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Un omelia per il Santo Natale

Un omelia per il Santo Natale

copertina Palavras do silencio

In occasione della ricorrenza del Santo Natale, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino” e destinata alla propria comunità monastica, realizzata in occasione del giorno di Natale del 1995, ed estratta dal libro “Palavras do silencio”. Parole che accarezzeranno la nostra anima, in questo giorno di gioia per la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

PUER NATUS EST

“Tu che siedi sui cherubini, rifulgi, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”

(Sl 80, 2 e 4)

“In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra”

(Lc 2,1)

Oggi possiamo chiaramente vedere che il decreto dell’imperatore romano è stato una provvidenza divina. Maria e Giuseppe andarono a Betlemme, al momento in cui “si completavano i giorni del parto della Vergine Maria”. È stato così che Dio ha voluto apparire personalmente nella nostra storia umana. Lui che siede sui cherubini. Anche se questo sia un evento marginale nel grande mistero dell’Incarnazione del Verbo Divino, non lascia di essere per noi un insegnamento molto profondo. Il più grande evento della storia della umanità si realizza durante un viaggio ed una estrema semplicità, nella povertà e nel silenzio di una grotta per gli animali. “Non c’era posto per loro all’albergo”. Aveva tanti altri modi Dio per far nascere suo Figlio…È necessario approfittare di questo insegnamento. Quante volte ci accade non diamo agli eventi provvidenziali il suo valore, la sua importanza, mentre trasmettono a noi una volontà di Dio sempre piena d’amore. E quante volte anche noi vogliamo apparire ed anche sembrare qualcosa che non siamo e manifestare la nostra singolarità.

Gesù nasce povero e sconosciuto, e ci insegna la felicità che ci porta l’abbandono filiale alla divina provvidenza. Dobbiamo imparare a contemplare ciò che Dio fa per noi, anche se non siamo in grado di capire tutto. Dio ha il suo piano d’amore e di tenerezza. Una mangiatoia è un insegnamento di grande valore. Dobbiamo imparare ad ammirare ciò che Dio fa. È sempre bello, anche se non abbiamo l’accesso alla piena comprensione.

Non è nel subbuglio della città né dell’albergo che Gesù nascerà. Se ricerchiamo il luogo scelto da Dio per apparire, troveremo una stalla, un nascondiglio scavato nella roccia. Gesù nascerà nel silenzio, nella solitudine, nell’intimità della sua madre e del suo padre adottivo. Raccoglimento totale ed accoglienza totale nell’intimità dell’amore verginale di Maria e Giuseppe e, allo stesso tempo, nella totale indifferenza. Ecco come il Figlio dell’Altissimo appare sulla terra per salvare coloro che tante volte vogliono apparire e sembrare anche qualcosa che non sono. Che lezione a tutti noi!

“La gloria del Signore avvolse dei pastori di luce” (Lc 2,9).

“Oggi vi è nato un Salvatore” (Lc 2,11).

Dio ha cercato gente semplice, povera, lavoratori, di notte, per rivelare al mondo intero l’evento che avvia la proclamazione evangelica. La gioia dell’incarnazione redentrice arriva in primo posto a quei pochi cuori semplici e umili. Questo anche può alimentare la nostra meditazione. A noi, anche Gesù si rivela nel mezzo delle cose normali di ogni giorno. Abbiamo bisogno delle stesse disposizioni di semplicità ed apertura di cuore, per poter capire quello che Dio vuole dirci. Spesso il Signore nella sua bontà ci invia segni che, visti dagli occhi umani, non significano niente.

I pastori devono scoprire un segno di una straordinaria semplicità: trovare il bambino avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia. Nessuna manifestazione eclatante. Un fatto così banale è il segno della nostra salvezza. È nato il Salvatore. Un neonato, avvolto in fasce, non è un grande segno. L’umiltà divina! Niente di più semplice e naturale. Ma loro, i pastori, sono chiamati alla scoperta del divino nell’umano semplice e umile. Ed anche noi. Il nostro sguardo di fede deve andare al di là di quello che gli occhi vedono: scoprire ed ammirare la tenerezza divina. Spesso il nostro giudizio vacilla e si trova sulla superficie delle cose, soprattutto avverse. Un velo pesante ed opaco ci impedisce la scoperta della “ampiezza della carità” (Statuti 35,1). Abbiamo bisogno di un giudizio finemente sintonizzato e di un cuore aperto (apertura seguita nella fedeltà alla preghiera), per scoprire la vera misura e la proporzione delle cose banali della nostra vita. Molte volte loro sono una Parola di Dio e noi La ignoriamo. L’azione di Dio nel mondo e le opere della divina Provvidenza, sfuggono dal cuore che neglige il raccoglimento interiore.

Se ci fermiamo davanti alla grotta di Betlemme, capiremo la bellezza di ciò che Dio fa e come lo fa – come Lui si rivela. Ed il piccolo sforzo che dobbiamo fare per avere un cuore aperto a ciò che Dio fa con tanto amore ci porterà la calma e la serenità di chi si riconosce amato da Dio. Anche se si tratta di collaborare nel desiderio supremo di Dio che Egli vuole realizzare nel nostro cuore: la nostra unione intima con Gesù nell’amore. Per quanto umile e nascosta che sia l’esistenza del monaco, l’amore e la pace, l’abbandono filiale che regna nel suo cuore è un bene all’umanità. Si trata di una partecipazione silenziosa, ma feconda, nella proclamazione angelica: “Oggi vi è nato un Salvatore”. Si tratta di un messaggio traboccante di gioia. Leggiamo in San Luca: “I pastori dicevano a tutti quello che videro e udirono. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano” (Lc 2, 18). È di questa gioia, di questa proclamazione che ogni uomo cammina essenzialmente bisognoso, anche quando intende essere pienamente soddisfatto.

Carissimi fratelli: il nostro raccoglimento, il nostro silenzio, la nostra lode proclamano che è nato per noi oggi un Salvatore. La nostra carità fraterna, il nostro silenzio, la nostra preghiera, la nostra fedeltà alla tradizione monastica e, poi, alla nostra vocazione, tutto questo proclama silenziosamente che Dio esiste, Dio ci ama, Dio ci salva. È nato per noi il Salvatore. La nostra vita monastica è proclamazione.

Il mistero del Santo Natale che i pastori proclamano e si rallegra “tutti quelli che udirono” (Lc 2,18), ci impone – anche a noi – un debito ed un obbligo con gli altri uomini e donne del nostro tempo. Noi che abbiamo visto la luce di Cristo ed abbiamo ricevuto il Salvatore, siamo obbligati, per la grandezza della grazia data a noi, non solo a ringraziare e lodare Dio come fecero i pastori di Betlemme, ma come loro, a far conoscere la buona notizia dell’amore di Dio che ci salva. Questo faremo, non proclamando la sua venuta con le parole – non è la nostra vocazione nella Chiesa – ma rivelando nelle nostre vite. Il Verbo divino nasce in noi ogni giorno nella nostra umile fedeltà, come nella grotta di Betlemme, e dobbiamo manifestarlo attraverso la nostra testimonianza nella lode, nel silenzio e nelle umili opere della nostra reciproca carità fraterna. Non abbiamo il diritto di dubitare che una vita come la nostra sia una testimonianza eloquente che è nato per noi un Salvatore. Si tratta di una proclamazione che non ci appartiene: appartiene alla grande proclamazione della Chiesa; appartiene alla Luce che è la Chiesa – Lumem Gentium – luce del Mondo; appartiene alla manifestazione divina. È un’epifania! È di questa manifestazione che ogni uomo e donna camminano bisognosi senza saperlo. La risposta alla loro angoscia è nel nostro cuore, nella nostra vita silenziosa.

Carissimi fratelli, mentre ci avviciniamo oggi dal bambino Gesù, l’apparizione della bontà del Padre, quando contempliamo il presepe eloquente di povertà e silenzio, quando meditiamo questo grande mistero dell’incarnazione di Dio in mezzo a noi, rinnoviamo la nostra lode e ringraziamento a Dio per tanto amore, rinnoviamo il nostro desiderio di lasciarci salvare e amare da Dio e, in terzo luogo, rinnoviamo il nostro desiderio e l’impegno di essere fedeli alla nostra proclamazione silenziosa dell’amore divino attraverso la nostra umile fedeltà alla vocazione, sempre più consapevoli che il mondo attuale in cui viviamo e con cui siamo solidali, ha bisogno urgente e terribilmente di questo annuncio gioioso che non ci appartiene: “È nato per noi oggi un Salvatore”. Senza minimamente sottovalutare la proclamazione verbale della Chiesa, facciamo fedelmente la nostra parte silenziosa, come la nostra vocazione, nella gioia. E che tutta la nostra umile vita monastica proclami alla nostra società vuota e angosciata: “È nato per noi oggi un Salvatore.”

Alleluia!

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