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La vita interiore di F. Pollien Parte II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO SECONDO

L’ORDINAMENTO

  1. – Avendo enunciato gli elementi e i primi principi della mia costruzione vitale, debbo ora tracciare le linee principali di ordinamento. La vita non si organizza che nell’unità. Essere – dice sant’Agostino – è essere uno; non si è se non in quanto si raggiunge l’unità. La vita è composta di svariati elementi, ma collegati e concatenati nell’attività e per mezzo dell’attività interna e unica di un principio animatore.

La mia vita si deve affermare e deve progredire mediante una successione di atti e l’acquisto di molte abitudini. Caratterizzare la natura, il valore, la necessità, il posto stesso di questi svariati elementi, nell’economia del mio edificio vitale, è certamente opera di grande importanza. Pertanto, il fine fondamentale a cui miro (n. 10), non è di fermarmi alla molteplicità frammentaria, ma di studiare l’unità vivente. Più che l’analisi delle parti, io vorrei contemplare la sintesi di questo tutto, in cui devono concentrarsi, in risultante universale e compimento unico, le azioni e le disposizioni parziali. Io cerco il segreto dell’unità nella vita e della vita nell’unità.

Come si costruisce e in che cosa consiste l’unità totale e vivente del mio essere? Come avviene e in che consiste la disgregazione di questa unità e di questa vita? Due questioni che saranno trattate in questo secondo libro.

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“Là dove soffia lo spirito”

“Là dove soffia lo spirito”

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Voglio proporvi oggi un nuovo reportage sulla Grande Chartreuse, con un eccellente contributo video effettuato di recente, domenica 10 gennaio scorso, dalla tv francese France3 intitolato: “La’ dove soffia lo spirito”. Per la precisione il documentario va alla ricerca di quei luoghi montani isolati, siti ideali per la quiete spirituale e la preghiera nel silenzio. Il giornalista protagonista di questo video, visiterà il santuario della Madonna della Salette, la Grande Chartreuse e poi  il Karma Ling tempio buddista in Savoia, già certosa di Saint Hugon à Arvillard, Io in questo post mi soffermerò sullo spazio dedicato alla certosa, fornendovi il testo tradotto dell’intervista. Potrete vedere il filmato completo, davvero interessante, che dal minuto 11′ al minuto 19′ riguarderà la casa madre dei certosini. Circa otto minuti, nei quali il giornalista Laurent Guillaume ci porta in una passeggiata intima ascoltando il silenzio, per riuscire a capire coloro che dedicano le loro vite alla meditazione, contemplazione e preghiera.

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In questo percorso viene accompagnato da Nicolas Diederichs  direttore del museo della Grande Chartreuse ed intercessore con la comunità monastica. Mentre i due passeggiano, nello splendido paesaggio innevato, si svolge l’intervista, ed in contemporanea scorrono immagini dei certosini all’interno della clausura tra il lavoro in cella, l’andare in chiesa, la preghiera, il pranzo in cella, la lettura e lo spaziamento. Immagini inedite e suggestive, come l’ascolto del silenzio assoluto dei due protagonisti del filmato fuori la Chappelle di San Bruno, veramente emozionante.

Vi allego la traduzione del testo dal francese all’italiano.

Buona visione!

Qui dove soffia lo Spirito – La Grande Chartreuse

Laurent Guillaume, narra: È stata anche la contemplazione che ha portato i monaci a vivere reclusi sulle mura della Grande Chartreuse in Isère. Ed i monaci certosini sono presenti qui da quasi 1.000 anni. È stato il maestro Bruno, guidato dal vescovo di Grenoble, che per primo si è stato installato nel 1084, con una comunità di sei monaci. Il luogo è stato scelto per la sua posizione in fondo a una breve valle, bloccato al nord da una montagna ed al sud da una valle. A quel tempo, questo luogo era totalmente disabitato. È stato colonizzato da questi uomini che hanno fatto un voto di silenzio, al fine di consacrare il loro tempo alla preghiera.

Laurent Guillaume: C’è qualche cosa sorprendente che emerge da questo luogo, sono le montagne, naturalmente, è la dimensione delle costruzioni.” Nicolas Diederichs: “Ed anche, credo che sia veramente questo silenzio”.

Laurent Guillaume, narra: Vicino al monastero incontro Nicolas, che conosce bene la Grande Chartreuse e suoi residenti.

[Loro parlano della costruzione, puntano verso all’alto dove si trova il culmine della Chartreuse. E d’altra parte, sotto, la porta a 1100 m di altitudine. Nicolas commenta come il paesaggio è magnifico, una tela.]

[Poi tornano a parlare del silenzio, che è descritto come commovente e magico. Nicolas usa il termine “il silenzio che si sente.” Dice che il silenzio, soprattutto in questa stagione invernale, è sentito quando si arriva a questo luogo. Secondo lui, il silenzio non è fatto per questa terra, è come uno strumento che permette la concentrazione, la meditazione, e consente ai monaci vivere la loro vita di spiritualità.]

 Laurent Guillaume: “–Cosa c’è in comune tra tutte le Certose del mondo?”

[Nicolas dice che l’organizzazione, l’aspetto architettonico è il denominatore comune. Il concetto di deserto attorno al monastero, un’area vuota di abitanti, piena di pace, che permette la contemplazione. Commenta che ci sono stati casi nella storia di certose urbane, a Parigi, Marsiglia, Milano, ma non hanno mai durato.]

Laurent Guillaume: “–Tu che hai la possibilità di conoscere bene questi monaci, cosa dicono quando parlano di questa montagna che hanno intorno a loro?”

[Nicolas dice che la montagna è lì davvero come una tela. Ed inoltre è un luogo che usano regolarmente una volta a settimana per una passeggiata (scena di monaci uscendo dal monastero) che chiamano “spaziamento”, che consente alla comunità di avere un tempo comunitario insieme. Ed i monaci camminano sempre in coppia, e ogni 15 o 20 minuti loro cambiano di coppia, che permette a tutti parlare con tutti.]

Laurent Guillaume, narra: La vita all’interno del monastero della Grande Chartreuse è immutevole fin dal Medioevo. Tutto è dedicato allo spirituale e all’esistenza fortemente ritualizzata intorno a due tipi di “posizioni” monastici, uno dei sacerdoti che si dedicano esclusivamente alla preghiera e alla contemplazione, e uno dei fratelli che condividono le faccende quotidiane della vita comunitaria. All’interno del monastero la circolazione è rara e avviene attraverso solo il chiostro centrale.

Nicolas: – Il chiostro è la collona vertebrale del monastero. È ciò che permette servire luoghi diversi, le diverse piccole case del monastero e permette ai monaci che vi abitano di andare a tutte le altre parti del monastero, al riparo dalla neve, pioggia, ecc. Quando i monaci escono dal loro eremi ed entrano nel chiostro, hanno l’abitudine di mettere sulla testa lo scapolare e muoversi lungo la parete più discretamente possibile. Rimangono penetrati per la preghiera, per la contemplazione, loro non sono distratti da ciò che succede a destra o a sinistra.

Nicolas: – Allora, qui ci siamo in un eremo, ricostituzione simile a quello che possiamo trovare all’interno del monastero. Questo ‘cubiculum’, come lo chiamiamo noi, è costituito da un letto per dormire, un oratorio per pregare, un ufficio per lo studio e, infine, un piccolo tavolo per prendere la prima colazione sempre di fronte alla finestra.

Laurent Guillaume, narra: – Una vita semplice, consacrata a Dio, diverso per i comuni mortali, ma che sembra condurre il sacerdote certosino ad una forma di pienezza e di intensa felicità spirituale, permettendo anche di preservare qualche momenti di relax dedicati al lavoro.

Laurent Guillaume, narra: – Prima della mia partenza dalla Grande Chartreuse, Nicolas mi chiede di accompagnarlo in un posto strano e meno conosciuto del monastero. Un posto ancora più isolato.

Nicolas: – Una piccola sorpresa qui. Torniamo a questo luogo primitivo della Grande Chartreuse. È stato qui che Bruno è venuto nel 1084 a costruire nel mezzo di questa foresta la sua prima piccola capanna di legno.

Laurent Guillaume, narra: La prima capanna è stata distrutta da una terribile valanga. Il monaco è stato salvato nella cappella dove celebrava.

[Infine parlano se l’espressione di ciò che vogliono i Certosini è più presente nella foresta e nella piccola capanna o nella immensa costruzione del monastero. Nicolas dice che se vogliamo capire davvero la spiritualità certosina, non si deve essere preso il monastero come esempio, perché è la casa-madre, ha un ruolo di “un’ambasciata”. Un monastero certosino è un posto piccolo, ‘cuore a cuore con Dio’. Comincia a nevicare e loro commentano come è magico il momento, il suono cambia.]

Laurent Guillaume, narra: – Questo mondo di quiete riserva a volte preziose sorprese, incontri rari. Grazie a Dom Benoit sono consapevole dell’interesse a camminare, solo per essere insieme, condividendo il silenzio.

Dom Joseph Martinet, un certosino in fuga

Dom Joseph Martinet, un certosino in fuga

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Dom Joseph Martinet celebra clandestinamente la messa (tela anonima musée des Chartreux, Marseille)

Nell’ articolo odierno,  torno a parlarvi di un personaggio che ha vissuto avventurose esperienza durante la tremenda persecuzione religiosa che ha fatto seguito alla Rivoluzione francese.  In precedenti articoli vi avevo già narrato storie drammatiche che coinvolsero monaci certosini cosiddetti refrattari alle nuove leggi anticlericali. Il personaggio che intendo farvi conoscere fu un monaco certosino di Marsiglia noto come Dom Joseph Martinet.

Allo stato civile Marie Gervais Thomas Martinet, nacque a a Auvillars (Tarn-et-Garonne) in  Francia, il 20 dicembre 1750 da suo padre Giuseppe Arnaud Martinet, signore di Artigadais, avvocato in Parlamento e da Elizabeth Beauquesne la quale morì prematuramente quando il figlio aveva solo cinque anni. Il giovane Martinet dopo aver dedicato la sua adolescenza agli studi, fu pervaso da una vocazione verso la vita religiosa di clausura, pertanto decise di entrare nella certosa di Villeneuve-lès-Avignon nel 1771. Dopo aver fatto la professione solenne presso questa certosa il 27 dicembre del  1771, e preso il nome Joseph, egli fu inviato alla certosa di Marsiglia dove svolse il compito di sacrista tra il 1787 ed il 1788. Purtroppo la sua vita monastica come quella di tutta la comunità certosina di Marsiglia venne turbata dalle leggi anticlericali, difatti a seguito di ciò la certosa chiuse ed i monaci furono dispersi. Dom Joseph, impavido, sfidò tale odiosa prescrizione, difatti abbandonata la sua cella il 14 luglio 1792, rimase nei paraggi della certosa in clandestinità continuando a svolgere la sua attività di sacerdote. Egli da prete refrattario, fu accolta da varie famiglie cattoliche che si prestarono a dargli accoglienza e rifugio. Tra agosto 1792 e luglio 1793 Dom Martinet, fu l’unico sacerdote ad esercitare il ministero in tutta Marsiglia, e da buon certosino viveva umilmente dedicando molte ore alla preghiera e tralasciando le ore di sonno per essere di ausilio ai fedeli. Ebbe vari nascondigli, sono riportati in cronache dell’epoca i suoi scampati arresti da parte dei poliziotti che braccavano i refrattari come lui, e che prodigiosamente non riuscirono mai ad arrestarlo. Amava predicare e coinvolgere fedeli alla recita del Rosario, tenuto furtivamente in luoghi nascosti. Durante tutto questo periodo rivoluzionario, dal 1793 al 1795,  nel quale Dom Martinet visse in clandestinità, redasse, in una sorta di agenda, i sacramenti che impartì: 276 battesimi e 36 matrimoni!

La fama di santità di questo certosino costretto alla fuga, crebbe allorquando morì in una casa di una famiglia di Marsiglia che gli offriva ospitalità, il 12 giugno del 1795 e fu seppellito segretamente in un giardino de la rue d’Aix. Successivamente passate le turbolenze rivoluzionarie, i suoi resti furono traslati il 23 febbraio del 1856 nella chiesa della certosa di Marsiglia, nel frattempo diventata Parrocchia di Santa Maria Maddalena. Oggi si può ammirare all’interno di questa chiesa, il monumento funerario, alto metri 2,50 eretto nel 1856 in memoria di Dom Joseph Martinet al di sopra del quale si scorge la maschera funebre del venerabile certosino. Sulla lapide marmoreo l’incisione in lettere d’oro recita:

“Memoria in benedictione è Cujus / Qui giace / Dom Joseph Martinet / Auvillars nato a Tarn-et-Garonne / 26 dic 1730 / Religioso dell’Ordine di San Bruno / professo della Chartreuse di Villeneuve-les-Avignon / poi inviato a Marsiglia / dove rimase fino al tempo della Rivoluzione / Apostolo di Marsiglia / durante i giorni peggiori di persecuzione / costantemente a rischio della sua vita / è esaurito nell’esercizio delle carità eroica / morì nella stessa città in odore di santità / 12 giugno 1795 / depositato nella ex chiesa certosina / attualmente parrocchia di S. Maria Maddalena / 23 febbraio 1856. “

Ho voluto rinverdire la memoria di questo straordinario personaggio, il quale nella città di Marsiglia è ricordato ancora oggi con grande amore e particolare devozione.

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                                     Monumento funebre con iscrizione

maschera funebre

                                                    maschera funebre

Stat Crux Dum volvitur Orbis posto sulla base

                                                          Stat Crux Dum Volvitur Orbis (posto sulla base)

La vita interiore di F. Pollien capitolo X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

ESPOSIZIONE DEL « PATER »

74. Grandezza di questa preghiera. – 75. Sia santificato il tuo nome. – 76. Venga il tuo regno. – 77. Sia fatta la tua volontà. – 78. Dacci oggi il nostro pane. – 79. Le tre ultime domande. – 80. Tutto è qui contenuto.

  1. Grandezza di questa preghiera. – L’ordine essenziale della creazione è mirabilmente sintetizzato nella preghiera, semplice e sublime, che è sul labbro di ogni cristiano e che sorpassa i più alti concetti della santità: Il Pater. La meditazione di esso basterebbe a far penetrare ogni cosa, anche le profondità di Dio (cf. 1Cor 2, 10).

Esso contiene tutto: i beni da desiderare, i mali da evitare; la gradazione, la corrispondenza, il coordinamento dei beni e dei mali; l’opposizione degli uni agli altri; il perché, il come e l’estensione del danno degli uni e della dignità degli altri. Esso rivela l’ordine essenziale del fine da raggiungere, della via da seguire e dei mezzi da usare per la vita, ossia racchiude in sé il segreto totale.

Sembra che nostro Signore, con la perfetta preghiera del Pater, abbia voluto darci la formula sostanziale della fede e della religione e insegnarci a rivolgerci, durante tutta la nostra vita, al nostro Padre celeste.

È veramente la parola abbreviata, che Dio ha mandato sulla terra, e nella quale il Divin Maestro ha deposto tutti i tesori di sapienza e di scienza nascosti in lui. Qual conforto se la carità, entrando nella mia anima, vi versasse tutte le ricchezze della pienezza dell’íntelligenza per conoscere questo mistero di Dio Padre e di Cristo Gesù (cf. Col 2, 2-3), e saper dire il tutto della mia vita nella mia preghiera!

Vorrei almeno meditarla un po’ con san Tommaso, il cui genio mi servirà di guida nella breve ma ammirabile spiegazione ch’egli ci ha dato.

 

  1. Sia santificato il tuo nome. – In questa prima domanda, l’insegnamento divino mi indica quale deve essere la preoccupazione principale, il desiderio essenziale, la ragione superiore della preghiera. Essa è la base, domina con la sua grandezza e contiene nella sua pienezza le altre domande, come nel decalogo il primo precetto domina e contiene quelli che seguono. Il nome del nostro Padre celeste sia santificato. Che vuol dire questo? Il nome di Dio è Dio stesso; Dio manifestato a noi, conosciuto e riconosciuto da noi nel suo nome, visto in lui e per lui; è la sua maestà rivelata alla nostra mente e al nostro cuore. La santificazione è l’onore dato al suo nome per mezzo di ciò che l’uomo può avere e fare di più elevato: la santità. Io domando allora, e mi auguro, che la santità dei miei atti e della mia vita, degli atti e della vita di tutti, procuri a Dio la gloria perfetta e che la terra gli canti lo stesso inno del cielo… Di qui hanno origine, qui si riducono le domande formulate negli articoli seguenti. L’onore divino è il bene assoluto, necessario, al quale la preghiera mira prima di tutto e per il quale tutto sacrifica.

 

  1. Venga il tuo regno. – Dopo la santificazione del nome, l’avvento del regno. Qual è il regno del nostro Padre celeste, se non l’organizzazione dei suoi figli sotto la sua paterna autorità, affinché siano loro assicurati i benefici, le prosperità, le ricchezze del regno? Il re infatti è, per il popolo suo, più di quanto il popolo sia per lui. Che cosa si domanda in questa seconda petizione? Che il suo regno venga. A chi? A noi. Perché? Perché possiamo godere, sotto il paterno governo, i benefici del regno. Io domando, dunque, per me e per tutti, la partecipazione ai beni di Dio (nn. 233, 234), la felicità filiale sulla terra come in cielo.

Questa domanda fa seguito a quella della santificazione del nome, perché la felicità dell’uomo segue la gloria di Dio; la segue immediatamente perché la felicità è unita, come fine, all’onore divino. Queste due domande sono dunque quelle del fine.

 

  1. Sia fatta la tua volontà. – Per la santificazione del nome di Dio e l’avvento del suo regno, bisogna seguire una via. Ma come posso seguirla, se non conosco ciò che mi conduce ad essa? Ora, la S. Scrittura, mi dice che le vie di Dio non sono altro che la divina volontà (cf. Sal 102, 7). È la volontà di Dio che mi traccia la via. Essa mi indica dove debbo passare, ciò che debbo fare, ricevere, evitare, respingere per santificare il no-me di Dio ed entrare nel suo regno. Alle due prime domande segue dunque naturalmente questa terza: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. E’ la do-manda della via.

 

  1. Dacci oggi il nostro pane. – Non basta conoscere la via, bisogna avere anche i mezzi per camminare in essa. Ho un bel conoscere la via; se in essa mi fermo per inedia, non potrò percorrerla. E’ necessario alla mia anima e al mio corpo il nutrimento, ossia ciò che serve a mantenere la vita e le forze. Per questo, domando il mio pane quotidiano, intendendo con ciò domandare quanto deve servirmi di mezzo per camminare sul sentiero della volontà di Dio fino al termine, che è la gloria divina e la mia felicità. L’ordine dunque esige che la domanda del pane quotidiano venga immediatamente dopo quella della volontà di Dio. È la domanda dei mezzi.

 

  1. Le tre ultime domande. – Dopo aver implorato in modo universale, per me e per tutti, i beni del fine, della via e dei mezzi, che cosa devo chiedere? L’allontanamento degli ostacoli. Ora, vi sono tre ostacoli opposti rispettivamente alle tre necessità vitali: il fine, la via, i mezzi. L’ostacolo primo, essenziale, radicale è il peccato, che distoglie dal fine. Perciò chiedo l’allontanamento da esso; è l’oggetto della quinta domanda: Perdonaci le nostre colpe, come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso.

Dopo il peccato viene la tentazione, pericoloso allettamento, la cui seduzione ci attira fuori delle vie della volontà divina. Io domando a Dio che mi preservi dal soccombere; è l’oggetto della sesta domanda: E non ci indurre nella tentazione.

Oltre al peccato e alla tentazione domando pure la liberazione dagli altri mali dell’anima e del corpo, che privano dei mezzi necessari o utili alla vita. Domando perciò di esserne liberato, nella misura in cui essi sarebbero causa di diminuzione della gloria di Dio e della mia felicità. È l’oggetto della settima domanda: Ma liberaci dal male.

Se poi considero che queste domande sono rivolte, non alla potenza del Signore, ma alla bontà del Padre; che non lo contemplano nel governo della sua provvidenza, bensì nel soggiorno della beatitudine alla quale ci ha destinati; che non sono fatte al singolare, ma per tutti i figli del Padre comune, io comprendo meglio la dolcezza, l’elevazione e l’estensione di una preghiera così incomparabile.

Tale è il Pater, formula perfetta della mia preghiera e dei miei doveri. Nostro Signore vi ha tracciato, a grandi tratti, i fondamenti della preghiera e della vita spirituale.

 

  1. Tutto è qui contenuto. – Che bel quadro fornirebbe il Pater per un trattato completo di vita cristiana! Tutto è qui: il bene da operare, il male da evitare. Tutto è qui per ordine di importanza e secondo la coordinazione del suo collegamento: l’ordine del bene da fare e del male da evitare. Tutto è qui, ciò che debbo e posso fare per me e per gli altri.

Se voglio vivere appieno la mia vita, esso mi indicherà che cosa è il bene, il mio bene, l’ordine, la dignità e la connessione dei beni, la via da seguire, i mezzi da usare. Mi indicherà che cosa è il male, perché, come, in quale misura è male, in quale ordine bisogna evitarlo. In esso ho dunque la forma del mio progresso ed ho pure la forma della mia dedizione.

Se desidero, infatti, conoscere il bene da fare attorno a me, il Pater mi dice: Da’ il pane di Dio, per facilitare la volontà di Dio, nella speranza del regno di Dio, per il nome santo di Dio. Se desidero conoscere il male da evitare al mio prossimo: Liberalo, dice il Pater, dai mali fisici, morali, intellettuali; aiutalo a vincere la tentazione e a risorgere dal peccato. Ecco la forma ascendente della dedizione. Qual programma di vita!… Se sapessi meditarlo!… Se sapessi praticarlo!…

Semplificazione della vita emotiva

Semplificazione della vita emotiva

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Ancora una meditazione elaborata da un certosino, che ci esplica con parole semplici la potenza dell’amore. Sorseggiamola ed assimiliamo lentamente, parole spontanee che sembrano ci accarezzino l’anima.

Le grandi cose sono semplici, e la vera vita, la vita di unione, è la più semplice di tutti. L’anima è imprigionata in un incantesimo divino, incapace di desiderare nulla di buono creato, immobilizzato nella gioia dell’amore divino. Una pace incomprensibile risultante da questa indifferenza e questo equilibrio in cui il cuore è cementata.

Per molto tempo ancora, mentre la trasformazione non viene attivata, l’anima unita al suo Dio, almeno in apparenza, fa errori rivelando lacune e dimostrando le proprie debolezze.  Ma quegli stessi “difetti” contribuiscono a percorrere la  strada verso il progresso d’amore, e portando nell’anima una vera umiltà, aiutando ad alimentare la fiamma che purifica e trasforma il cuore del contemplativo. Le sue debolezze, non lo stupiscono né lo fermano, così come  le sue virtù: Perché si arriva al crocevia tra due infiniti: l’infinità della sua miseria  e l’ infinita della  misericordia divina. “L’abisso chiama l’abisso” (Salmo 42,8). In fondo a questa doppia conoscenza l’anima è una fonte inesauribile di umiltà, di abbandono e di amore.

Un certosino

La misurazione del tempo nella certosa di san Martino

La misurazione del tempo nella certosa di san Martino

certosa

Lo scorso 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, nella certosa di san Martino a Napoli oggi sede dell’omonimo museo, si è svolta una interessante giornata di studio. Essa è stata dedicata ai rarissimi esemplari di orologi solari sei-settecenteschi presenti nel complesso monastico certosino. Come sapete cari amici, lo scorrere del tempo ed il relativo studio per la misurazione dello stesso, è stato da sempre un elemento essenziale dei padri certosini. Essi infatti dedicavano molto tempo alla scienza della gnomonica, al fine di realizzare strumenti che consentissero loro di misurare il tempo con la luce del sole. In passato vi ho proposto vari esempi di meridiane ed altri orologi solari in altre certose, oggi grazie a questo evento svoltosi di recente approfondirò il tema degli orologi presenti nella “mia” certosa. Essi per la precisione sono quattro:

  1. la meridiana settecentesca di Rocco Bovi (oggetto della prova)

  2. l’orologio a quadrante multiplo sul parapetto del terrazzino del Quarto del Priore

  3. l’orologio verticale del Chiostro Grande

  4. l’orologio meccanico ad ore italiche presente nel Chiostro Grande

L’incontro di studi ha avuto l’intento di realizzare un progetto volto a provvedere al ripristino della funzionalità dei summenzionati orologi. In presenza di un folto pubblico dopo l’esposizione in conferenza dei propositi, si è svolta alle ore 12 la dimostrazione dell’andamento della macula luminosa della meridiana realizzata da Rocco Bovi tra il 1771 ed il 1772, situata negli ambienti della biblioteca del Quarto del Priore. Allo scoccare del mezzogiorno con una precisione impressionante il sole attraverso il foro ha toccato l’apice della verga in bronzo, posta sul pavimento maiolicato su cui sono decorate alla perfezione le costellazioni, tra l’emozione del pubblico intervenuto che ha applaudito fragorosamente.

La meridiana in questione, trattasi di un esempio di meridiana a camera oscura, ovvero un particolare orologio solare che si usava costruire in ambienti chiusi, costituito da un foro su una delle pareti esterne, in direzione sud, e da una linea tracciata sul pavimento, in direzione nord-sud e possibilmente graduata. Questo orologio solare, realizzato per scopi astronomico, calendariali e liturgici, un tempo adornava la ricca e celeberrima biblioteca del Quarto del Priore, essa fa parte del, complesso costituito dagli ambienti destinati alla massima autorità della comunità certosina. La decorazione risale ai primi anni del Settecento, quando nella certosa furono ripresi i lavori per un adeguamento alle nuove tendenze del gusto di quel periodo. Nelle due piccole volte Crescenzo Gamba, affrescò San Martino in gloria e San Bruno che riceve la regola dell’ordine dalla Vergine col Bambino. Di grande pregio artistico è il pavimento, realizzato da Leonardo Chiaiese nel 1771, sulle cui riggiole in cotto maiolicato è illustrata una complessa simbologia con la rappresentazione delle costellazioni, attraversata dal tracciato della verga in bronzo della lunga meridiana solare di Rocco Bovi che funzionava grazie al raggio di sole che filtrava dal forellino posto in alto.

Durante la giornata studi è stato mostrato il ripristino estemporaneo del prezioso orologio marmoreo a quadrante multiplo, situato sul parapetto di in terrazzino del Quarto delPriore, del quale si prevede un successivo intervento di conservazione ed il progetto del restauro dell’orologio verticale del Chiostro Grande con il ridisegno del reticulum temporis..

Sempre nel Chiostro Grande, sulla facciata del campanile vi è un altro orologio, con quadrante alla romana. Le ore “italiche” erano una misurazione bizzarra del tempo, che fu in uso dalla metà del XIV° secolo e perdurò fino al periodo napoleonico quando venne introdotta l’attuale misurazione. L’orologio disponeva di una sola lancetta che si muoveva su di un quadrante che indicava sei ore Esso segnava le cosiddette ore “italiche”, secondo un antico sistema di misurazione del tempo che partiva, anziché dalla mezzanotte come ora, dal momento del tramonto. Il sistema meccanico interno faceva girare una sola lancetta, la quale percorreva quattro giri completi del quadrante nell’arco di ogni giornata. ( http://cartusialover.altervista.org/Curiosando.htm ) Speriamo che al più presto si realizzi la rifunzionalizzazione degli orologi presenti nella certosa napoletana di san Martino, affinchè possano ritornare a funzionare con la medesima precisione dell’epoca in cui vennero concepiti con certosina meticolosità dai monaci.

Mpannelli esplicativi del progetto

Pannelli esplicativi del progetto

M foro eluce

Prova del raggio solare in camera oscura

mezzogiorno

Macula solare

2016-01-09

Costellazioni nel pavimento maiolicato

orologio a quadrante multiplo

Il video che vi offro è stato realizzato qualche anno fa in occasione di un’altro progetto realizzativo, che spero possa portarvi a conoscere meglio visivamente quello che vi ho descritto in questo articolo.

 

 

 

 

La vita interiore di F. Pollien capitolo IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

L’ORDINE ESSENZIALE DELLA CREAZIONE

70 Riassunto. – 71. Quaerite primum regnum Dei. – 72. La mia grandezza: tutto è mio. – 73. lo sono di Dio.

  1. Riassunto. – Ecco dunque l’ordine essenziale della creazione. Prima la gloria di Dio, bene primo, fine supremo, da ricercarsi per se stesso, prima di tutto e in tutto.

Secondo: la mia felicità nel cielo e quaggiù, bene finale anch’esso, ma secondario, subordinato ed unito al bene supremo; fine che debbo cercare in secondo luogo, in conformità alla gloria di Dio, in essa e per mezzo di essa.

Terzo: gli altri beni creati, con la loro duplice utilità, umana e divina, mezzi e strumenti di cui debbo usare innanzi tutto per la gloria di Dio e nella misura in cui sono capaci di procurarla.

Quarto: le soddisfazioni naturali, pura qualità strumentale, ma squisita delicatezza del Creatore, che ha voluto, per mezzo di esse, rendere agevole e rapido il mio viaggio attraverso le creature per giungere fino a lui.

 

  1. Quaerite primum regnum Dei. – Cercate dunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date per aggiunta (cf. Mt 6, 33). Cosa vogliono dire il regno di Dio e la sua giustizia? Vogliono dire la gloria divina e la mia felicità in essa: scopo duplice ed unico, verso il quale la mia vita deve orientarsi e al quale deve consacrarsi. Sono obbligato a tendervi poiché nostro Signore mi comanda formalmente di cercarla prima di tutto. Egli non disgiunge il regno di Dio dalla sua giustizia, poiché la mia felicità è unita alla sua immensità.

Tutte le altre cose sono mezzi, il molteplice e il contingente, ciò che deve servire al fine. Onde, dice sant’Agostino, « il regno di Dio e la sua, giustizia sono il nostro bene, ciò che bisogna ambire, ciò che bisogna scegliere come nostro fine e per il quale bisogna fare tutto ciò che facciamo.

« La vita presente è lotta che prepara al regno ed è soggetta a delle necessità. Ora, per queste necessità, dice il Salvatore, tutto vi sarà dato come per aggiunta. Da parte vostra, cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia. Dicendo per primo quello, voleva farci intendere che l’altro è da ricercarsi dopo, non per ordine di tempo, ma di dignità. Quello come bene, l’altro come necessità in vista di quel bene ».

 

  1. La mia grandezza: tutto è mio. – Ecco dunque le credenziali che attestano la mia nobiltà. Che importante possesso! Dice S. Paolo: « Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (1Cor 3, 22-23). Signore, che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui? o il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Lo hai fatto di poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore, gli hai dato potere sopra l’opera delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi: le pecore e tutti i buoi, ed anche le fiere della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare (cf. Sal 8, 5-9). Re della creazione, beneficiario dei suoi beni, è forse l’uomo sufficientemente grande per gli onori e le ricchezze che possiede? Niente affatto, poiché esse non sono che una piccola parte della sua grandezza.

 

  1. Io sono di Dio. – Che cosa vi è ancora? Una nobiltà immensamente superiore. Fratello di Gesù Cristo, figlio di Dio, principe della sua corte, erede dei suoi beni eterni: ecco i miei più alti titoli di gloria. Dio mi vuole per lui, con lui, in lui; io sono suo ed egli è mio. Fuori e al disotto di Dio nulla è abbastanza grande per essere mio fine. Dio è infinitamente superiore a me e vuole che mi elevi fino a lui, nella misura in cui è dato raggiungerlo. Ecco l’oggetto della mia vita: andare a Dio, servendomi delle creature. Mio Dio, quanto siete ammirabile!… Quanto è grande l’uomo nella vostra mente!… Ma quanto è piccolo nella sua! Poiché l’uomo, arricchito di tanto onore non lo comprese, si abbassò al livello degli animali che sono senza ragione e divenne simile ad essi. Quando finalmente comprenderò la mia dignità… e la stimerò abbastanza per non più avvilirla?… Chiamato ad elevarmi a Dio, come potrei abbassarmi fino al bruto?

Il germogliare di un novizio

Il germogliare di un novizio

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«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.» (Marco 4,30-32)

Cari amici lettori di Cartusialover, ho il piacere di comunicarvi che il “seme” piantato il 14 settembre scorso, alla certosa di Serra San Bruno in occasione della riapertura del Noviziato, ha cominciato a germogliare!!!

Difatti, lo scorso 2 febbraio dopo appena sei mesi di prova da quella data, il primo postulante è stato ammesso come novizio attraverso la cerimonia della “Prima vestizione”. Egli si presenta dapprima davanti alla comunità per rispondere ad alcune domande postegli dal Priore; quindi si ritira e il Vicario e il Maestro dei novizi fanno un rapporto su di lui a cui segue un momento deliberativo della comunità. Dopo qualche giorno di riflessione i monaci si riuniscono di nuovo e si pronunciano con scrutinio segreto.

Il postulante che viene ammesso, si presenta una seconda volta davanti alla comunità riunita in capitolo, e il Priore gli espone il genere di vita che desidera abbracciare. Se il postulante conferma il suo proposito, il Priore lo accoglie ufficialmente e tutti scambiano con lui il segno della pace.

Lo stesso giorno il novizio riveste l’abito certosino in privato e si fa rasare interamente la testa in segno di consacrazione al Signore. Poi si reca in chiesa dove si prostra in preghiera, ed in preghiera il priore e la comunità tutta gli si fanno intorno e lo accompagnano conducendolo nella sua cella.

Da questo momento in poi il novizio resta affidato alla cura del Maestro dei novizi, che lo seguirà nei primi cinque anni del suo cammino di formazione

(http://www.certosini.info/le_tappe_dell’iniziazione.htm )

La comunità certosina serrese,che al momento ospita altri tre postulanti, i quali nei prossimi tre mesi riceveranno anch’essi la “Prima vestizione”, è dunque in festa. Nel fertile terreno della Certosa di Serra, quel seme oltre ad aver germogliato continuerà a crescere ed a suo tempo produrrà i suoi frutti rigogliosi! Un dono divino che contribuirà a ripopolare la certosa calabrese. Invito tutti voi a pregare per il cammino futuro di questo novizio, con l’augurio che possa arrivare al termine del suo viaggio lungo il sentiero tracciato da san Bruno e volto alla ricerca di Dio.

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Un omelia per la Quaresima

copertina Palavras do silencio

In occasione del giorno in cui inizia la Quaresima, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino”. Essa fu realizzata in occasione della Quaresima del1993, e destinata alla propria comunità monastica, nella certosa brasiliana di Medianeira ed ora da me estratta dal libro “Palavras do Deserto”. Io la trovo davvero stupenda.

Quaresima 1993

Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41)

Carissimi fratelli:

All’inizio della Quaresima, la Sacra Liturgia – tradizionalmente – ci invita al percorso che conduce alla Santa Pasqua attraverso il deserto, il deserto della preghiera e della tentazione. Tutti gli uomini sono infatti impegnati in questo brano del Vangelo che ci offre la visione di Gesù di fronte alla tentazione; ma chi può negare che il monaco solitario sia particolarmente interessato per l’insegnamento di questo brano evangelico?

La nostra vocazione, in modo efficace, è una sequela di Gesù nel deserto, dopo Abramo, Mosè, Elia, Giovanni Battista, Antonio, Pacomio, Giovanni Cassiano, Benedetto e molti altri. Per tutti loro, la solitudine è stata una risposta ad una chiamata di Dio. Tale cammino, “a secco ed arido” (1.4), non è un desiderio spontaneo della natura. Questo è molto chiaro nel brano del Vangelo che ci dice: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). È lo Spirito che invita al deserto. Solo Gesù fu battezzato nell’acqua e nello Spirito. Lo stesso Spirito Santo, prendendo possesso di Lui in un modo speciale, lo conduce al deserto. Deserto: pienezza di intimità con il suo Padre celeste. Solitudine: luogo d’incontro intimo. I grandi solitari del passato si ritirarono, come Gesù, per mettersi davanti al Padre e trovare il Padre e la propria identità filiale, ed anche la sua missione: scoprire e ammirare l’infinito amore del Padre. Ma il Vangelo aggiunge una parola sorprendente che, nella tradizione monastica, non è passato inosservato. Il testo di San Matteo: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Una verità sconcertante che dobbiamo accettare così com’è, misteriosa com’è. Subito dopo il suo battesimo, il Padre manda il Figlio al deserto pieno dello Spirito Santo per combattere il diavolo.

Qui il Vangelo ci mostra un altro aspetto del deserto, luogo privilegiato del combattimento, della tentazione, come è anche un luogo di preghiera, d’incontro intimo con il Padre e di comunione con Dio. I nostri Statuti non lasciano questa verità senza sottolinearla: il solitario “passerà per la prova di una dura lotta (…) e sarà provato come oro nel fuoco” (1.3.2). Qui la tradizione monastica riceve la verità del Vangelo e la conferma per la vita e per l’esperienza. Sappiamo che ci sono molte prove e tentazioni nel deserto; e quello che dicono i Vangeli e la Tradizione, a tal scopo, siamo in grado di confermarlo con la nostra povera esperienza quotidiana. In un altro luogo dello Statuto, possiamo leggere una lunga citazione da San Giovanni Cassiano, in cui spiega il mistero che dobbiamo imitare: “Gesù, Figlio di Dio, si è degnato di offrire a noi nella sua persona l’esempio vivente della nostra vocazione quando, da solo nel deserto, si consegnò alla preghiera e vinceva il tentatore con le armi dello Spirito” (1.2.10 San Giovanni Cassiano, col 10 n.6).

Tutto questo cari fratelli, per farci ricordare e farci rendere sempre più consapevoli della dimensione della nostra solitudine. Il diavolo non è il frutto di una fertile e illusoria immaginazione dei tempi passati che l’uomo moderno potrebbe trascurare. È sempre il tentatore ed il bugiardo che cerca di allontanarci dell’amore del Padre, della croce di Gesù e delle ispirazioni dello Spirito Santo. Si tratta di um combattimento invisibile, ma molto reale. Nel Vangelo, uno degli aspetti più essenziali del mistero della nostra Redenzione è il combattimento personale di Gesù contro il nemico di ogni bene. È questa lotta che il monaco riceve e vive nel cuore. Dobbiamo essere attenti a questo aspetto della nostra vita. L’unica forza che può permetterci di trionfare è la vita stessa di Gesù risorto, la sua preghiera in noi e per noi, la partecipazione dello Spirito Santo, la grazia divina.

Si deve imparare a svelare la presenza e la tentazione del diavolo. Sapere anche rispondergli. È già stato notato che questo è il più grande insegnamento che Gesù ci lascia nella narrazione delle sue tentazioni. Secondo la tradizione spirituale, non si discute con il tentatore. Il dialogo che ci dice Luca è un modello. Gesù non discute. Dà risposte brevi, che sono parole di Dio, portatori dello Spirito Santo. Il nemico è sconfitto dalla Parola di verità, che ci spinge alla fiducia nel Padre celeste e all’obbedienza filiale. Se, pertanto, ci capita di trovarci in disturbo interiore, in insinuazione allettante, quando entrare nel nostro cuore la richiesta per il  male o la considerazione di un bene inferiore e fuorviante, sosteniamoci nella Parola di Dio e rifiutiamo ogni dialogo con quello che vuole sedurci attraverso un dialogo inutile e ambiguo, come l’ha fatto con Eva nel paradiso terrestre. Il dialogo con il diavolo è sempre pericoloso e l’inizio del consenso è l’inizio della piacevole accettazione, ma peccaminosa.

Ed il Vangelo di Luca, dopo aver narrato il triplice episodio della tentazione, conclude così: “il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”; alcune traduzioni dicono: “Fino ad un altro momento” (Lc 4,13). Si tratta, secondo alcuni Santi Padri, dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, agonia nella quale Gesù ci lascia un altro insegnamento sulla tentazione e come superarla. Ascoltiamo Matteo: “E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (26, 37-41). Qui abbiamo un altro insegnamento che la tradizione monastica non ha mai mancato di trasmettere: il monaco è esposto in modo permanente alla tentazione; la sua ascesi di debolezza, una debolezza che solo la perseverante preghiera può prendere umilmente nella lotta invisibile. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”. La mancanza di vigilanza e la negligenza nella preghiera, fa si che i discepoli non possano affrontare la tentazione né la propria debolezza; lasciano Gesù da solo nel suo combattimento.

Il capitolo della tentazione di Gesù nel deserto, anche se il deserto è considerato nella tradizione profetica come un luogo ideale d’incontro con Dio (cfr Dt 32, 10 e Os 2,16) e di intimità filiale con il Padre, offre con l’agonia di Gesù nel Getsemani, un unico insegnamento che è come una teologia riassunta della vita di Gesù e della sua opera redentrice attraverso la sofferenza e la preghiera: la battaglia invisibile. È anche l’immagine della nostra vita: Dio non garantisce una vita facile, né pane invece di pietre. È attraverso la prova e la preghiera che il monaco deve capire il senso della sua nuova vita in Cristo, della sequela di Cristo e la sua unione nell’opera redentrice del Signore.

Le tre tentazioni di Gesù, ed anche la sua agonia pasquale, hanno come punto finale l’accettazione umile, luminosa ed amorevole della volontà del Padre, anche della sofferenza e dell’umiliazione, l’accettazione filiale e fiduciosa ottenuta attraverso la preghiera.

Tutto questo non si riduce alle categorie del sforzo umano. Anche ci esige la vigilianza e la preghiera. È la nostra umile corrispondenza alla grazia divina. La Certosa non è il luogo dei grandi lampi spirituali. Mai è stata. Sappiamo anche che l’Ordine ha una avversione contro ogni manifestazione di singolarismo nella vita spirituale. La ragione è semplice: fin dai tempi più antichi, molti sono stati ingannati dalla loro immaginazione e dal loro desiderio indiscreto di si diventare visibilmente devoti. Direi che è il luogo della perseveranza nella vigilanza e nella preghiera. Il monaco è continuamente esposto alla tentazione, soprattutto se lascia la preghiera indebolire o la vigilanza addormentare. È attribuito al grande Abate Poemen questo apoftegma: “La grande prodezza dell’uomo spirituale consiste nel contare sulla tentazione fino alla morte”; e, d’altro canto, Antonio Abate diceva: “Sopprimi la tentazione e nessuno sarà salvato”. La tentazione è un aspetto della pedagogia divina: contribuisce a radicare l’anima nel bene, per farla crescere in amore – frutto della volontà e non della sensibilità. Frutto anche di una umile perseveranza nel bene e della sfiducia in noi stessi. Dio la permette per renderci più consapevoli della nostra debolezza di peccatori, per distaccarci della propria volontà, farci perdere la fiducia in noi stessi e farci contare solo sulla grazia divina. Ciò è essenziale nella vita spirituale. È così che il cuore si purifica e si unisce a Dio. Altro cammino è la costruzione sulla sabbia della immaginazione e dell’irreale. Dio vuole da noi questa accettazione della sua pedagogia, il frutto del suo amore. Accettazione umile, che è espressione autentica e non illusoria del nostro desiderio di Lui, della nostra preghiera, autentica espressione del nostro desiderio di crescere secondo la sua volontà e non la nostra. Lui sa di cosa abbiamo bisogno.

Vegliare e pregare per non cadere in tentazione.

Vegliare e pregare per crescere nella fiducia in Dio.

Vegliare e pregare affinché Egli cresca in noi e ci possieda totalmente.

Ricorda il cammino che ti ha fatto compiere il Signore tuo Dio in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti, per provarti, per conoscere ciò ch’è nel tuo cuore” (Dt 8,2).

Ricordati del Signore tuo Dio, poiché lui ti ha dato la forza (Dt 8,18).

Vegliamo, dunque, e preghiamo per non cadere in tentazione; ma, al contrario, percepiamo e conosciamo la pedagogia dell’amore divino nella prova.

Amen.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

L’ORDINE DELLE MIE RELAZIONI COL CREATO

L’ordine del piacere. – 65. L’utilità umana. – 66. Fisica. – 67. Intellettuale e morale. – 68. Divina. – 69. L’ordine completo degli strumenti.

  1. L’ordine del piacere. – Vi sono, dunque, per la mia vita, due interessi nelle creature: la loro utilità e il loro piacere. La loro utilità, come mezzo del suo progresso; il loro piacere, in quanto facilita tale progresso. Bisogna dunque vedere l’ordine del loro piacere e quello della loro utilità.

Anzitutto, è abbastanza evidente che il piacere, dovendo facilitare il compito dello strumento, debba essere subordinato a questo compito. Non si mette l’olio nella macchina se non secondo la natura del congegno e la necessità del lavoro. Un orologio non esige la stessa quantità né la stessa qualità d’olio di una macchina a vapore. Ad ogni strumento e ad ogni lavoro la propria misura.

E’ dall’utilità e dalla necessità che si regola la distribuzione e l’economia del lubrificante. Orbene, in modo analogo si deve regolare l’uso del piacere nella vita umana. Esso deve subordinarsi non soltanto al fine ma anche allo strumento e al lavoro di questo. Il piacere del cibo e della bevanda, ad esempio, dev’essere subordinato ai bisogni dell’alimentazione; il piacere del sonno alle necessità del riposo; i piaceri ricreativi alle necessità del rinnovamento delle forze. Ed è così su tutta la scala dei piaceri, dagli infimi ai più elevati, dai più materiali ai più spirituali. La regola assoluta è: prendere le soddisfazioni create nella misura e nelle condizioni necessarie al buon andamento del dovere. Esse devono facilitare, ma non ingombrare; soprattutto non arrestare.

 

  1. L’utilità umana. – Ecco dunque una prima subordinazione: quella del piacere all’utilità. Quest’ultima come dev’essere regolata? Nelle creature vi è una duplice utilità: quella che coopera al mio sviluppo umano naturale ed è l’utilità umana; e quella che contribuisce al mio progresso soprannaturale ed è l’utilità divina. Qual è l’ordine di relazione di queste due utilità? Esse debbono, senza dubbio, coordinarsi ed unirsi per non ostacolarsi. Come si stabilisce questa coordinazione e questa unione?

L’utilità umana è quella consacrata allo sviluppo del mio essere naturale: sviluppo materiale della mia vita fisica, sviluppo virtuoso della mia vita morale, sviluppo razionale della mia vita intellettuale. Quanti esseri ed influssi destinati dall’onnipotente sapienza dell’amore a concorrere a questo triplice accrescimento della mia vita di uomo!

Questi esseri e questi influssi conservano l’ordine della loro utilità se concorrono al mio accrescimento vitale secondo la regola della loro subordinazione. Perché, anche nell’utilità umana, vi è una subordinazione necessaria dell’interesse materiale all’interesse intellettuale e di entrambi all’interesse morale. La mia salute è importante, meno però delle mie cognizioni, le quali sono necessarie, ma non come le virtù.

 

  1. Fisica. – Le questioni relative alla protezione, al mantenimento ed allo sviluppo della vita materiale hanno la loro importanza e impongono dei doveri. Le molteplici preoccupazioni economiche del lavoro, del commercio, dell’industria, dell’igiene, ecc. sono in sé lodevoli perché concorrono ad uno scopo necessario. Tuttavia, l’interesse materiale, se è il primo nell’ordine delle necessità vitali, non è che l’ultimo nell’ordine di importanza e di dignità e, per conseguenza, dev’essere subordinato e riferito agli interessi ad esso superiori. Debbo occuparmi del mio corpo e, secondo le condizioni della mia vocazione, non trascurare le preoccupazioni di ordine materiale che m’incombono. Questo è un dovere, e ancorché sia l’infimo per ordine di dignità, tuttavia racchiude una quantità di obblighi gravi, i quali sono molto più considerevoli ed estesi per coloro che hanno, sotto questo rapporto, responsabilità di educazione, di assistenza e di direzione.

 

  1. Intellettuale e morale. – Lo sviluppo della mente è di un ordine molto superiore, poiché si è più uomini per la mente che per il corpo; ma il progresso morale è ancor superiore, perché è la virtù che termina e completa la dignità umana; si è più uomini per il cuore che per la mente.

Dunque, i mezzi che concorrono all’accrescimento fisico devono essere subordinati e coordinati a quelli che concorrono al perfezionamento intellettuale e questi devono concorrere al perfezionamento morale. La salute è per la mente e questa per la virtù: ecco l’ordine naturale. È in tal modo che debbo misurare l’uso dei miei strumenti. La mia forza fisica deve servire al vigore intellettuale; questo all’energia morale; tutt’e tre devono arrivare, concordi, alla pienezza del loro sviluppo. Devono essere uniti e concordi nella gradazione della loro dignità, senza che l’inferiore prenda il sopravvento sul superiore e senza che l’uno escluda l’altro. Non ogni crescita è normale. Un tumore e una gobba sono delle crescenze, ma soprattutto escrescenze; queste debbono essere evitate.

 

  1. Divina. – L’utilità divina è quella consacrata allo sviluppo soprannaturale della vita divina in me, allo aumento della gloria di Dio. Negli esseri e nei loro influssi su di me vi è una virtù speciale che serve a condurmi a quest’altezza. La crescita naturale della mia vita non può arrestarsi a me, essendo io fatto per Dio. Per conseguenza, l’efficacia naturale dei mezzi creati dev’essere subordinata alla loro efficacia divina.

Infatti, se le creature hanno la missione di concorrere al mio sviluppo, ciò è in vista di Dio. Se ne uso da egoista, arrestandole a me, tolgo ad esse il loro compito essenziale. Bisogna, per conseguenza, che nell’utilizzarle non lasci da parte o non metta in second’ordine ciò che è il loro primo scopo. Il motivo praticamente dominante ed efficacemente determinante dell’uso che ne faccio, dev’essere, in pratica, quello della gloria suprema. Posso e debbo vedere in esse gli strumenti della mia crescita, ma in vista di Dio. Posso e debbo amarle per il vantaggio che apportano alla mia vita, ma secondo Dio. Posso e debbo ricercarle per il profitto che esse recano alla mia esistenza, ma per Dio. Poco importa che l’intenzione della gloria divina sia attuale o virtuale (n. 177); l’essenziale è che essa sia in qualche modo il termine superiore e finale e che l’ingrandimento umano converga in Dio, poiché l’uomo è fatto per Dio.

 

  1. L’ordine completo degli strumenti. – Qual è dunque l’ordine da osservarsi nell’uso delle creature? Questo: il piacere sia sottomesso all’utilità; l’utilità umana sia ordinata secondo la dignità degli interessi e riferita all’utilità divina. Bisogna che io prenda le cose e goda di esse per perfezionare me stesso. Bisogna che le creature e i loro piaceri producano in me un movimento di ascesa fino a Dio, e non un bisogno di riposo in me o in esse. Sant’Agostino osserva che Dio, dopo aver creato, prese il piacere e il riposo non nella creatura, ma in se stesso, poiché egli si riposò non nelle sue opere ma dalle sue opere in se stesso. Così, le creature e le loro gioie non hanno per scopo che di farmi crescere, agire e riposare in Dio come fine. Devo servirmi di esse e riposarmi in Dio; questa è la legge del giusto, questo è il piano divino.

L’ordine della creazione non esiste nella sua pienezza; il piano divino non è attuato nella sua integrità; io non raggiungo il mio fine nella sua totalità se non quando Dio è per me tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28) ed io non cerco niente all’infuori di Dio, ma tutto mi conduce a lui. E la sua gloria, infine, avendo dominato e ridotto a suo servizio ogni soddisfazione, diventa il mio solo fine, la mia gioia ed il mio riposo.