• Translate

  • Follow us

  • Memini, volat irreparabile tempus

    febbraio: 2014
    L M M G V S D
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    2425262728  
  • Guarda il film online

  • Articoli recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • “La casa alla fine del mondo”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Unisciti a 659 altri iscritti
  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


Il cinquecentenario del ritorno dei certosini a Serra

Il cinquecentenario del ritorno dei certosini a Serra

500

StefanoBosco

Oggi 27 febbraio 2014, ricorre il cinquecentenario del ritorno dei certosini nella certosa di Serra san Bruno, dopo 322 anni di permanenza cistercense. A seguito dell’evento del ritrovamento delle ossa del santo fondatore Bruno, il Papa Leone X, nel 1514 approvò il culto di san Bruno e ritenne opportuno far insediare nuovamente i certosini a Serra. Sulle ragioni del precedente allontanamento dei monaci bruniani, avvenuto nel 1194 per volontà di Papa Celestino III e di re Tancredi e sui monaci cistercensi che vi subentrarono, recentemente, un libro ha cercato di fare chiarezza, sull’accaduto. Il titolo del libro è “l’Angelo di Sibilla” e vi consiglio di leggerlo. Ma proseguiamo nella descrizione dei fatti che riportarono il carisma certosino in Calabria. Alla presenza dei priori delle certose meridionali di Napoli, Capri, Padula e Chiaromonte, nonchè di esponenti della nobiltà napoletana e calabrese il 27 febbraio del 1514 avvenne ufficialmente la “recuperazione” della certosa di S. Stefano, che prese il nome di  “Domus sanctorum Stephani et Brunonis”. Avuta la delega dal Capitolo Generale il certosino bolognese Dom Costanzo De Rigetis, proveniente dalla certosa di Montello, ne assunse la guida come priore, dando avvio all’attività monastica.

Il passaggio di consegne avvenne con una suggestiva processione dei cistercensi che uscirono dal monastero andando incontro ai certosini che subentrarono, e da tutti fu cantato il TeDeum.

Fu fondamentale l’opera intrapresa da De Rigetis che scrupolosamente e con meticolosa cura nella ricerca, realizzò un “Libretto della Ricuperazione” datato 1523, una sorta di inventario di quello che trovò al suo arrivo in certosa. Esso ha costituito un documento importantissimo per ricostruire la vita di Bruno in Calabria e dei primi successori. Subito dopo essersi insediati i monaci certosini, furono costretti ad avviare grandi lavori di ristrutturazione ed abbellimento, sostenuti economicamente dai confratelli di san Martino di Napoli, e che continuarono per diversi secoli.

Vi fu l’ampliamento del chiostro grande, che fu e dotato di 24 celle (1523), il consolidamento del muro di cinta, rafforzato con 7 torri di guardia (1536), il completamento del chiostro e la costruzione del Refettorio (1543, il completamento della nuova chiesa conventuale (1600,oltre alla creazione del laghetto artificiale delle penitenze (1645)ed alla risistemazione del cosiddetto Dormitorio (1776). Una vera rinascita che dette lustro alla certosa calabrese ed a tutto il territorio circostante, che trovò beneficio grazie alle attività agricole svolto nelle grange e nei possedimenti dei monaci. Nonostante le ulteriori e successive vicende legate al terremoto ed alle soppressioni monastiche, la vita certosina a Serra è ancora fiorente e la certosa risulta essere il cuore pulsante della spiritualità di tutta la Calabria.

A tal proposito come vi ho esposto in un precedente articolo il simbolo di questo anniversario è la ormai celebre icona intronizzata nella cappella esterna della certosa con cerimonia solenne lo scorso 18 gennaio. Potrete assistere alla funzione svoltasi, grazie ad un documento filmato inviatomi da un amico di questo blog, che ha immortalato le fasi salienti dell’evento.

Il cavallo certosino

Il cavallo certosino

cavallo cartujanos

Questa volta parleremo indirettamente dei monaci certosini, ovvero, del ruolo determinante che essi hanno avuto nel mantenimento di questa razza di cavalli che ha appunto preso il nome di certosino.

Prima di parlare della storia di questo destriero, va detto che esso è caratterizzato da un manto grigio chiaro, che ricorda il colore dell’abito monastico, ha la testa piccola collo arcuato ed arti sottili ed ha un carattere docile e mansueto. Va anche precisato che nella certosa di Jerez, sin dal 1484 i certosini decisero di istituire un’allevamento di cavalli di razza Andalusa, di cui si presero cura con amore e dedizione. Trascorsi molti secoli  i monaci furono determinanti per la creazione del cavallo noto come certosino, “cartujo”  o “cartujano”.

L’origine del cavallo certosino risale agli inizi del XVIII secolo, allorquando i fratelli Zamora acquistarono presso Jerez de la Frontera in Spagna uno stallone per farlo accoppiare con le proprie cavalle. Esclavo fu il nome del miglior puledro che nacque con eccellenti caratteristiche morfologiche, e divenne presto anch’egli un riproduttore di una specie ormai nota nella zona come Zamorranos dal nome degli allevatori. Alla morte dei fratelli Zamora l’allevamento passò nel 1730, ai monaci certosini della vicina certosa di Jerez, i quali con meticolosa dedizione si dedicarono a perfezionare la razza con sangue Andaluso e con apporto di incroci di razze Arabe e Berbere.

La conoscenza e la cura scrupolosa dei monaci rese possibile il risultato finale ossia  il cavallo cartujo!!!

Un esemplare di rara bellezza, un cavallo leggero e aggraziato, che ricorda i cavalli orientali con l’aggiunta della docilità. Fu un purosangue apprezzato e desiderato nelle migliori corti europee, e scelto dai re di Spagna. Successivamente,  nonostante le leggi napoleoniche e la conseguente soppressione della certosa di Jerez, i monaci riuscirono a conservare e mettere in salvo solo due stalloni e sei giumente di questi meravigliosi esemplari. E’ quindi grazie alla loro tenacia ed amore per la conservazione della specie, che questa superba razza equina e sopravvissuta fino ai giorni nostri.

Music Study III_ 004

2

3

4

56

L’Imitazione di Cristo Capitolo LVIII°

L’Imitazione di Cristo

Libro III

Capitolo LVIII°

IN DIO, AL DI SOPRA DI OGNI BENE E DI OGNI DONO, DOBBIAMO TROVARE LA NOSTRA PACE

O anima mia, in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa, troverai riposo, sempre, nel Signore, perché lui stesso costituisce la pace dei santi, in eterno. Dammi, dolcissimo e amabilissimo Gesù, di trovare quiete in te. In te, al di sopra di ogni creatura, di ogni ben e di ogni bellezza; al di sopra di ogni gloria ed onore, potere e autorità; al di sopra di tutto il sapere, il più penetrante; al di sopra di ogni ricchezza e capacità; al di sopra di ogni letizia e gioia, e di ogni fama e stima degli uomini; al di sopra di ogni dolcezza, consolazione, speranza o promessa umana; al di sopra di ogni ambita ricompensa, di ogni dono o favore che, dall’alto, tu possa concedere; al di sopra di ogni motivo di gaudio e di giubilo, che mente umana possa concepire e provare; infine, al di sopra degli Angeli, degli Arcangeli e di tutte le schiere celesti, al di sopra delle cose visibili e delle cose invisibili, e di tutto ciò che non sia tu, Dio mio. In verità, o Signore mio Dio, tu sei eccellentissimo su ogni cosa; tu solo sei l’altissimo e l’onnipotente; tu solo dai ogni appagamento e pienezza e ogni dolcezza e conforto; tu solo sei tutta la bellezza e l’amabilità; tu solo sei, più d’ogni cosa, ricco di nobiltà e di gloria; in te sono, furono sempre e saranno, tutti quanti i beni, compiutamente. Perciò, qualunque cosa tu mi dia, che non sia te stesso, qualunque cosa tu mi riveli di te, o mi prometta, senza che io possa contemplare o pienamente possedere te, è ben poco e non mi appaga. Ché, in verità, il mio cuore non può realmente trovare quiete, e totale soddisfazione se non riposi in te, portandosi più in alto di ogni dono e di ogni creatura.

Cristo Gesù, mio sposo tanto amato, amico vero, signore di tutte le creature, chi mi darà ali di vera libertà, per volare e giungere a posarmi in te? Quando mi sarà dato di essere completamente libero da me stesso e di contemplare la tua soavità, o Signore mio Dio? Quando mi raccoglierò interamente in te, cosicché, per amor tuo, non mi accorga di me stesso, ma soltanto di te, al di là del limite di ogni nostro sentire e in un modo che non tutti conoscono? Ma eccomi qui ora a piangere continuamente e a portare dolorosamente la mia infelicità. Giacché, in questa valle di miserie, molti mali mi si parano innanzi: sovente mi turbano, mi rattristano e mi ottenebrano; sovente mi intralciano il cammino o me ne distolgono, tenendomi legato e impacciato, tanto da non poter accostarmi liberamente a te, a godere del gioioso abbraccio, costantemente aperto agli spiriti beati. Che il mio sospiro e la grande e varia desolazione di questo mondo abbiano a commuoverti, o Gesù, splendore di eterna gloria, conforto dell’anima pellegrina. A te è rivolta la mia faccia; senza che io dica nulla, è il mio silenzio che ti parla. Fino a quando tarderà a venire il mio Signore? Venga a me, che sono il suo poverello, e mi dia letizia; stenda la sua mano e strappi me misera da ogni angustia. Vieni, vieni: senza di te non ci sarà una sola giornata, anzi una sola ora, gioiosa, perché la mia gioia sei tu, e vuota è la mia mensa senza di te. Un pover’uomo, io sono, quasi chiuso in un carcere e caricato di catene, fino a che tu non mi abbia rifatto di nuovo, con la tua presenza illuminante, mostrandomi un volto benevolo, e fino a che tu non mi abbia ridato la libertà. Vadano altri cercando altra cosa, invece di te, dovunque loro piaccia. Quanto a me, nulla mi è ora gradito, nulla mi sarà mai gradito, fuori di te, mio Dio, mia speranza e salvezza eterna. Né tacerò, o smetterò di supplicare, fino a che non torni a me la tua grazia e la tua parola non si faccia sentire dentro di me. Ecco, sono qua; eccomi a te, che mi hai invocato. Le tue lacrime, il desiderio dell’anima tua, la tua umiliazione e il pentimento del tuo cuore mi hanno piegato e mi hanno fatto avvicinare a te. Dicevo io allora: ti avevo invocato, Signore, avevo desiderato di godere di te, pronto a rinunciare ad ogni cosa per te; ma eri stato tu, per primo, che mi avevi mosso a cercarti. Sii dunque benedetto, o Signore, tu che hai usato tale bontà con questo tuo servo, secondo la grandezza della tua misericordia. Che cosa mai potrà dire ancora, al tuo cospetto, il tuo servo, se non parole di grande umiliazione dinanzi a te, sempre ricordandosi della propria iniquità e della propria bassezza? Non c’è, infatti, tra tutte le meraviglie del cielo e della terra, cosa alcuna che ti possa somigliare. Le tue opere sono perfette, e giusti i tuoi comandi; per la tua provvidenza si reggono tutte le cose. Sia, dunque, lode e gloria a te, o sapienza del Padre. La mia bocca, la mia anima e insieme tutte le cose create ti esaltino e ti benedicano.

Certose storiche: Mauerbach

Certose storiche: Mauerbach

MAUERBACH KARTAUSE

L’approfondimento di oggi è sulla certosa austriaca di Mauerbach, situata alle porte della città di Vienna. Il complesso monastico fu fondato nel 1314 per volontà del duca d’Austria Federico I d’Asburgo detto il bello, che successivamente diventerà imperatore. Dodici monaci provenienti dalla  certosa di Seitz, con a capo il priore Goffredo cominciarono la attività claustrale che si protrasse nella quiete fino al tardo medioevo. Dato l’imponente impianto architettonico, durante il periodo del Grande Scisma, il Capitolo Generale dell’Ordine si tenne a Mauerbach due volte, nel 1383 e nel 1387. Successivamente si susseguirono saccheggi tra il1483 ed il 1486, e la nota invasione turca avvenuta nel 1529 già descrittavi in un precedente articolo, e che mietè delle vittime innocenti. Nei primi decenni del seicento vi furono importanti lavori di ristrutturazione ed abbellimento, che continuarono fino agli inizi del XVIII secolo, conferendo a questa magnifica certosa un imponente aspetto barocco. Nel 1782 la comunità certosina fu soppressa a causa delle leggi anticlericali di Giuseppe II, ed in seguito la certosa ospitò anziani e malati di mente, mentre negli anni della seconda guerra mondiale venne usata come ospedale.

Nel dopoguerra ospitò senzatetto e bisognosi, che degradarono gli ambienti rendendoli fatiscenti.

Negli anni ottanta è cominciato un imponente progetto di valorizzazione della monumentale certosa, per consentirne il ritorno al fasto originario. Sono così potuti rifiorire anche gli importanti giardini cosiddetti imperiali, ovvero di rappresentanza ricostruiti con una attenta ricerca scientifica. Tra questi bisogna segnalare la presenza del giardino delle tartarughe, con la presenza di stagni per consentire l’allevamento di crostacei, pesci e testuggini, cibo ideale per i monaci certosini. La simbologia espressa dalle piante presenti originariamente,  è stata meticolosamente rispettata con esemplari di:  giglio simboleggiante Maria, narcisi primule e aquilegia, ma anche bordure di timo, salvia, lavanda e profumatissime rose dedicate alla Madonna. Alcune foto potranno farci ammirare questa certosa barocca, ritornata all’antico splendore, oggi apprezzata e visitata da molti turisti.

Dom Guglielmo de Yporegia ed il suo trattato

Dom Guglielmo de Yporegia ed il suo trattato

monaci e cibo

Il personaggio di cui oggi voglio parlarvi e Guglielmo di Yporegia (Ivrea), nato intorno al 1250 ad Ivrea in Piemonte dalla famiglia Grassi, benefattrice della certosa di Montebenedetto. Guglielmo entrò da giovanissimo in un convento domenicano, e vi rimarrà per circa trent’anni. Verso il 1300 decise di abbracciare la vita certosina, entrando nella certosa di Montebenedetto laddove si fece notare per i suoi scritti teologici. Dopo un breve passaggio per la certosa di Pesio, tra il 1307 ed il 1308, egli si reca in Francia. Nel 1310, venne chiamato alla Grande Chartreuse divenendo uno stretto collaboratore del Priore Generale Dom Boson, per il quale scrisse un breve trattato di cui ci occuperemo. Il testo in questione fu redatto per fare chiarezza sulle accuse mosse all’Ordine certosino circa il divieto tassativo di mangiare carne, esteso anche ai malati. Il titolo di questo enunciato che ebbe larga diffusione era:De origine et veritate de perfectae religionis”. In esso Dom Guillaume tratta in maniera dettagliata la questione della rinuncia alla carne, ponendo tre questioni essenziali.

  1. Si è obbligati a mangiare carne quando si è sani?
  2. Si è obbligati a mangiare carne quando si è malati?
  3. Se non c’è alcun precetto divino o legge naturale che imponga di mangiare carne, c’è forse qualche precetto umano che stabilisce di mangiar carne qualche volta?

Guglielmo stabilisce come San Paolo che la carne, come tutti gli altri cibi donati da Dio, possano essere mangiati in tutta legalità se non c’è voto contrario, anche se curiosamente egli sostiene che, prima del diluvio universale non si mangiava carne e solo dopo si sarebbe cominciato a usarla, non per debolezza fisica, quanto piuttosto per l’abbassamento del livello morale dell’uomo. A sostegno della propria tesi, Guglielmo riporta alcuni esempi biblici: Geremia loda caldamente i Recabiti per la loro astinenza dal vino. Un corvo, simbolo del demonio, porta della carne ad Elia, ma un angelo gli porta pane e acqua simbolo dell’eucarestia. Giovanni Battista si nutre di miele e di insetti, ed inoltre egli ci ricorda come i miracoli di Gesù riguardano il pane, i pesci e il vino, ma non la carne.

Se ciò che non è esplicitamente condannato è permesso – questa è la base del ragionamento – l’astinenza delle carni è del tutto lecita, e anche l’astinenza dalla consumazione dell’agnello pasquale non è più necessaria, dato che non lo si mangia in forma cerimoniale. I Padri del deserto praticarono tale astinenza e l’Ordine certosino ha ricevuto numerose approvazioni pontificie in questo senso, anche se Guglielmo può invocare solo Ugo di Lincoln come santo certosino. A livello pratico, Guglielmo nota che anche i dottori vietano ai loro pazienti di mangiar carne quando hanno la febbre e i Certosini usano semplici cure come decotto d’orzo, erbe, brodo, un paio di uova e pesci piccoli, ma la medicina migliore di tutti è la Passione di Cristo, i sacramenti e l’astinenza, che domano il corpo. La Chiesa non ha detto che una forma di trattamento è migliore di un’altra e i Certosini sono famosi per la loro longevità. Inoltre essi si riprendevano dalle malattie molto più rapidamente dei Benedettini, che permettevano ai loro malati di mangiare carne.

Con queste vibranti asserzioni Dom Guglielmo placò nella sua epoca una polemica che come vi ho già descritto si protrarrà per secoli. Di questo certosino non si conosce l’esatta data della sua morte che avvenne presumibilmente intorno al 1325, ma sappiamo che egli dette un valido contributo alla difesa della causa certosina.

L’Imitazione di Cristo Capitolo LVII°

L’Imitazione di Cristo

Libro III

Capitolo LVII°

RICONOSCERE LA PROPRIA DEBOLEZZA E LA MISERIA DI QUESTA NOSTRA VITA

“Confesserò contro di me il mio peccato” (Sal 31,5); a te, o Signore, confesserò la mia debolezza. Spesso basta una cosa da nulla per abbattermi e rattristarmi: mi propongo di comportarmi da uomo forte, ma, al sopraggiungere di una piccola tentazione, mi trovo in grande difficoltà.

Basta una cosa assolutamente da nulla perché me ne venga una grave tentazione: mentre, fino a che non l’avverto, mi sento abbastanza sicuro, poi, a un lieve spirare di vento, mi trovo quasi sopraffatto. “Guarda dunque, Signore, alla mia miseria” (Sal 14,18) e alla mia fragilità, che tu ben conosci per ogni suo aspetto; abbi pietà di me; “tirami fuori dal fango, così che io non vi rimanga confitto” (Sal 68,15), giacendo a terra per sempre. Quello che mi risospinge indietro e mi fa arrossire dinanzi a te, è appunto questa mia instabilità e questa mia debolezza nel resistere alle tentazioni. Che, pur quando ad esse non si acconsenta del tutto, già molto mi disturba la persecuzione loro; e assai mi affligge vivere continuamente così, in lotta. La mia debolezza mi appare in modo chiaro dal fatto che proprio i pensieri che dovrei avere sempre in orrore sono molto più facili a piombare su di me che ad andarsene. Voglia il Cielo, o potentissimo Dio di Israele, che, nel tuo grande amore per le anime di coloro che hanno fede in te, tu abbia a guardare alla fatica e alla sofferenza del tuo servo; che tu l’assista in ogni cosa a cui si accinge. Fammi forte della divina fortezza, affinché non abbia a prevalere in me l’uomo vecchio: questa misera carne non ancora pienamente sottomessa allo spirito, contro la quale bisogna combattere, finché si vive in questa miserabile vita. Ahimé!, quale è questa vita, dove non mancano tribolazioni e miserie; dove tutto è pieno di agguati e di nemici! Ché, se scompare un’afflizione o una tentazione, una altra ne viene; anzi, mentre ancora dura una lotta, ne sopraggiungono molte altre, e insospettate. Ora, come si può amare una vita così soggetta a disgrazie e a miserie? Di più, come si può chiamare vita questa, se da essa procedono tante morti e calamità? E invece la si ama e molta gente va cercando in essa la propria gioia. Il mondo viene sovente accusato di essere ingannevole e vano; ma non per questo viene facilmente abbandonato, perché troppo prevalgono le brame terrene. Altro è ciò che induce ad amare il mondo; altro è ciò che induce a condannarlo. Inducono ad amarlo il desiderio dell’uomo carnale, “il desiderio degli occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2,16); inducono invece ad odiarlo e ad esserne disgustato le pene e le sofferenze che giustamente conseguono a quei desideri perversi. E tuttavia – tristissima cosa – i piaceri malvagi hanno il sopravvento in coloro che hanno l’animo rivolto al mondo, e “considerano gioia lo stare tra le spine” (Gb 30,7); incapaci, come sono, di vedere e di gustare la soavità di Dio e l’intima bellezza della virtù. Quelli invece che disprezzano totalmente il mondo, e si sforzano di vivere per Dio in santa disciplina, conoscono la divina dolcezza, che è stata promessa a chi sa davvero rinunciare; essi comprendono appieno quanto siano gravi gli errori e gli inganni del mondo

Il Padre nostro (A. Guillerand)

Il Padre nostro (A. Guillerand)

Carthusian

Voglio offrirvi questa semplice e  compendiosa interpretazione, una spiegazione letteraria del Pater Noster fatta da Dom Augustin Guillerand. Una perla di saggezza che ci invita a riflettere sull’essenza di questa preghiera

Il Pater è la preghiera perfetta , la preghiera per eccellenza , la preghiera che  in sé racchiude tutti le altre.

Noi non diciamo solamente “Padre”, né “Padre mio”, diciamo “Padre nostro”. La parola “nostro” sta a significare soprattutto il possesso, cioè il poter disporre liberamente. E’ un aggettivo possessivo, ovvero significa che il Padre a cui noi ci rivolgiamo è veramente per noi, ci appartiene e possiamo disporre di Lui. E’ sorprendente, ma senza dubbio è così!

Questo stupore la Chiesa lo ha inserito nella santa Messa, difatti, prima di recitare il Pater, il sacerdote celebrante annuncia: ” Fedele alla raccomandazione del Salvatore e seguendo il divino, insegnamento osiamo dire : Padre nostro …” Dobbiamo osare, avere coraggio e l’audacia di dire

Questo coraggio, questa audacia non solo possiamo ma dobbiamo averne- Dio è veramente nostro padre e vuole che noi lo chiamiamo così.

Egli stesso ci ha dato il diritto di usare questa formula per pronunciare il suo nome. Questo diritto non lo abbiamo per natura, siamo solo creature, servi. L’essere figli è un dono, un dono gratuito, una grazia assolutamente immeritata.

Ma se Lui non celo avesse insegnato, noi non saremmo stati in grado di usarlo.

Però Egli lo ha detto, voleva, vuole che ci comportiamo come i bambini, vuole che i noi ci comportiamo con Lui come i bambini si comportano con il loro padre. Vuole che noi consideriamo le sue braccia come quelle del nostro genitore e quindi come la nostra casa.

William Tynbygh e la sua speciale conversione

William Tynbygh e la sua speciale conversione

monk

Oggi voglio raccontarvi la storia di William Tynbygh, un giovane irlandese figlio di Nicholas gentiluomo di Dublino, e della sua conversione alla vita monastica certosina.

Nel 1470, il giovane William decise di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme per visitare il Santo Sepolcro, ma per sua sfortuna si imbattè in un manipolo di Saraceni. Fu subito catturato e fatto prigioniero, in attesa di essere giustiziato. Durante il tempo della carcerazione consapevole della crudeltà nemica che lo avrebbe ammazzato data la sua cristianità, il gioven decise di abbandonarsi alla preghiera per trovare conforto. Era l’unica consolazione che potè trovare lontano dagli affetti familiari e senza nessuna speranza di sopravvivere. la notte precedente la sua esecuzione egli ricordò, pregandola fervorosamente, l’immagine di santa Caterina che adornava le pareti di una cappella del palazzo di suo padre in Irlanda. Tra lacrime e preghiere egli si addormentò!

Al suo risveglio prodigiosamente William non si ritrovò più nelle segrete dei carcerieri Saraceni ma tra il suo stupore, si rese conto di essere a casa, in Irlanda prostrato ai piedi dell’immagine della santa che con foga aveva supplicato. Incredulo per l’accaduto, e consapevole del intervento prodigioso di cui era stato protagonista, decise di ricambiare la misericordia ottenuta donandosi a Dio. Decise di abbandonare tutte le ricchezze materiali e di distribuirle ai poveri, poi di soppiatto per non essere dissuaso dai suoi genitori, la notte stessa del miracoloso evento fuggì di casa per recarsi al più vicino porto. William si imbarcò per recarsi nella vicina Inghilterra e raggiungere la certosa di Londra laddove scelse di entrare come postulante, offrendosi interamente a Dio. La sua speciale conversione lo spinse a vivere una vita claustrale ineccepibile, e di grande esempio per chi lo conobbe. Dopo il rituale percorso fece la professione solenne e ben presto divenne priore della certosa londinese nel 1500, distinguendosi per la sua severa disciplina e per un alone di santità che lo avvolse fino al giorno della morte sopravvenuta nel 1531. Il capitolo generale dell’Ordine gli attribuì il titolo onorifico di “Laudabiliter Vixit” (vissuto lodevolmente /vita  esemplare). Questa storia si svolse pochi anni prima della violenta dissoluzione che si abbattè sui certosini londinesi, martirizzati dalla furia di Enrico VIII.

L’Imitazione di Cristo Capitolo LVI°

L’Imitazione di Cristo

Libro III

Capitolo LVI°

LA CAPACITÀ DI SOPPORTARE LE OFFESE E LA VERA PROVATA PAZIENZA

Che è quello che vai dicendo, o figlio? Cessa il tuo lamento, tenendo presenti le sofferenze mie e quelle degli altri santi. “Non hai resistito ancora fino al sangue” (Eb 12,4). Ciò che tu soffri è poca cosa, se ti metti a confronto con coloro che patirono tanto gravemente: così fortemente tentati, così pesantemente tribolati, provati in vari modi e messi a dura prova. Occorre dunque che tu rammenti le sofferenze più gravi degli altri, per imparare a sopportare le tue, piccole. Che se piccole non ti sembrano, vedi se anche questo non dipenda dalla tua incapacità di sopportazione. Comunque, siano piccoli o grandi questi mali, fa’ in modo di sopportare tutto pazientemente. Il tuo agire sarà tanto più saggio, e tanto più grande sarà il tuo merito, quanto meglio ti sarai disposto al patire; anzi lo troverai anche più lieve, se, intimamente e praticamente, sarai pronto e sollecito. E non dire: questo non lo posso sopportare; non devo tollerare cose simili da una tale persona, che mi fa del male assai, e mi rimprovera cose che non avevo neppure pensato; da un altro, non da lui, le tollererei di buon grado, e riterrei giusto doverle sopportare. E’ una stoltezza un simile ragionamento. Esso non tiene conto della virtù della pazienza, né di colui a cui spetta di premiarla; ma tiene conto piuttosto delle persone e delle offese ricevute. Vero paziente non è colui che vuole sopportare soltanto quel che gli sarà sembrato giusto, e da chi gli sarà piaciuto. Vero paziente, invece, è colui che non guarda da quale persona egli venga messo alla prova: se dal superiore, oppure da un suo pari, o da un inferiore; se da un uomo buono o santo, oppure da un malvagio, o da persona che non merita nulla. Vero paziente è colui che indifferentemente – da qualunque persona, e per quante volte, gli venga qualche contrarietà – tutto accetta con animo grato dalla mano di Dio; anzi lo ritiene un vantaggio grande, poiché non c’è cosa, per quanto piccola, purché sopportata per amore di Dio, che passi senza ricompensa, presso Dio. Sii dunque preparato al combattimento, se vuoi ottenere vittoria. Senza lotta non puoi giungere ad essere premiato per la tua sofferenza. Se rifiuti la sofferenza, rifiuti anche il premio; se invece desideri essere premiato, devi combattere da vero uomo e saper sopportare con pazienza.

Come al riposo non si giunge se non dopo aver faticato, così alla vittoria non si giunge se non dopo aver combattuto. Oh, Signore, che mi diventi possibile, per tua grazia, quello che mi sembra impossibile per la mia natura: tu sai che ben scarsa è la mia capacità di soffrire, e che al sorgere di una, sia pur piccola, difficoltà, mi trovo d’un colpo atterrato. Che mi diventi cara e desiderabile, in tuo nome, qualsiasi prova e qualsiasi tribolazione: soffrire ed essere tribolato per amor tuo, ecco ciò che è grandemente salutare all’anima mia.

“Vinum medicatum”

“Vinum medicatum”

_Erbario_2

Negli anni ottanta del secolo scorso, due studiosi di spezierie e farmaci trovarono  la formula del cosiddetto “Vinum medicatum” tramandata dal certosino Dom Antoine Basel priore della certosa di Vogelsang, datato 1702. La scoperta avvenne in documenti conservati nella certosa slovena di Pleterje, esattamente degli Annali della certosa di Molsheim. Ma bisogna fare una premessa per comprendere le origini di tale ricetta, prodigiosamente ritrovata dopo secoli di oblio. La premessa che vi farò parte dalla certosa di Strasburgo e da un illustre personaggio che in essa visse da certosino fino al 1521. Il personaggio in questione è Otto Brunfels, uno dei padri della botanica, teologo, pedagogo, naturalista e riformatore di farmaci. Egli abbandonò la vita certosina per aderire al luteranesimo, ma ovviamente lasciò voluminosi insegnamenti e nozioni alla comunità certosina che dopo poco fu costretta ad abbandonare Strasburgo e spostatasi di alcuni chilometri fondando, in seguito la certosa di Molsheim. Sulla base di quelle arcane conoscenze  e di nuovi ritrovati medici, nel XVIII secolo, come vi ho già menzionato, Molsheim fu nota per i suoi prodotti della farmacia, tra tutti le palle medicinali. Detto ciò si capisce quale era l’ambiente dove operarono i monaci speziali alsaziani per elaborare questo prodigioso vino medicinale di cui vedremo la ricetta ed i suoi benefici. Tra le erbe presenti , ricordo le Radici di Genziana e curcuma zedoaria, il cardo benedetto, il trifoglio acqua, ed anche coclearia, assenzio, tamarindo, senna, elleboro e semi di anice. Le quantità e le precise dosi sono state annotate con precisione, così come il procedimento per la preparazione. L’insieme delle erbe veniva collocato in un sacchetto introdotto in un anfora contenente del vino bianco (dei vitigni di Molsheim) tenuto in un luogo caldo per 24 ore. Gli effetti di tale composto rivelavano proprietà diuretiche e stomachiche, ovvero come stimolatore della digestione e dell’appetito. Ancora una volta, annoveriamo un prodotto frutto del sapiente studio della natura fatto dai monaci certosini e della meticolosa cura nel tramandare tali conoscenze attraverso generazioni di monaci al fine di assicurare medicamenti naturali per alleviare le sofferenze dell’umanità. A tal proposito vi offro una foto dello stupendo affresco della volta della spezieria della certosa napoletana di san Martino, raffigurante “san Bruno che intercede presso la Vergine per l’umanità inferma”, realizzato da Paolo de Matteis nel 1699.

Foto di Fabio Speranza

Foto di Fabio Speranza