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La vita interiore di F. Pollien capitolo IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

LA RETTIFICA

Intenzione attuale e virtuale

174. Sapere e vedere. – 175. Influsso delle abitudini sugli atti. – 176. L’intenzione del mattino. – 177. L’intenzione attuale e virtuale. – 178. Cambiamento completo.

174. Sapere e vedere. – Non sapevo io che bisognava far tutto per Dio? Lo sapevo, senza dubbio, ma lo vedevo?… Altro è sapere ed altro è vedere. A che vale una conoscenza più o meno speculativa confinata nella memoria in cui dorme?… Che giova il sapere, se esso non dirige il volere?… Ciò che importa è la vista pratica da cui nascono gli atti; la vista vivente, anima della condotta; la vista, non per atti continuamente ripetuti, che sarebbe impossibile, ma per l’abitudine interna contratta dall’anima formata.

Ho visto in pratica questa lotta permanente della mia soddisfazione contro la gloria di Dio?… questo dominio abituale del mio interesse egoista?… questa disposizione di considerare tutto dal punto di vista del mio piacere umano? Il male più pericoloso consiste nel non vedere ciò, nel non pensarvi e nel perpetuare in me, col fatto positivo della mia condotta quotidiana, abitudini della mente più o meno sviate.

175. Influsso delle abitudini sugli atti. – Il valore dei miei atti dipende molto dalle mie abitudini, poiché lo stato interiore delle facoltà modifica profondamente la natura delle loro azioni. Per questo lo stato di peccato mortale toglie totalmente il valore eterno e meritorio agli atti, anche eroici, compiuti in tale disposizione. Le migliori intenzioni e le più belle azioni, dice san Paolo, non m’impediscono di essere nulla, di aver nulla, di valer nulla, senza la carità (cf. 1Cor 13, 1). A quanti peccati trascinano, d’altra parte, le cattive abitudini! Ugualmente, se le mie tendenze ordinarie sono veniali, esse, senza togliere ogni valore agli atti buoni, ne diminuiscono particolarmente il merito e diventano fonte di molteplici difetti. Se vivo in stato d’imperfezione, tale stato si ripercuote inevitabilmente sugli atti, che non gli sono sottratti da un’intenzione contraria. Comunque sia questa intenzione, attuale o abituale, deve avere almeno la virtù di combattere l’atto e di sottrarlo all’influenza opposta.

176. L’intenzione del mattino. – Non rettifico forse ogni mattina la mia intenzione, dirigendo le azioni alla gloria di Dio? Senza dubbio, e ciò è ottimo. Ma quello che faccio al mattino è un atto. Orbene, un atto non distrugge un’abitudine; esso può momentaneamente interromperla ed avere un certo effetto fino a che questa non abbia ripreso il sopravvento. L’abitudine che ho di giudicare tutto dal punto di vista del mio io non viene distrutta da questo atto, poiché un atto della volontà non è direttamente contrario a un’abitudine dell’intelligenza. Se non avessi un’abitudine contraria, l’intenzione del mattino estenderebbe normalmente il suo influsso sul movimento della giornata. Ma l’abitudine di ricerca personale è sempre lì, e solo momentaneamente è interrotta dagli atti retti; essa vi rimarrà finché la virtù della pietà non venga a soppiantarla.

È un fatto che, nonostante questa buona intenzione del mattino, continuo a vedere e seguire, come idea praticamente ispiratrice e direttiva della mia condotta, quella del mio interesse. La buona intenzione non l’ha corretta affatto, né poteva correggerla, poiché io non scorgevo in essa la sede principale del male.

Questa direzione della mia intenzione del mattino non ha dunque alcun valore? Ne ha uno grandissimo. Anzitutto è un atto molto meritorio, poiché si trova pienamente nell’ordine. Inoltre potrà estendere la sua influenza fino agli atti nei quali non dominerà la ricerca di me stesso. Infine con la sua ripetizione contribuirà a formare la grande abitudine di vedere, amare e ricercare Dio prima di tutto.

177. L’intenzione attuale e virtuale. – È dunque necessario pensare attualmente… alla gloria di Dio in ogni mia azione? Nient’affatto; non più di quanto è necessario vedere attualmente il mio interesse e ricercare pertanto me stesso. Non è forse vero che, per il fatto dell’abitudine, io vedo, amo e ricerco il mio interesse, senza quasi pensarvi, per così dire, inconsciamente, istintivamente? E’ proprio di un’abitudine, stabilita definitivamente nell’anima, far agire senza che questa ponga un’attenzione distinta alla sua influenza. Tanto più l’abitudine è contratta, tanto meno si scorge. Io ho talmente l’abitudine di agire per i miei interessi, che non me ne accorgo più. Essa mi domina così pienamente che non la sento più.

Ebbene, è un’abitudine di questa portata, che io debbo formare in me per la gloria di Dio. Bisogna che la vista, l’amore e la ricerca di Dio invadano talmente le mie potenze e le dominino così pienamente, che io non abbia più bisogno di pensarvi in modo esplicito. Bisogna che la pietà diventi il movimento primo della mia anima nello stesso grado in cui lo è ora la ricerca di me; che il movimento della grazia occupi il posto, l’ufficio e il dominio posseduto ora dal movimento della natura; che il divino agisca nelle medesime condizioni in cui agisce ora l’umano; che si stabilisca un orientamento e come un’attrazione dell’anima, la quale si trovi costantemente ricondotta a Dio e stabilita in lui come suo fine. Allora si avrà una vita pienamente retta, ed io andrò a Dio tanto facilmente, tanto prontamente, oserei dire, tanto naturalmente, quanto ora vado a me stesso. Oh! quando avverrà questo?…

178. Cambiamento completo. – Bisogna operare un cambiamento quasi completo. Cambiare la mia vita; dare una nuova forma alle idee, agli affetti, alla condotta; spogliare l’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo (cf. Col 3, 9); rendere al Signore il posto usurpato dalla soddisfazione. Che lavoro!

E tuttavia, dice l’apostolo: « Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione » (Rm 6, 19).

« Consiglio umano, dice sant’Agostino, condiscendenza all’infermità. Che cos’ha riservato l’apostolo e non ha detto? – Ciò che ha riservato lo dirò io, se potrò. Metti sulla bilancia la giustizia e l’iniquità; non merita forse la giustizia ciò che ha avuto l’iniquità? Possiamo amare l’una come l’altra? No, certo; e tuttavia, fosse almeno così! Dunque, di più? – Di più, assolutamente di più. Nell’iniquità tu hai seguito il piacere; per la giustizia sopporta la sofferenza: ecco il più.

La bellezza della giustizia si presenti qui e si mostri agli occhi del cuore. Eccola, essa ti dice: Vuoi tu godere di me? Disprezza ogni altro piacere, disprezzalo per me. Ecco l’hai disprezzato. E ancor poco per essa, è l’umano, condiscendenza all’infermità della vostra carne. È poco disprezzare ciò che ti piace; disprezza ciò che ti spaventa: catene…, prigione…, morte… Se trionfi di ciò, hai trovato me. Prova in questi due gradi il tuo amore alla giustizia.

Che cosa puoi aggiungere per la perfezione delle opere? Ama, sii zelante, fervente, calpesta ciò che ti piace, e passa oltre. Ecco giungere le asprezze, gli orrori, le crudeltà, le minacce: calpesta, spezza e passa oltre. Oh amare! … Oh andare! … Oh morire a se stessi! … Oh arrivare a Dio! … ».

Queste parole del grande Dottore servono mirabilmente come transizione fra il cammino percorso e quello che mi resta da fare. Di questi due gradi della giustizia, indicati da lui, non abbiamo studiato che il primo. lo non sono ancora arrivato a rendere alla gloria santa il posto occupato indebitamente dal piacere. Bisogna ora vedere il secondo.

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