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Quando in cella si cucinava

Quando in cella si cucinava

Guiog I.preview

Ritratto di Guigo I°

Forse non tutti sanno che anticamente, ovvero nei primi tempi dalla fondazione dell’Ordine certosino all’interno delle prime certose il “Refettorio” e la “Cucina” non erano previsti. Difatti come apprenderemo da un brano tratto dalle “Consuetudini” scritte da Guigo I° tra il 1125 ed il 1128, ogni monaco, all’interno della propria cella, disponeva di un locale adibito a cucina e dispensa che lo rendevano indipendente per il consumo dei pasti. Solo a partire dal XIII° secolo, alcune modifiche apportate alle “Consuetudines Cartusiae”, volte ad eliminare ogni sorta di distrazione alla rigida clausura, consentirono ai certosini di disporre di un locale destinato a refettorio, per il consumo dei pasti comunitari nei giorni di festa, e di una grande ed unica cucina. Questa era, ed è gestita dal fratello converso cuoco, che cucinate le pietanze le porgeva al fratello dispensiere, munito di un apposito carrello ed  incaricato di servire i Padri nelle celle del Chiostro.

Guigo I scriveva:

             E poiché, assieme a tutti gli altri compiti che si addicono a una vita povera e all’umiltà, ci cuciniamo da noi stessi i cibi, gli [a colui che abita nella cella] sono date anche due pentole, due ciotole, una terza ciotola per il pane, oppure, al suo posto, un tovagliolo; poi una quarta ciotola, un po’ più grande, per lavarvi il necessario. Poi due cucchiai, un coltello per il pane, una coppa, un bicchiere, una brocca per l’acqua, una saliera, un piatto, due sacchetti per i legumi, un asciugamano. Per il fuoco: un fornello, dell’esca, una pietra focaia, della legna, una scure. Per i lavori: una pialla.

A colui che leggerà queste cose chiediamo che non ci derida e non ci biasimi se prima, per un tempo abbastanza prolungato, egli non sarà rimasto in cella in mezzo a tanta neve e a un freddo così terribile.

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