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Un auspicio per il nuovo anno

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Come ultimo articolo di quest’anno, ho scelto per voi la diffusione di una splendida notizia di qualche mese fa, affinchè possa essere d’auspicio per il nuovo anno per le vocazioni alla vita consacrata.

La storia che sto per narrarvi viene dalla Grande Chartreuse, laddove la scorsa domenica 24 giugno vi è stata una nuova professione solenne svolta da un italiano.

Giovanni Osvaldino, nato nel 1964 a Nichelino in provincia di Torino da ragazzo ha svolta una vita adolescenziale alquanto vivace, come ci descrive un suo insegnante ricordando come, a 14 anni nell’estate del 1977 risultava essere Vivacissmo, sembrava avesse l’argento vivo addosso, mai più avrei immaginato che si sarebbe fatto prete e tanto meno monaco di clausura”. Il ragazzo comincia a frequentare la parrocchia e diventa animatore di gruppi giovanili della chiesa locale. Alcuni anni dopo, decide di entrare in seminario, e nel 1991 viene ordinato sacerdote. Ben presto diviene viceparroco e poi parroco a Rivalta. Tutto sembra compiuto nell’esistenza di questo giovane piemontese, ma don Gianni superati i quaranta anni, sorprendentemente, matura la decisione di diventare certosino recandosi alla Grande Chartreuse. Una scelta di vita radicale, lontana dalla attività pastorale svolta fino a quel momento.

Egli ha percepito che la salvezza dell’umanità sta nella vita interiore, spirituale e nel sacrificio di chi si offre.

Comincia dunque un cammino lungo che condurrà don Gianni a diventare monaco certosino. Un anno di postulato, dopo la conferma della vocazione, dove si veste l’abito certosino, poi si comincia il noviziato di due anni. In seguito i voti temporanei della durata di tre anni, poi rinnovati per altri due. Al termine di questo lungo percorso si giunge alla professione solenne, nella quale il monaco si impegna per sempre davanti a Dio ed alla Chiesa. Ebbene all’età di 52 anni don Gianni Osvaldino, diventato Padre Jean Jude è diventato un nuovo monaco certosino!

Nella foto di questo articolo Dom Jean Jude, alias Gianni Osvaldino, alla Grande Chartreuse con alcuni sacerdoti della Diocesi di Torino, ordinati nel 1991, per il 25° di sacerdozio. Dom Jean è il monaco con la barba accanto a Dom Dysmas De Lassus, priore della Grande Chartreuse e dell’Ordine Certosino.
A lui ed alla comunità della Grande Chartreuse i miei ed i vostri più fervidi auguri.

“Condizioni”

“Condizioni”

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Oggi voglio offrirvi un brano tratto da un sermone di un Padre Priore certosino rivolto alla sua comunità, sagge riflessioni e spunti su cui meditare.

La mediocrità è una tentazione a un certo punto più grave di quella del peccato, perché rischia di fermare per sempre il movimento dell’anima a Dio.

«Io non sono un santo né potrò esserlo: il vero saggio non è colui che conosce le sue limitazioni? Sono deciso ad evitare i gravi errori, ma sento che non sono fatto per le vette della vita spirituale, lascio questo alle anime privilegiate, tra i quali non posso essere incluso». Parlare in questo modo è cadere in un errore pericoloso. Non è l’umiltà, ma sì, il più testardo amore di sé che è alleato al timore delle difficoltà e dei sacrifici per suggerirci queste scuse miserabili. Il Salvatore ci dice, al contrario, che i nostri errori non possono impedirci di seguirLo. I suoi santi non sono coloro che mai cadono, ma coloro che non si rassegnano a rimanere al livello del suolo. «Perché se il giusto cade sette volte, egli si rialza» (Pv 24,16).

È proprio la nostra qualità di peccatori e la nostra debolezza tante volte provata, che ci fa meritare la chiamata di Dio, che ci invita a ritornare a Lui. Abbiamo bisogno del Buon Samaritano, perché siamo creature sofferenti e fragili, e le nostre ferite sono in attesa di un balsamo. È quando cadiamo che Egli ci offre una nuova vita. «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Mentre ci rifiutiamo di aderire alla volontà divina, di provare la nostra realizzazione in unione con il Figlio attraverso una vita i cui sforzi sono tutti ispirati dall’amore, siamo come pecore perdute che camminano lontane dal gregge e dal pastore. Il dono più prezioso che il Verbo ci ha dato, se viene trattato con leggerezza da coloro che si rassegnano alla mediocrità spirituale, finisce per essere perso completamente a loro.

È in questo senso che fu detto: Guai ai tiepidi! Il Signore sa a quali pericoli siamo esposti e com’è debole la nostra carne. Ci previene con parole urgenti che anche le anime piene di grazia non possono dimenticarle. «Vegliate e pregate affinché non entriate in tentazione» (Mt 26, 41).

L’accettazione della mediocrità è il risultato di un calcolo miserabile e questo calcolo è sbagliato, come tutti i calcoli dell’amore di sé. La croce non è, in nessun modo, una mezza misura e non si può chiamare Amore di Cristo, ciò che si oppone apertamente a queste parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

Avremmo posto tra i ricchi e i privilegiati della divina economia se accettassimo con semplicità l’amore misericordioso, come ci viene offerto. Cerchiamo negli uomini ciò che essi non possono darci e, quindi, ci condanniamo a rimanere al livello umano, dove ci sentiamo soffocati. La più grande grazia può essere neutralizzata in un cuore che dà troppa importanza a se stesso, che solo timidamente osa affrontare le difficoltà. I sacramenti poco possono beneficiare colui che non si apre a riceverli e non rinuncia a se stesso.

Affinché la vita divina, la nostra luce, risplenda serenamente su di noi, è necessario, in primo luogo, che un certo ordine sia assicurato. L’acqua ed il fuoco non possono coesistere nello stesso luogo perché uno espelle l’altro, il giorno esclude le tenebre, e così accade nell’anima. Mentre l’anima si consegna alle potenze nemiche di Dio, per viltà più o meno consapevole, il Salvatore non può prendere possesso del suo regno in essa. Rifiutiamo di dare a Dio ciò che teniamo a noi stessi, per ignoranza e disprezzo dei suoi diritti fondamentali. Il Suo amore non può smettere di essere avido, richiede tutto il cuore dell’uomo e tutto l’uomo, tale è la misura della Sua giustizia. È in questo senso che si parla dello zelo di Dio (Ex 20,5).

Dubitare della bontà del Padre e del suo desiderio per il nostro bene è offenderLo. Questo dubbio ferisce l’onore e il cuore di Dio. «Distesi le mie mani tutto il giorno verso un popolo ribelle» (Is 65,2). Che siamo umili, infine, e piccoli nelle mani che si estendono a noi e lasciamoci portare dove Dio vuole. «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fl 4,13).

Le lotte e le prove esistono nella vita di tutti, ma quando il cuore si sente fiducioso e eleva a Dio la sua preghiera, ha il pegno sicuro della vera vittoria. «Avviciniamoci dunque con sicurezza al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia per il momento opportuno» (Eb 4,16).

Poco importa trovare un posto umile o elevato, grande o piccolo: queste parole cambiano il significato quando l’amore interviene. Questo potere che l’amore ha di invertire le misure e trasferire i valori, permette all’anima fedele di trovare il lato luminoso di ogni cosa e illuminare allo stesso tempo tutte le facce della realtà. La tristezza è, senza dubbio, naturale in molte circostanze. Tuttavia, deve essere trasformata in pace (la pace la cui radice è la certezza benedetta), quando lo sguardo è fisso sulla realtà divina e si immerge nella sua trasparenza. E nemmeno la memoria dei nostri fallimenti e dei nostri errori, deve essere amara per noi. Infine sappiamo che, solo per noi, non siamo in grado di ottenere un buon impulso, ma che questo non ci rattristi! Che sia una ragione più forte per consegnarci nelle mani di Dio ed aspettare tutto da Lui. «Non che ci crediamo capaci di pensare qualcosa da noi stessi, ma la nostra capacità viene da Dio» (II Cor 3,5).

Naturalmente non è senza lavoro e sacrificio che lo sguardo è orientato al suo oggetto divino e impara a guardalo fedelmente. È molto facile distrarsi dalle piccole cose e innamorarsi delle più futili, purtroppo. La concentrazione paziente su ciò che è essenziale è uno sforzo indispensabile per la vita dello spirito. «Tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria» (Lc 10, 41-42). Questa unica cosa necessaria è il Verbo incarnato.

Anche se spesso inciampiamo lungo la strada e a volte soccombiamo sotto il peso della croce, la nostra fede deve ripristinarsi e rafforzarsi in ogni passo che facciamo sulle sue orme divine. Dio è il nostro coraggio, la nostra forza e la nostra gioia. ServirLo non è un dovere, ma una grazia infinitamente preziosa – servire regnare est. «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò sollievo» (Mt 11, 28).

Omelia per il Santo Natale

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Natività (Biagio Bellotti – Certosa di Garegnano)

Eccoci giunti al giorno del Santo Natale, auguri a tutti voi miei cari amici lettori di Cartusialover. In questo giorno di festa, voglio offrirvi una deliziosa omelia di un Priore certosino, un testo immensamente profondo pur nella sua semplicità. Nonostante sia stato scritto diversi decenni fa, il suo contenuto risulta essere di una attualità impressionante. Augurandovi una buona lettura, il mio auspicio e che la nascita di Gesù Cristo Nostro Signore, possa illuminarci il cuore arrecandoci pace, gioia e serenità per una profonda rinascita interiore. Buon Natale!

Cari fratelli,

Tutti i misteri della vita di Gesù sono pieni di amore, ma nella nascita del Figlio Unigenito di Dio nella povertà e nella notte di Betlemme, c’è qualcosa che dovrebbe emozionarci, perché siamo davanti ad una delle più grandi meraviglie dell’amore divino. Un amore che riduce l’onnipotenza in una estrema impotenza e povertà, in una semplicità ammirevole che diventa grande.

Dio si umilia affinché possiamo avvicinarci a Lui e convincerci di come e quanto ci ama. Dio viene a noi, sconosciuto a tutti. L’evento più sublime nella storia dell’umanità si realizza con una estrema semplicità e in totale ignoranza. Siamo abituati ad apprezzare le novità che provocano uno spettacolo e che hanno luminosità, ma dobbiamo concentrare profondamente la nostra mente ed il nostro cuore per catturare, con umiltà, lo splendore che illumina ancora i nostri giorni e le nostre vite dopo 2.000 anni. Di generazione in generazione, le promesse di Dio hanno alimentato la speranza del suo popolo. E quando arriva il tempo in cui la misericordia divina deve compiere queste promesse, tempo che San Paolo chiama “la pienezza del tempo” (Gal 4,4), nasce un bambino sconosciuto che assolutamente non corrisponde alle aspettative. Egli sarà considerato un pericolo per la religione stabilita ed anche per il suo popolo che aspettava qualcosa di diverso. Così Dio agisce, destabilizza le nostre certezze e sicurezze, umilia il nostro orgoglio e offre un messaggio silenzioso, difficile da accettare. Quante volte, durante l’Avvento ed anche durante tutto l’anno liturgico, noi cantiamo: “Mostraci il tuo volto e noi saremo salvi”. Ed il profeta ci risponde: “La mia gloria splenderà su Gerusalemme e ogni creatura la contemplerà”. Il risultato di questa preghiera e di questa promessa è la banalità di un neonato privo di tutto ed ignorato.

Oggi brilla su di noi la luce dell’amore che inverte la scala dei valori umani. Di fronte alla luce di Betlemme, chi non si chiede circa la necessità di uno sforzo di semplicità interiore che ci diventi come un bambino, così come Gesù lo vuole? Quante volte complichiamo la nostra vita e cerchiamo comodità e facilità, cerchiamo i beni superficiali e sensibili che ci allontanano dalla imitazione di Gesù e Maria! Alla luce di Betlemme, che è luce d’amore, chiediamoci se abbiamo ancora oggi un vero amore per la povertà in cui contempliamo il Figlio di Dio. Chi di noi si preoccupa con il confine tra il necessario ed il superfluo? Tutti i difetti che offendono Dio nel mistero del Suo amore incarnato nella povertà di Betlemme, offuscano nel nostro cuore la luce del Natale e, con essa, anche la serenità e la gioia spirituale. Sempre nuove e ingannevoli esigenze di possedere, di godere, di approffitare, portano il cuore alla disillusione ed al disagio spirituale.

Gesù oggi ci chiama anche a riconsiderare, alla sua luce, l’obbedienza che abbiamo promesso e che ci rende figli piccoli ed umili come Egli. Siamo, quindi, prudenti, perché la nostra naturale tendenza all’orgoglio e all’egoismo non muore facilmente. Il Padre celeste ci chiede di mettere in moto la nostra fede quando obbediamo, perché la sua volontà non si manifesta con un’apparecchiatura rumorosa. Contemplando oggi Gesù, Maria e Giuseppe nella sua umiltà e nel suo silenzio, dovremmo renderci conto che Dio si manifesta in una strada dove noi non lo aspettavamo. La gloria del Signore oggi, nel Santo Natale, si manifesta nella contraddizione e nel sacrificio di tutto ciò che la natura richiede; e lo splendore divino si rivela in uno spettacolo umiliante per la ragione umana e per il nostro orgoglio, ma che commuove il cuore. Perché Dio è amore e vuole parlare al cuore (Os 2, 14). Spetta a noi il silenzio interiore e l’umiltà. La paternità divina si rivela al cuore di chi accetta e ama la sua condizione di essere bambino piccolo.

Cari fratelli, rafforziamo, allora, il nostro sguardo sul presepe per assaporare tutta la ricchezza divina offerta alla nostra fede. Ed apriamo i nostri cuori! È a lui che Dio vuole parlare; e parlare del suo amore. La manifestazione di così grande amore divino ci chiama a corrispondere con il nostro amore, perché la nostra libertà si arrenda, non tanto alla vista del suo potere umiliato, ma davanti alla meraviglia del suo amore rivestito, non di gloria e splendore, ma di semplicità, umiltà e obbedienza filiale nella povertà.

E cercando così di scoprire la pienezza del mistero del Santo Natale, riceveremo la conferma che niente di meglio può onorarlo, che il nostro silenzio, la nostra adorazione e la nostra fiducia in questo bambino nato per noi, al fine di rivelarci come e quanto il Padre ci ama.

Cari fratelli, che lo Spirito Santo di Dio, per l’intercessione della Beata Vergine ed il suo sposo San Giuseppe, ci illumini per consentirci di percepire, con un cuore semplice, la ricchezza e la bellezza di questa proclamazione silenziosa del Figlio dell”Altissimo incarnato per noi; la ricchezza, la bellezza ed il fascino di una proclamazione silenziosa e commovente, che attesta: “È stato così che Dio ha amato il mondo” (Jo 3,16). “L’amore che trascende ogni conoscenza” (Ef 3,19).

Amen.

Come di consueto voglio offrirvi un piccolo dono, che spero vi piaccia, un calendario da scegliere tra tre tipi,  e che potrete scaricare (in formato PDF) e stampare.

  1. Calendario_2017_Silenzio
  2. Calendario_2017_Monache certosine
  3. Calendario  2017   San Bruno (F.Balbi)
  4. Calendario-2017  San Bruno (locandina film)

Per la veglia di Natale

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Cari amici lettori di Cartusialover, siamo giunti alla vigilia del Santo Natale, ed in questa occasione nel porgervi i miei più calorosi auguri, che spero possano giungervi come un caloroso abbraccio virtuale, vi offro questo delizioso sermone. Il testo che segue, sebbene concepito da un Priore certosino per la propria comunità, spero possa essere un monito per tutti noi in questa notte magica ed unica, nella quale celebreremo la nascita di Nostro Signore. Non ci resta che leggere e meditare!

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“Ogni volta che Dio vuole fare qualcosa di grande, ogni volta che vuole consolidare l’inizio di una nuova vita, Egli prepara un luogo segreto, un rifugio di purezza e di silenzio, dove la sua azione può essere completamente ricevuta senza che nulla la disturbi.

Tutto inizia nel raccoglimento e nel mistero. Lo vediamo a Betlemme. Non è nel tumulto della città o nella pubblica piazza che Gesù nascerà. Se cerchiamo il luogo scelto da Dio, troveremo una stalla, un nascondiglio scavato nella roccia. E al fondo di questo posto c’è una Vergine, la più pura, la più silenziosa, la più discreta delle creature. Il cuore della Vergine, in cui non penetra alcun desiderio mondano, è stato il luogo che Dio ha scelto per incarnarsi.

Allora, ognuno di noi deve svolgere condizioni simili per ricevere la vita della grazia e garantire il suo sviluppo fino a che Cristo viva in noi. La certosa è un rifugio dove il Signore vuole di nuovo incarnarsi. Il monastero certosino è un’immagine della grotta di Betlemme e un’immagine della Vergine. Si tratta di un rifugio di solitudine e di silenzio, dove la nostra anima si riserva completamente a Dio e lo invita a realizzare lì la sua opera più preziosa, che è la comunicazione della sua gioia.

Ma la certosa non sarà questa vergine e questa madre della vita della grazia per ciascuno di noi, se non siamo fedeli al suo spirito. È necessario fare attenzione a preservare la verginità della nostra anima attraverso il raccoglimento e l’abnegazione.

Il primo errore che si può commettere contro la solitudine, è quello di essere troppo attaccato al mondo o alla famiglia. Naturalmente non dobbiamo affatto sminuire il nostro amore per i nostri genitori o i nostri parenti, al contrario, dobbiamo amarli ogni volta con un amore più puro. E se loro sono in difficoltà o bisognosi, è giusto che soffriamo per questo. Ma è necessario saper affidarli a Dio e se soffriamo con quello che è successo, soffriamo con perfetta fiducia e abbandono, in modo che questa sofferenza ci unisca ancora di più a Dio, invece di distrarci e distoglierci dalla nostra vocazione.

Un altro peccato contro lo spirito della solitudine, che ha l’aspetto di una buona intenzione, è occuparci dei fratelli quando non siamo responsabili di esso. Possiamo e dobbiamo aiutare spiritualmente coloro che vivono con noi, ma lo dobbiamo fare rimanendo devoti e diligenti, evitando qualsiasi millanteria o maldicenza e, soprattutto, rimanendo uniti al Signore. Così, la dolce fiamma della carità si diffonderà su coloro che ci circondano, aiuterà a mantenere in certosa quest’atmosfera di pace che ci prepara per il cielo, che ci conforta e ci santifica.

C’è purtroppo anche un eccesso di conversazione interiore che è la radice di un’altra e che ci fa molto male. Piuttosto che pensare alla realtà divina dell’amore, che ci invita a servirlo nel momento presente, pensiamo a cose irreali, in passato, in quello che potremmo fare nel mondo, negli eventi su cui possiamo avere influenza. Oppure permettiamo sviluppare in noi pensieri critici contro i nostri fratelli, contro la vita del monastero, o lamentiamo a noi stessi di ciò che dobbiamo soffrire. So che il silenzio interiore non è facile. È sempre imperfetto. Ma è necessario che ci sforziamo con pazienza. Il nostro cuore è indiscreto ed è lui che ci tradisce. Lo facciamo tacere ed il diavolo non ci troverà più, e le tentazioni non avranno più vittorie su di noi.

Questi sforzi per preservare la solitudine ed il raccoglimento non solo hanno l’obiettivo di assicurarci la calma e l’equilibrio. Si tratta di collaborare nel desiderio supremo che Dio vuole realizzare nella nostra anima: ottenere una nuova vita per il Suo Figlio. Nonostante l’esistenza di un certosino sia umile e nascosta, l’amore che regna nel suo cuore è un bene per l’umanità. Perché essa ha bisogno di carità. Solo la carità dà gioie e, d’altra parte, la grazia è feconda poiché la carità non può bruciare in noi senza illuminare molte altre fonti.

Che la Vergine Maria, nascosta e silenziosa nella grotta di Betlemme, ci aiuti a imitarla nel raccoglimento e nella purezza, nella sua fedeltà come sposa e nella sua generosità di madre delle anime”.

 

Auguri dalla certosa di Serra San Bruno

 

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Ho appena ricevuto dalla certosa di Serra San Bruno i seguenti auguri natalizi che desidero condividere con voi tutti.

“Il P. Priore e la comunità certosina di Serra San Bruno augurano un buon Natale a Cartusialover ed a tutti i lettori.

Il Signore, che si fa piccolo per noi, possa rendere accoglienti i nostri cuori per farli sua dimora”.

In comunione di preghiera.

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Certose storiche: Sainte Croix en Jarez

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La certosa di Sainte Croix en Jarez, oggetto dell’approfondimento di questo articolo è in Francia, nella Loira, essa fu fondata nel 1280. Il complesso monastico certosino svolse la sua attività claustrale regolarmente fino al 1792, allorquando i monaci furono espulsi per le note leggi anticlericali. La struttura venduta divenne l’impianto di un comune, dove le celle monastiche divennero abitazioni civili e la chiesa della certosa diventò la parrocchia del nuovo comune. Una bizzarra trasformazione di un luogo religioso in luogo laico. La imponente struttura con impianto e facciata fortificata, dimostrano l’antica imponenza della antica certosa. Dal 1946 è stata nominata monumento storico, e risulta essere uno dei più belli e suggestivi villaggi di Francia. A seguire alcune immagini ed una ricca ed interessante visita virtuale, che ci consentirà di apprezzare questa splendida struttura.

  VISITA VIRTUALE A 360°

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Fratello Denis Héron Professo della Grande Chartreuse

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Questo buon Fratello venne al mondo a Parigi. Quali circostanze lo portarono tra le montagne della Grande Chartreuse? Non lo sappiamo.

Tutto quello che possiamo dire è che pronunciò i voti il 29 giugno 1629.

C’era nella natura assolutamente illetterata di quest’uomo, il fare di un contemplativo. Solo la gravità della sua postura ed il suo modo di camminare, denotavano una profonda anima unita a Dio. Le sue pratiche trasmettevano una unzione che penetrava fino al fondo dell’anima. Era meraviglioso sentirlo – lui, che sapeva solo leggere – spiegare i misteri della nostra santa religione. Lo faceva con un’affascinante semplicità, non senza protestare la sua ignoranza, ma sempre con discernimento ed a volte con calore. Alcuni teologi attratti dalla curiosità, si divertivano a parlare in sua presenza sulle questioni più astratte della mistica. Egli partecipava volentieri alla discussione e lasciava i maestri entusiasti con la saggezza delle sue risposte.

Gli affidarono l’incarico di infermiere. Era esattamente l’uomo adatto per i malati. Il suo zelo intelligente, la sua devozione infaticabile, l’attenzione come di una madre, la sua puntualità che nulla la faceva cambiare e, soprattutto, la sua pietà, a proposito delle sue esortazioni, lo fecero diventare un custode di infermi eccezionale.

Le belle qualità del Fratello Héron, non meno che la sua conoscenza della farmacia, attraevano a lui una vasta clientela. Il Reverendo Padre, che lo apprezzava molto, pensò che non avrebbe dovuto rifiutargli il permesso di poter dare consulenze agli estranei. Venne anche autorizzato a visitare i pazienti in campagna. Il nostro infermiere dispensava ai piedi di ognuno lo stesso zelo e la stessa dedizione. Questa esistenza tumultuosa mai alterava la pace della sua anima. Al di fuori del monastero, come nella cella, viveva solo per Dio.

Il caro Fratello aveva sette anni di professione religiosa quando soccombé sotto il peso del lavoro. Si spense dolcemente il 19 febbraio 1636, lasciando la Grande Chartreuse permeata della sua carità e, ancora di più, del profumo delle sue virtù.

Lo scriba del Reverendo Padre, Dom Agostino Joyeulx, poi eletto priore della Certosa di Parigi, dichiarò di aver visto diverse volte il santo Fratello trasfigurato al momento della comunione.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo II

La vita interiore di F. Pollien Capitolo IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

DOVERI DI STATO

244. Duplice oggetto. – 245. Applicazione dei comandamenti. – 246. Scelta dei consigli. – 247. Per i sacerdoti. – 248. Per i religiosi. – 249. Per i laici.

244. Duplice oggetto. – La pratica dei comandamenti richiede solo l’applicazione, mentre quella dei consigli permette la scelta. Tra i comandamenti non vi è da scegliere, perché tutti debbono essere osservati. Bisogna però applicarli, e questa applicazione varia secondo le condizioni e le disposizioni interne. Quanto ai consigli, non potendo tutti essere praticati da tutti, è necessaria una scelta.

Che cosa determina l’applicazione necessaria dei comandamenti e la scelta opportuna dei consigli? I doveri di stato. Questi doveri non sono affatto una serie di obblighi o di indicazioni distinti da quelli contenuti nei comandamenti e nei consigli. Il loro oggetto è quello di specificare concretamente il modo pratico di esecuzione e la parte personale dei doveri inerenti a ciascuno. Così, il loro oggetto è duplice. In essi trovo determinate due cose: 1) il modo proprio e personale di praticare i comandamenti; 2) la parte speciale dei consigli evangelici ai quali mi è possibile ed è bene che mi conformi.

245. Applicazione dei comandamenti. – Identici per tutti ed assoluti nella loro sostanza, i comandamenti non possono essere praticati da tutti nel medesimo modo. Il principio è generale ma l’applicazione deve essere speciale. Il precetto enuncia il principio comune; il dovere di stato specifica l’applicazione personale.

Il quarto comandamento, ad esempio, che ha per oggetto l’autorità, riguarda universalmente tutti gli uomini, poiché nell’ordinamento sociale non può esservi alcuno che non abbia qualche partecipazione di autorità da esercitare o da subire. Il comandamento è dunque universale, ma nell’adempimento quale differenza tra il superiore e il suddito! E quanto ai superiori: genitori, professori, padroni, capi di ogni condizione, qual differenza nell’esercizio dei poteri così molteplici della società! Quanto ai sudditi poi: figli, scolari, domestici, impiegati, inferiori di ogni sorta, quanta varietà nelle condizioni della loro obbedienza all’autorità! Tutti hanno da osservare un precetto generale e ciascuno deve osservarlo secondo il proprio stato. Le leggi e le regole particolari di ogni condizione sociale insegnano a ciascuno come bisogna adattarsi al precetto comune.

Questo per quanto riguarda l’autorità. Lo stesso dicasi per l’adorazione, l’onore e il culto divino, la carità, la castità, la giustizia e la verità, regolati dagli altri comandamenti e precisati praticamente dai doveri di ciascuno stato.

246. Scelta dei consigli. – Dal punto di vista della perfezione e dei vincoli coi quali si può essere impegnati, gli uomini si classificano in tre stati: sacerdoti, religiosi, laici. Vi sono consigli, come quelli riguardanti la pazienza, l’umiltà, la dolcezza, ecc., che convengono a tutti gli stati. Molti princìpi generali di spiritualità possono essere studiati e meditati nei medesimi libri, sia dai sacerdoti come dai religiosi e dai laici. Tuttavia la pratica di questi consigli non si può separare dal quadro dei doveri professionali coi quali debbono conciliarsi.

Ma per la preghiera, e soprattutto per il distacco, vi sono consigli propri di ciascuno stato. La perfezione sacerdotale, religiosa e laica, non toglie l’umano e non va incontro al divino per le stesse vie. I principi di santificazione si differenziano in ciascuno stato. Non tutti i sacerdoti compiono gli stessi uffici, né tutti i religiosi sono soggetti alle stesse costituzioni, né tutti i laici esercitano le stesse professioni. La pratica dei princìpi di perfezione ha delle varianti necessarie e spesso assai caratteristiche, secondo le diverse specie di funzioni sacerdotali, di costituzioni religiose e di professioni sociali.

247. Per i sacerdoti. – I doveri dello stato sacerdotale sono contenuti nelle leggi ecclesiastiche e sono di due specie: liturgiche e disciplinari. Le leggi liturgiche (questa parola e presa qui nel senso più largo) regolano i rapporti con Dio, e quelle disciplinari regolano i rapporti con le creature. Le une conducono a Dio, le altre spogliano l’uomo di se stesso. Queste due operazioni si riducono sostanzialmente ad una e riferiscono l’uomo alla gloria di Dio.

Nelle leggi liturgiche si determinano, per il sacerdote, i tre comandamenti e i consigli che stabiliscono i suoi rapporti con Dio: in queste leggi egli trova la sua forma sacerdotale. Nel diritto canonico invece si determinano i comandamenti della seconda tavola ed i consigli che regolano i suoi rapporti con le creature. È in questa duplice categoria di leggi che il sacerdote deve cercare e trovare la regola più prossima, la forma più appropriata della pietà clericale.

248. Per i religiosi. – I doveri dello stato religioso sono espressi nella regola, la quale contiene la raccolta autentica e la formula completa degli obblighi speciali che incombono ai religiosi. Dio ha posto una cura amorosa nel tracciar loro, fin nei minimi particolari, la sua volontà. Due parti essenziali riassumono ogni regola religiosa: l’una rituale, che stabilisce i doveri verso Dio; l’altra disciplinare, che spoglia l’uomo di se stesso e di tutto il creato, nella misura e nella forma particolare di ciascun istituto. Queste sono le operazioni fondamentali di ogni pietà.

Precetti e consigli vengono, dunque, anche per il religioso, a fondersi e incarnarsi nella sua regola, per rivestirvi quella forma speciale che conferisce alla vita religiosa

la propria fisionomia. La pietà del monaco apparirà nella sua vera forma religiosa, se egli saprà cercare, nella sua regola, la legge più immediata del movimento verso Dio e del distacco dalle creature.

249. Per i laici. – I doveri dello stato laicale sono stabiliti dalle regole professionali proprie di ciascuno. Il magistrato ha le regole del suo dovere; così pure il militare, il commerciante, il medico, l’operaio, il padre di famiglia, la madre ed i figli, tutti i singoli, nelle loro condizioni, hanno i rispettivi doveri, propri del loro stato, che sono tracciati da regole più o meno esplicite o da usi aventi forza di legge.

Questi doveri professionali sono, per i laici, la regola più prossima della loro pietà. Se la pietà del sacerdote diventa sacerdotale solo per la sua conformità alle leggi ecclesiastiche e quella del monaco diventa religiosa solo per l’osservanza della sua regola, la pietà del fedele è vera solo nella pratica dei suoi doveri professionali. Ogni stato ha così una forma propria di pietà, e questa forma è voluta da Dio; di modo che, la pietà del sacerdote non è quella del religioso né quella del laico, e la pietà del laico non e quella del sacerdote né quella del religioso.

Il segreto della solitudine

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Dal libro “The Spirit of Place” (Lo Spirito del Luogo), una raccolta di sermoni pronunciati dal Padre Priore ai monaci della Certosa di San Hugo a Parkminster. Quella che vi propongo oggi si tratta di un’omelia per la Festa di San Bruno, 1997.

Il SEGRETO DELLA SOLITUDINE
Ai monaci della Certosa di San Hugo,
6 Ottobre, 1997

La solitudine è una delle domande irrevocabili per ogni essere umano. Infine, siamo soli, entriamo e usciamo dalla vita, inconsapevoli e sconosciuti, senza amare e senza essere amati? Questa domanda è legata a quella dello scopo: c’è un senso alla nostra esistenza, uno scopo ed un valore?
La solitudine, come una dimensione importante di uno stile di vita tda noi, espressa, paradossalmente, il desiderio di andare al di là della solitudine come essere da solo e la mancanza di significato.
È impressionante come la cultura moderna mostra preoccupazione con la solitudine. Quanto più l’informazione viene trasmessa e più grande e più veloce è l’accesso a ciò che sta accadendo in tutto il mondo, più la percezione delle persone su se stesse si rivela insignificante e sola. L’universo si estende davanti a noi in tutto il suo splendore. Ma invece di adorazione, questo ci può causare disperazione.
Nel Medioevo, le persone si gettavano al di là di se stesse in un mondo di speculazione religiosa più o meno apocalittica – e un secondo millennio si avvicina a noi – oppure in un mondo culturale d’arte immaginativa come quella di Dante. Oggi la stessa necessità di andare oltre, si esprime più visivamente in libri e film che si sforzano di dimostrare in qualche modo, forse rudimentale, ma con l’innovazione, un mondo oltre il nostro, esseri provenienti da altri pianeti, e anche la realtà cosmica del bene e del male. Siamo soli? Siamo importanti?
Il solitario deve prima dimorare nella sua solitudine. È lì che egli riesce ad entrare nel suo essere più profondo ed a trovare le risposte che può. Ben presto sperimenterà l’estrema difficoltà di toccare l’intoccabile, di conoscere ciò che non è espresso, di raggiungere ciò che è al di là dei parametri della conoscenza scientifica, e si spera, anche se parzialmente, raggiungere un altro livello di essere ad una realtà che va al di là di tutti i formati e le forme e, infine, raggiungere chi è dentro ed attraverso se stesso.
Qualunque sia l’esperienza che egli abbia, sarà sempre soggetto ad un’altra interpretazione: illusione, allucinazione, proiezione immaginaria di paura e desiderio nel subconscio, incapacità di vivere al di fuori del mondo dell’assurdo.
Qualsiasi spiegazione che egli dia, qualsiasi parole che pronunci, non proveranno nulla coloro che non condividono la stessa esperienza. Egli mai otterrà la prova assoluta della certezza della sua esperienza, sia per se stesso o per gli altri. Ma ciò non esclude la convinzione.
I suoi occhi sono gli occhi della fede: la fede nella Realtà che ha preso l’iniziativa di comunicarsi con noi. Noi non siamo soli. Le nostre vite non sono senza uno scopo. Una intelligenza amorevole ci ha desiderati e ci ha chiamati per il nostro nome ad essere persone conosciute e conoscitore, amate e capaci di amare, cui realtà più profonda non scomparirà mai. Le tracce della Sua presenza ci indirizza ad Egli (perché egli è personale, e deve essere, se siamo persone). Non saremo trascinati se apriamo i nostri occhi e ascoltiamo i nostri cuori.
Egli ci parla con parole della nostra esperienza umana. Egli assume in Cristo un volto umano affinché siamo presentati al Suo essere e alla Sua vita. Anche se noi siamo argilla. È così difficile per noi, non per un’ora, un mese o un anno, ma per tutta la vita con le attività periodiche, ci manteniamo in Sua serenità. La carne, la affettività, la mente, continuamente richiedono un alimento che sia più appropriato a esse. Il nostro fragile senso di noi stessi deve essere sostenuto ed espresso in attività, affermazione e realizzazione. Può capitare che proviamo a fuggire da tanta bellezza attraverso una rottura deliberata dell’armonia. Deformiamo la realtà attraverso i nostri bisogni nevrotici o scappiamo da tutto in una negazione psicotica. A volte pecchiamo per mantenerci ad una distanza sicura da Dio. Ma non c’è dove nascondersi. Cristo ha già percorso tutte le nostre vie, anche la via della morte. Egli viene a noi nella sua innocenza, anche nel nostro peccato. Egli può guarire il nostro desiderio di non essere guariti. Il Suo amore non sarà negato. Sicuramente noi non siamo soli. E lo sappiamo, qualunque sia la nostra parola. Speriamo che alla fine, soccombiamo alla luce della verità, accettiamo di essere amati e di amare pienamente. Il nostro silenzio sarà la realizzazione nella pace e nella gioia dell’adorazione.
Penso che sia stato questo che San Bruno volle dire con la sua espressione ‘
O Bonitas’.

 

Da Parkminster nuova ordinazione sacerdotale

Da Parkminster nuova ordinazione sacerdotale

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Sono lieto di annunciarvi cari amici lettori una nuova ordinazione sacerdotale certosina. La lieta notizia giunge dall’Inghilterra. Lo scorso venerdi, 1 aprile, in concomitanza com la ricorrenza della festività di San Ugo di Grenoble, il Vescovo Richard Moth della Diocesi di Arundel e Brighton, ha ordinato Dom Hesychios, dell’Ordine certosino, al sacro sacerdozio. Questi è stato monaco nella certosa inglese di Parkminster da 11 anni. La cerimonia dell’ordinazione si è svolta nella parrocchia locale del monastero, la Madonna della Consolazione (West Grinstead, West Sussex) per consentire la partecipazione di 80 persone tra amici familiari e partecipare alla Messa di ordinazione. Il Vescovo Richard ha reso grazie per questo nuovo sacerdote che eserciterà il suo ministero all’interno del monastero insieme ai suoi confratelli e fratelli che vivono una vita di penitenza e di preghiera per il bene di tutto il mondo.

Dom Hesychios, che è originario dell’Irlanda ed há studiato come aspirante infermiere in Germania, ha spiegato che ha preso il nome di “Hesychios” pochè significa pace, perché era esattamente ciò che ha trovato nella vita monastica ed esattamente ciò che stava cercando fino al giorno in cui non è entrato in certosa.

È stata una giornata di gioia, riflettendo sulla gioia della Pasqua che si è conclusa con una celebrazione per gli amici e la famiglia con un buffet nei terreni del monastero.

Dom Hesychios adesso è tornato come Padre alla vita claustrale in certosa, dove ci sono monaci e fratelli di circa 19 nazionalità, vivendo l’esigente vita del monaco certosino come prescrivono gli statuti dell’Ordine Certosino: “Infine, mediante la penitenza partecipiamo all’opera salvifica di Cristo, il quale ha redento il genere umano, schiavo ed oppresso dal peccato, principalmente elevando la sua preghiera al Padre e offrendo in sacrificio se stesso. Poiché dunque noi cerchiamo di rivivere questo aspetto intimo della missione redentrice di Cristo, pur non dedicandoci ad alcuna attività esterna, tuttavia esercitiamo l’apostolato in maniera eccellentissima” (Statuti 34, 4). Semplicemente questo è il sacerdozio essenziale del certosino.

A corroborare questo articolo una serie di foto della cerimonia, che ho scelto tra le tante inserite gentilmente in questo sito.

Che Iddio e San Bruno proteggano, benedicano ed illuminino il cammino monastico di Dom Hesychios.