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La vita interiore di F. Pollien Capitolo I

La vita interiore di F. Pollien Capitolo I (libro secondo)

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

I MIEI DOVERI

82. Sapere, volere e fare. – 83. Conoscere Dio. – 84. La verità. – 85. Amare Dio. – 86. La carità. – 87. Servire Dio. – 88. La libertà.

 

82. Sapere, volere e fare. – Non si può edificare sen­ za princìpi, ché altrimenti la costruzione sarebbe cadu­ca. La mia costruzione vitale dev’essere eterna; ciò dice quanto essa debba poggiare su principi immutabili. D’al­ tra parte, si costruisce solo mediante un’azione, la qua­ le deve tenersi costantemente nella direzione delle leggi essenziali. È vero che, nella mia edificazione per Dio, l’azione divina occupa il primo posto; però non deve mancare la mia collaborazione.

Non è qui il luogo di riconoscere l’azione di Dio, né di tracciare, per la mia azione, le vie e i mezzi, perché questo verrà trattato nella seconda e terza Parte. Oc­corre, però, cercare l’orientamento. Non è davvero il caso di stabilire la giustezza dell’azione di Dio, poiché egli opera, in ogni occasione, con misura, calcolo e peso (cf. Sap 11, 20). Bisogna piuttosto stabilire la rettitu­ dine della mia.

Qual è la mia? Sapere, volere e fare sono i tre prin­cìpi fondamentali della mia attività. Sono dotato di in­ telletto per conoscere, di volontà per volere, di organi per agire. L’attività completa della mia vita si compone del gioco armonico di queste differenti potenze, unite in un comune movimento di progresso. Di qui concludo che vi è un obbligo, triplice e singolo, di conformare le mie potenze e il loro movimento alle leggi essenziali; triplice, perché esso si impone alla conoscenza, alla vo­lizione, all’azione; singolo, perché sono tre rami di un medesimo albero.

 

83. Conoscere Dio. – Servirmi delle creature per elevare la mia vita come tempio eterno di onore per Dio e di felicità in lui è l’importante principio. Quale dovere si impone allora alla mia intelligenza, che è la più specifica e più caratteristica potenza vitale? Dotata di un potere d’intuizione, di giudizio e di raziocinio; aiutata dalla memoria, immaginazione e percezione sen­ sibile, l’intelligenza può prendere conoscenza degli es­ seri e dei loro rapporti, ed ha altresì una capacità di conoscere Dio e l’uomo, le creature e le loro relazioni. Il suo dovere supremo è, dunque, di rendersi atta a vedere Dio in se stesso, al disopra di tutto, come fine supremo della vita; di avere sempre presente la sua gloria, che contenendo tutto, deve dominare, ispirare e dirigere la condotta.

Inoltre, fissando lo sguardo sul creato, deve discer­ nere ciò che è, ciò che vale, ciò che fa per il servizio del Maestro. Deve conoscere le risorse, le attitudini, il fun­ zionamento degli strumenti sui quali si canta l’inno del­ la vita.

Vedere Dio sopra, tutte le cose, e queste secondo lui e per lui, è dovere assoluto della mia intelligenza. Ch’io abbia, dunque, in tutte le mie vie, sempre presente alla mente questa vista che guiderà i miei passi sul retto sentiero (cf. Pro 3, 6), e sarò nella verità, sintesi dei doveri e della vita delle mie facoltà conoscitive.

 

84. La verità. – Secondo i filosofi, vi è la verità del­ l’essere, la verità della conoscenza e la verità dell’espres­sione. È vero l’essere che è quello che deve essere; vera la conoscenza che vede ciò che è nell’essere; vera l’e­ spressione che traduce quello che è nella conoscenza. Dio è la verità sostanziale, perché egli è l’essere in sé, colui che è (cf. Es 3, 14).

Il Cristo è la verità, perché, essendo Verbo di Dio, è la conoscenza e l’espressione infinita dell’essere infi­ nito. La mia mente è chiamata a comunicare con que­ sta verità dell’essere e del Verbo, perché è stata ordi­ nata e predisposta a vedere Dio in se stesso; a vederlo quaggiù, nei raggi opachi della fede, e nello specchio delle creature; a contemplarlo lassù, a faccia a faccia, negli splendori della gloria che non conosce alcuna in­ fermità né di tempo né di spazio (cf. 1Cor 13, 12). Io entro nell’infinito della verità a misura che il mio occhio si sforza di penetrare nell’essere, di comprendere il Verbo, di contemplare la sua vita.

Anche le creature hanno la loro verità che risulta dalla conformità alle idee del Creatore, il quale ha at­ tinto in se stesso le ragioni di ciò che esse sono, di ciò che fanno, di ciò che devono essere e fare. Io entro nella verità del loro essere in quanto riesco a vedere e a comprendere le idee di Dio su di esse. E poiché Dio le ha create in un disegno finale di gloria per lui e di feli­ cità per i suoi eletti, più la mia intelligenza arriva a com­ prendere e la mia parola ad esprimere, in questa luce, la costituzione e l’ordinamento, le qualità e le attitu­ dini, le forze, i movimenti di quello che è e di quello che riguarda il mio essere, più io mi esalto negli splen­ dori del vero, vita della mia mente.

Infine, non dovrei essere vero, io, in me? Questo si­ gnifica essere quello che devo essere secondo l’idea di Dio; vedermi nel mio fine supremo; esprimermi con la parola e più ancora, con l’azione, secondo la verità di quello che sono e di quello che so. Come debbo perfe­zionare in me questa triplice verità dell’essere, della cognizione e dell’espressione che sarà la mia integrità e la vita del mio spirito!

 

85. Amare Dio. – La volontà è determinata dall’in­ telligenza secondo il vecchio adagio filosofico: « Chi non sa, non vuole ». Però, non è una determinazione for­ zata, perché io posso sapere e non volere. Qual è quella volontà umana che segua tutti gli impulsi dello spirito? Vi è dunque anche per la mia volontà un dovere: qual è?

È proprio della volontà amare; perché le forze di affetto e di determinazione di cui essa è dotata, le po­ tenze delle passioni concupiscibili e irascibili, come i doni di sensibilità e di energia degli organi che devono essere al suo servizio e ai quali essa comanda, riassumono i loro movimenti di attrazione e di ripulsa in quest’unica parola: amore. L’oggetto diretto dell’amore è il bene; di modo che, l’amore non è altro che volere il bene. Ora che cos’è il bene? È Dio: bene sommo, principio di ogni bene; bontà suprema, sorgente di ogni bontà; amore essenziale, sorgente di ogni vero amore. Poiché dunque è lui il bene essenziale, il bene universale dal quale procede ogni bene parziale, l’obbligo universale della mia volontà sarà di consacrare al suo amore le forze di affetto e di determinazione; dovrà sottomettervi le potenze delle passioni, della sensibilità ed ener­gia che sottostanno al suo impero; dovrà aderire a lui per lui, e volere per lui questo bene della sua gloria che posso e devo procurargli.

E poiché le creature hanno in se stesse un bene, che viene da lui e deve ritornare a lui, i miei affetti posso­ no, anzi, devono consacrarsi a ciò che in esse è da lui e per lui. E poiché infine, io stesso, creatura fra tante creature, ho in me e posso ancora ricevere dei beni che sono da lui e per lui, devo pure amarmi; e cioè, affe­ zionarmi per lui a ciò che ho da lui; e, sempre per lui, accrescere e far fruttificare quello che posseggo.

Ed ecco, nel suo triplice oggetto di affetto e di devozione, l’unico amore che è il dovere totale del mio cuore.

 

86. La carità. – L’amore ha il suo culmine nelle al­ tezze della vita soprannaturale: è qui che si chiama ca­ rità. È questo il vocabolo col quale l’apostolo dell’amore definisce Dio stesso. Dio – egli dice – è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4, 16). Che cos’è dunque la carità? È Dio divinamente amato in sé e nelle creature.

In sé prima di tutto, per un motivo divinamente ispirato di compiacenza nella sua infinita grandezza e nella sua beatitudine eterna; di benevolenza nel voler­ gli tutto il bene che può procurargli la sua gloria. Lui in lui, tutto per lui; la grazia non può elevare a subli­ mità più alta.

Poi, nelle creature, amate in lui e per lui, in ciò che egli opera in loro, in quello che esse sono e fanno per lui. Sia che questa carità, figlia della grazia, si applichi a me, agli angeli, agli uomini con i quali sono chiamato a glorificare Dio nel corpo immortale del Cristo, sia che si applichi alle creature d’ordine inferiore, è sempre lui la ragione e l’oggetto di ogni gioia e di ogni desiderio del cuore.

Quando mi sarà concesso di conoscere e possedere questa carità di Cristo che sorpassa ogni scienza, allora sarò ripieno della pienezza di Dio (cf. Ef 3, 19). Chi ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (cf. 1Gv 4, 7-8). Avrò, in seguito, la pienezza dell’essere e vedrò fra poco come la carità è il punto centrale e il legame vitale della mia costruzione (nn. 91-93, 98); avrò la pienezza di azione, perché l’amore è la pienezza della legge (cf. Rm 13, 10). Godrò, infine, della pienezza del­ le cose. Infatti, di che cosa è piena la terra se non dei beni di Dio e della gloria di lui? E la carità, compren­ dendo nella sua sostanza tutte le cose, penetrerà fin nel­ l’intimo della creazione, che è il fondo e l’essenza stessa di ciò che di bene vi è in essa (n. 29).

 

87. Servire Dio. – Dalla volontà deve risultare l’azio­ ne, la quale ricerca, sceglie, adopera, eseguisce. Debbo dunque ricercare prima di tutto e in tutto la gloria di Dio. Debbo servire Dio e servirmi di tutte le cose per lui. Servire Dio vuol dire applicare e riferire al suo cul­ to il mio movimento, dirigere a lui il mio lavoro e le mie occupazioni, in modo che non vi sia nulla di sot­ tratto al suo servizio nella forma e nella misura della mia vocazione.

Debbo servirmi delle cose per Dio. A questo scopo dovrò cercarle, sceglierle e adoperarle in quanto mi aiu­ tano a glorificare Dio e a beatificarmi in lui… né più… né meno… Io non ho altro motivo di ricercare le crea­ ture né di fuggirle, all’infuori di questo. Posso ricercare senza dubbio quelle che mi soddisfano e posso fuggire quelle che mi sono causa di pena; non è forse necessario l’olio alla macchina? Non è forse necessaria un po’ di letizia al meccanismo delle mie facoltà? Questo, tutta­ via, debbo farlo secondariamente e sempre in confor­ mità ed in vista del lavoro più importante. Giammai la mia soddisfazione dev’essere la regola prima e principale delle mie azioni.

Agire per la gloria di Dio, preferire ciò che vi contri­ buisce maggiormente, mettere in secondo luogo ciò che è meno utile a questo scopo, eliminare ciò che è di osta­ colo: ecco la regola delle mie azioni. Se la seguo, le mie opere saranno perfette, i miei sentieri diritti. Per con­ seguenza, sarò giusto, poiché è proprio il giusto che Dio conduce per i sentieri diritti (cf. Sap 10, 10).

 

88. La libertà. – Io divento giusto e libero se agisco in tal modo. Le parole « né più né meno » indicano molto bene il grado di libertà a cui deve pervenire la mia azione. Debbo diventare talmente padrone dei miei mezzi, da poterli liberamente usare e lasciare secondo la loro utilità; utilizzare ogni creatura in quanto è o può essere proficua per la gloria di Dio senza che i miei gusti mi facciano oltrepassare i limiti, o i miei disgusti m’impediscano di conseguirla; usare ciò che è utile e solo in quanto è tale; evitare ciò che è contrario, solo in quanto è contrario; non modificare la mia azione, nella sua sostanza, per nessuna preferenza o ripugnanza naturale; ciò significa avere la grande e regale libertà dei figli di Dio alla quale sono chiamato (cf. Gal 5, 13).

Che la mia mente, dunque, sia e agisca nella verità, il mio cuore nella carità, i miei sensi nella libertà di Dio; ed io adempirò i miei doveri, mi eleverò, opererò, darò frutti e conseguirò la vita eterna.

 

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