla raffigurazione del volto di Maria, caratterizzato da uno sgomento pallore e dalle labbra dischiuse da un gemito che ci sembra udire, e dallo sguardo rivolto al cielo con occhi solcati dal pianto che sembra soggiacere alla volontà di Dio Padre, e perciò illuminarsi in una irreale ed inconcepibile rassegnazione. Appare estasiato ed incredulo Giovanni che fissa con lo sguardo il volto di Maria, per essere rassicurato. Il dipinto si completa, sullo sfondo di destra, con la figura di Giuseppe d’Arimatea con in mano un martello, e con due putti in alto che con aria di struggente mestizia sorreggono uno la corona di spine  e l’altro uno dei tre chiodi, poiché gli altri due sono posti sul lenzuolo di fianco al corpo di Cristo. Tutti questi elementi mirabilmente dipinti dal Ribera, contribuiscono a trasmetterci a imperitura memoria la drammaticità del freddo tocco della morte e del dolore inconsolabile di quel terribile momento.

La fama di questo dipinto, nel corso dei secoli crebbe ed a tal proposito mi preme raccontarvi qualche aneddoto. Innanzitutto quello attribuito a Luca Giordano, l’artista che lavorò successivamente nella stessa cappella, il quale avendo di fronte il dipinto soleva borbottare mentre affrescava la volta che il solo studio di quel quadro sarebbe potuto bastare per diventare un eccellente pittore!!

Tra i suoi celeberrimi estimatori gradisco menzionarvi il pittore francese Fragonard, che in un suo viaggio in Italia ne rimase colpito a tal punto dal realizzarne una copia, mentre il coevo marchese De Sade, in visita alla certosa nel 1776 ritenne il quadro di Ribera più prezioso delle ingenti ed inestimabili ricchezze del tesoro dei monaci. Ma voglio concludere con l’episodio accaduto il 7 dicembre del 1844, quando lo zar Nicola I stando a Napoli visitò la certosa napoletana. Egli rimase letteralmente folgorato dalla deposizione di Ribera, ed offrì ai monaci la considerevole somma di 40.000 piastre d’argento, una moneta dell’epoca del peso di 28 grammi. I monaci, di fronte a questa irresistibile offerta, nonostante le difficoltà di quel periodo storico, stoicamente riuscirono a rifiutarla, costringendo l’imperatore russo ad accontentarsi che un pittore di corte al suo seguito ne dipingesse una copia. Mi preme sottolineare, che grazie all’amore mostrato dai certosini napoletani verso quest’opera d’arte difficile da dimenticare essa è arrivata a noi, insieme a tutto il restante patrimonio artistico presente nella certosa di san Martino.

Sicuro del vostro apprezzamento sulla descrizione di questo stupendo dipinto vi invito a vederlo di persona da vicino, per poterlo apprezzare nei particolare, e soprattutto ammirarlo nel contesto meraviglioso in cui esso è collocato. Aspetto dunque  tutti voi nella “mia” certosa, magari per poterne condividere le forti emozioni che essa emana.

particolare Cristo

particolare Cristo

la Maddalena

la Maddalena

la Vergine e Giovanni

la Vergine e Giovanni

gli angeli

gli angeli

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Una Risposta

  1. E’ al tempo stesso la dotta descrizione di un quadro che non conoscevo e una profonda meditazione sulla Passione di Cristo… Grazie!

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