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“Cosa imparai alla Grande Chartreuse” di A.J. Cronin

“Cosa imparai alla Grande Chartreuse”

di A.J. Cronin

copertina Selezione aprile 1953

Cari amici, ancora una volta una testimonianza sulla vita certosina, tuttavia quella di oggi è molto autorevole, poiché si tratta di un esperienza fatta da A. J Cronin. Il celeberrimo scrittore britannico, fu ospite nell’inverno del 1953 della Grande Chartreuse, laddove visse qualche giorno tra i monaci, condividendo la monastica vita austera. Le sue impressioni, considerazioni ed emozioni le volle divulgare in un articolo, scritto per “Selezione dal Reader’s Digest”, la rivista più diffusa al mondo.  Dopo sessantadue anni da quell’ insegnamento ricevuto, le sue parole sono di una modernità impressionante, valgano a noi tutti come monito.

Selezione dal Reader’s Digest.

Aprile 1953.

Pag. 69

 

“COSA IMPARAI ALLA GRANDE CHARTREUSE”

(di A.J. Cronin, autore di “La Cittadella”, “Le Chiavi del Regno”, “Anni di Tenerezza” ed altri libri)

Il noto romanziere visita il monastero dei monaci certosini.

La luce abbagliante del sole delle Alpi della Savoia Francese, dopo una salita faticosa, ho normalizzato il respiro e ho tirato la corda della campana. Aperta la porticella della pesante porta, dopo un momento d’esame, un fratello laico con un cappuccio marrone mi ha introdotto, silenziosamente, in un cortile murato, dove tra le aiuole ed il ronzio delle api, una fonte cantava. Più avanti, su ogni lato della chiesa molto antica, correvano due chiostri lunghi arcuati, dai cui emergevano schiere di abitazioni curiose, con ripidi tetti rossi. Presto mi resi conto che si trattava dei singoli eremi dove abitano, in solitudine e in silenzio, i monaci.

Sapendo che quasi nessuno strano era entrato in quel santuario remoto, ho verificato una profonda palpitazione di aspettativa. Dopo un velocissimo viaggio di 6.500 km, e ancora sentendo nelle orecchie il rumore di New York, mi trovavo nel cortile del famoso monastero della Grande Chartreuse.

Ma ecco, mi si avvicina con passi veloci e con un sorriso timido ma cordiale, una figura fragile in abito bianco. Era il Priore, (Dom Ferdinando Vidal) un uomo sui 50 anni, dal viso arrossato e gli occhi di un blu molto scuro. Mi ha dato un benvenuto con semplicità e dignità, e ha ascoltato, educatamente, la spiegazione dei motivi della mia visita. Poi mi ha portato a un eremo vacante e ha detto che l’archivista mi avrebbe accompagnato in una visita generale. Poi si è allontanato.

L’eremo era in pietra ed al piano terra aveva una piccola officina con gli strumenti, una panca di un falegname e un deposito di legname; al piano superiore vi era un semplice oratorio e una cella. In questa, quello che ho visto è stato un semplice tavolo di quercia, un piccolo forno di ferro, una libreria, un inginocchiatoio modesto ed il letto – un grossolano materasso di paglia su un supporto in legno.

Un campanello ha suonato dolcemente, facendo eco tra le vette bagnate dal sole. In alto, il cielo era di un azzurro accecante. Preso dalla sensazione di solitudine che mi circondava, mi sono seduto. Era lì, in quella prigione volontaria, un uomo aveva deciso di trascorrere tutta la vita. Era lì che lavorava, pregava, studiava, coltivava il suo piccolo giardino e si consegnava a quella contemplazione intensa che è la fine e lo scopo del monaco certosino.

In questo punto ho sentito una leggera bussata alla porta. Era Dom Arthaud, l’archivista, un uomo anziano però virile, faccia larga ed amichevole, gli occhi marroni intelligenti brillanti dietro gli occhiali, alla mia sorpresa.

– Al vostro servizio, signore. Cosa volete sapere? – Mi ha chiesto dopo avermi salutato.

– Tutto. Dimmi prima di tutto: qui si conserva il silenzio assoluto?

– Esattamente. Tranne, naturalmente – ha aggiunto, facendo un inchino delicato – quando abbiamo l’onore di ricevere qualcuno come il signore.

– Quando comincia il giorno per i fratelli?

– Alle 05:45 ci alziamo con il campanello e ci occupiamo di preghiere fino alle 07:15.

– E poi fate il primo pasto?

– No. Il nostro primo pasto ed unico pasto completo è fatto a mezzogiorno.

– Solo a mezzogiorno! – Esclamai. – Cos’è?

– In generale, si compone di verdure del nostro orto.

– A volte mangiate carne?

– Mai. (Il mio stupore sembrava divertirlo.) E una volta alla settimana, così come molti giorni speciali, il nostro unico sostentamento è il pane secco e l’acqua.

– I miei occhi caddero spaventati.

– Vi sdraiate presto? – Ho chiesto.

– Sì. Alle 6 di sera.

– Almeno, avete un buon riposo durante la notte.

– Solo fino alle ore 22:00 – ha detto il monaco con un dolce sorriso. – Allora suona la campanella, ci alziamo per l’ufficio della notte, e poi, accendendo le nostre lanterne, andiamo per le preghiere in comune in chiesa.

– Ma allora quando vi sdraiate?

– Verso le 3 del mattino.

– E tornate e vi alzate alle 5:45!

– Sicuramente…E ti assicuro che il riposo è più che sufficiente. – Il monaco mi ha stretto il braccio, come nel tentativo di annullarmi qualsiasi espressione di pietà. – Vieni con me. Facciamo il nostro giro per il monastero.

Mentre lui mi guidava dalla bella chiesa, con sedili magnifici e cori scolpiti, l’archivista mi ha informato che la sua fondazione era dovuta a tale San Bruno, il quale con sei compagni nel 1084… Ma ciò che mi interessava era il lato umano più dello storico. Mentre camminavamo attraverso un corridoio di lastre, umido anche in quel giorno d’estate con il freddo dell’antichità, ho chiesto:

– Non sentite freddo qui in inverno?

– Oh, no. – Lui ha bussato familiarmente la pietra nuda, come se toccasse la spalla di un vecchio amico – I muri sono spessi. E noi abbiamo i nostri piccoli riscaldatori.

– Ma sembra che non riscaldano gran cosa…

– Forse no. – Il luccichio dei suoi occhi si è accentuato. – Ma tagliare il legno ci riscalda!

Ho pensato nei lunghi mesi di neve, nelle processioni della notte nel buio gelido, il servizio religioso a mezzanotte in quella chiesa imponente e buia, e non ho potuto reprimere un brivido. Al girare un angolo, abbiamo visto un giovane laico spingendo un carretto pieno di fette di pane, fermandosi a lasciare una fetta nella piccola finestra di ogni eremo.

Dom Arthaud ha spiegato che quel ‘bravo cameriere’ era appena tornato dal servizio militare, e si è distinto nella campagna di Indocina.

– Ognuno prende da solo il suo pasto?

– Sì…Sempre in solitudine.

– E questo è il tuo cibo di oggi?

L’archivista annuì. Con bella semplicità ha raddoppiato i potenti bicipiti e mi disse:

– Il pane è buono. Quando io lavoro, lascio un pezzo sulla mia panchina di falegname…mangio e lavoro…lavoro e mangio… Nessuno pensa al cibo quando è troppo occupato.

– Occupato?

– Sii sicuro, mio amico, non c’è tempo sufficiente per potrr fare tutto quello che vorremmo. Le panche intagliate a mano, che il signore ha molto ammirato in chiesa sono tutte opere dei nostri monaci. Lo stesso vale per questi pannelli. – e ha mostrato delle belle opere di legno realizzate nel corridoio del vestibolo interno. – Anche i mobili del nostro monastero, gli armadi, l’abbigliamento e tante altre cose…Come vedi, anche in senso materiale non siamo del tutto inattivi.

Proseguiamo per il chiostro. L’archivista ha mostrato un eremo vicino e ha spiegato:

– Lì vive un americano…Qui abbiamo due americani. Ed un sacerdote messicano. Un altro d’Austria. Anche uno dal Giappone abbiamo qui.

– Allora viene gente da tutto il mondo?

– Sì, mio amico. Ma tutti noi abbiamo un destino comune.

Con un gesto espressivo mi ha condotto lungo un arco gotico in un cortile erboso coperto dal sole e fiori di campo. Lì, in file ordinate, si vedeva una serie di semplici croci di legno nero, senza nomi o descrizione.

Sono rimasto in silenzio per un po’.

– Sono molto vicini tra loro… quelle croci – io dissi alla fine.

– Noi non occupiamo molto spazio. Ecco perché non abbiamo bisogno di bare. Come durante la vita, abbiamo bisogno solo di un pezzo di legno da sdraiare sopra.

Tornato all’eremo e di nuovo da solo, ho cercato di mettere in ordine le mie idee. Il modo di vita in quella prigione volontaria era molto più grave di quanto avevo immaginato. Tuttavia, invece di particolare tristezza per la penitenza, invece di malinconia dell’ascetismo che io aspettavo, cosa sembrava immersa nella sostanza stessa di quelle vecchie pietre grigie era una gioia spensierata.

La campana ha suonato di nuovo. Il sole si era nascosto dietro le cime della montagna. E con il passare silenzioso delle ore, quella strana esistenza che, vista dall’esterno, sembrava irreale e contraria al buon senso, ha preso un’aria tranquilla di sanità, mentre il mondo ostile ed assurdo dal basso si mostrava perso nelle avversità e nella confusione.

Là, in ogni continente, gli uomini disputavano follemente il profitto, e durante il tempo libero solo si preoccupavano con divertimenti che soddisfacessero il loro sensi. La TV lampeggiava, la radio chiacchierava, gli aerei russavano dividendo le nuvole più veloce del suono, le grandi navi veloci attraversavano i sette mari trasportando carico umano qua e là, in cerca di ricchezza o di piacere. Allo stesso tempo, però, turbata e perplessa, vittima di profonda inquietudine, l’umanità non conosceva la vera soddisfazione. In ogni paese, che cresce sempre di più, che vince malignità ogni giorno, si accumulavano gli equipaggiamenti fatti dall’uomo per la distruzione del suo simile.

La scienza era adesso la signora, la povera umanità la schiava, e l’uomo, dimenticato della semplicità dei loro antenati, impantanato in un fango di interessi individuali e falsi ideali, si affaticava e sudava per ruotare il mulino senza fine della propria disintegrazione. Questa, sotto la sua debole patina di civiltà, era il triste poema epico della terra, un mondo di tragiche follie girando nello spazio, con solo pochi da sollevare lo spirito, il cuore e la voce al Creatore.

Non saranno, quindi, più saggi quelli che hanno deciso di trascorrere i loro giorni in questo ritiro monastico, lontano dal suono e dalla furia della terra, vicino al cielo, in modo che possano fissare, definitivamente, la vista nelle verità eterne e offrire forse, con le loro umili preghiere, una riparazione per la colpa degli altri?

Pochi, senza dubbio, sono in grado di un tale ritiro. La convinzione di questo fatto si è radicato in me col passare dei giorni ed io ho conosciuto privazioni insolite, Il tormento di notti insonni e della alimentazione spartana, l’angoscia della nuova solitudine.

Ma dall’esperienza ha germogliato una verità abbagliante. Nell’isolamento supremo della Grande Chartreuse, anche se irraggiungibile per la maggior parte di noi, si trova un avvertimento salutare – la necessità essenziale che ogni uomo ha di separarsi dagli altri di tanto in tanto e di fare un pellegrinaggio al suo cuore. Raccolti nel vortice della vita moderna, impigliati nelle proprie complicazioni, abbiamo acquisito la paura di essere da soli e preferiamo cercare qualsiasi distrazione che stare nella compagnia imbarazzante dei nostri pensieri.

Il mio soggiorno là doveva, per forza, finire. Quando ho detto addio ai buoni monaci e sono sceso nella pianura sottostante, ho sentito una strana tristezza nel cuore. Ma mi sono reso conto, chiaramente, che la mia salita al convento non era stata vana, e ho imparato la lezione della Grande Chartreuse. Il suo messaggio era chiaramente questo: che a volte dobbiamo prendere un po’ di tempo dalle molteplice preoccupazioni del nostro lavoro e delle nostre distrazioni per riaggiustare il nostro senso di valori, a relegare al suo posto i nostri desideri materiali. Sopprimendo della nostra bocca la scusa inevitabile, “Io vorrei se potessi, ma non ho un momento”, dobbiamo procurarci il tempo – cinque, dieci, venti minuti alla fine del giorno, un’ora ogni domenica pomeriggio consacrata ad una passeggiata meditativa, un fine settimana trascorso interamente in raccoglimento. Quindi vedremo come sono di poco conto le cose che perseguiamo con tanto zelo; allora, forse, potremmo scoprire non solo la consapevolezza di noi stessi, ma – ciò che è più importante – l’esistenza della nostra coscienza stessa.

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