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La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

IL DISORDINE

Adesione a me stesso

116. L’appropriazione. – 117. La ricerca di me stesso. – 118. L’umano. – 119. Gloria mea nihil est.

116. L’appropriazione. – Aderendo alle creature, trattengo in me qualcosa di esse e lascio in esse qualcosa di me. In tal modo tolgo a Dio una parte della mia vita ed una parte delle cose che devono servirmi per lui. Ciò che tolgo a Dio delle creature, ciò che ripartisco della mia vita è per appropriarmelo; di qui nasce lo spirito proprio, l’amore proprio, e l’interesse personale. Ciò che del mio spirito e delle sue vedute s’arresta in me senza risalire più in alto, forma lo spirito proprio. Ciò che della mia volontà e dei suoi affetti si arresta in me senza andare fino a Dio, produce l’amor proprio. Ciò che delle mie forze e delle loro azioni si riposa in me senza andare oltre, costituisce l’interesse personale.

Contro tale appropriazione indebita, contro questo « proprio », i santi hanno scritto terribili anatemi. Gli autori mistici, soprattutto, ci rivelano, a questo riguardo, pensieri di una profondità terrificante, in cui si vede meglio ciò che sia il tutto di Dio e l’obbligo essenziale, assoluto, di riferirgli ogni cosa. Egli è il Signore che ama la giustizia e non può tollerare il minimo furto nel sacrificio.

117. La ricerca di me stesso. – Lo spirito proprio, l’amor proprio e l’interesse personale ripiegandosi su di me, riempiono e occupano nella soddisfazione egoista le mie potenze interiori e le mie risorse esteriori di vita. Invece di eccitarmi alla vista, all’amore e alla ricerca di Dio, mi immergono completamente nella vista, nell’amore e nella ricerca di me stesso. Soddisfarmi nelle creature fino a dividere, trascurare, dimenticare, ferire e calpestare la gloria di Dio, è la tendenza della natura viziata. Con le parole ricerca di me stesso intendo significare il veleno della pietà, la sorgente dei miei difetti, la causa dei miei peccati, la ragione del male, che mi distoglie dalla legge della mia creazione.

Il male in sé non consiste nella soddisfazione stessa; questa viene da Dio, e niente di ciò che viene da Dio può essere cattivo in se stesso. Il male non consiste nemmeno nel prendere la soddisfazione per me, poiché essa è creata per me, ma consiste invece nel modo alterato con cui la cerco e ne uso. Infatti io la prendo come se fosse la mia felicità, mentre ho visto che nessuna creatura può essere sorgente di questa felicità, la quale non si trova che in Dio e non nasce che dalla sua gloria. Pretendo in tal modo attribuirle un compito che non è affatto suo. Inoltre, non contento di metterla al posto della mia vera felicità, l’antepongo e la preferisco alla gloria divina. Il male consiste dunque in questo spostamento e disordine di valori.

118. L’umano. – Questo spostamento e questo disordine prendono anche il nome di: umano. E’ questa una parola assai significativa, che bisogna precisare meglio. Gli autori spirituali quando parlano dell’umano in contrapposizione col divino, intendono sempre un disaccordo, per cui l’uomo si allontana da Dio e vive per se stesso, spostando e sconvolgendo un po’ qualcosa che appartiene al suo fine, alla sua vita e ai suoi mezzi; in sostanza è il disordine esteso a tutto.

Circa il fine, io sposto l’oggetto della mia felicità cercandola nelle creature; in tal modo sconvolgo il piano divino anteponendo alla gloria di Dio il falso piacere.

Circa la via, invece di lasciarla in Dio, io trasporto in me il centro d’iniziativa e di direzione dei miei progetti, determinazioni e operazioni; attingo da me e non da Dio, e preferisco obbedire ai miei istinti naturali, in un movimento separato e indipendente dall’azione di Dio e dalle sue leggi; ascolto e seguo me stesso invece di ascoltare e seguire Dio.

Circa i mezzi, mi isolo dalle risorse soprannaturali, ponendo piuttosto fede nelle mie industriosità e operosità, alle quali la fantasia ricorre, senza corrispondenza né sottomissione alla grazia.

L’umano, dunque, per contrapposizione al divino, è l’azione o lo stato del mio essere allontanato da Dio, privo di sottomissione a lui, che cerca fuori di lui o pone al disopra di lui, qualche interesse che falsifica il suo fine, la sua via, i suoi mezzi.

L’espressione « umano, umana » conserva parecchie volte, in quest’opera, il suo significato ordinario, per designare ciò che appartiene alla natura dell’uomo e che è buono. A scanso di equivoci, la parola sarà stampata in corsivo tutte le volte che vorrà significare lo sviamento con cui l’uomo si separa da Dio.

119. Gloria mea nihil est. – « E’ vero, dice san Francesco di Sales, che quello che noi facciamo per la nostra salvezza è anche fatto per il servizio di Dio, purché riferiamo la nostra salvezza alla gloria divina come fine ultimo. È vero altresì dire che il nostro Salvatore non ha operato in questo mondo se non per la nostra salvezza, come fine prossimo, ma l’ha riferita, come fine ultimo, alla gloria del Padre suo. Infatti egli stesso disse di non essere venuto a cercare la sua gloria, ma quella di colui che l’aveva mandato, e protestò che, se egli avesse cercato la sua gloria, questa sarebbe stata un nulla, qualora la gloria di Dio non fosse stata il suo fine principale ». Qual è il bene creato che possa uguagliarsi alla gloria umana del Salvatore? Ora, se questo bene, eminente fra tutti, non fosse, come egli dichiara, che pura vanità e un nulla fuori della gloria del Padre suo, che cosa bisogna dire di tutti gli altri interessi della creatura, guardata, ambita, o presa fuori della gloria di Dio? Vanità, nulla, disordine.

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