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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

LA CONSUMAZIONE

Quinto grado della pietà

204. Le due corone. – 205. L’immolazione. – 206. Suprema conclusione. – 207. Beati mortui. – 208. L’uomo ragionevole. – 209. L’uomo retto.

204. Le due corone. – Ho visto, nello stato precedente, la ricerca della soddisfazione umana far posto allo spirito di sacrificio, e l’anima, liberata da tutto il resto, sforzarsi di tendere verso Dio solo. Allorché quest’anima, ardente d’immolazione per amore del divin Crocifisso, spinge abitualmente il sacrificio fino all’eroismo, si ha la consumazione della santità, ultimo gradino di quella scala che si eleva dalla terra al cielo (Cf. Gn 28, 12).

Un esempio servirà a farmi conoscere meglio questo stato. È un noto episodio della vita di santa Caterina da Siena riferito dal suo confessore: « Il Salvatore del mondo le apparve tenendo nella mano destra una corona d’oro, ricca di pietre preziose, e nella sinistra una corona di spine.

– Figlia mia carissima, le disse, sappi che tu dovrai portare l’una e l’altra in riprese e tempi diversi; scegli quella che preferisci. O portare in questa vita la corona di spine, e allora ti conserverò l’altra per la vita eterna, oppure godere adesso la corona preziosa e portare quella di spine dopo la morte. – È da tanto, o Signore, rispose la santa, che ho rinunciato alla mia volontà per seguire unicamente la vostra; a me non appartiene far la scelta. Tuttavia, poiché è vostra volontà che io risponda, vi dirò che scelgo di essere in questo mondo continuamente conforme alla vostra beata Passione, e di cercare sempre, per amor vostro, la mia gioia nella sofferenza. – Ciò dicendo, in uno slancio di fervore, presa dalla mano del Salvatore la corona di spine, la premette con tale violenza sulla testa, che le spine penetrarono da ogni parte ».

Ecco dunque ciò che completa la parola santità: scegliere la sofferenza per un supremo bisogno di purificazione assoluta, in questo mondo, e di piena conformità a Nostro Signore, affinché, prima della morte, tutto sia spogliato e consumato.

205. L’immolazione. – Ma che vi è ancora da togliere e da consumare? Sapendo luminosamente discernere, potentemente amare, liberamente scegliere il più perfetto, trionfalmente calpestare le soddisfazioni naturali, servirsi delle creature con meraviglioso dominio, attestato sovente dai miracoli, l’anima arrivata a tal punto di santità, non dovrà forse far altro che crescere continuamente in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini (cf. Lc 2, 52), come Nostro Signore e la santa Vergine? passare facendo del bene (cf. At 10, 38) e compiendo mentre è giorno, le opere di colui che l’ha mandata? (Cf. Gv 9, 4). La sua purificazione non è forse terminata? No, le ali della colomba non hanno ancora la bianchezza purissima dell’argento, né le sue piume i riflessi dell’oro (cf. Sal 67, 14).

Rimangono dei sottilissimi strati di polvere terrena che offuscano lo splendore, impediscono e ritardano lo slancio, e che scompariranno nel bagno delle purificazioni supreme.

Nella seconda Parte (n.302) verranno trattati i modi con cui Dio opera queste purificazioni; qui cercheremo solo di vedere lo stato dell’anima.

Ciò che caratterizza questo stato è il bisogno d’immolazione, la fame di sofferenze, la sete del sacrificio, la passione della croce. « O patire, o morire » è il grido di santa Teresa d’Avila. « Patire e non morire » è il grido ancora più stupendo di santa Maria Maddalena de’ Pazzi. L’anima non vuole e non può lasciare più sussistere in sé nulla di umano, nessuna adesione alle creature; Dio solo!… Oh! queste due parole applicate alla santità! Dio… solo…

Ella immola se stessa, immola tutto, si eleva ai divini annientamenti, per lasciar vivere in sé solo Gesù. Vivo, ma non son più io che vivo, è Gesù che vive in me (cf. Gal 2, 20). Essa è crocifissa con Gesù in croce; per lei il mondo è crocifisso ed essa è crocifissa al mondo (cf. Gal 6, 14). È morta; la sua vita non appare più, ma è nascosta con Cristo in Dio (cf. Col 3, 3).

206. Suprema conclusione. – Questo stato, ultima fase di ogni santità quaggiù, è una conclusione logica del principio della creazione (n.46). L’anima dice infatti a se stessa: Se la gloria di Dio è l’unico mio bene essenziale, se Dio è il tutto della mia vita, se nella sua gloria vi è tutta la mia felicità, quanto più egli sarà l’unico oggetto delle mie preoccupazioni, il termine del mio amore, lo scopo delle mie fatiche, tanto più raggiungerò il mio fine. Per conseguenza, quanto più l’io scompare in Dio, quanto più tutto ciò che vi è di mio si annienta in lui, tanto più Dio resta solo. Siano dunque annientate, con tutti i mezzi ed a qualunque costo, senza requie, né dilazione, e fino all’ultima traccia, le false adesioni alle creature. Muoia finalmente ciò che non è di Dio e per Dio e, sulle rovine dell’umano, nella gioia della mia trasformazione, possa con trionfo esclamare: « Beati i morti che muoiono nel Signore! » (Ap 14, 13).

Il santo, allora, armandosi di sdegno contro se stesso, cerca le privazioni come mezzi e non come fine. Dio, soprattutto, concorre a questa demolizione della creatura, con devastazioni interne che soltanto la sua mano sa operare. Allorché tutto è consumato, la somma felicità del santo è di sentire la pienezza del suo essere e della sua vita, e cantare finalmente l’unica gloria di Dio. Diliges ex toto… Amerai il Signore, canterai la sua gloria con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze… Con tutto!… Oh, trionfo! ecco il santo!… Sì, ora tutto è per Dio, poiché l’anima non ha più nulla per sé, se non in Dio e Dio in lei.

207. Beati mortui. – Comprendo la gioia, l’ebbrezza dei santi e dei martiri nei loro immensi dolori. Quanto più la sofferenza opera in essi, tanto più la loro gioia è intensa, perché vedono cadere ad uno ad uno, sotto i colpi del dolore, gli ultimi avanzi del creato in essi. Vedono Dio prendere finalmente possesso di tutto il loro essere, vedono la morte assorbita nella vittoria, vedono attuarsi in loro quel segno supremo dell’amore, in cui Dio è tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28); a misura che cade una parte considerevole del muro di separazione (cf. Ef 2, 14), trionfano di una gioia novella. Il loro dolore è la loro felicità. Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati coloro che hanno il cuore puro, beati i maledetti, i perseguitati, i calunniati (cf. Mt 5, 3-11). Il Signore l’ha detto ed essi lo gustano. Tutte queste beatitudini sono in essi. Oh suprema felicità dei santi! … Oh ineffabile voluttà della sofferenza! … Oh santa beatitudine della morte!… Beati mortui!… Chiunque non abbia gustato un po’ di questo, non conosce la gioia e non sa che cosa sia la felicità.

208. L’uomo ragionevole. – Il santo che è giunto a queste vette è il solo uomo veramente e totalmente ragionevole. È il solo, infatti, a dedurre tutte le conclusioni, con la logica della sua ragione, e più ancora a penetrare, con la logica della sua condotta, perfino le ultime conseguenze del principio direttivo della vita. E’ inoltre l’unico ad attuare pienamente il fine di ogni consumazione e la consumazione di ogni fine; a misurare inoltre con l’occhio e col passo, l’immensa estensione del comandamento di conoscere, amare e cercare Dio in tutte le cose. E se gli è stato necessario passare attraverso a spogliamenti e distruzioni innumerevoli, sente che nulla del suo essere è perito in questi tormenti, che nulla di ciò che deve vivere è perito. Al contrario, la sua vita, la sua vera vita si è librata, nella sua purezza e nella sua libertà, attraverso il bagno nel quale essa ha lasciato le sue sozzure, nel crogiuolo in cui l’oro ha deposto le sue scorie. Anche qui vi è uno dei suggelli della vera santità: le sue penitenze sanno immolare ciò che è necessario, senza nulla compromettere di ciò che è vitale. Quanto sono igieniche le mortificazioni dei santi, per l’anima anzitutto, ed anche per il corpo! Le esagerazioni diaboliche e le aberrazioni umane finiscono sempre per spezzare quel che bisognerebbe conservare e conservare ciò che bisognerebbe spezzare. Il santo, guidato da Dio, colpisce giusto, demolisce e costruisce con sapienza. È l’uomo ragionevole per eccellenza. La ragione, come la fede, raggiunge la perfezione solo nella santità, in modo che, se si è definito l’uomo, animale ragionevole, bisogna confessare che i santi soprattutto meritano il titolo di uomini.

209. L’uomo retto. – Il filo della vita ordinaria, purtroppo, è legato più comunemente all’incostante mobilità delle impressioni che all’inflessibile guida della ragione, illuminata soprattutto dalla fede. La fede fa penetrare la ragione nelle profondità dell’uomo e la innalza verso le altezze di Dio; ma quanti ostacoli, paure e incognite bisogna superare! Il santo segue imperturbabile la sua fede, anche quando la ragione non comprende le vie che attraversa. Egli va diritto, e la sicurezza del suo cammino lo conduce allo stato di rettitudine integrale. Nel santo tutto è retto -.

Rettitudine di vedute, che, pure e semplici, giudicano così bene riguardo a Dio, ai suoi misteri, ai suoi diritti, ai suoi disegni, ai suoi voleri, ai suoi desideri, alla sua azione; bene la vita, le sue finalità, le sue condizioni, i suoi doveri e le sue forze, le sue vie e le sue speranze; bene gli uomini, i loro diritti e le loro necessità, le loro qualità e i loro difetti; ciò che fanno, che debbono fare, che possono fare; bene il creato ed il suo ufficio, le sue risorse, le sue vicende, i suoi piaceri, le sue prove.

Rettitudine di affetti stabiliti in Dio, dal quale nulla li può distaccare né far deviare; ardenti per la sua gloria, di uno zelo che niente arresta; elevati al disopra della natura, dominano le passioni e le debolezze, assorbono le energie nell’entusiasmo del bene; dolci col prossimo, compassionevoli coi miserabili, pronti al perdono, zelanti in opere buone; librati al disopra del creato, che amano soavemente per Dio e, tuttavia, non si legano per nessun motivo ad esso.

Rettitudine infine di condotta, che rende a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare (cf. Mc 12, 17), a ciascuno ciò che gli è dovuto e spesso più di quanto gli è dovuto; che usa le creature con una libertà totale ed una potenza talora prodigiosa; che non obbedisce ad altra legge che a quella del dovere, ad altra ispirazione che a quella del meglio, ad altra ambizione che a quella del cielo.

Com’è grande l’uomo quando è così retto! Tuttavia egli non ha ancora né la chiarezza, né la carità, né la giustizia del cielo; ma quanto vi è prossimo!

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