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La vita interiore di F. Pollien capitolo VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

LO STATO DEL MALE

170. La sede del male. – 171. Non si vede o si vede male. – 172. Valore dei libri sentimentali. – 173. I dogmi fanno i popoli.

170. La sede del male. – Alla luce di questi principi posso analizzare meglio il male della mia vita, il quale non risiede soltanto nella parte inferiore dell’anima, in cui essa soffre la tirannia delle passioni che reclamano soddisfazioni disordinate. Qui, senza dubbio, si trovano molte ferite che mi fanno gemere crudelmente e sospirare con san Paolo: Infelice ch’io sono! chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (cf. Rm 7, 24). Il male è lì, ma è anche più in alto.

La volontà è anch’essa malata. Piena di incertezze e di debolezze, non sa cercare il suo appoggio in Dio e, abbandonata a se stessa, non ha la forza di resistere ai perfidi incitamenti della natura; la sua viltà permette molte colpe. E male è anche lì, ma è più in alto ancora.

L’intelligenza è forse più colpita della volontà e della sensibilità. Essa non vede o vede male e allorquando io non vedo, o vedo male, a che mi giovano la volontà e la sensibilità se non a smarrirmi seguendo i falsi dettami della mente? Quando un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono nel fosso (cf. Mt 15, 14).

171. Non si vede o si vede male. – Il male più radicato dell’anima mia si trova dunque nell’intelligenza, nelle idee, in quanto giudico le cose dal punto di vista del mio interesse o del mio piacere. Le vedo sotto questa luce, perciò le stimo in tal modo ed agisco sotto questo riflesso. L’azione e la volontà sono viziate, soprattutto perché è viziata l’intelligenza. Gli atti dipendono dagli affetti e questi dalle idee. Dal momento che le idee sono false anche gli affetti e gli atti sono falsi. « Certamente, dice il P. Surin, i nostri difetti provengono quasi tutti dalla perversità dei nostri giudizi e dal fatto che non riferiamo le cose create al loro principio come è dovere dei figli di Dio ». « La via della giustizia è la nostra via, dice sant’Agostino. Ma, come non cadere lungo la via quando si è privi di luce? Ecco perché il vedere è di prima necessità e di massima importanza ». Per conseguenza, non vedere è il peggior male, e vedere male è il più gran pericolo.

172. Valore dei libri sentimentali. – Ora mi rendo conto del valore di quei libri di pietà la cui scienza consiste soltanto nel muovere la sensibilità. Guarire l’anima con emozioni, allorché il gran male è nell’intelligenza! … È come voler guarire una malattia di petto col mettere un po’ di unguento sul piede. Chi ci ridonerà la pietà teologica delle grandi età della fede?

È il caso di domandarsi se il fiorire della letteratura sentimentale, in fatto di pietà, non sia un flagello tanto disastroso quanto la letteratura immorale, che ci insozza coi suoi osceni successi, poiché, infine, il libro immorale non si rivolge che alle anime che brulicano nelle paludi, mentre i libri di pietà si rivolgono alle anime superiori alle quali Dio ha affidato la missione di elevare il popolo.

Rimpicciolendo e indebolendo tali anime, non danno forse questi libri un contraccolpo più esteso e più terribile alla società, che non potrà essere sollevata per la mancanza di elevazioni in esse? Tanto più che le anime superiori sono relativamente rare ed il male che loro vien fatto si ripercuote su tutte quelle che da esse avrebbero dovuto essere attirate. Il sentimentalismo nella pietà spiega il materialismo nella società. Quale ammaestramento profondo nel cammino parallelo di queste due letterature

173. I dogmi fanno i popoli. – « I dogmi fanno i popoli », scrisse M. De Bonald. Se essi fanno i popoli, fanno pure gli individui. « Non cesserò di dirlo come di crederlo, dice il De Maistre, altro grande pensatore, che l’uomo non vale se non per quello che crede ». L’uomo, infatti, non vale se non per le sue idee; egli è ciò che sono le sue idee. L’indebolimento della verità porta in mezzo agli uomini la scomparsa della santità (cf. Sal 11, 2).

La mia prima e più urgente necessità è quella di rettificare le idee su me stesso, sulle creature e sull’uso che debbo farne. Senza di questo non riuscirò a ristabilire nulla in me. Fino a che i miei sforzi non saranno rivolti soprattutto a questo, rimarranno sterili. È la fede che purifica il cuore (cf. At 15, 9). La fede è la conoscenza della verità; la verità è l’elemento direttivo della pietà.

Il predominio, attribuito qui all’intelligenza, non diminuisce affatto quello dato alla carità nella pietà, e alla virtù nella formazione integrale dell’uomo. La vita infatti riceve dall’intelligenza il suo orientamento, dalla carità la sua animazione divina, dalla virtù la sua consumazione. La conoscenza dirige, l’amore vivifica, la virtù porta a compimento. Dalle vette della fede viene la luce, dalle cime della carità l’ardore, e con la pratica delle virtù la vita raggiunge le vette della perfezione.

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