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Sull’Esaltazione della Santa Croce

Sull’Esaltazione della Santa Croce

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Questa festa, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul Sepolcro di Cristo e in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù da parte di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, avvenuto, secondo la tradizione, il 14 settembre del 320.

Per tale occasione voglio offrirvi questa deliziosa omelia rivolta da un priore certosino alla propria comunità. Sublimi parole che ci inducono alla riflessione.

Omelia

La croce è il segno del sacrificio divino e della riconciliazione del cielo e della terra. È anche il simbolo dell’unione che la carità deve realizzare in mezzo a noi, come il Signore ha chiesto alla vigilia della Passione che ha voluto soffrire per consumarci nella unità: ut sint ipsi consummati in unum.

Questa comunione tra di noi, può essere raggiunta solo attraverso il progresso della nostra vita spirituale e nella misura in cui ci allontaniamo da tutto ciò che è esterno, al fine di essere uniti a Dio. Un uomo in uno stato di grazia, in effetti, è come un mondo in cui al centro Dio non cessa di essere presente. Ma questa realtà si presenta alla coscienza solo parzialmente e imperffetamente e si presenta al mondo esterno ancora più incompleta e insufficiente. Ogni creatura umana è, quindi, un enigma, una parola divina velata, mentre si manifesta attraverso la carne, il linguaggio e l’azione.

Tutto il lavoro della carità paziente consiste nel decifrare questi enigmi e nel trovare il suo senso letterale sotto l’espressione disturbata e balbettata. Se fossimo più fedeli alla vita della grazia in noi, in ogni anima in cui è presente questa stessa grazia ci rallegrerebbe e sarebbe per noi una fonte di pace e di felicità. La vita di raccoglimento e la gioia spirituale fanno di più che renderci benevoli ed indulgenti; creano e mantengono nel nostro spirito uno stato di armonia che gli permette di vibrare all’unisono con il divino, ovunque esso si fa sentire. È Dio stesso, vivo in noi, che sorprende Dio nel nostro prossimo e gli sorride.

Per parlare e agire, gli uomini cercano di sfuggire alla loro solitudine e si sforzano di costruire relazioni tra loro. Questi rapporti esterni, tra di noi certosini, sono ridotti a poco, anche se non eliminati: una saggezza sulla base di esperienze secolari, ha fissato nella nostra regola il limite delle ricreazioni che, per inciso, dobbiamo approfittare per non essere estranei gli uni agli altri e cercare di mantenere buone relazioni con delicatezza. Ma questo non si ottiene senza grande sforzo, perché mentre ci troviamo di fronte al di fuori, traduciamo nelle nostre parole e nei nostri gesti una piccola parte della verità divina presente in noi, traduzione miserabile che è sempre, in qualche misura, un tradimento e spesso ci mette gli uni contro gli altri, piuttosto che avvicinarci.

Gli uomini mondani, cioè, superciali – ed anche noi siamo mondani nella misura in cui siamo superficiali – non riescono a capirsi l’uno l’altro: i terribili conflitti che lacerano il mondo sono il risultato della mancanza di vita interiore. Se vogliamo salvare l’amicizia spirituale tra di noi, se vogliamo preservare la pace e la gioia che il Signore ci ha dato, dobbiamo dimenticare gli uni agli altri, dobbiamo dimenticare noi stessi per ritrovarci in Dio, perché solo in Lui torniamo a ritrovarci ed a unirci veramente.

Un punto importante a questo proposito è distinguere l’essenziale dall’ accidentale. Diciamo che la buona volontà e la vita della grazia – entrambe di vitale importanza – possono manifestarsi in un’anima in molti modi. C’è una vita di fede e di amore comune a tutta la Chiesa di Cristo; c’è, d’altra parte, gli entusiasmi e le preferenze individuali, accidentali, che possono essere legittime e benefiche per certe anime. Ma voler imporle a tutti, indignarsi perché molti perdono l’interesse in loro, è un errore di apprezzamento le cui conseguenze sono rovinose per la carità. Spostare il suo accento è rompere l’armonia che esiste solo negli spiriti che hanno l’istinto e la passione per l’essenziale.

Questa posizione interiore, dell’anima risoluta verso il centro divino, le richiede molti sacrifici. È necessario privarci di molte soddisfazioni personali e sensibili. Corrispondendo alla vocazione certosina, rinunciamo alla tenerezza umana e la continuità di questa rinuncia è una condizione dell’amicizia religiosa, perché si tratta di una condizione di vita interiore. Però non solo ogni sentimento appassionato deve

essere rigorosamente escluso; ma anche ogni attaccamento ai nostri gusti individuali – anche se sembrano spirituali – quando ci racchiudono in un cerchio stretto, impedendo che la grazia di Dio ci inondi con quella libertà infinita che Dio richiede, che vuole mantenere tra noi e Lui, in mezzo alla solitudine.

Quando si tratta di sperimentare lo spirito della nostra vocazione, e di precisare le condizioni in cui dobbiamo vivere in modo che essa sia una comunione tra noi e l’unità divina, cadiamo sempre nella pratica della solitudine e del silenzio. Una certa capacità di silenzio esteriore e interiore è condizione indispensabile perché le anime possano raccogliersi e ritrovarsi nel cuore di Gesù e Maria. Questa conversazione senza parole, questa amicizia nel lasciar andare tutto ciò che non è Dio, è una pratica molto sublime, molto dolce, che dobbiamo tenerla come un tesoro. Che la croce ed il segno della croce siano per noi un costante invito per tornare al centro della carità eterna, con un consenso senza riserve al sacrificio liberatorio.

2 Risposte

  1. Oui, le recueillement habituel est une source de grâces … bienheureux ceux et celles qui peuvent le mettre en pratique dans notre monde moderne!

  2. nel giorno in cui celebriamo l’Esaltazione della Santa Croce, desidero inviare i migliori Auguri per un felice Genetlìaco al carissimo Padre Piore della Certosa di Serra San Bruno, dom Basilio!
    Ad multos annos!
    Angelo

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