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La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III (libro secondo)

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

LA VIRTÙ DELLA PIETA’

95. Purezza, unità, stabilità. – 96. Attrattiva, facilità e pron­tezza. – 97. La grande disposizione. – 98. Il corpo e l’anima della pietà. – 99. La pietà è compito dello spirito. – 100. È compito del sentimento. – 101. Perdita delle impressioni sen­sibili.

 

95. Purezza, unità, stabilità. – Per corrispondere co­me devono al disegno e al desiderio di Dio, questo tut­to e queste parti esigono di essere portate al loro cul­mine di purezza, di unità e di stabilità.

Di purezza. L’occhio del Signore, amante della vita (cf. Sap 11, 27) e davanti al quale ogni cosa è nuda e scoperta (cf. Eb 4, 13), non desidera incontrare quag­giù, né sopporterà nel suo cielo, nessuna macchia, né mescolanza, né ombra. La pietà deve dunque affinarsi come l’oro più puro. « Ti consiglio, dice l’angelo del­l’Apocalisse al vescovo di Laodicea, di comprare da me oro purificato dal fuoco » (Ap 3, 18). Vedrò, come l’ani­ma posta in quel crogiuolo e mediante queste opera­zioni, si libera dalle scorie delle intenzioni e delle pra­tiche false.

Di unità. La purezza del metallo e la finezza del lavoro conferiscono certamente valore ad un orologio, ma la regolarità del movimento, che ne è come la vita e che costituisce il suo vero valore, gli risulta solo dalla perfezione delle singole parti e dall’armonia con cui sono disposte ed attratte nell’unità di un medesimo mo­vimento. La pietà, che è la vita più alta, cioè la vita di Dio nell’anima e dell’anima in Dio, ha maggior bisogno di questa unità; unità delle facoltà in se stesse e fra di loro; unità dei loro atti e delle loro disposizioni, i cui vari movimenti non devono formarne che uno solo co­me nell’orologio; unità specialmente con Dio, per cui gli impulsi della grazia si fondono in uno con l’attività umana. In questa connessione del movimento della vita soprannaturale, non deve esservi soltanto l’unione con Dio, ma l’unità. L’orologio della pietà non segnerà l’ora esatta di Dio se non alla sua consumazione nell’unità.

Di stabilità. Che cos’è un movimento che un nulla può cambiare o arrestare? Che cos’è una vita vacillante? La pietà non meriterebbe il suo nome se dovesse soggia­cere a queste debolezze. Come vita di Dio essa deve manifestare la potenza di Dio nella debolezza dell’uomo (cf. 2Cor 12, 9) e continuare un cammino progressivo attraverso tutte le contrarietà e le seduzioni. Con questa ultima qualità di forza acquisterà il suo carattere di virtù.

E sarà anche virtù secondo il grado di purezza, di unità e di stabilità a cui perverrà.

 

96. Attrattiva, facilità e prontezza. – La pietà dev’es­sere virtù, ossia, abitudine formata e stabile. Come ogni abitudine, dev’essere attraente ed avere facilità e pron­tezza a fare gli atti che le sono propri; essendo attraente avrà facilità e prontezza a vedere, amare e cercare Dio in tutto. Solo così sarà costituita nello stato di virtù, pura, una e forte. La virtù della devozione, secondo san Francesco di Sales, non consiste nell’osservare i coman­damenti, ma nell’osservarli con prontezza e volentieri. Essa, infatti, non è altro che una generale inclinazione e prontezza dell’anima a compiere ciò che conosce essere grato a Dio.

Questa virtù si formerà dunque in me nella propor­zione in cui, per la grazia di Dio e per la mia corrispon­denza, aumenteranno l’attrattiva, la facilità e la pron­tezza a vedere, amare e ricercare Dio, puramente, unica­ mente, fortemente in tutte le cose.

Mio Dio! dov’è in me questa prontezza e agilità del­ l’anima? Povero figlio dell’uomo, cuore tardo, amante della vanità e ricercatore di menzogna (cf. Sal 4, 3), quando mai acquisterò una tale dilatazione di cuore da correre nella via dei comandamenti? (cf. Sal 118, 32). Chi mi darà le ali della colomba per volare e riposarmi in Dio?

 

97. La grande disposizione. – La pietà, così intesa, non è una virtù qualunque messa accanto alle altre, che reclama il suo posto nell’edificio e la sua parte di tempo nelle preoccupazioni. Essa non è una pietra; è l’edificio. Non è un momento della vita; è la vita. È il perno di ogni attività, la forma del tutto, lo stato che armonizza le disposizioni, l’atto che unifica gli altri atti. Sovrana ed unica, per essere tale, essa vuole cogliere, racchiu­dere, possedere e dirigere tutto ciò che è mio, che è in me e viene da me. Nulla di ciò che è cognizione di ra­ gione e di fede, nulla di ciò che è atto o abitudine di virtù, nulla di ciò che è movimento fisico, deve muover­ si fuori della sua unità. Essa è dunque la grande dispo­sizione in cui si opera l’insieme stesso della vita, il do­ vere in cui prendono consistenza e vita tutti gli altri do­ veri; è infine praticamente attuato quel tutto dell’uo­mo di cui parla il Qoèlet (n. 32), la frase piena in cui le parole dell’esistenza trovano il loro completo signi­ficato.

Come in una frase le parole, pur conservando ognuna il proprio significato, giungono, unendosi, ad esprimere qualcosa di più generale che non sia contenuto in esse, prese separatamente, così nell’edificio i vari materiali usati dànno mediante la loro coesione un risultato di valore superiore a quello che avevano, considerati se­paratamente. Questi paragoni ci fanno comprendere il valore che questo tutto, cioè la pietà, possiede al di sopra di ciascuna e di tutte le parti che la compongono. Ma, dato che essa è una vita, riprendiamo dall’apostolo il paragone del corpo, che manifesta tanto bene i suoi collegamenti vitali e mi permette di penetrare meglio il mistero di questa unità nella quale tutta la mia attività si ordina per Dio. Vedrò allora chiaramente come la parola pietà indica tutto ciò che è vissuto per Dio allo stesso modo che la parola empietà abbraccia tutto ciò che è vissuto contro Dio.

 

98. Il corpo e l’anima della pietà. – La pietà è un… tutto…; è una ed è tutto. È una; e poiché è una vita, la sua unità indica che essa ha come un’anima, principio della sua vitalità. Essa è tutto, e poiché il tutto è com­posto di parti, la sua totalità dice ch’essa ha come delle membra formanti un corpo. Qual è il suo corpo? Quali sono le sue membra? Sono tutti e singoli i particolari degli atti e delle abitudini in cui si afferma la mia vita intellettiva, volitiva e sensibile. Non vi è manifesta­zione di attività umana che non possa e non debba es­ sere un membro di questo corpo.

Qual è la sua anima? È la carità divina, forma vi­vente e principio di vitalità soprannaturale. Allorché quest’anima si unisce al corpo, ne risulta quell’unità e quella totalità vivente che è la pietà. In tal modo si manifesta meglio la profondità del detto già citato di san Paolo. Dopo aver consigliato la pratica delle diverse virtù, termina dicendo che, al disopra di tutte queste disposizioni, per animarle ed unirle in un tutto vivente e perfetto, ci vuole la carità, che è il vincolo della per­fezione. Essa, da sola, non costituisce la perfezione, per­ ché non va mai disgiunta dalle altre virtù; ma è tuttavia l’anima che dà loro la vita, il vincolo che conferisce loro la perfezione. Così, nell’ordine soprannaturale come nell’ordine naturale, la vita umana trova la sua perfe­zione nell’unione dell’anima col corpo.

La pietà è perciò utile a tutto, poiché nella sua uni­tà vivente, non lascia perdere nessuna particella di atti­vità umana. Tutto ha, per Dio e agli occhi di Dio, un valore infinito. Il riposo come il prender cibo, il lavoro come la preghiera, la scienza come la virtù, il respiro come il sorriso, le piccole cose come le grandi, tutto, tutto è vivente, glorificante, meritorio, eterno. Fuori di essa, quante perdite! quanta vanità! quanta morte!… O vivificante unità, o tutto vivente, o pietà santa, quan­ do sarai in me? Quando sarò in te? Sii la vita della mia vita, il compendio e l’ordinamento del mio essere, la mia totale ed unica occupazione nel tempo e nell’eter­nità.

 

99. La pietà è compito dello spirito. – La pietà è dunque, nell’uomo, la più sintetica manifestazione del la sua vita, il più alto esercizio delle sue facoltà, lo stato più perfetto del suo essere. Verità che sempre si tra­duce in amore; amore che sempre si traduce in atto. Essa mette in movimento armonico tutte le energie, ma soprattutto è compito dell’intelligenza e della volontà, poiché si forma nella mente, si sviluppa nel cuore e si completa nell’azione. L’intelligenza vede, la volontà ama e gli atti seguono.

La pietà dunque non è un semplice compito del sen­timento. Sarebbe abusare stranamente dei termini, voler attribuire questo importante nome alle leziosaggini che tante anime piccole praticano negli esercizi di pietà. I sogni dell’immaginazione, le tenerezze della sensibilità, per quanto belli e dolci, sono spesso vani trastulli di anime illuse che hanno qualche parvenza di pietà, ma che non ne posseggono la forza interiore (cf. 2Tm 3, 5).

 

100. E’ compito del sentimento. – Gli affetti sensi­bili, così pure l’immaginazione, sono buoni in sé, poi­ché quella parte inferiore dell’anima che confina coi sen­si è anch’essa uno dei doni da Dio concessi alla nostra natura. L’immaginazione e la sensibilità sono molto uti­li nella vita e compiono un ufficio abbastanza importante. Non sono esse chiamate ad abbellire l’ossatura così ardua del dovere, ad ornarla di grazie delicate e di pure attrattive, ad animarla di calore e di poesia, a comuni­carle i riflessi del bello ed il rilievo del vigore, ad assi­ curarle la finezza del gusto e rivestirla degli splendori dell’arte, ecc.? La loro funzione, ben ordinata, è così bella, così confortevole, così elevante! Esse devono occupare il loro posto nella pietà. Il loro aiuto non è da spregiarsi poiché la grazia adopera e utilizza tutti gli espedienti naturali. Voler sopprimere, nella pietà, il lo­ro compito normale, sarebbe ferire la natura e porre un ostacolo alla grazia. Perciò è buona cosa ch’esse conser­vino il loro compito e trovino, nella pietà, la loro più nobile e più legittima espansione. Le anime sensibili, soprattutto, in cui domina il sentimento, vadano pure a Dio per questa via; in ciò non vi è nulla di male, a patto di non permettere che la sensibilità e l’immagina­zione compiano una parte funesta. Se queste vogliono diventare la parte principale o il tutto della pietà, offen­dono la natura e ostacolano la grazia, poiché le facoltà sensibili non sono che ancelle a servizio dell’intelligenza e della volontà. Lasciarsi guidare dal sentimento è come affidare il governo della casa al servo, facendo abdicare il padrone. Ciò che è dannoso non è il sentimento, ma l’ufficio sregolato che gli si attribuisce, il sopprimere o almeno ridurre nelle sue relazioni con Dio la parte superiore dell’anima e confinarsi nelle regioni inferiori della sensibilità. Il male aumenta allorché si tende a cercare se stessi anziché Dio.

 

101. Perdita delle impressioni sensibili. – Certe ani­me fanno consistere tutta la luce e il calore della pietà nelle emozioni, tanto che al minimo eclissarsi del loro sole credono a un cataclisma del loro mondo interiore. Mio Dio, non ho più la pietà, non sento più nulla!…

Non vivendo infatti che di emozioni spirituali, allorché questi fenomeni accessori scompaiono per una causa qualsiasi – e vi sono tante cause puramente fisiche le quali spengono questi bagliori fugaci – esse si trovano piombate in un buio che credono irrimediabile. Aveva­no solo il sentimento, scomparso il quale non resta loro più nulla. Non è la pietà che hanno perduto, perché non l’avevano affatto. Se comprendessero che sarebbe precisamente questo il momento di averla!… Liberate dai falsi lumi e dai falsi ardori che le ingannavano fa­cendole vivere per se stesse, potrebbero camminare per un sentiero che conduce più direttamente a colui che non cambia e che è ben al disopra delle piccinerie in cui esse si fermano. Ma sanno, queste anime, che cosa sia la pietà? Suppongono quale sia la sua altezza e dove sia la sua pienezza? (cf. nn. 296-299).

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