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La vita interiore di F. Pollien Capitolo I

La vita interiore di F. Pollien Capitolo I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

LA PERFEZIONE

180. Lavoro fatto e lavoro da fare. – 181. Gli atti della vita perfetta. – 182. La maggior gloria di Dio. – 183. L’indifferenza. – 184. La purezza d’intenzione secondo san Francesco di Sales.

180. Lavoro fatto e lavoro da fare. – Attraverso i tre gradi considerati finora, l’anima si è successivamente liberata dal peccato mortale, dal peccato veniale e dall’imperfezione. Essa è guarita, si è purificata, liberata dalle preferenze umane; ha scalato la prima e la seconda catena delle montagne divine. La sua purezza è già luminosa, poiché il suo occhio ha facilità di veder Dio in tutto; ma è lontana dall’aver raggiunto l’ideale immacolato che soddisfa lo sguardo del Signore tre volte santo. Essa tocca, ma non partecipa affatto ancora alle sublimi irradiazioni, in cui Dio solo è visto. Quante operazioni dovranno ancora succedersi nello sviluppo superiore della sua purificazione integrale!

L’anima è già in alto; domina, infatti, ciò che è in lei e nel piano inferiore a lei, ma non è ancora uscita interamente dal creato, di cui certi vapori continuano a mescolarsi all’aria divina che respira. Rimangono da scalare le ultime cime che toccano il cielo; bisogna slanciarsi nelle ascese verso il bene senza scorie, verso la luce senza nubi, verso l’amore senza divisione. Bisogna raggiungere la perfezione per consumarsi nell’unità.

181. Gli atti della vita perfetta. – Che cos’è la perfezione? « Io non sento parlare che di perfezione, diceva talvolta san Francesco di Sales, e vedo ben poche persone che la praticano. Ciascuno se ne forgia una a modo suo… Quanto a me, non so né conosco altra perfezione se non quella di amare Dio con tutto il cuore. Se noi amiamo veramente Dio, ci sforziamo di procurargli questo bene della sua gloria, riferendo ad essa il nostro essere e tutte le nostre azioni, non solo le buone ma anche le indifferenti, e, non contenti di ciò, mettiamo ogni diligenza ed ogni sforzo per cercare di condurre il prossimo al suo servizio ed al suo amore, affinché Dio sia onorato in tutte le cose. In ciò consiste il nostro fine e l’ultima sua consumazione. Ci inganna chi ci presenta altre perfezioni ».

Abbiamo qui, secondo il santo vescovo di Ginevra, le elevazioni e gli slanci dell’anima giunta alla perfezione; tutto è compendiato nelle parole del vangelo: amare Dio con tutto il cuore (Lc 10, 27). Amare Dio vuol dire fuggire il peccato mortale, per lasciare al Signore un posto nel proprio cuore. Amare Dio significa evitare il peccato veniale e l’imperfezione, per dargli il primo posto. Amare Dio perfettamente è dargli tutto il cuore, dimenticando ogni cosa ed anche se stessi per servirlo. Nei suoi slanci, la perfezione è dunque caratterizzata dall’oblio di sé e dall’indifferenza circa le vicissitudini create, mentre nelle sue elevazioni è caratterizzata dall’unica preoccupazione della maggior gloria di Dio.

Questi due fatti caratteristici della perfezione possono essere ben chiariti con un esempio della vita ordinaria. Allorché un uomo, nel suo ufficio o in una situazione qualunque, è sorretto dal desiderio del successo, lo si vede assorto ed entusiasta nel suo lavoro, cercare molteplici mezzi e i migliori ritrovati, dimenticare la fatica, non temere difficoltà alcuna, non arrestarsi davanti a nessun ostacolo. Ecco in azione il duplice fatto della ricerca del meglio e dell’oblio delle comodità. Sebbene più accentuato negli uomini di valore, il fenomeno si osserva più o meno in chiunque vuol riuscire. Non è questa la legge di ogni successo e progresso?

Ciò si verifica anche circa la perfezione, rivestito però di grandezza ed elevato ad altezze del tutto divine. Essa porterà fino all’eroismo lo zelo per la maggior gloria di Dio e l’oblio di se stessi. Se, per interessi passeggeri, l’uomo può nobilmente sobbarcarsi a sacrifici, ai quali nessuna legge l’obbliga, se non quella che s’impone lui stesso, che cosa non dovrà fare, per gli interessi eterni di Dio, l’anima penetrata dalla legge della sua creazione?

182. La maggior gloria di Dio. – Resa più libera dal distacco e nel medesimo tempo più luminosa, non dovendo più pensare a stabilire l’equilibrio fra la propria soddisfazione e la gloria divina, poiché questo lavoro di subordinazione è già stato compiuto, l’anima può ora salire più in alto. La sua luce le permette di vedere e la sua libertà di scegliere ciò che favorisce di più l’onore divino. Il suo occhio penetra l’intimo dei suoi atti e il suo cuore si applica a renderli più perfetti e più pieni. Essa non mira agli atti straordinari, ma alla sostanza delle azioni più minute. A lei importa maggiormente operare il meglio che il più grande; e cercando il meglio in tutto, riesce anche a fare ciò che è più grande. Infatti, i suoi desideri del meglio finiranno per estendersi a grandi ambizioni per Dio; lo zelo della perfezione non conosce limiti.

Anche nelle creature, essa percepisce più sostanzialmente, e con più equità può ponderarne il valore divino, ossia la loro attitudine a servire da strumento per la gloria divina; poiché non si può affatto dubitare che, fra le creature, le une servano più delle altre all’opera di santificazione. Con la stessa luminosa libertà con cui l’anima si vede, si possiede e dedica se stessa nella miglior pienezza possibile, così discerne, sceglie e adopera le creature. Su queste vette, uno solo è il miraggio che parla all’anima accesa di perfezione, che attira il suo sguardo e lo dirige: l’utilità divina delle cose, la loro maggior attitudine a promuovere gli interessi del Creatore. L’anima sceglie, con trionfante prontezza, ogni mezzo in cui è sicura di trovare un maggior profitto a vantaggio della maggior gloria di Dio. Il suo motto è quello di s. Ignazio: Per la maggior gloria di Dio. La sua consacrazione consiste nel voto del più perfetto; voto che hanno fatto parecchi santi, quali santa Teresa, santa Giovanna Francesca di Chantal, sant’Alfonso, e col quale si sono obbligati, sotto pena di peccato, a scegliere in tutto il più perfetto.

183. L’indifferenza. – Qui, e in modo ben più assorbente che negli interessi umani, l’anima, presa dal desiderio del più perfetto, non pensa più a ripiegarsi su se stessa e sulle sue comodità o disagi, ma solo è intenta alla sua opera. Così, per la forza stessa di un’attrattiva superiore, si attua il secondo carattere della perfezione, l’indifferenza, che sant’Ignazio definisce in questi termini: « L’uomo, egli dice, deve rendersi indifferente a tutte le cose create, in tutto ciò che è lasciato alla scelta del suo libero arbitrio e non gli è vietato; di modo che, per quan­to sta da lui, non vuole la salute più che la malattia, le ricchezze più che la povertà, l’onore più che il disprezzo, una vita lunga più che una corta, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo unicamente ciò che lo conduce più sicuramente al fine per il quale è stato creato ».

Visto da queste altezze, il creato non presenta più, all’anima, come nelle precedenti regioni inferiori, differenze così vive di attrattiva o di orrore. Sono piccolezze, che scompaiono davanti alle grandezze, la cui immensità domina dall’alto il temporaneo e il transitorio. Le colline del mondo si abbassano dinanzi alle strade dell’eternità. E se le accidentalità del piacere o le noie non scompaiono del tutto agli sguardi dell’uomo che attende alla perfezione, i suoi occhi sono troppo attratti dalle sommità divine, per distinguere ciò che è ai suoi piedi, con segni divenuti ormai insignificanti. Non sapendo più, come si è detto, apprezzare le creature se non in funzione della loro utilità divina, l’anima abbraccerà il dolore con prontezza, se ciò le sembrerà più fecondo; se la gioia, invece, si presenterà più propizia, essa l’utilizzerà con semplicità. Dell’uno e dell’altra si serve senza indugi. Ha troppa premura di avanzare per arrestarsi ai nonnulla. Si precipiterebbe anche nell’inferno, se, per un caso impossibile, l’abisso potesse offrirle un mezzo vantaggioso per glorificare Dio.

184. La purezza d’intenzione secondo san Francesco di Sales. – Per avvicinarsi alla perfezione bisogna sforzarsi di acquistare sempre più ciò che san Francesco di Sales raccomanda sovente: la purezza d’intenzione, ossia la purezza di amore. « Se non abbiamo, egli dice, il fervore e la purezza della carità, non giungeremo mai alla perfezione ». Un metallo è puro allorché non contiene alcuna lega; l’oro della nostra carità sarà puro quando si sarà liberato da ogni lega umana.

E’ questo che il santo dottore chiama semplicità. « La semplicità non è altro che un atto di carità puro e semplice, il quale non mira ad altro che ad acquistare l’amor di Dio; e quindi l’anima nostra è veramente semplice quando noi non abbiamo altra intenzione in tutto quello che facciamo ». Ma noi, invece di avere questa « carità semplice, che ci fa compiere tutte le nostre azioni per l’unico fine di piacere a Dio », imitiamo santa Marta, che « al fine principale dell’amor di Dio univa tante altre piccole pretese per le quali meritò il rimprovero: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. La parte di Maria, la quale sola è necessaria, è la semplicità, virtù inseparabile dalla carità. Essa riguarda direttamente Dio, senza sopportare mai alcuna mescolanza di proprio delle creature, né alcuna considerazione di esse. Iddio solo vi si trova ».

Noi siamo ancora lontani da questa purezza d’intenzione, da « questa semplicità di cuore, in cui consiste la perfezione di tutte le perfezioni, la quale fa sì che l’anima nostra fissa lo sguardo solo in Dio… e con la quale rapisce il suo cuore e si unisce a lui ».

« Che cosa richiede Dio da noi? Ascoltate questo divin Salvatore delle anime nostre che ripete a ciascuno di noi: Figlio mio, dammi il tuo cuore. Chi dà tutto non si riserva nulla. Che significa donarsi tutto a Dio? Significa non riservarsi nulla che non sia per lui; nemmeno un solo affetto o desiderio ». Con questo noi progrediremo continuamente nella perfezione e, « avendo in questa vita fatto ogni cosa per il nostro divino amante, egli avrà cua di provvederci dell’eterna sua gloria in ricompensa della nostra confidenza. Colà noi vedremo la felicità di coloro che, avendo lasciato ogni pensiero superfluo e inquieto, si saranno applicati semplicemente al loro dovere, abbandonandosi senza riserva nelle mani della divina bontà, per la quale sola avranno faticato ».

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