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La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

LE SODDISFAZIONI CREATE

  1. Varietà dei piaceri creati. – 61. La goccia d’olio. – 62. Prima e dopo il peccato. – 63. Piacere unicamente strumentale.
  1. Varietà dei piaceri creati. – È un fatto indiscusso: di questa felicità, che io gusto nel mio accrescimento per Dio, le creature non sono che il canale, non essendo esse la sorgente. Questa è in Dio, unico principio della mia felicità (n. 44). Ma le creature hanno in se stesse e comunicano anche a me gioie di un ordine e di una portata affatto diversa; sono le soddisfazioni create. Per maggior chiarezza riserverò la parola « soddisfazione » ai piaceri contenuti nel creato, a tutto ciò che mi viene da esso, e che io provo allorché uso i miei strumenti vitali.

Vi sono infatti per me, nelle creature, piaceri infinitamente vari, posti in esse dal loro autore: piaceri materiali della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto, le bellezze della natura e dell’arte, i fascini della musica, i profumi dei fiori, i sapori degli alimenti, ecc.; piaceri morali della famiglia, dell’amicizia, della stima, della virtù praticata, ecc.; piaceri intellettuali della letteratura e della scienza, della scoperta o della contemplazione della verità; piaceri soprannaturali, infine, nella preghiera, nelle pratiche religiose e nei divini influssi della grazia. Quanti piaceri! Come sono vari ed estesi! Che cosa sono essi nell’idea di Dio che li ha creati e qual è il loro compito?

 

  1. La goccia d’olio. – Per sapere che cosa sono questi piccoli piaceri non ho che da vedere dove si trovano. Dove sono? Nelle creature. Che cos’è la creatura? Strumento, nient’altro che strumento. Per conseguenza, il piacere che sta in essa non è da più di essa. È dunque un piacere strumentale, una qualità data da Dio agli strumenti posti a mio uso. Perché questa qualità? Per facilitare l’uso degli strumenti.

Un utensile tagliente non può tagliare sempre: si smussa; e quando ha perso la finezza della sua lama bisogna ridargliela passandolo sulla pietra. La macchina che gira rapidamente si scalderebbe e si deteriorerebbe presto, senza la goccia d’acqua o d’olio, che mantenga la dolcezza negli attriti e una temperatura costante. Così le mie facoltà si logorano presto, si spossano; ci vuole anche per esse la goccia d’olio che addolcisca, la goccia d’acqua che rinfreschi, il colpo di cote che affili. Hanno bisogno di slancio e di vigore, di ardore e di forza, di agilità e di brio. È necessaria, dunque, secondo l’estensione e la necessità delle azioni imposte loro dal dovere, questa gioia del Signore che è la loro forza (cf. Ne 8, 10). Quando le ruote dell’anima sono unte, le mie labbra cantano con una facilità meravigliosa le lodi del mio Dio (cf. Sal 62, 6). Ecco dunque l’ufficio di quest’olio di letizia, che Dio ha posto nelle creature a servizio delle anime che vogliono amare la giustizia e odiare l’iniquità (cf. Sal 44, 8).

 

  1. Prima e dopo il peccato. – Ecco che cos’è il piacere nel pensiero di Dio ed ecco il suo ufficio e il motivo per cui la bontà infinitamente previdente l’ha posto in tutti gli strumenti. Nel primo piano divino ogni creatura era strumento e nessuna era un ostacolo. Ognuna portava la sua goccia d’olio, ossia la sua gioia che ne facilitava l’uso a favore di Dio. Purtroppo, il peccato ha sconvolto questo bell’ordine, e perciò si trovano ostacoli ad ogni passo e dolori in ogni incontro. Dio non aveva creato né gli ostacoli né i dolori; essi sono la conseguenza del peccato. Gesù Cristo, riparando l’ordine sconvolto, non tolse né l’ostacolo né il dolore, ma diede ad entrambi un’utilità di cui tratterò in seguito (nn. 396-397).

Malgrado il peccato, restano ancora molti piaceri. L’olio della letizia non manca affatto alle mie facoltà. Ovunque incontro un dovere da compiere trovo degli strumenti adatti, e in essi spesso anche il piacere che me ne facilita l’uso. Perché il piacere della famiglia? Per facilitare ai genitori ed ai figli l’importante dovere dell’educazione. Perché il piacere dell’amicizia? Per dare a due anime unite dai suoi legami lo slancio verso il bene. Perché il piacere del cibo? Esso risponde al dovere fondamentale della conservazione dell’individuo. Perché il piacere della preghiera, dei sacramenti, dell’orazione e di tutti i favori spirituali? Perché risponde al grande e santissimo dovere delle relazioni divine che esso facilita. Così il piacere corrisponde sempre ad un dovere per facilitarne l’adempimento. Il piacere sarà più intenso quanto più importante sarà il dovere.

 

  1. Piacere unicamente strumentale. – Questo piacere è dunque veramente una soddisfazione, poiché risponde a un bisogno delle mie facoltà e lo appaga. Ma esso non è che una soddisfazione strumentale di cui debbo servirmi, e non una soddisfazione finale, in cui posso riposarmi; è un mezzo e non un fine. Quando dico che sono fatto per la felicità e che essa è il fine secondario della mia esistenza, non intendo parlare di quella felicità che mi viene dalle creature. Non vi è per me nessuna ragione di fine in esse. Il mio fine è in Dio; la mia felicità finale è in lui. Le creature non sono che mezzi.

Sbagliare circa il piacere creato e vivere per goderne è sconvolgere mostruosamente il piano divino. Ohimè, quanto è frequente ciò! È su questo punto infatti che sbaglio ogni qualvolta esco dall’ordine. Vedrò in seguito (n. 113ss) come in ciò consista l’unico disordine. Io cerco di riposarmi nella gioia anziché farla servire al dovere. Per allontanarmi da Dio adopero ciò che dovrebbe rendermi più facile il glorificarlo.

Certamente, il piacere è buono quando lo uso con ordine. Se invece ne abuso, diventa il peggiore di tutti i mali e la sorgente di tutte le mie aberrazioni. Felice l’uomo che sa usarne! infelice colui che ne abusa! Possa io imparare a non mai pervertire le idee di Dio! Nessun piacere è cattivo in se stesso; soltanto l’abuso può renderlo tale… Ogni piacere che serve a facilitare il dovere è sano, fortificante, elevante. Quando invece si oppone ad esso, diventa pernicioso, deleterio, umiliante. Da un lato, quanto bruti fa esso! ma dall’altro quali virtù nutre! Tocca a me decidere sul modo di usarne; bisogna però far ciò con moderazione, poiché, a causa del peccato originale, le soddisfazioni più legittime, soprattutto quelle dei sensi, sono un pericolo. Non solo esse rischiano di passare al primo piano nell’intenzione, ma è difficile all’uomo che gusta tali cose provare attrattive soltanto per le gioie permesse. Se egli obbedisce all’inclinazione della sua natura decaduta, amerà presto anche le altre. Per restare padroni delle proprie tendenze, bisogna tenerle a freno; da ciò, pur indipendentemente dai motivi di fede, la necessità della mortificazione per condurre una vita veramente cristiana (n. 398 ss). Questa necessità sarà ben più grande se si vuol tendere alla santità e sforzarsi di amare Dio con tutto il cuore, sbarazzandosi da ogni adesione alle soddisfazioni create.

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