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Omelia per Pasqua

Omelia per Pasqua

copertina Palavras do silencio

Nell’augurarvi una serena e gioisa Pasqua, voglio allietarvi proponendovi la lettura di un Omelia concepita da un “certosino”, per la sua comunità nella celebrazione del giorno di Pasqua del 1994.

Essa rappresenta per noi tutti, un ottimo spunto di riflessione e meditazione.

Pasqua 1994

Gioia Pasquale

Carissimi fratelli, il Signore è risorto! Alleluia!

Nessuno lo vide risorgere. Molti lo videro risorto e proclamarono la buona notizia con grande gioia. Alcuni anche diedero il loro sangue e la loro vita per testimoniare e proclamare.

La risurrezione è la realtà centrale della nostra fede e, come tale, è stata predicata con gioia dall’inizio della vita post-pasquale di Cristo. È stato il nucleo della predicazione apostolica. La risurrezione è anche la chiave per interpretare la vita di Gesù. Infine, nella risurrezione del Signore si fonda la nostra futura risurrezione; e la presenza di Gesù in mezzo a noi è il frutto della sua gloriosa risurrezione, come lo è anche il dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, che riempì gli Apostoli di gioia.

Il Signore è risorto! Non si tratta molto di parlare su questo evento, ma lasciamo trasformare il nostro cuore nel più intimo, per la gioia che ci porta l’annuncio sempre nuovo che la Santa Chiesa ha riassunto in questa parola misteriosa, ma così ricca di contenuto: Alleluia! Alleluia!

Accogliamo con gioia questa proclamazione e la nuova libertà spirituale che ci è data per conoscere e amare Dio, lasciarci amare da Lui, vivere in stretta comunione con Lui e con tutti i nostri fratelli, vicini e lontani, perché è il dono che Gesù risorto ci porta con sé. Lasciamo che questa proclamazione scenda nel più profondo del nostro cuore e ci dia un frammento della gioia divina: la gioia di Dio per la nostra salvezza.

A noi, come ai primi monaci, è stata questa luce, la luce della risurrezione, la luce che è Gesù risorto e sempre vivo, che ci ha portato al deserto di Chartreuse (Statuti 1.3.1), ricordiamo del Signore versando il suo sangue per noi, bruciando i cuori e li illuminando con la sua luce, la luce della fede. In altre parole, è stata la seduzione della Pasqua del Signore che ci ha portato alla vita monastica e ci unisce in nostro corpo – come dicono gli Statuti – alla morte di Gesù, in modo che anche la vita del Signore risorto si manifesti in noi. E con essa, la gioia pasquale.

Sicuramente la nostra povera vita quotidiana non ci dà una brillante esperienza del nostro stato di risorti con Cristo. Forse la nostra esperienza della croce sia più sensibile a noi. Sperimentiamo molto di più la nostra debolezza che la forza del Signore Gesù e del suo Spirito in noi. Sì. Questo è vero. Ma non si deve oscurare la gioia pasquale. Sono due facce della stessa realtà: una che illumina l’altra. La nostra felicità non dipende da noi, molto meno della mancanza di difficoltà e problemi. Voler prestare attenzione solo in noi stessi e nelle nostre difficoltà o, al contrario, non prendere in considerazione il nostro stato di risorti con Cristo, in entrambi i casi, sarebbe la mancanza di realismo soprannaturale. La realtà è più complessa e ricca. Il nostro stato di risorti ci dà una gioia che viene dal Signore Risorto e dall’amore divino che il Padre ci offre nel mistero pasquale di Gesù, l’amore divino che ci circonda in modo continuo e illumina anche le nostre prove e le difficoltà. L’importanza primaria del mistero pasquale nella vita del monaco ci è sottolineato molto chiaramente dallo Statuto in questo passaggio che ci presenta la solitudine come il luogo privilegiato, “dove l’anima, raccolta in silenzio e dimenticata di ogni preoccupazione umana, partecipa della pienezza del mistero con il quale Cristo, crocifisso e risorto, torna al seno del Padre. Così, il monaco che tende incessantemente ad unirsi al Signore, realizza in sé tutto il significato della Liturgia” (6.41.1). In particolare, la liturgia Pasquale e la sua celebrazione.

Se c’è un giorno nell’anno, un giorno in cui dobbiamo dimenticare noi stessi, questo giorno è oggi. Dimenticare noi stessi per entrare nel mistero della gioia divina e lasciarla scendere fino a noi. Perché la vera gioia è quella che viene da Dio. “Sorgi, o Gerusalemme, guarda in alto e vedi la gioia che viene a te dal tuo Dio”. Il testo degli statuti parla così: “L’anima, dimenticata di ogni preoccupazione umana, partecipa della pienezza del mistero con il quale Cristo, crocifisso e risorto, torna al seno del Padre”. È il mistero pasquale che stiamo celebrando. L’origine della nostra gioia non è in noi, è nel mistero pasquale. Il testo degli statuti può essere considerato come una sintesi dello spirito che deve presiedere tutta la nostra vita e illuminarla. Gesù è risorto. Gesù è vivo. Egli ha sofferto per noi. Egli è morto per noi. Ci comunica la sua vita. Ci manifesta l’amore infinito del Padre. Prima di morire, il Giovedi Santo, egli afferma che soffrirà tutto questo affinché che “la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Un po’ più tardi, nello stesso giorno, disse: “Affinché la vostra gioia sia piena”; ed anche disse: “Il vostro cuore si rallegrerà e la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire” (Gv 16, 22.24). E la liturgia di oggi e di tutto il tempo Pasquale ci ripete in mille diversi testi le stesse parole: esultiamo. Rallegriamoci. Rallegratevi. Alleluia, alleluia.

Allora, cosa rispondere al fratello che forse mi dirà (e già me lo disse): io non sento la minima gioia. Che cosa è questo, gioia pasquale?

La prima risposta è: si tratta di una gioia spirituale basata sulla fede. Sulla tua fede nella risurrezione del Signore. L’origine della gioia cristiana non è in te, non la cercare in te. Ma nella tua fede che è dono di Dio. Questa fede che ti fa vivere e sopportare tutto. La gioia cristiana ha la sua origine in Dio, nel suo amore per te, l’amore che Egli manifesta in tua salvezza attraverso il mistero pasquale. Un’altra risposta, a un altro livello: la gioia della Pasqua non è in primo luogo un atto umano che viene da te. E ‘l’azione di Dio in te. Pertanto, non si riferisce all’emozione né all’inflazione dei tuoi sentimenti. È l’effusione dello Spirito Santo nel tuo cuore. Può essere un dono molto sottile di Dio, interiore, che non passa attraverso la tua sensibilità. Molte persone confondono la gioia cristiana con sentimentalismo superficiale e contagioso. Non dobbiamo dare – con la nostra gioia pasquale – l’impressione che la nostra vita spirituale è ridotta al livello sperimentale. Non sento, non esperimento la mia gioia, ma so che esiste e credo in essa come frutto della mia fede. È opportuno qui eliminare un possibile equivoco. La gioia non è sempre sensibile, non sempre è soddisfacente. Nasce della fede e non del benessere o di una visione ottimistica della vita. Chi ha scelto la via della fede sa che è una strada a volte oscura, perché la sua felicità è diversa da qualsiasi altra. Non perseguiamo la felicità immediata, ma il Dio della felicità, e riceviamo la felicità che viene da Dio. Si tratta di una fiducia in Lui più che la nostra esperienza sensibile. Si tratta di una fiducia nel suo amore che illumina ogni cosa e ti fa dimenticare te stesso.

La vita spirituale non si identifica, quindi, con un susseguirsi di esaltanti esperienze. La gioia della Pasqua non è naturale. Sono felice perché la mia fede mi insegna che ho motivi di essere felice. Quanto maggiore è la mia fede, più grande sarà la mia gioia, sarà perspicace, più illuminata per scoprire nuovi motivi in quello che Dio ha fatto, più nascosti, per rallegrarmi. È per questo che i santi hanno trovato la loro gioia anche nella tribolazione, nella prova e nel dolore. È la luce della loro fede, perché la fede ci mette in contatto diretto con Dio, anche se non sensibile, Dio che ci chiama al suo amore, alla sua felicità.

Al contrario, l’indebolimento della visione di fede corrisponde necessariamente ad un indebolimento della nostra gioia. Dio è la perfetta gioia in se stesso e le sue opere sono rivelazioni di essa ed un invito a partecipare in essa. Sì, la nostra fede ci mette in contatto con Dio, fonte inesauribile della vera gioia. La morte e la risurrezione del Signore Gesù hanno meritato per noi la luce della fede che illumina anche le nostre tenebre. I primi frutti dello Spirito sono l’amore e la gioia (Gal 5,22).

È così che si mostrano a noi il mistero pasquale e la sua celebrazione. Essere felici è un modo di rendere grazie a Dio, di corrispondere la grazia pasquale e vivere la nostra fede. Con la nostra gioia pasquale rallegriamo ed anche edifichiamo i nostri fratelli. Pensiamo alla gioia della Madonna: una gioia interiore, sereno, piena di pace, di ammirazione e di lode a Dio. Così deve essere la nostra.

Chiediamo alla Vergine una partecipazione nella sua gioia interiore, profonda, serena e piena di ammirazione. Una gioia che il mondo non può dare. Una gioia che nasce del mistero pasquale. Una gioia che nessuno ci può portare via (Gv 16,22).

Amen.

B u o n a    P a s q u a 

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Una Risposta

  1. Muchas gracias por publicar este texto, que me ayudará a meditar acerca de la resurrección de Nuestro Señor Jesucristo. Lo compartiré a mis compañeros de grupo de oración. Dios los bendiga!

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