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La vita interiore di F. Pollien introduzione

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

Cari amici, a grande richiesta torno a proporvi da questo blog un libro che, come consuetudine, vi somministrerò centellinandolo, ed offrendovelo la domenica. Il testo scelto è stato scritto, nel 1894, dal grande maestro spirituale certosino Dom François Pollien. Di questo autore, come sapete vi ho già proposto “Cristianesimo vissuto”, che potrete trovare nella sezione download.

Ma veniamo al testo che vi proporrò ora. Esso è contraddistinto da un linguaggio forte, semplice ma profondo che sa arrivare al cuore di chi lo legge, come abbiamo imparato ad apprezzare nell’opera che vi ho già offerto. Dom Pollien sa essere lapidario in certe sue considerazioni, come quando amava affermare che :

 « Senza princìpi non si fa nulla né in matematica, né in chimica, né in religione ». ed osservava: « Si dice che mancano gli uomini; io non lo credo; sono i princìpi che mancano; perciò non si formano più cristiani  » ancora  « ed i princìpi non si prestano a nessun accomodamento: sono o non sono. Quando si tratta invece di mezzi da adoperare, puoi e devi essere accomodante. La pratica deve adattarsi a tutte le situazioni, servirsi di tutto. Fermezza nei prin­cìpi, dolcezza nei mezzi». Il forte carattere di questo certosino si proietta nei suoi scritti, e tra questi “La vita interiore” un vero capolavoro che vi invito a leggere e meditare. Un altro contributo proveniente dalla fonte inesauribile della spiritualità certosina, da cui poter attingere per elevare verso alte vette il nostro spirito. Buona lettura a tutti voi.

INTRODUZIONE

LA VITA INTERIORE

  1. Conoscere la vita. – 2. Quella che non perisce. – 3. Attra­verso le prove. – 4. Che si rinnova ogni giorno. – 5. La dimora transitoria e quella permanente.
  1. Conoscere la vita. – Fra tanti problemi che agi­tano l’esistenza e si agitano attorno ad essa, ve n’è forse uno che si impone all’attenzione con un interesse così urgente quanto il problema della vita? Come lo dimo­stra la prima parola del titolo di quest’opera, è que­sto il problema che cerca di risolvere qui, da se stessa, l’anima desiderosa soprattutto di sapere ciò che è e ciò che deve essere. Essa vuole conoscere la vita; conosce­re: non in una speculazione di indagine filosofica, ciò che è la vita in generale; né in una preoccupazione di interesse pubblico, ciò che è la vita sociale, ma in una visione di sincerità pratica e personale, ciò che è la vita in sé, quella che l’anima deve vivere una sola volta.Per questo, nel segreto della meditazione, ella parla soprattutto con se stessa, sotto lo sguardo di Dio che si compiace di consultare. Ciò spiega la forma adottata e il fine che ci siamo proposti nel presente libro. Giacché bisogna vivere la propria vita, non è meglio imparare a viverla interamente e pienamente? L’anima non può sopportare di essere mediocre e di vivere solo in parte quello che dovrebbe vivere in pieno. Che? in ogni interesse, in ogni oggetto, l’uomo cerca sempre ciò che gli sembra migliore, il più perfetto; così pure ognuno, in un mercato, si sforza di procurarsi, per quanto può, la merce migliore; e per la propria vita dovrebbe rassegnarsi ad un non so che di insignificante? No, no; se vi è qualche cosa che ha valore è proprio la vita, per­ché, infine, tutto ha valore per essa.
  1. Quella che non perisce. – Che giova all’uomo gua­dagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima? Che darà in cambio della sua anima? (cf. Mc 8, 36-37). A che giova avere lo scrigno pieno se la coscienza è vuota?. L’anima vuole, dunque, riempire la sua coscienza, per­suasa che il problema vitale consiste, essenzialmente, in questa pienezza. Ecco perché il suo studio non riguarda la vita esteriore, che si esplica in tante illusioni, ma la vita interiore, senza la quale la vita umana è incom­pleta. Quando l’esteriore avrà consumate, in mille cir­cuiti di vanità, le energie vitali e riscontrerà d’aver vuo­tate le sue riserve e di non possedere niente, quale de­lusione! E? dunque, l’anima, fatta per vuotarsi o non piuttosto per riempirsi? Gli istinti della vita sono eter­ni; niente ripugna tanto quanto l’annientamento. Ora, la vita del corpo, se ha i suoi periodi di sviluppo, ha pure, fatalmente, le sue ore di declino e il suo momento di estinzione. Questo fatto terribile, contro il quale lot­tano invano i desideri e gli sforzi, dimostra che noi non possiamo trovare in questo il compimento delle nostre più intime aspirazioni.
  1. Attraverso le prove. – Abbiamo troppo bisogno d’immortalità, perché la nostra sorte sia riposta in ciò che perisce. E poiché la vita esteriore termina inelutta­bilmente nel nulla, le aspirazioni che cantano in noi il ritornello d’eternità ci avvertono che dobbiamo avere in noi un germe di infinito. Ora, questo germe, nelle condizioni esterne, non trova nulla di stabile e di impe­rituro; perciò siamo costretti, per la forza stessa dei nostri più profondi istinti di vita, a ricercarne l’espan­sione all’interno. Qui non saremo ingannati. Ascoltate l’apostolo san Paolo: « Dio che disse: Rifúlga la luce dalle tenebre,. rifulse nei nostri cuori, per far risplen­dere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria vie­ne da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non di­sperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo » (2Cor 4, 6-10).
  1. Che si rinnova ogni giorno. – « Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signo­re Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà ac­canto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, per­ché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il no­stro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leg­gero peso della nostra tribolazione, ci procura una quan­tità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fis­siamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invi­sibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invi­sibili sono eterne » (2 Cor 4, 12-18).
  1. La dimora transitoria e quella permanente. – « Sap­piamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro sta­to, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo co­me sotto un peso, non volendo venire spogliati ma so­pravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E’ Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel cor­po sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cri­sto, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male » (2Cor 5, 1-10).

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