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La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

L’IMPERFEZIONE

Assenza di offesa formale

148. Il secondo carattere dell’imperfezione. – 149. Trasgressione di un consiglio. – 150. Trasgressione non colpevole di un precetto. – 151. Lungi da me, Satana. – 152. I motivi del Salvatore.

148. Il secondo carattere dell’imperfezione. – Il primo carattere essenziale dell’imperfezione è dunque un certo dominio dell’umano sul divino. Un secondo carattere, inseparabile dal primo, è l’assenza di offesa formale. Siccome nel linguaggio scolastico, la definizione deve darsi mediante il genere e la differenza specifica, dirò che nella definizione dell’imperfezione, il dominio dell’umano è il genere, mentre l’assenza di offesa formale è la differenza specifica. Il dominio dell’umano la fa rassomigliare al peccato, mentre l’assenza di offesa formale la differenzia da esso.

Nell’imperfezione, dunque, il dominio dell’umano non arriva mai a condurre l’anima all’offesa formale della divina Maestà. Ciò può verificarsi in due modi: per la semplice trasgressione di un consiglio o per la trasgressione non colpevole di un precetto.

149. Trasgressione di un consiglio. – È evidente che l’imperfezione non può consistere che nella negligenza dei consigli propri allo stato di ciascuno, poiché non tutti i consigli convengono a tutti. Spiegherò questo nella seconda Parte. Col nome di consigli non s’intendono qui soltanto quelli formulati nel Vangelo, ma anche quelli che Dio ci dà, sia per mezzo dei nostri genitori, superiori o del nostro direttore spirituale, sia direttamente con le sue ispirazioni. « Chiamiamo ispirazioni, dice san Francesco di Sales, tutti i diletti e le mozioni, i rimproveri e i rimorsi, i lumi e le cognizioni che Dio suscita in noi, prevenendo il nostro cuore delle sue benedizioni mediante le sue cure ed il suo amore paterno, per risvegliarci, eccitarci, spingerci ed attirarci alle sante virtù ». Infine, bisogna porre tra i consigli anche i regolamenti o costituzioni dei collegi, dei seminari, delle comunità religiose, i quali non obbligano sotto pena di peccato. Dio usa questi mezzi per farci conoscere ciò che desidera da noi; la semplice trasgressione di questi consigli è un’imperfezione.

Questa trasgressione è semplice quando non è unita al peccato veniale o mortale, poiché è chiaro che il peccato fa omettere i consigli. San Francesco di Sales nota: « Di rado avviene che non si offenda Dio, quando tralasciamo volontariamente un bene proporzionato al nostro profitto: può essere infatti che non lo si lasci volontariamente, ma per dimenticanza, per inavvertenza o per sorpresa ». Ma può accadermi, e mi accade senza dubbio, di trascurare un consiglio senza commettere peccato. Questa trasgressione può avvenire per omissione o commissione; per un atto della mente, del cuore o dei sensi; per una causa abituale interna o accidentale esterna. In tal modo si conservano tanti difetti e capricci, inclinazioni e abitudini, misere vedute naturali e apprezzamenti umani, curiosità e futilità, preferenze umane e legami ingombranti, azioni precipitate e negligenze; in una parola, tutte quelle miserie di un’esistenza attualmente onesta ma imperfetta, in cui l’umano domina troppo spesso e il divino non occupa interamente il primo posto, ossia quello che dovrebbe occupare in una vita cristiana.

150. Trasgressione non colpevole di un precetto. – Col nome di imperfezione si designano anche quegli atti che possono essere più o meno pensati, ma che, pur essendo deliberati, non costituiscono peccato, perché non contravvengono a un ordine o ad un precetto, ma solo ad un consiglio. Per parecchi autori spirituali, tra i quali san Francesco di Sales, la parola imperfezione indica spesso tendenza cattiva o atto proibito dalla legge divina, ma non peccato, per mancanza di avvertenza o di consenso.

Dopo aver parlato di colpe propriamente dette, il santo vescovo di Ginevra aggiunge: « Noi abbiamo ancora certe inclinazioni naturali, le quali, poiché non derivano dai nostri peccati particolari, non sono propriamente peccati né mortali, né veniali, ma si chiamano imperfezioni, ed i loro atti: sbagli o mancanze. Per esempio: santa Paola, secondo quanto riferisce san Girolamo, era molto inclinata alla tristezza ed a rammaricarsi talmente, che alla morte dei figli e del marito corse il rischio di morire dal dispiacere; ciò era un’imperfezione e non un peccato, perché avveniva contro il suo volere. Vi sono di quelli che hanno un temperamento leggero, altri rigido, altri sono ostinati nelle loro idee, altri inclinati allo sdegno, altri alla collera, altri all’amore, ed infine vi sono persone nelle quali non si nota alcuna imperfezione. Ora, quantunque queste inclinazioni siano proprie e naturali di ognuno, tuttavia, con la diligenza e l’affetto contrario, si possono correggere e moderare, e anche distruggere e liberarsene, anzi vi dico che bisogna farlo ». Se ciò non si facesse, l’abitudine viziosa, volontariamente presa, produrrebbe non più semplici atti imperfetti, ma veri peccati, poiché sarebbero volontari almeno in causa.

San Francesco di Sales ci ha parlato di tendenze che sono imperfezioni, e subito ce ne mostra gli atti. « Ecco un esempio – egli dice: – Io vengo a dirvi che una tal persona vi saluta, che si raccomanda a voi, che mi ha parlato di voi con stima mentre tutto ciò non è vero: commetto un peccato veniale volontario. Se io però racconto qualche cosa e nel discorrere mi sfuggono parole non del tutto vere delle quali mi avvedo dopo averle dette, commetto un’imperfezione».

Quante volte mi accade di dimenticare un dovere, di non far caso di un precetto, per un piacere umano e per un dominio degli istinti della natura! È questo dominio che mi rende imperfetto.

Se la grazia avesse maggior potere su di me, le imperfezioni anche involontarie delle tendenze disordinate sarebbero meno frequenti.

151. Lungi da me, satana. – Il vangelo mi offre un esempio veramente stupendo di questo dominio dell’umano sul divino senza che sia offesa formale di Dio. È nel fatto di san Pietro trattato come satana dal suo Divino Maestro. Nostro Signore annunciò agli apostoli i tormenti della sua passione. Pietro, trattolo in disparte, cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai. E Gesù, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (cf. Mt 16, 22-23). Il dolce Salvatore tratta da satana colui che poco prima aveva chiamato beato e scelto come pietra fondamentale della sua Chiesa. Qual delitto ha egli commesso per attirarsi una si viva riprensione dopo essersi meritato una lode così sublime? Egli volle testimoniare il suo affetto al Maestro e in questo agì con sincerità. Pietro era l’uomo della generosità priva di calcolo. Chi accuserà l’apostolo di peccato per avere dimostrato il suo affetto al Maestro? Ed è per questo attestato di amore che egli è trattato da satana? Precisamente. Ma come? Nostro Signore si spiega. Tu, dice, anteponi l’uomo a Dio, i pensieri umani alle idee di Dio, i gusti umani ai gusti di Dio. Quando agisci in tal modo mi sei di scandalo e per questo io ti chiamo satana. Da’ a Dio il suo posto e rimani al tuo. Cessa di anteporre l’umano al divino e sappi che Dio dev’essere in tutto anteposto all’uomo.

152. I motivi del Salvatore. – Queste due scene, poste giustamente l’una accanto all’altra nel vangelo, in cui Pietro è trattato prima da beato e poi da satana, sono particolarmente istruttive per me. Da un lato, Pietro riconosce e confessa la divinità di Cristo e Gesù gli dice: « Tu sei beato ». Perché beato? Perché hai inteso ed ascoltato non la voce della carne e del sangue, ma la voce del Padre che è nei cieli. Ecco il divino anteposto all’umano.

Dall’altro lato, Pietro, seguendo i gusti umani e non la sapienza di Dio, si oppone alla passione del Figlio dell’uomo, e il Maestro lo chiama satana. Ecco, dunque, come Nostro Signore loda ed esalta la fedeltà nel dare al divino il primo posto e come riprova il dominio delle considerazioni, degli affetti e delle tendenze naturali anche nelle manifestazioni non peccaminose.

Una Risposta

  1. Obrigado!

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