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Il tesoro della certosa di san Martino

Il tesoro della certosa di san Martino

Cappella del Tesoro( certosa di san Martino-Napoli)

Migliaia sono i turisti che oggi ammirano la sontuosa chiesa della certosa di san Martino, a Napoli vero tempio del barocco napoletano, adorna di marmi commessi, pietre dure, dipinti, affreschi e sculture che nei secoli l’hanno impreziosita. E come molti sanno, uno degli ambienti di maggiore attrattiva è la cappella del Tesoro, adiacente alla Sagrestia. In essa infatti oltre ad una meravigliosa Deposizione di Cristo (1626) del pittore spagnolo Jusepe de Ribera, ed allo stupefacente affresco realizzato da Luca Giordano (1703), raffigurante il Trionfo di Giuditta, si apprezzano dei reliquiari, oggi vuoti, ed enormi armadi lignei. A tal punto bisogna fare un preciso distinguo, partendo dal nome di tale cappella, poiché il “tesoro” per la comunità certosina di Napoli era caratterizzato dalla moltitudine di reliquie che erano disposte nei reliquiari al fianco dell’altare, e che essi gelosamente custodivano.

Ma va detto che vi era un vero e proprio tesoro materiale, stipato nei mastodontici armadi disposti sulle pareti della cappella, e precedentemente conservato negli armadi della adiacente cappella del tesoro vecchio diventata nel settecento inadatta ed insufficiente a contenere l’immensa mole di preziosi. Esso era il frutto di donazioni, lasciti e regali fatti da regnanti e nobili.

SAM_1478

Frans Vervloet : La cappella del Tesoro nella Certosa di S. Martino

 

Ma che fine ha fatto questo patrimonio? E da che cosa era composto?

Per rispondere a queste domande, dobbiamo calarci nell’epoca in cui avvennero fatti storici che sconvolsero la comunità monastica certosina.  Siamo nel 1794, l’esercito francese è alle porte della città partenopea, e il re Ferdinando per fronteggiare l’avanzata nemica ha bisogno di fondi per affrontare questo impegno bellico. Il suo pensiero corre a tre tesori del Regno, quello di santa Rosalia a Palermo, quello di san Nicola di Bari, e quello di san Gennaro, ma ahimè il sovrano scelse di sacrificare quello dei monaci certosini di Napoli. Optò per sottrarre quest’ultimo agli inermi religiosi, probabilmente poiché l’Ordine certosino era di origine francese. Ferdinando, dopo aver dato l’ordine di far fondere gli argenti presenti in tutte le chiese napoletane, impose tale decisione anche alla certosa di san Martino. I poveri monaci provarono a temporeggiare, ma il nemico avanzava e la richiesta divenne perentoria. Il 18 luglio 1794, l’intera comunità monastica incredula ed avvilita si riunì nel Quarto del Priore, per formalizzare l’atto conclusivo di tale drammatica decisione. Da un documento si legge: “Io Don Raffaele Criscuolo (fiduciario del re) ho ricevuto tutto il suddetto argento dal Reverendo Padre procuratore Dom Dionisio Pugliese, per farlo fondere secondo l’ordine avuto dal R.P. il Priore Dom Martino Cianci, ordine avvalorato e confermato nel colloquio con tutta la comunità tenutosi nel Quarto priorale nel giorno diciotto del mese di luglio 1794”.

I rappresentanti della Reale Zecca, prelevarono dagli armadi di noce della cappella del Tesoro, dapprima le frasche, i candelieri dell’altare maggiore, poi le cornucopie delle cappelle, i candelieri della Madonna, i candelieri minori delle cappelle laterali, le croci, le carteglorie, il reliquiario della Spina di Cristo, la pedagna della statua della Vergine con i puttini in argento, ed ancora pissidi, piattini, ed anche una grande statua raffigurante l’Immacolata fusa e cesellata da Giovan Domenico Vinaccia nel 1680. Questa statua era una delle maggiori meraviglie presenti nella chiesa della certosa, e che era costata ai certosini una vera fortuna, ben 4000 ducati!!!

Proseguendo nell’elenco approssimativo dell’ingente patrimonio, che nel complesso ammontava a 400 quintali tra argenti ori e pietre dure, dobbiamo annoverare una meravigliosa croce di ambra.

Essa era stata donata nel 1656 da re Giovanni Casimiro II di Polonia al monaco certosino polacco Atanasio Karwaski che era professo nella certosa napoletana. A questa si affiancava la croce donata dalla Regina Giovanna con la reliquia della spina di Cristo, e tante altri monili e suppellettili preziosi.

La imponente collezione di argenti e ori veniva fusa e ridotta in barre, valutate dalla Regia Zecca in 16755 ducati e 64 grani, tale scempio avvenne il 13 agosto del 1794. Il re si impegnò affinché i monaci a titolo di risarcimento avrebbero percepito, a decorrere dal primo settembre, l’interesse del quattro per cento sull’ammontare dell’intera somma. Questa fu la prima di una serie di infamie che minarono la quiete dei certosini di san Martino. Fortunatamente le altre ricchezze artistiche furono prodigiosamente salvate qualche anno dopo da un eroe solitario, come vi ho già riportato.

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