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Omelia al monastero certosino

Omelia al monastero certosino

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

Dom Jacques Dupont e Mons Bertolone

In un recente articolo, realizzato in occasione del lunedì di Pentecoste vi ho menzionato la figura di Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro Squillace, e della sue profonde considerazioni su san Bruno. Oggi mi preme pubblicare un’altra sua magnifica omelia offerta alla comunità certosina di serra San Bruno in occasione del suo insediamento alla guida della Diocesi calabrese, avvenuta esattamente due anni fa.

OMELIA AL MONASTERO CERTOSINO

Serra San Bruno, 29 maggio 2011

Rev.mo Padre Jacques, priore della Certosa di Serra San Bruno, carissimi padri e

monaci certosini,

sono davvero lieto di cominciare il mio cammino ufficiale di Metropolita dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace da questo luogo di fede e cultura, dove tutto ci parla di san Bruno. Ed è proprio a questo sant’uomo ed alla sua spiritualità che desidero rendere omaggio, attingendo da essa luce per il mio ministero episcopale.Intendo ispirarmi al carisma di questo vostro, nostro santo che, pur vivendo in un periodo di perigliose turbolenze e insidie al trono del successore di Pietro, papa Urbano II, seppe opporsi con chiarezza teologica e virile fermezza a tutti coloro che non illuminavano con il proprio agire e con le proprie idee la sposa di Cristo. Non per questo, o non solo per questo, tuttavia, egli chiese al Pontefice il permesso di ritirarsi in solitudine, ma non potendo tornare nella regione francese di Grenoble, di cui era originario, si diresse verso il Sud dell’Italia, nella calabrese Torre nelle Serre, borgo bello, solitario, molto simile alla sua Chartreuse. Nacque così la seconda comunità dei certosini dove ancor oggi si vive nella preghiera, nell’adorazione, nell’offerta a Dio della vita nell’intimità divina e nella contemplazione, attraverso – appunto – la solitudine, il silenzio, la penitenza.                          Voi, monaci certosini, che vi ispirate a sant’Antonio abate e a san Benedetto, avete con Dio un rapporto esclusivo ma non escludente, al pari di quello tenerissimo intrattenuto con la Vergine, perché come Ella offrì tutta se stessa per il figlio, così voi nella solitudine delle vostre celle vi offrite completamente a Gesù. Il vostro carisma si fonda sulla bonitas, cioè sul benessere interiore, sulla santificazione personale, sull’incontro con Dio e, attraverso Lui, con il mondo, perché voi monaci certosini siete fuori dal mondo, stranieri e pellegrini, ma non estranei al mondo. Tutto ciò appare in contrasto stridente con l’attuale panorama: nell’era della globalizzazione viviamo nell’eclissi del sacro e nella rinuncia al senso delle cose. Constatiamo la perdita dei valori, la scomparsa della passione per la verità, lo scandalo della povertà, l’imporsi dei problemi derivanti dalle biotecnologie, dalle sette e da molte altre situazioni per cui i buoni cristiani, come già osservava Jacques Maritain, avvertono la «nostalgia del totalmente Altro» e si sentono «mendicanti del cielo». Le generazioni che ci hanno preceduto non hanno conosciuto un ritmo di vita così frenetico da non consentire di interiorizzare nuovi stili e di conservare la memoria storica, al punto che ciò che appariva inamovibile ieri, oggi è considerato aleatorio. Questo ed altro faceva dire già a papa Giovanni Paolo II, in “Fides et Ratio”, che non sempre sono chiari la nostra identità, il senso della vita e il fine ultimo e che la nostra cultura non è in buoni rapporti con la verità, avvertendosi la carenza dei grandi dilemmi etici sul senso della sofferenza, del sacrificio, della vita e della morte. Si vive insomma secondo il carpe diem, nella mitizzazione della tecnologia, e non ci si preoccupa della perdita di buon senso e dell’affiorare dell’incapacità di riuscire a trasmettere i giusti valori alle nuove generazioni. Al riguardo, non a caso, già nei primi anni Quaranta del secolo scorso Simone Weil affermava che «il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione. Viviamo un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia». Sta di fatto che nel tentare di fare il punto sul rapporto tra fede e ragione, tra teologia e storia, tra materialità e divino, possiamo convenire con Sergio Quinzio e dire che «l’aria che respira l’uomo contemporaneo  presenta tracce minime di religione. La filosofia è lontana mille miglia dall’attribuire un senso all’assoluto delle antiche metafisiche, o anche soltanto alla sua ricerca». Insomma, senza voler parlare di crisi epocale, è evidente la décadence di cui parla Dietrich Bonhoeffer: quando afferma sconsolatamente che nell’Etica, «non essendovinulla di durevole, viene meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme». La nostra società ha messo in forse ogni pretesa veritativa: si è passati dall’oblio di Dio ad un surrogato della salvezza che è – a ben vedere – la buona qualità della vita. Dopo Nietzsche, si è smarrito ogni fondamento di verità: non avendo più certezze metafisiche, ci accostiamo con sospetto anche alla fede.Nondimeno, come detto dianzi, c’è ancora chi avverte la nostalgia di Dio ed orienta lo sguardo a Lui. Per costoro, per quanti credono, ma anche e soprattutto per quanti dicono di non avere fede o di averla perduta, occorre allora chiedersi quali tratti del Cristo sia necessario che l’uomo riscopra e testimoni per poterne parlare credibilmente. C’è bisogno, rispondo, di chi presenti il Volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza. Alla Chiesa occorrono persone pronte a lasciarsi trasformare dalla grazia di Dio ed a conformarsi pienamente al Vangelo», cioè icone viventi del Volto di Cristo. Altrimenti, come scrive il teologo Karl Rahner, come potremo convincere gli uomini«che noi crediamo seriamente che quello che predichiamo è il centro della nostra vita e non una sovrastruttura esistenziale e fantastica se non per il fatto che vedono, per lo meno quando ci guardano seriamente, che noi rinunciamo a qualche cosa, a cui sarebbe pazzesco rinunciare se non credessimo veramente in ciò che predichiamo?

Noi ci illudiamo di poter ingannare gli altri in questo campo. Non ci si perdona. Occorrerà una misura colma di spiritualità per guadagnarsi la fiducia dell’uomo d’oggi». Sul punto, può esserci d’aiuto l’illuminante scambio di battute, con sullo sfondo una ghigliottina, tra una suora Carmelitana e la sua Abbadessa, che l’acume della penna di Georges Bernanos ha costruito nel dramma “I dialoghi delle carmelitane”:

«Figlia mia, la gente si domanda a che cosa serviamo. No figliola, noi non siamo un’impresa di mortificazione o conservatori di virtù. Noi siamo case di preghiera.

La sola preghiera giustifica la nostra esistenza.

Chi non crede nella preghiera non può non considerarci

Impostori o parassiti».

In questo mondo, allora, la Chiesa deve annunciare l’unica certezza, Cristo Gesù Salvatore e Redentore. Ciò ci sarà possibile mediante una forte spiritualità, che aiuti la cultura a rifiutare tanto il razionalismo esasperato quanto un tradizionalismo fideistico acritico. Anche perché, carissimo Padre. Jacques e carissimi Certosini, il mondo non comprende o pratica poco la preghiera, il silenzio, la solitudine, il raccoglimento, la riflessione, e con il suo frenetico agitarsi corre, corre, verso chissà dove. Forse non vuole pensare alla propria anima, al proprio télos, o si illude che Dio non esista o, se esista, se ne possa fare a meno. Invece, con la vostra presenza, voi certosini richiamate ed ammonite questa umanità nichilista e spensierata, materialista e sciupona, e le mostrate e dimostrate che il Signore ci ha dato una natura a sua immagine e somiglianza: corpo, anima e Spirito. È quest’ultimo che ci eleva a Dio. Di qui l’irrinunciabile memento di coltivare la spiritualità, di creare oasi di silenzio, di interiorità, di preghiera, di contemplazione: solo così potremo imparare ad avere orizzonti più ampi e sperimentare la gioia di essere luce, sale, lievito per gli altri. Ed è partendo dalla cura della spiritualità che ci si rievangelizza. Spiritualità non è un concetto che si può definire solo a parole, ma qualcosa che vive, che è vissuto e che fa vivere. E’ lo spirito della vita che anima e che dà un’anima al nostro essere e al nostro agire. Bisogna però fare attenzione a non ridurla a parole, perché si rischierebbe di imprigionarla in un concetto: la nostra spiritualità è come un campo pieno di fiori, di piante, di alberi e di erbe, irrorate attraverso un riferimento costante dalla Parola del Cristo risorto. Spiritualità è sentire la forza della vita: la coscienza di questa forza renderà possibile il gettare un ponte tra noi e gli altri, tra noi e la natura, tra noi e Dio. Tornano qui a proposito alcune espressioni del Discorso a Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per costumi. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera». In questa prospettiva, i cristiani sono chiamati a compiere opere buone «per essere figli della luce, a vivere da veri figlio di Dio, a far risplendere la luce tra gli uomini perché vedano le opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli» (Mt 5,16). È nel Signore, dunque, che dobbiamo poggiare il nostro essere cristiani: tutti dovremmo poter dire: “Mia unica forza e speranza è Dio”. Impariamo da Maria, prototipo di fede matura, proclamata beata per aver creduto in modo perfetto e che, senza chiedere segni (Lc 1, 38,48), «avanzò nella peregrinazione della fede» (LG 58). Il Suo esempio ci sia da sprone nel testimoniare che la fede è l’unica risposta ai problemi, l’unico conforto e l’unica speranza.

Amen. 

Vincenzo Bertolone

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