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Reportage dalla Corea (parte I)

Reportage dalla Corea (parte I)

Galichet Bulteau  2012

Intervistatore, Dom Galichet e Dom Bulteau

A seguito di numerevoli richieste pervenutemi, voglio parlarvi dell’unica certosa sita in Asia. Per la precisione gli insediamenti monastici certosini in Corea sono due, uno per il ramo maschile e un altro per il ramo femminile. In questo articolo, vi propongo una interessante intervista rilasciata dal Padre Priore ad una rivista cattolica coreana il 4 gennaio del 2012. Questo testo, che vi proporrò in due articoli separati, sarà corroborato da alcune immagini inedite, che spero vogliate apprezzare.

Intervista rilasciata ad una rivista cattolica coreana

(4 gennaio 2012)

Perchè l’Ordine dei Certosini ha fondato una certosa in Corea?

All’inizio la Certosa era una realtà europea. E’ soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II che noi abbiamo ricevuto un invito a condividere il nostro carisma con altri continenti. Ad esempio, nel decreto sull’attività missionaria della Chiesa (Ad Gentes) alcuni passaggi ci hanno colpito, come questo: [Ad Gentes 18fin] (cfn40). Allora noi ci siamo detti; l’Asia ha una tradizione contemplativa, (come quella diverse volte citata ad esempio nei Sinodi dei Vescovi asiatici); perché non proporgli il nostro carisma di vita solitario?

Il Padre Priore Generale e il suo consiglio hanno quindi deciso di inviare due monaci per studiare in Asia le possibilità di una tale fondazione. Alcune nazioni erano a priori inaccessibili: per esempio la Cina o anche l’India (nelle quali non si accorda il permesso di soggiorno permanente a dei missionari non indiani). Noi abbiamo pensato alle Filippine, dove la Chiesa è presente da tempo, e alla Corea, dove la Chiesa si è sviluppata un po’ più tardi, ma dove è molto vivace. Dopo un’esplorazione in questi due paesi, la scelta è ricaduta sulla Corea (noi non avevamo abbastanza persone per fondare simultaneamente in entrambi i paesi).

Ci è sembrato possibile iniziare alla nostra vita solitaria dei coreani. Il carattere coreano è dotato di energia, è capace di sopportare la prova – ora la vita del solitario non è mai priva di prove. D’altra parte sembra esservi nella cultura coreana un certo orientamento verso l’interiorità, come lo si vede ad esempio nello sviluppo del monachesimo buddista.

Composizione della comunità (aggiornato al 2016)

Nella nostra certosa ci sono attualmente, come professi di voti solenni (tutti provenienti dall’Europa): 3 monaci claustrali, ossia monaci-preti (padri), e 2 monaci laici (fratelli). Ci sono 6 professi di voti temporali coreani, un novizio e un postulante coreano. Le prime due professioni perpetue di coreani sono previste per il 2017.

Differenza tra monaci preti e laici.

Noi preferiamo evitare l’espressione di monaci-preti, perché può generare errori sul senso della vocazione. Fondamentalmente in una certosa c’è un’unica comunità, ma organizzata in due gruppi. Il punto sul quale bisogna insistere è questo: la differenza dei due gruppi è una differenza nella forma di vita solitaria. I “monaci del chiostro” hanno una vita solitaria più accentuata. Essi restano nelle loro celle tutto il giorno, tranne le 3 uscite al giorno per andare a celebrare la Liturgia in Chiesa (inoltre, la domenica è maggiormente vita in comune e il lunedì c’è una passeggiata). I monaci laici hanno invece dei lavori da svolgere fuori dalle celle per circa 5 ore al giorno, mattino e pomeriggio. Il resto del tempo, (tranne la Liturgia) lo trascorrono anch’essi in cella. Queste due forme di vita hanno ognuna una sorta di ritmo, di equilibrio proprio. Esse non sono intercambiabili e richiedono attitudini leggermente differenti. Quanto al sacerdozio, è vero che tutti i monaci claustrali sono chiamati a diventare preti. Ma non è l’elemento fondamentale della vocazione del monaco claustrale. È un servizio (in seno al Corpo Mistico). Si deve insistere in Corea, dove il prete, in una parrocchia ha un grandissimo prestigio. Ciò può creare una certa pressione (ad esempio da parte della famiglia) per orientare il soggetto ipso facto verso il sacerdozio. Ma non è la strada giusta della vocazione certosina.

Storia del vostro arrivo in Corea

Il 1 gennaio del 2000, i primi due monaci fondatori hanno ottenuto il permesso di soggiorno in Corea. Erano P. Michel Bulteau ed io (Jean Paul Galichet), entrambi monaci della Grande Certosa in Francia. In effetti siamo arrivati all’aeroporto di Kimpo (non erano ancora Incheon) il 9 ottobre del 1999.

Il tempo passato tra l’arrivo e l’apertura ufficiale del monastero (2004) è stato un periodo abbastanza duro. Noi eravamo due francesi, che arrivavano in Corea ignorando quasi tutto della cultura, delle leggi e delle regole amministrative (così importanti quando si tratta di costruire) – e soprattutto la lingua. Per un europeo imparare un’altra lingua europea è facile. Apprendere il coreano è tutt’altra cosa! Ancora oggi, dopo più di 10 anni è il nostro maggior problema in Corea.

All’inizio, è stato difficile far capire ai coreani la ragione del nostro arrivo. Noi eravamo “degli stranieri” e il primo problema era farci accettare. Noi non avevamo posto sin da subito il problema di costruire il monastero. Dapprima, abbiamo studiato la lingua coreana, prima all’Università di Sogang, poi in scuole private e infine con lezioni private. Questo studio della lingua a tempo pieno si è protratto per più di tre anni. Allo stesso tempo, bisognava trovare un luogo per il monastero! E quando è giunto il momento di costruire, le difficoltà sono state enormi: sia difficoltà amministrative che tecniche. Noi dovevamo affrontare tutto ciò con il nostro piccolo bagaglio di conoscenze della lingua e del paese. Dobbiamo confessare che abbiamo conosciuto momenti di stress. Dal punto di vista amministrativo, eravamo per così dire in contrasto con gli orientamenti ufficiali sull’uso dei terreni. La Corea protegge la natura, protegge i terreni agricoli: è difficile ottenere un permesso di costruire un grande edificio in queste parti. Ora la nostra vocazione solitaria richiede che il nostro monastero sia in un luogo abbastanza isolato, quindi precisamente in una zona agricola! Di più abbiamo bisogno di un grande spazio: ogni monaco vive solo nella sua casetta, circondato da un piccolo giardino (è quella una “cella” del monaco certosino). Pensate l’organizzazione sul territorio anche solo di una decina di questi tipi di celle: occupa una superficie ben superiore ai limiti amministrativi di un monastero. Bisognava quindi ottenere dai funzionari una certa comprensione, trovare dei compromessi. E i richiedenti erano degli stranieri! Abbiamo conosciuto delle lunghissime attese, aspettando delle autorizzazioni ufficiali che tardavano ad arrivare, e senza sapere se finalmente sarebbero state accordate … la “notte oscura” insomma!

Ciò che ci ha permesso di superare tutte queste difficoltà, è che abbiamo trovato in Corea dei veri amici. È ciò che ci ha salvato. All’inizio, durante il periodo di apprendimento della lingua a Seul, i cappuccini ci hanno generosamente accordato una lunga ospitalità nella loro casa, e ci hanno aiutati in ogni modo. Per la fondazione, dei vescovi ci hanno concesso la loro fiducia, era ovviamente necessaria. Ciò che ci ha introdotti presso i vescovi fu Mons. Dupont, che conosceva bene la nostra casa madre, la Grande Certosa in Francia. Poi l’arcivescovo di Kwangju si è voluto far nostro garante per la nostra stabilizzazione in Corea. Poiché era difficile trovare un terreno adatto nella sua diocesi, non ha ostacolato la nostra richiesta di chiedere il permesso di fondare in un’altra diocesi e allora è toccato al vescovo di Andong (Mons. Pak Ignatius all’epoca) che ci ha accordato la sua fiducia. Devo dire che il suo successore attuale ci ha mostrato la stessa benevolenza, di cui siamo riconoscenti. Infine, l’Abbazia di Waegwan ci ha ceduto un terreno vicino Modong, sul quale aveva a suo tempo un progetto per costruire, poi abbandonato.

I monaci di Waegwan ci hanno grandemente aiutato per tutti i problemi amministrativi e tecnici, fino alla fine della costruzione. Non posso che rendere grazie a Dio, ed esprimere la mia profonda riconoscenza per tutti questi grandi amici, che ci hanno aiutato in modo totalmente disinteressato, senza aspettarsi alcun vantaggio per loro.

Dal punto di vista temporale, posso ricordare queste date:

9 ottobre 1999: i due monaci fondatori arrivano in Corea

Luglio 2000: acquisto del terreno offerto dall’abbazia di Waegwan

Gennaio 2002: i due fondatori lasciano Seul per stabilirsi sul territorio della diocesi di Andong che li accoglie. (Casa a Miwon, prestata dall’ospedale di Kottongné )

Luglio 2002: è concesso il permesso iniziale per costruire (ci sono voluti 2 anni!)

Inizio 2003: inizio dei lavori, (interrotti poi per circa 1-2 mesi per cambio dell’impresa a causa di problemi tecnici)

Dicembre 2003: fine della costruzione delle grandi opere: restano da fare le parti interne.

9 febbraio 2004 : arrivo di altri 2 monaci europei, per costituire la prima comunità certosina (2 altri monaci europei si aggiungeranno in seguito alla comunità nel 2008 e 2009).

marzo 2004 : inizio ufficiale del monastero. (Il primo postulante coreano arriverà a marzo 2005)

Orario: è lo stesso della Grande Certosa?

Sì, l’orario quotidiano è in sostanza lo stesso della Grande Certosa, ed è in pratica lo stesso di tutte le altre case. Per essere precisi, si può aggiungere che in ogni monastero si può avere un margine di libertà per alcuni punti dell’orario. È l’organizzazione della giornata che è concepita ovunque in modo simile, soprattutto per il rapporto tra la solitudine e la vita comune, o vita al di fuori della cella. Si osserva piuttosto, così come in Europa, una piccola differenza tra le grandi e le piccole comunità. – preciso subito che nella Certosa, una comunità di 20 monaci è già una “grande comunità”. Quindi nelle piccole comunità, si nota ad esempio che il noviziato è meno separato del gruppo di professi. Da noi i novizi hanno tutti le ricreazioni con i professi, ciò che non avviene in tutte le certose.

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Ingresso

Salita alla parte superiore

Salita alla parte superiore

Nel ringraziare l’amica Antonella per la traduzione di questo testo dal francese, vi ricordo, che la seconda parte dell’intervista continua in un prossimo articolo.

3 Risposte

  1. Bem Haja. Que Deus os proteja,amem!
    Com amizade
    jose

  2. interessante non avevo notizie dalla corea

  3. Bellissimo articolo, non vedo l’ora di leggere la seconda parte!

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