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Una struggente poesia

Una struggente poesia

certosa di Jerez

Il testo della poesia che voglio oggi sottoporre alla vostra attenzione, è stato realizzato da un monaco certosino. Egli è Dom Carlos Kerremans, che nacque a Gand in Belgio, il 1 gennaio del 1771. Poco più che ventenne, decise di diventare certosino entrando nella certosa spagnola di Jerez, laddove svolse la sua vita claustrale fino al giorno della soppressione del monastero. Difatti il 19 agosto del 1835, per effetto della legge di Mendizabal i poveri certosini dovettero abbandonare la certosa. A seguito di ciò i monaci furono dispersi, tra cui Dom Kerremans che rimase in città ospite presso una casa di proprietà dei Gesuiti, rispettando ed osservando sempre la regola certosina. Condusse una vita di austerità e penitenze fino al giorno della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1843. Alla sua morte fu seppellito con il suo abito certosino nel cimitero cittadino.

Il dolore per l’espulsione dalla sua amata certosa lo accompagnò negli ultimi anni di vita. Egli dedicò a quel tragico allontanamento un’ode struggente che voglio proporvi:

Addio chiostro penitente:

Addio cella, addio clausura;

Addio perchè una vile creatura ,

che non consente una Tua virtù:

Da Te si allontana un delinquente

per evitare di macchiare il tuo suolo

Addio immagine del cielo,

Addio dimora della pace,

Addio Non posso più,

Ricevi il mio dolore. “

Parole semplici, dettate dal cuore pregno di dolore per quell’abbandono forzato.

Omelia per Pasqua

Omelia per Pasqua

copertina Palavras do silencio

Nell’augurarvi una serena e gioisa Pasqua, voglio allietarvi proponendovi la lettura di un Omelia concepita da un “certosino”, per la sua comunità nella celebrazione del giorno di Pasqua del 1994.

Essa rappresenta per noi tutti, un ottimo spunto di riflessione e meditazione.

Pasqua 1994

Gioia Pasquale

Carissimi fratelli, il Signore è risorto! Alleluia!

Nessuno lo vide risorgere. Molti lo videro risorto e proclamarono la buona notizia con grande gioia. Alcuni anche diedero il loro sangue e la loro vita per testimoniare e proclamare.

La risurrezione è la realtà centrale della nostra fede e, come tale, è stata predicata con gioia dall’inizio della vita post-pasquale di Cristo. È stato il nucleo della predicazione apostolica. La risurrezione è anche la chiave per interpretare la vita di Gesù. Infine, nella risurrezione del Signore si fonda la nostra futura risurrezione; e la presenza di Gesù in mezzo a noi è il frutto della sua gloriosa risurrezione, come lo è anche il dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, che riempì gli Apostoli di gioia.

Il Signore è risorto! Non si tratta molto di parlare su questo evento, ma lasciamo trasformare il nostro cuore nel più intimo, per la gioia che ci porta l’annuncio sempre nuovo che la Santa Chiesa ha riassunto in questa parola misteriosa, ma così ricca di contenuto: Alleluia! Alleluia!

Accogliamo con gioia questa proclamazione e la nuova libertà spirituale che ci è data per conoscere e amare Dio, lasciarci amare da Lui, vivere in stretta comunione con Lui e con tutti i nostri fratelli, vicini e lontani, perché è il dono che Gesù risorto ci porta con sé. Lasciamo che questa proclamazione scenda nel più profondo del nostro cuore e ci dia un frammento della gioia divina: la gioia di Dio per la nostra salvezza.

A noi, come ai primi monaci, è stata questa luce, la luce della risurrezione, la luce che è Gesù risorto e sempre vivo, che ci ha portato al deserto di Chartreuse (Statuti 1.3.1), ricordiamo del Signore versando il suo sangue per noi, bruciando i cuori e li illuminando con la sua luce, la luce della fede. In altre parole, è stata la seduzione della Pasqua del Signore che ci ha portato alla vita monastica e ci unisce in nostro corpo – come dicono gli Statuti – alla morte di Gesù, in modo che anche la vita del Signore risorto si manifesti in noi. E con essa, la gioia pasquale.

Sicuramente la nostra povera vita quotidiana non ci dà una brillante esperienza del nostro stato di risorti con Cristo. Forse la nostra esperienza della croce sia più sensibile a noi. Sperimentiamo molto di più la nostra debolezza che la forza del Signore Gesù e del suo Spirito in noi. Sì. Questo è vero. Ma non si deve oscurare la gioia pasquale. Sono due facce della stessa realtà: una che illumina l’altra. La nostra felicità non dipende da noi, molto meno della mancanza di difficoltà e problemi. Voler prestare attenzione solo in noi stessi e nelle nostre difficoltà o, al contrario, non prendere in considerazione il nostro stato di risorti con Cristo, in entrambi i casi, sarebbe la mancanza di realismo soprannaturale. La realtà è più complessa e ricca. Il nostro stato di risorti ci dà una gioia che viene dal Signore Risorto e dall’amore divino che il Padre ci offre nel mistero pasquale di Gesù, l’amore divino che ci circonda in modo continuo e illumina anche le nostre prove e le difficoltà. L’importanza primaria del mistero pasquale nella vita del monaco ci è sottolineato molto chiaramente dallo Statuto in questo passaggio che ci presenta la solitudine come il luogo privilegiato, “dove l’anima, raccolta in silenzio e dimenticata di ogni preoccupazione umana, partecipa della pienezza del mistero con il quale Cristo, crocifisso e risorto, torna al seno del Padre. Così, il monaco che tende incessantemente ad unirsi al Signore, realizza in sé tutto il significato della Liturgia” (6.41.1). In particolare, la liturgia Pasquale e la sua celebrazione.

Se c’è un giorno nell’anno, un giorno in cui dobbiamo dimenticare noi stessi, questo giorno è oggi. Dimenticare noi stessi per entrare nel mistero della gioia divina e lasciarla scendere fino a noi. Perché la vera gioia è quella che viene da Dio. “Sorgi, o Gerusalemme, guarda in alto e vedi la gioia che viene a te dal tuo Dio”. Il testo degli statuti parla così: “L’anima, dimenticata di ogni preoccupazione umana, partecipa della pienezza del mistero con il quale Cristo, crocifisso e risorto, torna al seno del Padre”. È il mistero pasquale che stiamo celebrando. L’origine della nostra gioia non è in noi, è nel mistero pasquale. Il testo degli statuti può essere considerato come una sintesi dello spirito che deve presiedere tutta la nostra vita e illuminarla. Gesù è risorto. Gesù è vivo. Egli ha sofferto per noi. Egli è morto per noi. Ci comunica la sua vita. Ci manifesta l’amore infinito del Padre. Prima di morire, il Giovedi Santo, egli afferma che soffrirà tutto questo affinché che “la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Un po’ più tardi, nello stesso giorno, disse: “Affinché la vostra gioia sia piena”; ed anche disse: “Il vostro cuore si rallegrerà e la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire” (Gv 16, 22.24). E la liturgia di oggi e di tutto il tempo Pasquale ci ripete in mille diversi testi le stesse parole: esultiamo. Rallegriamoci. Rallegratevi. Alleluia, alleluia.

Allora, cosa rispondere al fratello che forse mi dirà (e già me lo disse): io non sento la minima gioia. Che cosa è questo, gioia pasquale?

La prima risposta è: si tratta di una gioia spirituale basata sulla fede. Sulla tua fede nella risurrezione del Signore. L’origine della gioia cristiana non è in te, non la cercare in te. Ma nella tua fede che è dono di Dio. Questa fede che ti fa vivere e sopportare tutto. La gioia cristiana ha la sua origine in Dio, nel suo amore per te, l’amore che Egli manifesta in tua salvezza attraverso il mistero pasquale. Un’altra risposta, a un altro livello: la gioia della Pasqua non è in primo luogo un atto umano che viene da te. E ‘l’azione di Dio in te. Pertanto, non si riferisce all’emozione né all’inflazione dei tuoi sentimenti. È l’effusione dello Spirito Santo nel tuo cuore. Può essere un dono molto sottile di Dio, interiore, che non passa attraverso la tua sensibilità. Molte persone confondono la gioia cristiana con sentimentalismo superficiale e contagioso. Non dobbiamo dare – con la nostra gioia pasquale – l’impressione che la nostra vita spirituale è ridotta al livello sperimentale. Non sento, non esperimento la mia gioia, ma so che esiste e credo in essa come frutto della mia fede. È opportuno qui eliminare un possibile equivoco. La gioia non è sempre sensibile, non sempre è soddisfacente. Nasce della fede e non del benessere o di una visione ottimistica della vita. Chi ha scelto la via della fede sa che è una strada a volte oscura, perché la sua felicità è diversa da qualsiasi altra. Non perseguiamo la felicità immediata, ma il Dio della felicità, e riceviamo la felicità che viene da Dio. Si tratta di una fiducia in Lui più che la nostra esperienza sensibile. Si tratta di una fiducia nel suo amore che illumina ogni cosa e ti fa dimenticare te stesso.

La vita spirituale non si identifica, quindi, con un susseguirsi di esaltanti esperienze. La gioia della Pasqua non è naturale. Sono felice perché la mia fede mi insegna che ho motivi di essere felice. Quanto maggiore è la mia fede, più grande sarà la mia gioia, sarà perspicace, più illuminata per scoprire nuovi motivi in quello che Dio ha fatto, più nascosti, per rallegrarmi. È per questo che i santi hanno trovato la loro gioia anche nella tribolazione, nella prova e nel dolore. È la luce della loro fede, perché la fede ci mette in contatto diretto con Dio, anche se non sensibile, Dio che ci chiama al suo amore, alla sua felicità.

Al contrario, l’indebolimento della visione di fede corrisponde necessariamente ad un indebolimento della nostra gioia. Dio è la perfetta gioia in se stesso e le sue opere sono rivelazioni di essa ed un invito a partecipare in essa. Sì, la nostra fede ci mette in contatto con Dio, fonte inesauribile della vera gioia. La morte e la risurrezione del Signore Gesù hanno meritato per noi la luce della fede che illumina anche le nostre tenebre. I primi frutti dello Spirito sono l’amore e la gioia (Gal 5,22).

È così che si mostrano a noi il mistero pasquale e la sua celebrazione. Essere felici è un modo di rendere grazie a Dio, di corrispondere la grazia pasquale e vivere la nostra fede. Con la nostra gioia pasquale rallegriamo ed anche edifichiamo i nostri fratelli. Pensiamo alla gioia della Madonna: una gioia interiore, sereno, piena di pace, di ammirazione e di lode a Dio. Così deve essere la nostra.

Chiediamo alla Vergine una partecipazione nella sua gioia interiore, profonda, serena e piena di ammirazione. Una gioia che il mondo non può dare. Una gioia che nasce del mistero pasquale. Una gioia che nessuno ci può portare via (Gv 16,22).

Amen.

B u o n a    P a s q u a 

Don Bosco ed i certosini

Don Bosco ed i certosini

d.don_bosco

L’aneddoto che voglio narrarvi oggi riguarda Giovanni Bosco, meglio noto come don Bosco, ricordato per essere stato il fondatore dei Salesiani. Questo sacerdote, educatore di giovani,  per perseguire la sua opera ebbe bisogno di richiedere incessantemente fondi e finanziamenti al fine di sostenere la sua missione. A tal proposito vi offro una lettera che egli scrisse al Priore Generale dei certosini, chiedendo un aiuto economico, che come vedremo non tardò ad arrivare.

Lettera di Don Bosco al  Superiore Generale  della Gran Certosa di Grenoble.

Reverendo Padre,

L’attuale ora è per la Chiesa un’ora di persecuzione e di prova. Ma, come me, avete notato che è soprattutto in questi tempi che piace a Dio di diffondere la sua grazia più preziosa per abbellire la sua santa sposa.

I cristiani non sono mai stati più fervente rispetto al momento delle catacombe, e lì che hanno preparato la fertilità dei lavori del futuro.

Queste riflessioni mi hanno ispirato molta fiducia tra le gravi difficoltà del momento presente, e spero che la Divina Provvidenza, portando, per tribolazione, le anime a vivere una più cristianamente ispirando loro una più generosa dedizione alla santa causa della Chiesa.

E ‘per questo motivo che, lungi dallo scoraggiarci nella pratica di zelo, dobbiamo essere in grado di assistere l’azione della grazia di Dio nell’anima di coloro che cercano di raggiungerla e salvarsi.

Piacque a Dio di chiamarci in Francia per fondare le Opere di Gioventù, ed i nostri sforzi sono stati coronati con la sua grazia con un successo consolante.

Inizieremo a Marsiglia, un noviziato per la Francia. Il Santo Padre auspica che questa importante nostra opera di aderire alla fondazione di un Seminario per le Missioni del Sud America che Sua Santità ha affidato al nostro Istituto.

Sua Santità è stato particolarmente responsabile per comunicare questo desiderio di invitare le persone religiose ad assistere con tutta la loro potenza della nuova fondazione. ‘

Non si vuole, Reverendo Padre, contando questa opera tra quelle che i vostri supporti di beneficenza e ci conceda una quota degli elemosine ricche e abbondanti che si distribuiscono ogni anno nella Chiesa cattolica?

La grandezza di scopo, la volontà espressa del Santissimo Padre, mi piace pensare che la mia migliore scusa per giustificare l’audacia della mia richiesta che si inchina al Vostro cuore caritatevole affinchè possiate accoglierlo con la Vostra solita gentilezza.

In questa speranza, ho l’onore di avere verso di Voi una devozione religiosa, Reverendo Padre.

Il vostro umile servitore in N. S.

Abbé Jean Bosco.

Come vi dicevo, trascorso qualche tempo dall’aver ricevuto questa missiva, il Superiore della Grande Chartreuse potè esaudire le richieste di don Bosco, ma vediamo come.  Dalla biografia sappiamo che accadde, in questo modo, durante uno dei viaggi intrapresi dal sacerdote astigiano.

“S’arrivò a Valencia verso le quattro pomeridiane. Il parroco della cattedrale, tutto affetto per Don Bosco e per i Salesiani, si trovò a riceverlo nella stazione e lo condusse a casa sua. Alla cena sedeva a mensa anche l’economo della Grande Chartreuse di Grenoble, che conversò lungamente col Servo di Dio. Quel buon monaco sapeva pochissimo di Don Bosco e meno ancora della sua opera; ma il segretario personale Viglietti riuscì in breve a catechizzarlo così bene, che egli partendo promise di ricordarsene e abbracciò tutti con la più schietta cordialità. Quel ricordarsene voleva dire che nelle rilevanti beneficenze elargite ogni anno dal dovizioso monastero cartusiano, ci sarebbe stato margine anche per Don Bosco. Non furono parole lanciate al vento, né promesse vane.  Infatti il 31 maggio si presentò all’Oratorio un monaco di quella Certosa che a nome del Priore Generale portava a Don Bosco in dono cinquantamila franchi con una lettera piena di benevolenza per lui, nella quale il Superiore si dichiarava pronto a prestargli ogni servizio ed a somministrargli ogni soccorso”. La generosità certosina al servizio della causa salesiana fu così compiuta.

L’inno di Dionigi il certosino

L’inno di Dionigi il certosino

primavera e certosino

“Come fa Dio a far uscire dalla polvere della terra, tali meraviglie! “

E’ arrivata una nuova primavera, e la natura lentamente si risveglia. Dall’interno della sua cella Dionigi esprime con questo inno, tutto il suo apprezzamento nell’opera di Dio. Il suo sguardo si spinge oltre le mura della cella, e la visione della primavera, espande il suo animo che si eleva a Dio in questa lode di ringraziamento.

“Questa è la terra ornata di fiori! Che meraviglia! Quello che vedo è una festa per gli occhi! Mentre lei è attraente! Qui ci sono le rose rosse, gigli bianchi, le viola mammola che non solo la bellezza ci stupisce, ma anche il mistero della loro origine. Come fa Dio dalla polvere della terra a far nascere tali meraviglie! E di verde, più bello di tutto ciò che ci delizia quando una nuova primavera e una nuova vita, produzione di erba che si trova in un migliaio di punti, come se stesse ignorando l’immagine della morte della futura risurrezione; si pone in modo bello nella luce. Saggezza Divina ha adornato la terra con tutto quello che è utile per gli uomini e per molti animali. Egli Gli diede una notevole fertilità. Così sia! ”

GIGLIO 1

Dianthus carth.

mammola

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III (libro secondo)

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

LA VIRTÙ DELLA PIETA’

95. Purezza, unità, stabilità. – 96. Attrattiva, facilità e pron­tezza. – 97. La grande disposizione. – 98. Il corpo e l’anima della pietà. – 99. La pietà è compito dello spirito. – 100. È compito del sentimento. – 101. Perdita delle impressioni sen­sibili.

 

95. Purezza, unità, stabilità. – Per corrispondere co­me devono al disegno e al desiderio di Dio, questo tut­to e queste parti esigono di essere portate al loro cul­mine di purezza, di unità e di stabilità.

Di purezza. L’occhio del Signore, amante della vita (cf. Sap 11, 27) e davanti al quale ogni cosa è nuda e scoperta (cf. Eb 4, 13), non desidera incontrare quag­giù, né sopporterà nel suo cielo, nessuna macchia, né mescolanza, né ombra. La pietà deve dunque affinarsi come l’oro più puro. « Ti consiglio, dice l’angelo del­l’Apocalisse al vescovo di Laodicea, di comprare da me oro purificato dal fuoco » (Ap 3, 18). Vedrò, come l’ani­ma posta in quel crogiuolo e mediante queste opera­zioni, si libera dalle scorie delle intenzioni e delle pra­tiche false.

Di unità. La purezza del metallo e la finezza del lavoro conferiscono certamente valore ad un orologio, ma la regolarità del movimento, che ne è come la vita e che costituisce il suo vero valore, gli risulta solo dalla perfezione delle singole parti e dall’armonia con cui sono disposte ed attratte nell’unità di un medesimo mo­vimento. La pietà, che è la vita più alta, cioè la vita di Dio nell’anima e dell’anima in Dio, ha maggior bisogno di questa unità; unità delle facoltà in se stesse e fra di loro; unità dei loro atti e delle loro disposizioni, i cui vari movimenti non devono formarne che uno solo co­me nell’orologio; unità specialmente con Dio, per cui gli impulsi della grazia si fondono in uno con l’attività umana. In questa connessione del movimento della vita soprannaturale, non deve esservi soltanto l’unione con Dio, ma l’unità. L’orologio della pietà non segnerà l’ora esatta di Dio se non alla sua consumazione nell’unità.

Di stabilità. Che cos’è un movimento che un nulla può cambiare o arrestare? Che cos’è una vita vacillante? La pietà non meriterebbe il suo nome se dovesse soggia­cere a queste debolezze. Come vita di Dio essa deve manifestare la potenza di Dio nella debolezza dell’uomo (cf. 2Cor 12, 9) e continuare un cammino progressivo attraverso tutte le contrarietà e le seduzioni. Con questa ultima qualità di forza acquisterà il suo carattere di virtù.

E sarà anche virtù secondo il grado di purezza, di unità e di stabilità a cui perverrà.

 

96. Attrattiva, facilità e prontezza. – La pietà dev’es­sere virtù, ossia, abitudine formata e stabile. Come ogni abitudine, dev’essere attraente ed avere facilità e pron­tezza a fare gli atti che le sono propri; essendo attraente avrà facilità e prontezza a vedere, amare e cercare Dio in tutto. Solo così sarà costituita nello stato di virtù, pura, una e forte. La virtù della devozione, secondo san Francesco di Sales, non consiste nell’osservare i coman­damenti, ma nell’osservarli con prontezza e volentieri. Essa, infatti, non è altro che una generale inclinazione e prontezza dell’anima a compiere ciò che conosce essere grato a Dio.

Questa virtù si formerà dunque in me nella propor­zione in cui, per la grazia di Dio e per la mia corrispon­denza, aumenteranno l’attrattiva, la facilità e la pron­tezza a vedere, amare e ricercare Dio, puramente, unica­ mente, fortemente in tutte le cose.

Mio Dio! dov’è in me questa prontezza e agilità del­ l’anima? Povero figlio dell’uomo, cuore tardo, amante della vanità e ricercatore di menzogna (cf. Sal 4, 3), quando mai acquisterò una tale dilatazione di cuore da correre nella via dei comandamenti? (cf. Sal 118, 32). Chi mi darà le ali della colomba per volare e riposarmi in Dio?

 

97. La grande disposizione. – La pietà, così intesa, non è una virtù qualunque messa accanto alle altre, che reclama il suo posto nell’edificio e la sua parte di tempo nelle preoccupazioni. Essa non è una pietra; è l’edificio. Non è un momento della vita; è la vita. È il perno di ogni attività, la forma del tutto, lo stato che armonizza le disposizioni, l’atto che unifica gli altri atti. Sovrana ed unica, per essere tale, essa vuole cogliere, racchiu­dere, possedere e dirigere tutto ciò che è mio, che è in me e viene da me. Nulla di ciò che è cognizione di ra­ gione e di fede, nulla di ciò che è atto o abitudine di virtù, nulla di ciò che è movimento fisico, deve muover­ si fuori della sua unità. Essa è dunque la grande dispo­sizione in cui si opera l’insieme stesso della vita, il do­ vere in cui prendono consistenza e vita tutti gli altri do­ veri; è infine praticamente attuato quel tutto dell’uo­mo di cui parla il Qoèlet (n. 32), la frase piena in cui le parole dell’esistenza trovano il loro completo signi­ficato.

Come in una frase le parole, pur conservando ognuna il proprio significato, giungono, unendosi, ad esprimere qualcosa di più generale che non sia contenuto in esse, prese separatamente, così nell’edificio i vari materiali usati dànno mediante la loro coesione un risultato di valore superiore a quello che avevano, considerati se­paratamente. Questi paragoni ci fanno comprendere il valore che questo tutto, cioè la pietà, possiede al di sopra di ciascuna e di tutte le parti che la compongono. Ma, dato che essa è una vita, riprendiamo dall’apostolo il paragone del corpo, che manifesta tanto bene i suoi collegamenti vitali e mi permette di penetrare meglio il mistero di questa unità nella quale tutta la mia attività si ordina per Dio. Vedrò allora chiaramente come la parola pietà indica tutto ciò che è vissuto per Dio allo stesso modo che la parola empietà abbraccia tutto ciò che è vissuto contro Dio.

 

98. Il corpo e l’anima della pietà. – La pietà è un… tutto…; è una ed è tutto. È una; e poiché è una vita, la sua unità indica che essa ha come un’anima, principio della sua vitalità. Essa è tutto, e poiché il tutto è com­posto di parti, la sua totalità dice ch’essa ha come delle membra formanti un corpo. Qual è il suo corpo? Quali sono le sue membra? Sono tutti e singoli i particolari degli atti e delle abitudini in cui si afferma la mia vita intellettiva, volitiva e sensibile. Non vi è manifesta­zione di attività umana che non possa e non debba es­ sere un membro di questo corpo.

Qual è la sua anima? È la carità divina, forma vi­vente e principio di vitalità soprannaturale. Allorché quest’anima si unisce al corpo, ne risulta quell’unità e quella totalità vivente che è la pietà. In tal modo si manifesta meglio la profondità del detto già citato di san Paolo. Dopo aver consigliato la pratica delle diverse virtù, termina dicendo che, al disopra di tutte queste disposizioni, per animarle ed unirle in un tutto vivente e perfetto, ci vuole la carità, che è il vincolo della per­fezione. Essa, da sola, non costituisce la perfezione, per­ ché non va mai disgiunta dalle altre virtù; ma è tuttavia l’anima che dà loro la vita, il vincolo che conferisce loro la perfezione. Così, nell’ordine soprannaturale come nell’ordine naturale, la vita umana trova la sua perfe­zione nell’unione dell’anima col corpo.

La pietà è perciò utile a tutto, poiché nella sua uni­tà vivente, non lascia perdere nessuna particella di atti­vità umana. Tutto ha, per Dio e agli occhi di Dio, un valore infinito. Il riposo come il prender cibo, il lavoro come la preghiera, la scienza come la virtù, il respiro come il sorriso, le piccole cose come le grandi, tutto, tutto è vivente, glorificante, meritorio, eterno. Fuori di essa, quante perdite! quanta vanità! quanta morte!… O vivificante unità, o tutto vivente, o pietà santa, quan­ do sarai in me? Quando sarò in te? Sii la vita della mia vita, il compendio e l’ordinamento del mio essere, la mia totale ed unica occupazione nel tempo e nell’eter­nità.

 

99. La pietà è compito dello spirito. – La pietà è dunque, nell’uomo, la più sintetica manifestazione del la sua vita, il più alto esercizio delle sue facoltà, lo stato più perfetto del suo essere. Verità che sempre si tra­duce in amore; amore che sempre si traduce in atto. Essa mette in movimento armonico tutte le energie, ma soprattutto è compito dell’intelligenza e della volontà, poiché si forma nella mente, si sviluppa nel cuore e si completa nell’azione. L’intelligenza vede, la volontà ama e gli atti seguono.

La pietà dunque non è un semplice compito del sen­timento. Sarebbe abusare stranamente dei termini, voler attribuire questo importante nome alle leziosaggini che tante anime piccole praticano negli esercizi di pietà. I sogni dell’immaginazione, le tenerezze della sensibilità, per quanto belli e dolci, sono spesso vani trastulli di anime illuse che hanno qualche parvenza di pietà, ma che non ne posseggono la forza interiore (cf. 2Tm 3, 5).

 

100. E’ compito del sentimento. – Gli affetti sensi­bili, così pure l’immaginazione, sono buoni in sé, poi­ché quella parte inferiore dell’anima che confina coi sen­si è anch’essa uno dei doni da Dio concessi alla nostra natura. L’immaginazione e la sensibilità sono molto uti­li nella vita e compiono un ufficio abbastanza importante. Non sono esse chiamate ad abbellire l’ossatura così ardua del dovere, ad ornarla di grazie delicate e di pure attrattive, ad animarla di calore e di poesia, a comuni­carle i riflessi del bello ed il rilievo del vigore, ad assi­ curarle la finezza del gusto e rivestirla degli splendori dell’arte, ecc.? La loro funzione, ben ordinata, è così bella, così confortevole, così elevante! Esse devono occupare il loro posto nella pietà. Il loro aiuto non è da spregiarsi poiché la grazia adopera e utilizza tutti gli espedienti naturali. Voler sopprimere, nella pietà, il lo­ro compito normale, sarebbe ferire la natura e porre un ostacolo alla grazia. Perciò è buona cosa ch’esse conser­vino il loro compito e trovino, nella pietà, la loro più nobile e più legittima espansione. Le anime sensibili, soprattutto, in cui domina il sentimento, vadano pure a Dio per questa via; in ciò non vi è nulla di male, a patto di non permettere che la sensibilità e l’immagina­zione compiano una parte funesta. Se queste vogliono diventare la parte principale o il tutto della pietà, offen­dono la natura e ostacolano la grazia, poiché le facoltà sensibili non sono che ancelle a servizio dell’intelligenza e della volontà. Lasciarsi guidare dal sentimento è come affidare il governo della casa al servo, facendo abdicare il padrone. Ciò che è dannoso non è il sentimento, ma l’ufficio sregolato che gli si attribuisce, il sopprimere o almeno ridurre nelle sue relazioni con Dio la parte superiore dell’anima e confinarsi nelle regioni inferiori della sensibilità. Il male aumenta allorché si tende a cercare se stessi anziché Dio.

 

101. Perdita delle impressioni sensibili. – Certe ani­me fanno consistere tutta la luce e il calore della pietà nelle emozioni, tanto che al minimo eclissarsi del loro sole credono a un cataclisma del loro mondo interiore. Mio Dio, non ho più la pietà, non sento più nulla!…

Non vivendo infatti che di emozioni spirituali, allorché questi fenomeni accessori scompaiono per una causa qualsiasi – e vi sono tante cause puramente fisiche le quali spengono questi bagliori fugaci – esse si trovano piombate in un buio che credono irrimediabile. Aveva­no solo il sentimento, scomparso il quale non resta loro più nulla. Non è la pietà che hanno perduto, perché non l’avevano affatto. Se comprendessero che sarebbe precisamente questo il momento di averla!… Liberate dai falsi lumi e dai falsi ardori che le ingannavano fa­cendole vivere per se stesse, potrebbero camminare per un sentiero che conduce più direttamente a colui che non cambia e che è ben al disopra delle piccinerie in cui esse si fermano. Ma sanno, queste anime, che cosa sia la pietà? Suppongono quale sia la sua altezza e dove sia la sua pienezza? (cf. nn. 296-299).

Lettera ad un fan dei certosini del XII° secolo

Lettera ad un fan dei certosini del XII° secolo

S. Antelmo (F. Balbi)

Vi offro nell’articolo odierno una lettera scritta da Dom Antelmo di Chignin, Priore Generale dell’Ordine certosino dal 1139 al 1151, ad un ammiratore di quel tipo di vita monastica. Questo ignoto  estimatore, del quale non conosciamo ne l’identità ne il contenuto della sua missiva, il quale  però possiamo ipotizzarlo dalla risposta data da Dom Antelmo.  Il curioso appassionato, avrà posto decine di domande sulla vita dei monaci a cui l’insigne priore risponde con apparente semplicità ma con saggia profondità. Provo per un attimo ad immaginare quanto tempo abbia aspettato il nostro sconosciuto amante dei certosini per ricevere la risposta!

Nella nostra epoca, laddove, le comunicazioni sono rapidissime grazie all’avvento della multimedialità, sembra davvero incredibile immaginare che tali rapporti epistolari, potevano protrarsi anche per mesi.

A voi il testo:

Il priore Antelmo scrive: “Tu ci chiedi che ti inviamo ciò che abbiamo di scritto sulla nostra vocazione monastica, qualcosa sul fondatore del nostro genere di vita, sulle usanze, sulle consuetudini della nostra vita.  Hai chiesto che ti indichiamo la qualità del nostro vestito, del nostro cibo, della nostra bevanda, in quali tempi e in quali giorni osserviamo il digiuno, e in quali, invece, lo allentiamo; quante ore dedichiamo al lavoro manuale, quante alla preghiera, quante alla lettura.  Ora, tutte queste cose sono contenute in uno scritto, ma si tratta di uno scritto che non ti possiamo mandare: è voluminoso.  Quindi non ci possiamo mettere al servizio della tua curiosità.  Puoi comunque ritenere per certo, fratello, che il desiderio, certamente non concepito nel tuo animo senza un’ispirazione dello Spirito Santo, è quindi una curiosità legittima”.  Comunque sia..

“Il Signore ti conceda secondo il tuo cuore, ti conceda quanto tu desideri.  Sta’ bene, e prega per noi.”

E’ straordinario constatare, che la risposta data da Dom Antelmo a questo fan del XII° secolo è simile nel contenuto a quella che darebbe un priore del XXI° secolo.

Dom Vimercati e la sua invenzione

Dom Vimercati e la sua invenzione

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Recentemente vi ho parlato della attenzione dei monaci certosini per lo scorrere del tempo e la relativa passione verso lo studio per la misurazione dello stesso. Mi sembra quindi opportuno parlarvi oggi di una importante invenzione, attribuita ad un monaco certosino. Ma di chi vi parlerò e di cosa si tratta?

Il soggetto in questione, risponde al nome di Giovanni Battista Vimercati, nativo di Milano e proveniente da una nobile famiglia. Egli entrò nella certosa di Garegnano, a Milano nel 1557. Di lui si sa che oltre al suo profondo impegno verso la vita claustrale, dedicò molto tempo allo studio. Diversamente da molti suoi confratelli deiditi a varie discipline scientifiche, egli volle pubblicare le sue ricerche sulla gnomonica. Dom G.B. Vimercati scrisse un testo che ben presto riscosse un importante riscontro nel mondo scientifico. Il libro in questione è: Dialogo de gli horologi solari  nel quale con ragioni speculative et prattiche facilmente s’insegna il metodo di fabbricar tutte le sorti di horologi (Venezia 1557). Già dal titolo si intuisce il contenuto del trattato che si articola sotto forma di dialogo per renderlo comprensibile e scorrevole. Il protagonista Pandolfo, è l’esperto che espone dottrina e principi a Prosdocímo che lo sollecita con domande, obiezioni, richieste di chiarimenti. Il testo è corredato da numerose figure, schemi e tavole che illustrano gli argomenti trattati. I due personaggi che dialogano tra loro, rappresentano simbolicamente la ragione teorica e la applicazione pratica della teoria. Dom Vimercati non esita ad avvisare i lettori che:«(…) solo voglio avisare quegli che delle ragioni matematiche e della sfera del mondo sono inesperti dove nella prima parte non riuscirebbero, vogliano almeno con ogni loro sforzo dilettarsi nella seconda, che per esser ella tutta di pratica ornata, non poco frutto con dilettazíone grandissima ne riporteranno (…)». Il libro scritto in italiano e come vi dicevo con molte illustrazioni e con una forma gradevolmente scorrevole risultò essere un piacevole passatempo, difatti incontrò il favore di un pubblico molto vasto. Alla prima edizione veneziana del 1557 ne seguirono almeno una decina, in varie città, sino al 1587. Insomma un importante testo scientifico nel quale Dom Vimercati illustra semplicemente l’ingegnoso procedimento per ingrandire il disegno di un orologio solare alla scala desiderata. Il disegno viene steso su una tavola sufficientemente grande da contenere anche l’ingrandimento che si vuole ottenere. In luogo dello gnomone viene collocato uno stilo proporzionato alla grandezza del quadrante disegnato. Se il disegno che si vuole ottenere è quattro volte maggiore, lo gnomonista deve collocare sulla tavola un altro stilo quattro volte più lungo del primo. La riproduzione del disegno avviene muovendo la tavola alla luce del sole in modo che volta per volta l’ombra dello stilo minore vada a toccare un punto significativo del quadrante; la posizione corrispondente dell’ombra dello stilo maggiore viene quindi trascritta sul foglio da disegno. Gli apprezzamenti furono tanti, difatti anche l’illustre Patriarca Daniele Barbaro, disse che questo procedimento è utile anche “per riprodurre “una fortezza, una figura humana, et qualunque altra sorte di cosa”. Dom Vimercati è considerato pertanto l’inventore dello stilo gnomonico.

grafico

 

La vita interiore di F. Pollien Capitolo II

La vita interiore di F. Pollien Capitolo II (libro secondo)

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO II

ESSENZA DELLA PISTA

89. Vista, amore e ricerca di Dio. – 90. Veritatem facientes in charitate. – 91. Unione di queste tre operazioni. – 92. Altri testi. – 93. Il grande comandamento. – 94. Definizione del Catechismo.

 

89. Vista, amore e ricerca di Dio. – E’ facile compren­dere che la vita diventa una, quando percorre la via dei suoi doveri, delle sue ascensioni, delle sue opere, dei suoi frutti, dei suoi fini, sempre dedicata all’oggetto unico e supremo.

Vi sono delle esistenze che si unificano, in parte e temporaneamente, in un lavoro di intelligenza, di carità o di attività. Ma questa carità non giunge ad abbracciare tutto e non è durevole. La gloria santa, essa sola, vuole e deve assorbire tutto ed eternamente.

Ed ecco la mia vita indivisa e senza fine; vita della mente, che nella verità sa vedere Dio in se stesso e ogni creatura per la sua gloria; vita del cuore, che nella ca­rità si infiamma ad amare l’amore sommo e il creato per il suo onore; vita dei sensi, che nella libertà si esal­tano a servire l’altissimo, mediante l’impiego di tutte le cose ai suoi interessi; vita una, totale, immortale, perla unica e di inestimabile valore, la cui scoperta fa vendere tutto per poterla acquistare (cf. Mt 13, 45). Essa è ciò che san Paolo chiama la grande ricchezza, utile a tutto, avendo la promessa della vita presente e futura e che definisce col termine pietà (cf. 1Tm 4, 8). Essa è la pa­ rola che riassume la mia vita. Che cos’è la pietà? La vista, l’amore, la ricerca di Dio in tutto. Questa dispo­sizione che fa vedere, amare, ricercare Dio prima di tutto, s’intensifica poco per volta, fino a far vedere, ama­ re, ricercare Dio solo in tutte le cose.

 

90. Veritatem facientes in charitate. – Chiediamo la definizione della pietà al dottore delle genti, che sarà sempre il più profondo teologo della vita spirituale. Egli la dà in termini concisi, aventi una tale forza, che il grande De Maistre la dice intraducibile nella nostra lingua. « Vivendo secondo la verità nella carità, cer­chiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo (cf. Ef 4, 15).

Queste parole del grande apostolo indicano, con la profondità del senso e la brevità dell’espressione che gli sono proprie, tutto ciò che costituisce la pietà, il suo fine, le sue operazioni, i suoi mezzi.

Il suo fine: Crescere, ingrandire la mia vita e con­durla fino alla pienezza stabilita dal suo autore per la gloria sua e la mia felicità; crescere nel Cristo che è il capo del corpo di cui io sono membro, nel quale e del quale io debbo vivere, poiché è in lui che tutto il corpo trova i legami e le articolazioni per l’alimentazione e il suo sviluppo in Dio (cf. Col 2, 19).

Le sue operazioni: Fare la verità nella carità; triplice operazione: di cognizione, di amore e di azione. E’ Dio, visto, amato e ricercato.

I suoi mezzi: Ogni cosa creata: per omnia. Secondo il disegno del loro autore, come ho visto, le creature non sono che strumenti a servizio della pietà; essa sol­ tanto sa usarli bene e utilizzarli totalmente: utilis ad omnia.

 

91. Unione di queste tre operazioni. – Avendo espo­sto la natura e le relazioni fondamentali del fine, delle operazioni e dei mezzi, insistiamo sull’unione necessaria di queste tre operazioni nell’unità vitale. Questa unio­ne, questa unità vitale, è espressa da san Paolo con sin­golare energia. Dei tre termini che caratterizzano gli elementi della pietà, prende l’ultimo, quello dell’azio ne, lo fonde col primo, quello della verità, e ne forma un’unica parola: (in greco), veramente intraducibile, e che, in mancanza di meglio, traduciamo: vivere secondo la verità. A questa parola, in cui sono riassunti i due termini estremi, egli dà per regola il termine medio, cosicché tutto si trova, in pratica, riunito nella carità che è il centro della pietà, il vincolo della perfezione (cf. Col 3, 14). Io vedo per amare e agisco amando. Il mistero d’unità, che opera nei membri di Cristo per formare il suo Corpo mistico, opera anche nella pietà di ciascuno per fare delle loro azioni un solo corpo vitale. Della mia pietà, dunque, come della Chiesa, si può veramente dire che, mentre il mutuo concorso dei membri, che agiscono ognuno nella loro misura, man­ tengono l’ordine e l’unione dei beni, tutto il corpo ri­ceve il suo accrescimento per essere edificato nella carità (cf. Ef 4, 16).

 

92. Altri testi. – Questa unione di tutte le facoltà umane nelle loro operazioni vitali è spesso indicata nel­ la Sacra Scrittura. Riportiamo qualche passo: In Cri­ sto Gesù – dice san Paolo – non ha valore né la circon­cisione, né l’incirconcisione, ma la fede operante per mezzo della carità (cf. Gal 5, 6). Le opere della fede per la carità, non è questa la sintesi della pietà nei suoi tre termini? E non è la stessa unità che afferma l’apostolo dell’amore, nel seguente appello, in cui sembra riassu­mere i desideri del cuore sul quale aveva posato il capo e sintetizzato la sua dottrina e la sua vita? « Figliuoli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità » (1Gv 3, 18). L’amore, procedendo dalla verità ed esternandosi nelle opere, è il tutto della pietà e della vita nelle sue tre operazioni inseparabili.

 

93. Il grande comandamento. – Che cosa ordina il primo, il massimo comandamento? « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente » (cf. Mt 22, 37).

Amerai: è la parola più importante del comandamen­to, la parola essenziale della pietà e centrale della vita. Amerai, chi? Il Signore Dio tuo; amerai lui per lui, l’amerai perché è il tuo Signore e tuo Dio, cioè il tuo maestro e il tuo tutto. Temerai il Signore Dio tuo, lui solo servirai, aderirai a lui; egli è la tua lode e il tuo Dio (cf. Dt 10, 21).

Come l’amerai? Ex toto, con tutto te stesso; e quan­ do Dio dice « tutto », significa proprio tutto. Raccoglie­rai, dunque, nell’amore, il tutto del tuo essere e delle sue facoltà; il tutto di ogni facoltà e dei suoi atti speci­fici. Amerai con tutta la mente: ecco la conoscenza, la vista di Dio, la verità. Amerai con tutto il cuore: ecco propriamente, direttamente, l’amore di Dio, la carità. Amerai con tutta l’anima e con tutte le forze: ecco l’a­zione, la ricerca di Dio, la libertà.

Il comandamento non attribuisce l’amore a tutte le potenze, perché solo il cuore ama; ma tutte le potenze all’amore, perché i loro atti e le loro abitudini devono concentrarsi in esso per formare l’unica disposizione, risultante generale e vivente, che è la pietà. E così nel precetto dell’amore sono compendiati tutti i precetti e tutti i doveri.

 

94. Definizione del Catechismo. – Con parole più umili, ma senza menomare la profondità del senso e la pienezza delle espressioni, il Catechismo di san Pio X insegna al bambino la dottrina del grande precetto e quella dei grandi apostoli. « Perché è stato creato l’uo­mo? ». « L’uomo è stato creato per conoscere, amare e servire Dio, in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in Paradiso ». Il Catechismo riassume i doveri, gli atti, le disposizioni di cui si compone la religione, in questi tre medesimi termini: conoscere, amare, servire Dio. Ne fa l’unico « perché » dell’esistenza, il fine pieno della vita, il tutto dell’uomo. Se pensare, volere, agire è tutto l’uomo; conoscere, amare, servire Dio è tutto il cristiano.

Quali che siano i termini adoperati: religione, pietà, devozione, per esprimere il tutto; conoscere, amare, servire; intelligenza, volontà, azione; vista, amore, ri­cerca; verità, carità, libertà, per designare le parti, è sempre lo stesso tutto, sono sempre le stesse parti.

 

Una preghiera di Dom Sallier

Una preghiera di Dom Sallier

certosino in adorazione alla Vergine

Cari amici, la vocazione spesso comporta notevoli sacrifici, soprattutto quando si tratta di una scelta orientata verso la vita monastica di clausura. Essa impone fatalmente degli abbandoni e dei forti distacchi. Ho scelto per voi questa splendida preghiera concepita da un giovane certosino, di cui vi racconterò brevemente la sua biografia. Jean Jean-Baptiste Uldaric Sallier, nacque a Aix-en-Provence il 7 luglio del 1806 in una famiglia della locale borghesia, suo padre infatti ricopriva l’incarico di sindaco. Trascorse un infanzia tranquilla, e successivamente frequentò la scuola fondata da Eugène de Mazenod, ed in seguito il collegio dei Gesuiti ad Aix. Oltre ad una forte formazione religiosa, egli nutriva già a quattordici anni una forte passione ed una attrazione verso la vita solitaria che cozzerà con una forte opposizione familiare. Il giovane optò per continuare i suoi studi classici, poi nel 1828 entrò nel seminario della sua città natale. I suoi genitori per verificare la sua vocazione, l’anno successivo, lo mandarono al Saint-Sulpice a Parigi, ma la rivoluzione di luglio lo riportò ad Avignone, dove ha seguito i suoi insegnanti. Tornò a Aix per frequentare l’ ultimo anno per poi essere ordinato diacono il 23 dicembre 1832. Nell’agosto successivo, invece di passare al sacerdozio, il giovane Jean Baptiste affrontando la resistenza della madre che si oppose drasticamente alla sua decisione, entrò nel novizizto della Grande Chartreuse. In seguito farà la sua professione il 6 ottobre del 1834 e sarà ordinato prete il 19 dicembre seguente. Molto precocemente,nel 1836, ricevette la nomina di maestro dei Novizi, ruolo che svolse con grande impegno. Nel dicembre del 1838, fu inviato come Vicario alla certosa di Collegno, da poco restaurata. Fu scelto Dom Sallier per le sue doti utili a far ripristinare l’integralità nell’osservanza della regola ad alcuni monaci che per molti anni erano stati costretti a riprendere la vita regolare.

Il suo impegnativo operato, fu molto apprezzato dal re Carlo Alberto di Savoia di cui divenne amico. Nel novembre del 1846, anche a causa della sua sopraggiunta sordità, fu richiamato alla Grande Chartreuse, ma poi nel 1847 il Capitolo generale lo destinò alla nuova fondazione di Montrieux, nei pressi di Tolone, in Francia. Anche in questa piccola certosa egli seppe infondere la sua enorme influenza spirituale. Nel 1856, fu chiamato nuovamente alla Grande Chartreuse, dove visse i suoi ultimi anni di vita terrena, morì infatti il 2 gennaio del 1861.

Questa la sua breve e succinta biografia, ma come vi annunciavo egli, devotissimo di Maria, scrisse una breve preghiera dedicandola a sua madre, che come vi ho raccontato era fermamente contraria alla sua decisione di diventare certosino. A voi questo prezioso e commovente testo:

O Maria, abbi pietà di mia madre”: 

“O Maria, Madre di Gesù, attraverso il dolore che hai provato per la perdita di tuo Figlio a Gerusalemme da parte di questo dolore che trafisse il Tuo cuore immacolato quando il Tuo Gesù fu rapito per essere messo nelsepolcro, abbi pietà di mia madre e dona a lei la forza di compiere la santa volontà di Dio.

 Amen

I trompe-l’œil di Ferrando

I trompe-l’œil di Ferrando

altare Trasaltar

Nell’articolo odierno voglio parlarvi di un monaco certosino che contribuì a decorare la certosa di Miraflores, di cui vi ho già mostrato in passato le sue notevoli bellezze artistiche. Ma gli affreschi che voglio mostrarvi oggi, pur essendo di valore artistico secondari a quelli già trattati, hanno un grosso impatto visivo. Tra il 1657 ed il 1659, viene realizzato un ciclo di affreschi per riempire la parte posteriore dell’altare maggiore della chiesa, alle spalle del famoso Retablo Mayor. Pitture che si adattano alla forma architettonica di quello spazio, chiamato “Trasaltar”. Colui che realizza queste pitture murarie, è il certosino Cristòbal Ferrando.

Costui nacque a Añievas (Santander) nel1621, da giovanissimo a soli venti anni egli decise di diventare certosino entrando nella certosa di Siviglia nel 1641. Successivamente fu alla certosa di Cazalla dal 1662 al 1667, ma data la sua spiccata vena pittorica sarà in giro per tutte le case dell’Ordine della Provincia di Castiglia. Le sue doti pittoriche lo portarono ad essere chiamato appunto per decorare il Trasaltar della certosa di Miraflores. In questo ambiente, nel quale si accede dalle porte laterali sotto l’altare maggiore, aperte le quali appare questo incantevole ciclo pittorico, contenente scene dell’antico Testamento e dell’apocalisse di Giovanni, di questo pittore certosino. Lo spazio presenta sul fondo un piccolo altare con nicchie e mensole laterali, utili a riporre gli oggetti liturgici destinati alle funzioni. Al fine di ampliarne la profondità, il geniale pittore ,tra i migliori del naturalismo sivigliano, realizza dei trompel’oeil con due immagini di forte impatto visivo. Due certosini, uno per lato che sembrano uscire da finte porte!

Sulla destra distinguiamo il Padre sacrista, riconoscibile poiché regge le chiavi della chiesa la cui cura è ad egli affidata, mentre sulla sinistra si scorge il Padre Procuratore, che tiene tra le mani il turibolo e la navicella, gli strumenti necessari per le funzioni liturgiche. Altre scene religiose, completano le altre pareti di questo ambiente, rendendo il complesso visivamente molto gradevole.

Padrer sacrista

Padre Procuratore

Dello stesso Ferrando esistono sei dipinti su San Bruno realizzati per il chiostrino della certosa di Siviglia ed una Vita della Vergine realizzata per Cazalla. Tutto ciò è attualmente conservato al Museo delle Belle Arti di Siviglia. Nella certosa di questa città il brillante pittore certosino, morì il 29 aprile del 1673. Vi allego le splendide immagini del Trasaltar, che ci mostrano quanto descrittovi.