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La vita interiore di F. Pollien Capitolo II

La vita interiore di F. Pollien Capitolo IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

DOVERI DI STATO

244. Duplice oggetto. – 245. Applicazione dei comandamenti. – 246. Scelta dei consigli. – 247. Per i sacerdoti. – 248. Per i religiosi. – 249. Per i laici.

244. Duplice oggetto. – La pratica dei comandamenti richiede solo l’applicazione, mentre quella dei consigli permette la scelta. Tra i comandamenti non vi è da scegliere, perché tutti debbono essere osservati. Bisogna però applicarli, e questa applicazione varia secondo le condizioni e le disposizioni interne. Quanto ai consigli, non potendo tutti essere praticati da tutti, è necessaria una scelta.

Che cosa determina l’applicazione necessaria dei comandamenti e la scelta opportuna dei consigli? I doveri di stato. Questi doveri non sono affatto una serie di obblighi o di indicazioni distinti da quelli contenuti nei comandamenti e nei consigli. Il loro oggetto è quello di specificare concretamente il modo pratico di esecuzione e la parte personale dei doveri inerenti a ciascuno. Così, il loro oggetto è duplice. In essi trovo determinate due cose: 1) il modo proprio e personale di praticare i comandamenti; 2) la parte speciale dei consigli evangelici ai quali mi è possibile ed è bene che mi conformi.

245. Applicazione dei comandamenti. – Identici per tutti ed assoluti nella loro sostanza, i comandamenti non possono essere praticati da tutti nel medesimo modo. Il principio è generale ma l’applicazione deve essere speciale. Il precetto enuncia il principio comune; il dovere di stato specifica l’applicazione personale.

Il quarto comandamento, ad esempio, che ha per oggetto l’autorità, riguarda universalmente tutti gli uomini, poiché nell’ordinamento sociale non può esservi alcuno che non abbia qualche partecipazione di autorità da esercitare o da subire. Il comandamento è dunque universale, ma nell’adempimento quale differenza tra il superiore e il suddito! E quanto ai superiori: genitori, professori, padroni, capi di ogni condizione, qual differenza nell’esercizio dei poteri così molteplici della società! Quanto ai sudditi poi: figli, scolari, domestici, impiegati, inferiori di ogni sorta, quanta varietà nelle condizioni della loro obbedienza all’autorità! Tutti hanno da osservare un precetto generale e ciascuno deve osservarlo secondo il proprio stato. Le leggi e le regole particolari di ogni condizione sociale insegnano a ciascuno come bisogna adattarsi al precetto comune.

Questo per quanto riguarda l’autorità. Lo stesso dicasi per l’adorazione, l’onore e il culto divino, la carità, la castità, la giustizia e la verità, regolati dagli altri comandamenti e precisati praticamente dai doveri di ciascuno stato.

246. Scelta dei consigli. – Dal punto di vista della perfezione e dei vincoli coi quali si può essere impegnati, gli uomini si classificano in tre stati: sacerdoti, religiosi, laici. Vi sono consigli, come quelli riguardanti la pazienza, l’umiltà, la dolcezza, ecc., che convengono a tutti gli stati. Molti princìpi generali di spiritualità possono essere studiati e meditati nei medesimi libri, sia dai sacerdoti come dai religiosi e dai laici. Tuttavia la pratica di questi consigli non si può separare dal quadro dei doveri professionali coi quali debbono conciliarsi.

Ma per la preghiera, e soprattutto per il distacco, vi sono consigli propri di ciascuno stato. La perfezione sacerdotale, religiosa e laica, non toglie l’umano e non va incontro al divino per le stesse vie. I principi di santificazione si differenziano in ciascuno stato. Non tutti i sacerdoti compiono gli stessi uffici, né tutti i religiosi sono soggetti alle stesse costituzioni, né tutti i laici esercitano le stesse professioni. La pratica dei princìpi di perfezione ha delle varianti necessarie e spesso assai caratteristiche, secondo le diverse specie di funzioni sacerdotali, di costituzioni religiose e di professioni sociali.

247. Per i sacerdoti. – I doveri dello stato sacerdotale sono contenuti nelle leggi ecclesiastiche e sono di due specie: liturgiche e disciplinari. Le leggi liturgiche (questa parola e presa qui nel senso più largo) regolano i rapporti con Dio, e quelle disciplinari regolano i rapporti con le creature. Le une conducono a Dio, le altre spogliano l’uomo di se stesso. Queste due operazioni si riducono sostanzialmente ad una e riferiscono l’uomo alla gloria di Dio.

Nelle leggi liturgiche si determinano, per il sacerdote, i tre comandamenti e i consigli che stabiliscono i suoi rapporti con Dio: in queste leggi egli trova la sua forma sacerdotale. Nel diritto canonico invece si determinano i comandamenti della seconda tavola ed i consigli che regolano i suoi rapporti con le creature. È in questa duplice categoria di leggi che il sacerdote deve cercare e trovare la regola più prossima, la forma più appropriata della pietà clericale.

248. Per i religiosi. – I doveri dello stato religioso sono espressi nella regola, la quale contiene la raccolta autentica e la formula completa degli obblighi speciali che incombono ai religiosi. Dio ha posto una cura amorosa nel tracciar loro, fin nei minimi particolari, la sua volontà. Due parti essenziali riassumono ogni regola religiosa: l’una rituale, che stabilisce i doveri verso Dio; l’altra disciplinare, che spoglia l’uomo di se stesso e di tutto il creato, nella misura e nella forma particolare di ciascun istituto. Queste sono le operazioni fondamentali di ogni pietà.

Precetti e consigli vengono, dunque, anche per il religioso, a fondersi e incarnarsi nella sua regola, per rivestirvi quella forma speciale che conferisce alla vita religiosa

la propria fisionomia. La pietà del monaco apparirà nella sua vera forma religiosa, se egli saprà cercare, nella sua regola, la legge più immediata del movimento verso Dio e del distacco dalle creature.

249. Per i laici. – I doveri dello stato laicale sono stabiliti dalle regole professionali proprie di ciascuno. Il magistrato ha le regole del suo dovere; così pure il militare, il commerciante, il medico, l’operaio, il padre di famiglia, la madre ed i figli, tutti i singoli, nelle loro condizioni, hanno i rispettivi doveri, propri del loro stato, che sono tracciati da regole più o meno esplicite o da usi aventi forza di legge.

Questi doveri professionali sono, per i laici, la regola più prossima della loro pietà. Se la pietà del sacerdote diventa sacerdotale solo per la sua conformità alle leggi ecclesiastiche e quella del monaco diventa religiosa solo per l’osservanza della sua regola, la pietà del fedele è vera solo nella pratica dei suoi doveri professionali. Ogni stato ha così una forma propria di pietà, e questa forma è voluta da Dio; di modo che, la pietà del sacerdote non è quella del religioso né quella del laico, e la pietà del laico non e quella del sacerdote né quella del religioso.

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