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La vita interiore di F. Pollien capitolo V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA PERFEZIONE E IL SACRIFICIO

198. Il sacrificio non è la perfezione. – 199. Ma ne è la condizione per acquistarla. – 200. Non fare troppo. – 201. Né troppo poco. – 202. Per i religiosi. – 203. Per i Sacerdoti.

198. Il sacrificio non è la perfezione. – La perfezione, in sé, non è soltanto sacrificio, ma anche amore e volontà. I più perfetti non sono i più mortificati, ma quelli che in tutto cercano puramente la gloria di Dio. « Certuni, dice san Francesco di Sales, fanno consistere la perfezione nell’austerità di vita…; quanto a me, io non conosco altra perfezione che quella di amare Dio con tutto il cuore ed il prossimo come me stesso; tutte le altre pratiche non sono che mezzi per arrivare alla carità, ma non sono affatto la carità; solo in essa consiste la perfezione ».

Per conseguire la perfezione, non bisogna ricorrere alle mortificazioni straordinarie, ad esempio, quelle riguardanti il cibo. Sia che mangiate, sia che beviate, dice l’apostolo, fate tutto per la gloria di Dio (cf. 1Cor 10, 31). Egli non m’invita dunque a digiuni austeri, bensì mi esorta a soprannaturalizzare le mie intenzioni e a non lasciarmi guidare dagli istinti del bisogno o del piacere. Allorché avete digiunato e pianto, dice il Signore, è per me che avete digiunato? E quando avete mangiato e bevuto, non è per voi stessi che avete fatto queste cose? (cf. Zc 7, 5-6). Ciò che deve prevalere nell’uso o nella privazione di qualche cosa è l’intenzione sincera di servire alla gloria di Dio.

Quante volte m’inganno allorché confondo l’idea di perfezione con quella di privazione! Quando uno slancio di fervore s’impossessa del mio cuore, io subito m’incammino nella via di imprudenti penitenze. Povero sviato! L’oggetto dei tuoi desideri non si trova su questa strada. I sacrifici stessi ti saranno forse d’inciampo se, mentre li abbracci, lungi dal pensare a rettificare le tue intenzioni, continui a ricercare e seguire te stesso. Impulsi naturali e istigazioni diaboliche si combinano così facilmente per cambiare in inganno la generosità! Accade talora di sottoporsi a penose rinunce per capricci della natura, per allettamenti prodotti da impressioni, per entusiasmi effimeri ed altri moti inconsulti della sensibilità. Questi fuochi fatui avranno valore come atti soddisfatori? Troppo spesso non ne hanno affatto.

199. Ma ne è la condizione per acquistarla. – Il sacrificio non è la perfezione e non dev’essere confuso con essa; ne è tuttavia la condizione necessaria per acquistarla. La natura viziata ha troppe adesioni al nulla, perché non vi siano futilità da eliminare; ha troppe tendenze errate, perché non vi siano molti istinti naturali da combattere. La perfezione non può mettere queste adesioni e tendenze al servizio divino, perché false o inutili; d’altra parte non vuole diminuire per esse il servizio divino, perché essa non sarebbe più perfezione. Allora le sopprimerà virilmente. Ma questi sacrifici non saranno affatto voluti per se stessi e come costituenti la perfezione, ma solo adoperati come mezzi, indispensabili o utili, per raggiungerla. Poiché i sacrifici sono mezzi, si tratterà di essi specialmente nella terza Parte.

San Tommaso ci aiuta a comprendere, mediante un paragone, l’ufficio di questi mezzi. L’uomo posto fra Dio e la creatura, egli dice, non può avvicinarsi all’uno se non a patto di allontanarsi dall’altra, e nella misura stessa di questo allontanamento. Come può infatti un cuore ingombro di affetti umani essere completamente riempito di amor divino? Anche nostro Signore faceva, della rinuncia, e di quella totale, una condizione principale per tutti coloro che volevano seguirlo nella via della perfezione: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi (cf. Mt 19, 21). Chi di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (cf. Lc 14, 33).

Egli esige ben di più: che si rinunci non solo ai beni esterni ma a se stessi; e san Luca fa notare queste parole di Gesù: « Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc 9, 23).

200. Non fare troppo. – Vedrò in seguito (nn. 412ss) quali sono i sacrifici che Dio mi domanda, sia mediante la sua volontà significata, sia mediante quella di beneplacito. Io debbo compiere generosamente tutta la sua volontà, ma non oltrepassarla; né prevenire la grazia abbracciando pratiche, le quali, in quel momento, superano la mia virtù. Altrimenti, che cosa avviene? Siccome questi slanci di generosità non rispondono ai miei bisogni attuali e non producono i frutti che desidero, la mia anima non ha la forza di sopportarli, ed io mi scoraggio e ricado più in basso di prima. Il risultato peggiore di questa temerità è quello di farmi credere che la perfezione sia impossibile. Mi sembra di aver fatto tutto, di non essere indietreggiato davanti al sacrificio e, invece, ho incominciata a discendere…!

201. Né troppo poco. – Più frequentemente la paura del sacrificio si dissimula sotto false pretese. Si crede, ad esempio, di potersi dispensare da ogni rinuncia esterna, perché il distacco interno, che crediamo di possedere già in alto grado, è l’unico indispensabile per giungere alla perfezione. Senza dubbio, anche san Francesco di Sales mostra a Filotea come si possa « essere ricchi in effetto e poveri coll’affetto » tenendo il proprio « cuore aperto soltanto al cielo, ed impenetrabile alle ricchezze delle cose caduche ». Ma quanto è difficile questo! E quanto è facile illudersi! Ci si crede staccati da tutto e si posseggono tuttavia molte cose; e soltanto quando da queste si è violentemente separati, si comprende quanto vi si era attaccati. La difficoltà del distacco indica il grado di cupidigia del possesso.

Inoltre, vi è talora più virtù e maggior profitto ad utilizzare e santificare un piacere che a sopprimerlo; il motivo è già stato detto in precedenza (n. 61). Ma chi non vuole rinunziare spontaneamente a nessuna soddisfazione lecita, mostrerebbe che vi è ancora assai attaccato, che il suo cuore è lontano dall’essere tutto di Dio e si esporrebbe immancabilmente a lasciarsi, non solo dividere, ma dominare dal piacere.

Dappertutto vi sono sacrifici da compiere, ma senza andare ad eccessi. Si può applicare ad ogni piacere « lecito e lodevole » ciò che il santo vescovo di Ginevra, sempre con ammirabile discrezione, dice degli svaghi e delle ricreazioni: « È certamente un vizio l’essere talmente rigidi da non voler prendere per sé, né permettere agli altri alcuna sorta di ricreazione. Per usarne bene è necessaria la prudenza comune, che assegna a ogni cosa il posto, il tempo, il luogo e la misura giusta. Ma, soprattutto guardatevi dall’attaccarvi a queste cose, perché, per onesta che sia una ricreazione, diventa un vizio se vi si mette il cuore. Non dico di non compiacersi nel gioco durante la ricreazione, altrimenti uno non si ricreerebbe; ma non bisogna però desiderarlo, né darsi premura per procurarsi tale svago ». Quante insistenze per raccomandare di non attaccare il proprio cuore a nulla!

Man mano che si libera il cuore, l’amor di Dio diventa più intenso e richiede maggiori sacrifici. E, se si è fedeli alla grazia, l’amore crescerà continuamente e suggerirà dei distacchi sempre più perfetti.

202. Per i religiosi. – Poiché lo spirito di rinunzia e di sacrificio sono necessari per ogni progresso, in che grado devono averlo quelli, che, per la professione religiosa, hanno preso l’impegno di tendere continuamente alla perfezione? Se la loro regola pone dei limiti ai sacrifici esterni, la rinuncia e il distacco interno potranno e dovranno estendersi illimitatamente. Anche san Tommaso chiama la vita religiosa un olocausto, ossia un sacrificio mediante il quale uno s’immola interamente senza alcuna riserva. San Francesco di Sales non è di parere diverso. Lo ripete spesso nelle sue lettere e nei suoi trattenimenti con le prime religiose della Visitazione: « Perché pensate che Dio vi abbia create e soprattutto chiamate alla religione, se non perché siate ostie di olocausto alla sua divina Maestà e vittime che si consumano ogni giorno nel suo santo amore? Questo vi obbliga a distruggere in voi tutto ciò che si oppone alla perfezione e all’unione con Dio, soprattutto l’amor proprio, la volontà propria, la ricerca dell’onore, la soddisfazione dei sensi… Dico, dunque, che bisogna morire affinché Dio viva in noi, poiché è impossibile acquistare l’unione della nostra anima con Dio mediante un mezzo diverso dalla mortificazione… I martiri bevevano il calice sacro della passione tutto d’un fiato; gli uni in un’ora, gli altri in due o tre giorni, altri ancora in un mese. Quanto a noi, possiamo essere martiri e bere questo calice, non in due o tre giorni, ma per tutto il corso della nostra vita, mortificandoci continuamente, come fanno e debbono fare tutti i religiosi e le religiose che Dio chiama in religione, per portare la propria croce ed essere crocifissi con lui ».

203. Per i Sacerdoti. – Se uno mi vuol servire, mi segua ha proclamato il Salvatore (Gv 12, 26). Il sacerdote, che lo immola misticamente ogni mattina sull’altare, ha sentito le parole del Vescovo nel giorno della sua ordinazione sacerdotale: « Siate consapevoli di ciò che fate, conformate la vostra condotta a ciò che compite, e celebrando il mistero della morte e risurrezione del Signore, fate morire il male che è nelle membra, e camminate in una vita nuova ».

E se il sacerdote è in cura di anime, se vuole essere anche lui un salvatore, suscitare del bene attorno a sé, dovrà ancor più seguire il suo divin Maestro sul cammino del calvario, poiché le anime non sono salve che per mezzo del sacrificio (cf. Eb 9, 22). Se il chicco di grano cadendo in terra non muore, resta solo; ma se muore porta molto frutto (cf. Gv 12, 24). Guai a quei pastori che non fanno che pascere se stessi! Voi non pascolate il gregge, non fortificate le pecore deboli, non guarite quelle malate e trascurate quelle ferite, non richiamate quelle sviate, non cercate le smarrite… Il perché ve lo dice il Signore: Perché i miei pastori non hanno cura delle pecore, ma pascolano se stessi; ecco che io vado dai pastori e domanderò loro le mie pecore e non lascerò più loro i greggi da pascolare (Cf. Ez 34, 2-10). Il buon sacerdote, invece di ricercare se stesso, di guardare ai propri interessi e alla propria reputazione, si dimentica, si spende per il servizio del suo Maestro e per il bene delle anime a lui affidate. Ciò importa un continuo sacrificio, ma quanto più si dedica senza riserva alla cura del gregge, tanto più imita il divino modello di ogni perfezione, il buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle (Cf. Gv 10, 11).

 

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