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La vita interiore di F. Pollien capitolo IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

IL DISORDINE

Suoi gradi

127. Le tre tappe del male. – 128. L’esclusione. – 129. Il dominio. – 130. La divisione. – 131. I cinque gradi della pietà. – 132. Le tre tappe della vita.

127. Le tre tappe del male. – Il disordine è molto vasto; si estende dal cielo all’inferno. Quale distanza fra un’anima che tocca il cielo e non ha più che un’impercettibile traccia di polvere terrena, e quella che sta per essere precipitata nel fuoco eterno! Il disordine ha dunque dei gradi. E’ forse possibile misurarli? Evidentemente non posso calcolare ogni progresso o regresso della mia anima. È però possibile ed è utile tratteggiare, almeno nelle sue grandi linee, il cammino progressivo e regressivo.

Il disordine è essenzialmente un attentato alla gloria di Dio, mediante l’usurpazione che il piacere umano fa su di essa. Se considero i suoi assalti nei loro eccessi più deplorevoli, per risalire al punto in cui essi non sono più che un’impercettibile macchia nella luce, dirò che, in basso, il piacere esclude totalmente; più in alto, domina parzialmente, nelle cime divide debolmente la gloria divina. Dunque: esclusione, dominazione e divisione del divino dall’umano, costituiscono le tre grandi tappe del male, considerato dal basso verso l’alto.

128. L’esclusione. – Molto in basso vi è l’abominio della desolazione (cf. Dn 9, 27) in cui Dio è del tutto misconosciuto, la sua autorità calpestata, l’orientamento dell’anima distolto da lui ed immerso nel piacere cattivo, l’unione soprannaturale della grazia spezzata, la vita divina persa, la gloria di Dio disprezzata, il paradiso chiuso, l’abisso infernale aperto: ecco il peccato mortale. Benché vi siano innumerevoli gradi di questa iniquità, tuttavia, i suoi effetti non cambiano di aspetto col crescere del male. Qui il disordine non ha specificatamente che un grado, caratterizzato dalla parola: esclusione.

129. Il dominio. – Senza escludere il divino, l’umano può in certo qual modo dominarlo. Ciò avviene quando, nella mente, le convinzioni e i giudizi naturali hanno la precedenza su quelli soprannaturali; quando nel cuore prevalgono gli affetti terreni; quando, nelle azioni, si ricerca l’interesse umano più del divino. È sempre misconoscere, sebbene parzialmente, la sovranità dell’unico Signore; sconvolgimento più o meno esteso, più o meno cosciente, in cui ciò che dovrebbe essere solo agevolazione strumentale, subordinata all’uso degli strumenti, arriva a dominare lo stesso fine. Il secondario diventa principale, la soddisfazione occupa il primo posto, il servo passa prima del Padrone, la creatura precede il Creatore. Ecco perché questa tappa è caratterizzata dalla parola: dominio.

Il disordine ha qui due gradi che gli autori spirituali chiamano: peccato veniale e imperfezione. Vedremo in seguito quale differenza e quale rassomiglianza vi sia fra essi.

130. La divisione. – Nelle sfere molto alte, in cui non esercita alcun dominio, né di peccato, né di imperfezione propriamente detta, il disordine fa tuttavia sussistere ancora qualche leggera impurità terrena, che offusca lo splendore dell’anima ed altera l’opera di glorificazione divina. All’interno restano reconditissime adesioni a se stessi, piccole fessure dalle quali esce qualcosa della vita non va a Dio solo, sottraendogli quel tutto assoluto che egli è in diritto di attendere. Vi è ancora qualche divisione fra il piacere e la gloria divina. Dio non è ancora, per l’anima, l’unico tutto dell’amore e della speranza, della vita e della felicità. Questa tappa può ben caratterizzarsi con la parola: divisione.

Il disordine, anche qui, ha due gradi ben distinti dagli autori mistici. Le mescolanze dell’umano col divino, sebbene tenui e insospettate, in anime che non sono elevate a queste altezze di purezza interiore, sono ancora numerose in tutte le potenze, tenaci e vive. A misura che diminuiscono, divengono impercettibili allo sguardo dell’anima e percettibili solo a colui che anche « ai suoi angeli imputa difetti » (Gb 4, 18). E poiché solo il lume divino può discernerle e farle discernere, così l’azione divina è la sola a purificarle e a farle purificare.

131. I cinque gradi della pietà. – La pietà, essendo il cammino di ritorno a Dio, va a riprendere l’anima nelle profondità della morte per ricondurla alle sommità della vita.

Essa comincia col ritrarre l’anima dalle profondità del male, che consiste nell’esclusione della gloria divina; la libera dal peccato mortale, le rende la vita mediante l’unione con Dio e la sottomissione alle sue leggi essenziali. Il primo grado consiste dunque nella fuga dal peccato mortale. Questa tappa iniziale dell’ascesi può chiamarsi: il risveglio della vita, o Dio ritrovato, ovvero la sottomissione ristabilita.

La pietà lavora, in seguito, per distruggere il dominio dell’umano sul divino, innanzi tutto con lo scacciare il peccato veniale che è il punto saliente di tale dominio. Da ciò ne deriva che il secondo grado di ascesa è la fuga dal peccato veniale.

La pietà combatte, infine, l’imperfezione, forma meno accentuata, ma tuttavia estesa, del dominio. Perciò il terzo grado della pietà consisterà nella fuga dall’imperfezione. Poiché in questi due gradi, la pietà combatte un medesimo punto generico di dominio, le si assegna comunemente un’unica tappa, che, sotto questo aspetto, è la seconda, e può chiamarsi: la crescita della vita, ovvero Dio per primo, oppure la sottomissione perfezionata.

La pietà farà poi scomparire la divisione fino nelle sue ultime tracce, soprattutto quella mescolanza che noi abbiamo detto tenue, visibile ancora all’occhio dell’anima e accessibile al suo lavoro. Questo lavoro si chiama propriamente perfezione. Da ciò il suo quarto grado di ascesa che consiste nella perfezione.

Infine, elevandosi alle operazioni misteriose di Dio, l’anima, ripiena dell’immenso desiderio di consumazione finale, conseguirà la purezza immacolata, per cui non si avrà più che Dio in essa ed essa in Dio. Ciò formerà il quinto grado della pietà: la consumazione.

Questi due gradi purificativi della divisione, non formano che una grande tappa, che può chiamarsi: le vette della vita, oppure Dio solo, ovvero la sottomissione consumata.

132. Le tre tappe della vita. – Designiamo queste tre tappe con le parole: risveglio, crescita e vette della vita, per manifestare, sotto una forma più semplice, il collegamento e l’unità dei suoi progressi.

Queste tre tappe si riscontrano negli autori spirituali con differenti nomi. Così, alcuni le chiamano: stato dei principianti, dei proficienti e dei perfetti. Altri: vita purgativa, illuminativa, unitiva. S. Ignazio le chiama primo, secondo e terzo grado di umiltà. Queste varie denominazioni non sono tuttavia sinonime, poiché considerano la vita sotto diversi aspetti, e non attribuiscono uniformemente ai loro tre gradi, la medesima estensione e i medesimi caratteri. Tutti però concordano nel dividere l’edificio spirituale in tre piani.

Bisogna ora considerare queste tre tappe della vita. L’ultimo capitolo di questo secondo Libro sarà dedicato alla prima tappa, ossia al Risveglio della vita. Il terzo Libro tratterà poi, ampiamente la Crescita della vita, e il quarto Libro si occuperà delle Vette.

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