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Omelia al monastero certosino

Omelia al monastero certosino

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

In un recente articolo, realizzato in occasione del lunedì di Pentecoste vi ho menzionato la figura di Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro Squillace, e della sue profonde considerazioni su san Bruno. Oggi mi preme pubblicare un’altra sua magnifica omelia offerta alla comunità certosina di serra San Bruno in occasione del suo insediamento alla guida della Diocesi calabrese, avvenuta esattamente due anni fa.

OMELIA AL MONASTERO CERTOSINO

Serra San Bruno, 29 maggio 2011

Rev.mo Padre Jacques, priore della Certosa di Serra San Bruno, carissimi padri e

monaci certosini,

sono davvero lieto di cominciare il mio cammino ufficiale di Metropolita dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace da questo luogo di fede e cultura, dove tutto ci parla di san Bruno. Ed è proprio a questo sant’uomo ed alla sua spiritualità che desidero rendere omaggio, attingendo da essa luce per il mio ministero episcopale.Intendo ispirarmi al carisma di questo vostro, nostro santo che, pur vivendo in un periodo di perigliose turbolenze e insidie al trono del successore di Pietro, papa Urbano II, seppe opporsi con chiarezza teologica e virile fermezza a tutti coloro che non illuminavano con il proprio agire e con le proprie idee la sposa di Cristo. Non per questo, o non solo per questo, tuttavia, egli chiese al Pontefice il permesso di ritirarsi in solitudine, ma non potendo tornare nella regione francese di Grenoble, di cui era originario, si diresse verso il Sud dell’Italia, nella calabrese Torre nelle Serre, borgo bello, solitario, molto simile alla sua Chartreuse. Nacque così la seconda comunità dei certosini dove ancor oggi si vive nella preghiera, nell’adorazione, nell’offerta a Dio della vita nell’intimità divina e nella contemplazione, attraverso – appunto – la solitudine, il silenzio, la penitenza.                          Voi, monaci certosini, che vi ispirate a sant’Antonio abate e a san Benedetto, avete con Dio un rapporto esclusivo ma non escludente, al pari di quello tenerissimo intrattenuto con la Vergine, perché come Ella offrì tutta se stessa per il figlio, così voi nella solitudine delle vostre celle vi offrite completamente a Gesù. Il vostro carisma si fonda sulla bonitas, cioè sul benessere interiore, sulla santificazione personale, sull’incontro con Dio e, attraverso Lui, con il mondo, perché voi monaci certosini siete fuori dal mondo, stranieri e pellegrini, ma non estranei al mondo. Tutto ciò appare in contrasto stridente con l’attuale panorama: nell’era della globalizzazione viviamo nell’eclissi del sacro e nella rinuncia al senso delle cose. Constatiamo la perdita dei valori, la scomparsa della passione per la verità, lo scandalo della povertà, l’imporsi dei problemi derivanti dalle biotecnologie, dalle sette e da molte altre situazioni per cui i buoni cristiani, come già osservava Jacques Maritain, avvertono la «nostalgia del totalmente Altro» e si sentono «mendicanti del cielo». Le generazioni che ci hanno preceduto non hanno conosciuto un ritmo di vita così frenetico da non consentire di interiorizzare nuovi stili e di conservare la memoria storica, al punto che ciò che appariva inamovibile ieri, oggi è considerato aleatorio. Questo ed altro faceva dire già a papa Giovanni Paolo II, in “Fides et Ratio”, che non sempre sono chiari la nostra identità, il senso della vita e il fine ultimo e che la nostra cultura non è in buoni rapporti con la verità, avvertendosi la carenza dei grandi dilemmi etici sul senso della sofferenza, del sacrificio, della vita e della morte. Si vive insomma secondo il carpe diem, nella mitizzazione della tecnologia, e non ci si preoccupa della perdita di buon senso e dell’affiorare dell’incapacità di riuscire a trasmettere i giusti valori alle nuove generazioni. Al riguardo, non a caso, già nei primi anni Quaranta del secolo scorso Simone Weil affermava che «il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione. Viviamo un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia». Sta di fatto che nel tentare di fare il punto sul rapporto tra fede e ragione, tra teologia e storia, tra materialità e divino, possiamo convenire con Sergio Quinzio e dire che «l’aria che respira l’uomo contemporaneo  presenta tracce minime di religione. La filosofia è lontana mille miglia dall’attribuire un senso all’assoluto delle antiche metafisiche, o anche soltanto alla sua ricerca». Insomma, senza voler parlare di crisi epocale, è evidente la décadence di cui parla Dietrich Bonhoeffer: quando afferma sconsolatamente che nell’Etica, «non essendovinulla di durevole, viene meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme». La nostra società ha messo in forse ogni pretesa veritativa: si è passati dall’oblio di Dio ad un surrogato della salvezza che è – a ben vedere – la buona qualità della vita. Dopo Nietzsche, si è smarrito ogni fondamento di verità: non avendo più certezze metafisiche, ci accostiamo con sospetto anche alla fede.Nondimeno, come detto dianzi, c’è ancora chi avverte la nostalgia di Dio ed orienta lo sguardo a Lui. Per costoro, per quanti credono, ma anche e soprattutto per quanti dicono di non avere fede o di averla perduta, occorre allora chiedersi quali tratti del Cristo sia necessario che l’uomo riscopra e testimoni per poterne parlare credibilmente. C’è bisogno, rispondo, di chi presenti il Volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza. Alla Chiesa occorrono persone pronte a lasciarsi trasformare dalla grazia di Dio ed a conformarsi pienamente al Vangelo», cioè icone viventi del Volto di Cristo. Altrimenti, come scrive il teologo Karl Rahner, come potremo convincere gli uomini«che noi crediamo seriamente che quello che predichiamo è il centro della nostra vita e non una sovrastruttura esistenziale e fantastica se non per il fatto che vedono, per lo meno quando ci guardano seriamente, che noi rinunciamo a qualche cosa, a cui sarebbe pazzesco rinunciare se non credessimo veramente in ciò che predichiamo?

Noi ci illudiamo di poter ingannare gli altri in questo campo. Non ci si perdona. Occorrerà una misura colma di spiritualità per guadagnarsi la fiducia dell’uomo d’oggi». Sul punto, può esserci d’aiuto l’illuminante scambio di battute, con sullo sfondo una ghigliottina, tra una suora Carmelitana e la sua Abbadessa, che l’acume della penna di Georges Bernanos ha costruito nel dramma “I dialoghi delle carmelitane”:

«Figlia mia, la gente si domanda a che cosa serviamo. No figliola, noi non siamo un’impresa di mortificazione o conservatori di virtù. Noi siamo case di preghiera.

La sola preghiera giustifica la nostra esistenza.

Chi non crede nella preghiera non può non considerarci

Impostori o parassiti».

In questo mondo, allora, la Chiesa deve annunciare l’unica certezza, Cristo Gesù Salvatore e Redentore. Ciò ci sarà possibile mediante una forte spiritualità, che aiuti la cultura a rifiutare tanto il razionalismo esasperato quanto un tradizionalismo fideistico acritico. Anche perché, carissimo Padre. Jacques e carissimi Certosini, il mondo non comprende o pratica poco la preghiera, il silenzio, la solitudine, il raccoglimento, la riflessione, e con il suo frenetico agitarsi corre, corre, verso chissà dove. Forse non vuole pensare alla propria anima, al proprio télos, o si illude che Dio non esista o, se esista, se ne possa fare a meno. Invece, con la vostra presenza, voi certosini richiamate ed ammonite questa umanità nichilista e spensierata, materialista e sciupona, e le mostrate e dimostrate che il Signore ci ha dato una natura a sua immagine e somiglianza: corpo, anima e Spirito. È quest’ultimo che ci eleva a Dio. Di qui l’irrinunciabile memento di coltivare la spiritualità, di creare oasi di silenzio, di interiorità, di preghiera, di contemplazione: solo così potremo imparare ad avere orizzonti più ampi e sperimentare la gioia di essere luce, sale, lievito per gli altri. Ed è partendo dalla cura della spiritualità che ci si rievangelizza. Spiritualità non è un concetto che si può definire solo a parole, ma qualcosa che vive, che è vissuto e che fa vivere. E’ lo spirito della vita che anima e che dà un’anima al nostro essere e al nostro agire. Bisogna però fare attenzione a non ridurla a parole, perché si rischierebbe di imprigionarla in un concetto: la nostra spiritualità è come un campo pieno di fiori, di piante, di alberi e di erbe, irrorate attraverso un riferimento costante dalla Parola del Cristo risorto. Spiritualità è sentire la forza della vita: la coscienza di questa forza renderà possibile il gettare un ponte tra noi e gli altri, tra noi e la natura, tra noi e Dio. Tornano qui a proposito alcune espressioni del Discorso a Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per costumi. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera». In questa prospettiva, i cristiani sono chiamati a compiere opere buone «per essere figli della luce, a vivere da veri figlio di Dio, a far risplendere la luce tra gli uomini perché vedano le opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli» (Mt 5,16). È nel Signore, dunque, che dobbiamo poggiare il nostro essere cristiani: tutti dovremmo poter dire: “Mia unica forza e speranza è Dio”. Impariamo da Maria, prototipo di fede matura, proclamata beata per aver creduto in modo perfetto e che, senza chiedere segni (Lc 1, 38,48), «avanzò nella peregrinazione della fede» (LG 58). Il Suo esempio ci sia da sprone nel testimoniare che la fede è l’unica risposta ai problemi, l’unico conforto e l’unica speranza.

Amen. 

Vincenzo Bertolone

L’Imitazione di Cristo Capitolo XXI°

L’Imitazione di Cristo

Libro I

Capitolo XXI°

LA COMPUNZIONE DEL CUORE

Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di Dio, senza ambire a una smodata libertà; tieni invece saldamente a freno i tuoi sensi, senza lasciarti andare a una stolta letizia. Abbandonati alla compunzione di cuore, e ne ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa sbocciare molte cose buone, che, con la leggerezza di cuore, sogliono subitamente disperdersi. E’ meraviglia che uno possa talvolta trovare piena letizia nella vita terrena, se considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai tanti pericoli che la sua anima vi incontra. Per leggerezza dicuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo: l’abitudine si vince con l’abitudine. Se impari a non curarti della gente, questa lascerà che tu attenda tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care. Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente nella via del bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.

E’ grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non ricevere molte gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali. Comunque, è colpa nostra se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente; perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del tutto le vane consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno della consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando uno è pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli appare pesante e amara. L’uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso. Sia che rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri vizi a fornire materia di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così avvolti e schiacciati che raramente riusciamo a guardare alle cose celesti. Se il nostro pensiero andasse frequentemente alla morte, più che alla lunghezza della vita, senza dubbio ci emenderemmo con maggior fervore. Di più, se riflettessimo nel profondo del cuore alle sofferenze future dell’inferno e del purgatorio, accetteremmo certamente fatiche e dolori, e non avremmo paura di un duro giudizio. Invece queste cose non penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle dolci mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso, infatti, è sorta di spirituale povertà quella che facilmente invade il nostro misero corpo. Prega dunque umilmente il Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e di’, con il profeta: nutrimi, o Signore, “con il pane delle lacrime; dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda” (Sal79,6).

“Il soldato ed il certosino” Erasmo da Rotterdam

“Il soldato ed il certosino” Erasmo da Rotterdam

monaco certosino con teschio

Oggi vi propongo uno stralcio di un brano dal titolo “Il soldato ed il certosino”, nel quale l’autore il noto umanista e teologo cristiano Erasmo da Rotterdam esprime la sua ferma condanna alle guerre ed alle sue nefaste conseguenze. Esso è inserito nell’opera “I colloqui”, ovvero una raccolta di dialoghi immaginari nei quali l’autore esprime i suoi concetti, attraverso gli interlocutori che incarnano il ruolo della debolezza umana alla quale si contrappone la ragione e la centralità dell’uomo.

Per comprendere il dialogo che vi propongo, va fatta una premessa. Nel brano si fa riferimento al “mal di Spagna”, ovvero il morbo infettivo della sifilide. Questa malattia era ignota fino al 1494, quando le truppe di Carlo VIII, di ritorno dall’assedio alla città di Napoli contagiarono l’intera Europa. Mal francese, mal spagnolo, mal napoletano, mal tedesco, e mal dei cristiani per i turchi, la paternità di questa patologia ognuno la attribuiva ad un  altro popolo, mentre in realtà  essa fu importata inconsapevolmente dai marinai di Cristoforo Colombo di ritorno dal nuovo continente. Nel dialogo che segue, al soldato che torna malridotto da una guerra si contrappone un monaco certosino che oppone il suo ideale pacifista stigmatizzando l’inutilità delle sue sofferenze derivate dalla malattia contratta in guerra.

A voi il dialogo:

CERTOSINO: Temo proprio che tua moglie non ti riconosca.
SOLDATO: Addirittura?
CERTOSINO: Le cicatrici ti hanno dato un’altra faccia. Lí sulla fronte, cos’è quel buco? Sembra che t’abbiano tagliato via un corno.
SOLDATO: Se ne conoscessi la storia ti rallegreresti con me per questa cicatrice.
CERTOSINO: Ah, sí?
SOLDATO: Son stato a un pelo dalla morte.
CERTOSINO: Come è accaduto?
SOLDATO: Mentre uno tendeva una balestra di acciaio, questa si spezzò e una scheggia mi colpí alla fronte.
CERTOSINO: E la cicatrice lunga un palmo che hai sulla guancia?
SOLDATO: È stato in uno scontro.
CERTOSINO: Di guerra.
SOLDATO: No, fu al giuoco. Una rissa.
CERTOSINO: Vedo poi sul mento una pustola o qualcosa di simile.
SOLDATO: Oh, non è nulla.
CERTOSINO: Ho il sospetto che tu abbia preso la scabbia, il cosiddetto mal di Spagna.
SOLDATO: Hai indovinato, fratello mio. È la terza volta che vado in punto di morte, per quella scabbia.
CERTOSINO: E com’è successo che cammini curvo, come un novantenne, o un mietitore o, che so io, uno che si è spezzata la schiena?
SOLDATO: È la malattia che mi ha contratto i nervi a questo modo.
CERTOSINO: Guarda un po’ che magnifica metamorfosi è avvenuta in te: prima eri cavaliere, ora da centauro sei divenuto un essere semirampante.
SOLDATO: Sono i rischi della guerra.
CERTOSINO: Direi che è il frutto della tua follia. Insomma quale bottino porti a casa a tua moglie e ai figli? La lebbra. Perché, quella tal scabbia è una vera e propria lebbra, con la sola differenza che non ci si preoccupa di evitarla, dato che è molto diffusa, specialmente fra i nobili. Ciò che dovrebbe renderla ancor meno sopportabile. Ora andrai a infettare chi ti è piú caro al mondo, e tu stesso per tutta la vita sarai un putrido cadavere ambulante.
SOLDATO: Ti prego, fratello, finiscila! Ne ho avuti abbastanza di guai senza che debba subire anche il fastidio delle tue rampogne.

Bruno un santo attuale

Bruno un santo attuale

Oggi è il lunedì susseguente alla Domenica di Pentecoste, e come da una tradizione risalente al 1505 anno del ritrovamento delle spoglie mortali di san Bruno, a Serra San Bruno si svolgono solenni celebrazioni. In questo giorno il busto reliquiario, contenente le reliquie del santo fondatore dell’ordine certosino, viene affidato dalla comunità monastica ai fedeli, i quali svolgono una corteo religioso dalla certosa al Santuario di Santa Maria del Bosco per ricordare il meraviglioso giorno della traslazione delle ossa del santo. Il Tromby, ci riporta il ritrovamento casuale del gentiluomo di Stilo Antonio de Sabinis di due cassettine separate su cui vi era scritto, su di una “Queste son l’ossa del B.P.N. Maestro Brunone”. E sull’altra: “Queste son l’ossa del B.P.N. Maestro Lanuino”.

A seguito di questo prodigioso ritrovamento, susseguì la traslazione delle reliquie nella certosa con una splendida processione che si è ripetuta fino ai giorni nostri. Lo scorso anno davanti alla cappella esterna della certosa di Serra, il Padre priore Dom Jacques Dupont ha ricordato la figura di Bruno, stigmatizzando il suo rapporto con il Pontefice Urbano II. Ricordando a tutti che Bruno fu chiamato a Roma dal Papa, il quale era stato alunno e discepolo del santo, per sostenere e consigliarlo su come affrontare le difficili situazioni della Curia Romana. Tracciando un parallelo molto attuale al nostro tempo, il Priore ha esortato i fedeli a pregare per Benedetto XVI che vi ricordo in quel momento si trovava in una fase molto difficile del suo ministero. Dopo lo svolgimento della processione, e durante lo svolgimento della messa vi è stata una splendida omelia dell’Arcivescovo Mons. Vincenzo Bertolone.  Esso si è soffermato sulla modernità dei valori ricercati da Bruno nella sua vita.

“Bruno, rimane un santo attuale!!
Il suo messaggio di cercatore di Dio, diventa un monito e un modello per ciascuno di noi, solo se sapremo fare spazio nella nostra vita alla preghiera e alla contemplazione avremmo trovato il senso di una vita buona, quella del Vangelo.
Nella sua omelia, mons. Arcivescovo, ha richiamato il valore del Silenzio che ha caratterizzato la vita di san Bruno per un decennio, come dimensione da recuperare per affrontare la vita quotidiana specie in questo difficile momento caratterizzato da smarrimento e confusione. L’Arcivescovo ha invitato ogni battezzato a vivere nella vita spirituale tempi e spazi di Silenzio orante, “una piccola certosa dentro il cuore di ciascuno di noi”, per contemplare il Dio della vita, ascoltare la Sua voce e vivere secondo la Sua santa Volontà”.

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

Processione

Processione

Omelia di Mons. Bertolone

Omelia di Mons. Bertolone

A seguire alcune  immagini suggestive, della atmosfera incantata della sera, realizzate a conclusione delle celebrazioni.

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San Bruno 

ora pro nobis

San Bruno nel Dormitorio

L’Imitazione di Cristo Capitolo XX°

L’Imitazione di Cristo

Libro I

Capitolo XX°

L’AMORE DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO

Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici che vengono da Dio. Tralascia ogni cosa umanamente attraente; medita argomenti che ti assicurino una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi di occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per dedicarti a buone meditazioni, lo troverai rinunciando a fare discorsi inutilmente oziosi e ad ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del giorno. I più grandi santi evitavano, per quanto possibile, di stare con la gente e preferivano stare appartati, al servizio di Dio. E’ stato detto: ogni volta che andai tra gli uomini ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII, 3). E ne facciamo spesso esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri. Tacere del tutto è più facile che evitare le intemperanze del discorrere, come è più facile stare chiuso in casa che sapersi convenientemente controllare fuori casa. Perciò colui che vuole giungere alla spiritualità interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi dalla gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta in mezzo alla gente senza errare; soltanto chi ama il silenzio parla senza vaneggiare; soltanto chi ama la sottomissione eccelle senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda senza sgarrare; soltanto colui che è certo della sua buona coscienza possiede gioia perfetta.

Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe fondamento nel timore di Dio. Essi brillarono per straordinarie virtù e per grazia, ma non per questo furono meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza dei cattivi scaturisce, invece, dalla superbia e dalla presunzione; e ,alla fine, si muta in inganno di se stessi. Non sperare di avere sicurezza in questo mondo, anche se sei ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti, coloro che sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati messi nelle più gravi difficoltà. Per molte persone è meglio dunque non essere del tutto esenti da tentazioni ed avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe colui che non andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe colui che sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e alla salute dell’anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze (Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella tua cella; la quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di mal animo. Se, fin dall’inizio della tua venuta in convento, starai nella tua cella, e la custodirai con buona disposizione d’animo, essa diventerà per te un’amica diletta e un conforto molto gradito.

Nel silenzio e nella quiete l’anima devota progredisce e apprende il significato nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime per nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque, uno si sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Iddio, con gli angeli santi. E’ cosa migliore starsene appartato a curare il proprio perfezionamento, che fare miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che vive in convento, andar fuori di rado, evitare di apparire, persino schivare la gente. Perché mai vuoi vedere ciò che non puoi avere? “Il mondo passa, e passano i suoi desideri” (1Gv 2,17). I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento, che cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione?

Un’uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una veglia piena di letizia rende l’indomani pieno di amarezza; ogni godimento della carne penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e la terra e tutti glie elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa altrove potrai vedere, che possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi di poterti saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu vedessi tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno senza consistenza? Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per le tue mancanze. Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a quello che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non la troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai più facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove reca piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento dell’animo

Certose storiche: Chartreuse Notre-Dame du Val de Benediction

Certose storiche:

Chartreuse Notre-Dame du Val de Benediction

Antica pianta della certosa

Antica pianta della certosa

Da oggi comincio un excursus sulle certose ormai non più attive, ma dalla imponente connotazione storico artistica. Come fatto in precedenza con le certose in cui si svolge ancora regolare attività monastica, è mia intenzione farvi conoscere più da vicino quelle costruzioni pregne di storia e ricchezze essenzialmente, grazie alle immagini. La prima protagonista di questo nuovo viaggio, è la certosa francese sita a Villeneuve les Avignon, sorta nel Medioevo.

Questa certosa, definita anche con il titolo di pontificale, fu voluta da Etienne Aubert divenuto papa Innocenzo VI il 18  dicembre  1352, come detto in un post precedente al posto di Dom Jean Birel. Per tale motivo, il pontefice sostenne i certosini ed espresse la volontà di essere seppellito in un apposita cappella all’interno della certosa da lui edificata, ed inaugurata con una sfarzosa cerimonia il 19 agosto del 1358. Scampato alla peste che colpì la città di Avignone nel 1361, Papa Innocenzo VI, con una bolla del mese di agosto 1362, decise di nominare il monastero a Notre-Dame du Val de Benediction. Grazie anche alle successive donazioni e protezioni, questa comunità certosina godette di munifici benefici, lasciti e proprietà terriere. Nel 1660 i monaci ricevettero la visita di Luigi XIV con il suo seguito accompagnato dal cardinale Mazarino. Il fasto rimase fino alla data della sua soppressione, conseguente alla legge del febbraio 1790, e della successiva vendita occorsa tra il 1793 ed il 1794. Dopo un lungo periodo di oblio, e data l’importanza storica del luogo, la antica certosa parzialmente privata dei suoi reperti storici, è stata dichiarato monumento storico. Il sito è oggi gestito da un associazione (Centre International de Recherche, de Création et d’Animation), ed è parzialmente visitabile. Ma ora spazio alle immagini, ed a due brevi filmati.

Buona visione

video 1

video2 

Apparizione della Vergine a Dom Juan Fort

Apparizione della Vergine a  Dom Juan Fort

La vergine appare a Juan Fort (V.Carducho)

Prosegue con l’articolo di oggi, la analisi descrittiva di un dipinto di Vicente Carducho, facente parte della “Serie Cartujana”. Il dipinto di cui vi offro la descrizione riguarda la celebrazione di Dom Juan Fort, di cui oggi si commemora la memoria.

L’episodio effigiato dal Carducho, si riferisce ad eventi prodigiosi accaduti nella vita del venerabile certosino. Il dipinto è intitolato: La Virgen se aparece a Juan Fort” ovvero apparizione della Vergine a Juan Fort.

La vita e le virtù di Dom Juan Fort le ho già descritte in un precedente post ad egli dedicato, ed a cui vi rimando. Ma per comprendere meglio il dipinto di Carducho, bisogna stigmatizzare l’alone di santità che contraddistinse l’esistenza di questo umile certosino.

La raffigurazione del dipinto, prende spunto da fatti prodigiosi che accadevano sistematicamente nella cella di Dom Juan nella certosa di Scala Dei. Premesso che egli scelse a 21 anni la vita monastica certosina, dopo aver conseguito studi all’ Università di Lèrida, e consapevole di una salute molto precaria. L’ingresso in certosa gli fu inizialmente negato a causa della condizione fisica precaria, ma poi prodigiosamente venne accolta la sua richiesta. Una volta in clausura il giovane Juan, cominciò a dimostrare la sua carità incommensurabile, la sua obbedienza e la sua ferma osservanza della regola. Da subito ricevette l’apparizione della Vergine che si intratteneva nella sua cella pregando e confortandolo sulle sofferenze fisiche, donandogli quiete ed energie per affrontare la dura vita monastica. Ma molti altri furono i fenomeni soprannaturali, accorsi a Dom Juan Fort, tra questi l’altro effigiato da Carducho sullo sfondo del dipinto in questione. Testimoni suoi contemporanei hanno potuto descrivere ciò che accadeva nei pressi di una croce di pietra, situata all’interno della certosa, salutata  con muta riverenza ogni qualvolta le passava accanto. Ebbene quel monolitico crocifisso si inclinava prodigiosamente fino a toccare terra, come in atto di devozione verso quel pio certosino!!! A memoria di ciò i suoi confratelli testimoni del prodigio, aggiunsero l’iscrizione alla croce che appariva curvata:

” Crux veneranda nimis , patri curvatur eidem; Inclínata diü, sic manet usque modo”

Alla morte di Dom Juan Fort, avvenuta il 14 maggio del 1464, i prodigi proseguirono incrementando tra i certosini di Scala Dei e gli abitanti delle zone circostanti la fama di santità di Dom Juan Fort, che fu da molti invocato per una sua intercessione. La memoria di questo venerabile certosino, oggi caduta in oblio, spero possa essere rinvigorita ammirando questo splendido dipinto, che egregiamente sintetizza una vita vissuta santamente.

L’Imitazione di Cristo Capitolo XIX°

L’Imitazione di Cristo

Libro I

Capitolo XIX°

COME SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E’ DATO A DIO

La vita di colui che si è dato a Dio deve essere rigogliosa di ogni virtù, cosicché, quale egli appare esteriormente alla gente, tale sia anche interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve essere molto più di quanto appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi di Dio, e a lui dobbiamo sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio, dinanzi al quale dobbiamo camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo rinnovare il nostro proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo appena venuti, oggi, alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio buon proposito e nel santo servizio che ti è dovuto; concedimi di ricominciare oggi radicalmente, perché quel che ho fatto fin qui è nulla. Il nostro progresso spirituale procede di pari passo con il nostro proposito. Grande vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se cade spesso colui che ha forti propositi, che cosa sarà di colui che soltanto di rado si propone alcunché, e con poca fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade di abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione di un solo esercizio di pietà porta quasi sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di proposito dei giusti dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio, nel quale essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a raggiungere, giacché l’uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non conosciamo. Se talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette un abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato più tardi; che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per malavoglia o negligenza, ciò costituisce già una colpa, e deve essere sentito come una perdita.

Per quanto ci mettiamo tutto l’impegno possibile, sarà facile che abbiamo a cadere ancora, in varie occasioni. Tuttavia dobbiamo fare continuamente qualche proponimento preciso, specialmente in contrapposto a ciò che maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale, perciò, le une come le altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel giusto ordine. Se non riesci a stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti di tempo in tempo, almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la mattina per fare i tuoi propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato, cioè come sei stato, nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse hai più spesso offeso Dio o il prossimo. Armati, come un soldato, contro le perversità del diavolo. Tieni a freno la gola; così terrai più facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del corpo. Non stare mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a scrivere, a pregare o a meditare, o a fare qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi corporali di ciascuno siano compiuti separatamente; né tutti possono assumersene ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non devono essere palesati a tutti, giacché ciò che è personale si fa con maggior profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non essere tardo alle pratiche comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie. Che, compiuto disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è possibile che tutti abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno giova qualcosa di particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i momenti: alcuni ci sono più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni. Inoltre, nel momento della tentazione e nel momento della pacifica tranquillità, abbiamo bisogno di esercizi ben diversi. Infine quando siamo nella tristezza ci piace pensare a certe cose; ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore.

Nelle feste più solenni dobbiamo rinnovare gli esercizi di pietà ed implorare con fervore più grande l’aiuto dei santi. I nostri proponimenti devono andare da una ad altra festività, come se in quel punto dovessimo lasciare questo mondo e giungere alla festa eterna. Per questo, nei periodi di particolare devozione, dobbiamo prepararci con cura, e mantenerci in più grande pietà, attenendoci più rigorosamente ai nostri doveri, quasi stessimo per ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche. Che se tale premio sarà rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo pienamente preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria, che ci sarà rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di prepararci meglio alla morte. “Beato quel servo – dice Luca evangelista – che il padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In verità vi dico che gli darà da amministrare tutti i suoi beni” (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).

L’umiltà secondo Dom François Pollien

L’umiltà secondo Dom François Pollien

copertina libro

Ritorno a proporvi un passo di un testo di Dom  François Pollien, estratto da “La vita interiore semplificata e riportata al suo fondamento”. Il brano che vi riporto argomenta su una delle virtù più gradite al Signore: l’umiltà.

Dom Pollien scrive:

“L’umiltà mi fa vedere e riconoscere il mio nulla. Essa non batte ciglio di fronte alle lezioni del suo niente, date all’uomo in tante circostanze e sotto vari aspetti. Riconoscere le proprie colpe ed errori, non ostinarsi nelle vedute personali, riconoscere le proprie imperfezioni e mancanze, accettare le umiliazioni interne ed esterne, concludere di preferenza contro se stessi e in favore degli altri ecc., ecco quanto suggerisce l’umiltà.

L’umiltà è la grande scienza dell’oblio di sé, ed anche l’alta preparazione alla visione di Dio. A misura che vedo meno me stesso, divento più atto a vedere Dio. Il mio sguardo meno, oscurato dalla nebbia dell’interesse personale, si apre puro alla luce celeste. Così illuminato riferisco me stesso e tutte le cose a Dio, vedo il fine la via e i mezzi; cammino e arrivo”.

Meditiamo su questa considerazione che a me ha emozionato tanto e che mi è apparsa profonda e preziosa.

Intervista esclusiva ad un certosino di Farneta

Intervista esclusiva ad un certosino di Farneta

In occasione della XVII “Giornata della vita consacrata”, celebratasi lo scorso 2 febbraio il settimanale  Toscanaoggi ha realizzato una esclusiva intervista ad un certosino di Farneta, che vi riporto allo scopo di aumentarne la diffusione. In essa il monaco risponde ad alcune domande svelando la vita claustrale certosina.

Ringrazio coloro che hanno reso possibile questa preziosa testimonianza sulla vita monastica certosina, e che risulta essere un valido contributo per comprendere meglio ed apprezzare questa meravigliosa scelta di vita.

Quante persone compongono la comunità? Qual è l’età massima e minima? Da quali ambienti di vita provengono gli attuali monaci?

«Tenendo conto delle variazioni dovute alle entrate e uscite, specialmente dei candidati in prova, si può dare un numero approssimativo di circa 25. Si passa dai “picchi” dei due monaci più anziani, 92 e 87 anni, ai 34 anni del più giovane, con una variazione media progressiva. Ad ogni modo, la nostra è una comunità relativamente giovane, tenendo conto che l’età minima di entrata in Certosa è di 20 anni, con la tendenza a richiedere qualche anno in più prima di entrare. Gli ambienti di vita di provenienza sono molto vari: ci sono operai di vario tipo, studenti entrati alla fine del loro percorso di studio, religiosi di altri Ordini, presbiteri diocesani.

Qual è il carisma del vostro Ordine?

«La ricerca di Dio nella solitudine e nel silenzio. “La nostra vocazione è di stare incessantemente desti alla presenza di Dio” (St 21,15). “Il nostro impegno e la nostra vocazione consistono principalmente nel dedicarci al silenzio e alla solitudine della cella. Questa è infatti la terra santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico con il suo amico” (St 4,1). Questa ricerca, sostenuta dalla grazia dello Spirito, che tende ad aderire a Dio nella profondità del cuore, quando è vera, non chiude in se stessi ma apre la mente e dilata il cuore tanto da poter abbracciare l’universo intero e il mistero salvifico di Cristo. “Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente” (St 34,2)».

Come si svolge una giornata tipo?

«Alle 22.45 suona la campana della chiesa che chiama i monaci alla preghiera. In cella essi recitano il Mattutino della Madonna. Alle 23.30 la campana suona di nuovo e la comunità si ritrova in chiesa per cantare il Mattutino e le Lodi del giorno. Terminate le Lodi, i monaci rientrano in cella e pregano le Lodi della Madonna. Poi si torna a dormire. Mediamente siamo alle 2 del mattino, ma anche più tardi, a seconda della durata degli Uffici. Alle 6 si recitano le Prime e segue un tempo di preghiera fino alle 7, in cui ci raduniamo per la Messa conventuale. Nelle domeniche e nelle solennità la Messa è posticipata di un’ora ed è preceduta dal canto dell’Ora Terza. Dopo la Messa i Fratelli hanno un po’ di preghiera e di lettura in cella e poi si dispongono al lavoro fino all’Ora Sesta. I Padri, invece, celebrano generalmente a questo punto la Messa solitaria in una cappella. Al ritorno in cella pregano le due Terze (“due”, perché c’è sempre l’Ufficio della Madonna che accompagna l’Ufficio del giorno) e fanno una lettura spirituale e pregano per un certo tempo. Fino all’ora di pranzo ci si dedica alla preghiera, alla lettura e a qualche lavoro manuale. Il pranzo è alle 11 preceduto dalle due Seste. Dopo il pranzo, fino alle 12.30, si ha un po’ di tempo libero. Alle 13.30 si pregano le due None. Segue il tempo dedicato al lavoro, alla lettura o allo studio fino ai Vespri. I Fratelli tornano al loro lavoro. Dopo la recita del Vespro della Madonna, si cantano in chiesa alle 16.30 i Vespri del giorno. Dopo i Vespri, il tempo è riservato ad attività spirituali e alla cena o a una piccola refezione nei giorni di digiuno. La giornata si conclude alle 18.15 con l’Angelus della sera e dopo un’ora circa con il riposo, dopo la recita delle due Compiete. La domenica e le solennità hanno orari propri».

Di che cosa vivete?

«Le Certose generalmente svolgono delle attività compatibili con la vita di clausura. In passato noi avevamo un pollaio razionale; poi abbiamo coltivato delle vigne e prodotto un liquore (il”Certosino”); ora coltiviamo degli oliveti e produciamo un po’ di miele; affittiamo delle case; poi ci sono le offerte. “Tuttavia, crediamo che con l’aiuto di Dio ci basteranno modeste risorse, se persiste l’amore del primitivo ideale di umiltà, povertà, sobrietà nel cibo, nel vestito e in tutti gli oggetti di nostro uso, e se, infine, progrediscono di giorno in giorno il distacco dal mondo e l’amore di Dio, per il quale tutto va fatto e sopportato. A noi certamente si riferiscono le parole del Signore: Non affannatevi per il domani; il Padre vostro celeste sa infatti che avete bisogno di queste cose; cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (St 29,6)».

Come si scopre la vocazione alla vita contemplativa?

«All’inizio vi è come un’attrattiva interiore, come un innamoramento, una simpatia che spinge alla ricerca di luoghi e persone che vivono tale vita. Che poi si tratti di una vera vocazione va verificato, perché sono facili anche le illusioni. Un indizio importante traspare dalle motivazioni che uno porta in vista di una scelta di vita contemplativa. Se è l’amore di Dio che lo muove, ci sono buone speranze per continuare la ricerca. Motivazioni troppo incentrate su se stessi, invece, sono assai sospette. Ad ogni modo, l’attrattiva interiore ha sempre bisogno di una conferma esteriore del proprio direttore spirituale e della comunità in cui si vuole entrare».

Perché un giovane dovrebbe prendere in considerazione la scelta di vita contemplativa?

«Propriamente parlando un giovane non “sceglie” la vita contemplativa, perché essa è prima di tutto un dono, una grazia, una chiamata. Ma se questa chiamata è vera e verificata, allora è chiaro che l’interessato deve proprio prendere in considerazione la novità che entra nella sua vita, perché tale invito viene da Dio, e Dio non dà le sue grazie invano. La risposta è prima di tutto un atto di gratitudine per il dono di Dio, e poi va da sé che il seguire con fedeltà l’invito che Dio fa, riempie di senso la vita di chi si abbandona alla volontà del suo Signore e la porta al suo compimento naturale e spirituale».

Quali difficoltà si incontrano nella vita claustrale?

«Il discorso si farebbe lungo. Comunque è chiaro che noi, che siamo così miseri e peccatori non semplicemente per modo di dire ma perché così è in realtà, siamo riluttanti a seguire gli inviti di Dio anche quando questi sono così necessari per il nostro bene, così importanti per compiere il meraviglioso progetto di Dio su di noi e sul mondo intero. Abbiamo degli attaccamenti tenaci a tante cose, anche buone in se stesse ma che non possono essere preferite a Dio. Così abbiamo difficoltà a lasciare genitori, parenti, amici, lavori gratificanti, tutte le possibilità di formarci una famiglia, una carriera e così via. Se con l’amore di Dio non andiamo al di là di tutto questo, prima o poi la tentazione di lasciare il cammino intrapreso può diventare pericolosa. Quando poi si dà un taglio a tutto per seguire la chiamata, spunta inevitabilmente quella che viene chiamata “lotta spirituale”: è il nostro mondo interiore che si fa avanti e si scatena quella guerra di cui tanto hanno parlato i monaci antichi e che è sempre attuale, perché l’uomo è sempre lo stesso nelle sue dinamiche interiori. È l’uomo vecchio che muore per far nascere l’uomo nuovo, ma questa morte non è indolore: è la condizione per raggiungere la verità su noi stessi, ma anche su Dio, di riconoscere che Egli è Colui che è e noi siamo coloro che non sono senza di Lui e che Egli è Misericordia che accoglie la nostra miseria. I nostri Statuti ci avvertono: “lungo è il cammino attraverso brulla e riarsa strada prima di arrivare alle fonti d’acqua e alla terra promessa” (St 4,1). “Chi dimora stabilmente in cella e da essa è formato, mira a rendere tutta la sua vita un’unica e incessante preghiera. Ma non può entrare in questa quiete, se non dopo essersi cimentato nello sforzo di una dura lotta, sia mediante le austerità nelle quali persiste per la familiarità con la Croce, sia mediante quelle visite con le quali il Signore lo avrà provato come oro nel crogiolo. Così, purificato dalla pazienza, consolato e nutrito dall’assidua meditazione delle Scritture, e introdotto dalla grazia dello Spirito nelle profondità del suo cuore, diverrà capace non solo di servire Dio, ma di aderire a lui” (St 3,29)».

Ma in fondo che senso ha oggi questa «fuga dal mondo»?

«Usando termini oggi un po’ troppo frequentati, si può dire che la nostra separazione dal mondo ha un senso “profetico” e una provocazione “escatologica”. Non tutti evidentemente sono chiamati alla vita del chiostro. Vivere nel mondo può essere una chiamata di Dio e per la maggior parte degli uomini e delle donne è così. Ma per ogni cristiano vale la parola di Gesù di non essere del mondo pur vivendo nel mondo. Non si può essere così ingenui da pensare che il mondo non proponga le sue attrattive che sono in rivolta contro Dio. “Consacrandoci con la nostra professione unicamente a Colui ch è, rendiamo testimonianza davanti al mondo, troppo irretito nelle realtà terrene, che non vi è altro Dio fuori di lui. La nostra vita dimostra che i beni celesti sono già presenti in questo secolo, preannunzia la risurrezione e in certo modo anticipa il mondo rinnovato” (St 34,3). È come ricordare a tutti che ci sono realtà ultime che vengono… prima delle penultime e che le penultime devono essere non degli idoli, ma dei mezzi per raggiungere le realtà ultime, cioè Dio stesso, che è il fine di tutto».