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“Condizioni”

“Condizioni”

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Oggi voglio offrirvi un brano tratto da un sermone di un Padre Priore certosino rivolto alla sua comunità, sagge riflessioni e spunti su cui meditare.

La mediocrità è una tentazione a un certo punto più grave di quella del peccato, perché rischia di fermare per sempre il movimento dell’anima a Dio.

«Io non sono un santo né potrò esserlo: il vero saggio non è colui che conosce le sue limitazioni? Sono deciso ad evitare i gravi errori, ma sento che non sono fatto per le vette della vita spirituale, lascio questo alle anime privilegiate, tra i quali non posso essere incluso». Parlare in questo modo è cadere in un errore pericoloso. Non è l’umiltà, ma sì, il più testardo amore di sé che è alleato al timore delle difficoltà e dei sacrifici per suggerirci queste scuse miserabili. Il Salvatore ci dice, al contrario, che i nostri errori non possono impedirci di seguirLo. I suoi santi non sono coloro che mai cadono, ma coloro che non si rassegnano a rimanere al livello del suolo. «Perché se il giusto cade sette volte, egli si rialza» (Pv 24,16).

È proprio la nostra qualità di peccatori e la nostra debolezza tante volte provata, che ci fa meritare la chiamata di Dio, che ci invita a ritornare a Lui. Abbiamo bisogno del Buon Samaritano, perché siamo creature sofferenti e fragili, e le nostre ferite sono in attesa di un balsamo. È quando cadiamo che Egli ci offre una nuova vita. «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Mentre ci rifiutiamo di aderire alla volontà divina, di provare la nostra realizzazione in unione con il Figlio attraverso una vita i cui sforzi sono tutti ispirati dall’amore, siamo come pecore perdute che camminano lontane dal gregge e dal pastore. Il dono più prezioso che il Verbo ci ha dato, se viene trattato con leggerezza da coloro che si rassegnano alla mediocrità spirituale, finisce per essere perso completamente a loro.

È in questo senso che fu detto: Guai ai tiepidi! Il Signore sa a quali pericoli siamo esposti e com’è debole la nostra carne. Ci previene con parole urgenti che anche le anime piene di grazia non possono dimenticarle. «Vegliate e pregate affinché non entriate in tentazione» (Mt 26, 41).

L’accettazione della mediocrità è il risultato di un calcolo miserabile e questo calcolo è sbagliato, come tutti i calcoli dell’amore di sé. La croce non è, in nessun modo, una mezza misura e non si può chiamare Amore di Cristo, ciò che si oppone apertamente a queste parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

Avremmo posto tra i ricchi e i privilegiati della divina economia se accettassimo con semplicità l’amore misericordioso, come ci viene offerto. Cerchiamo negli uomini ciò che essi non possono darci e, quindi, ci condanniamo a rimanere al livello umano, dove ci sentiamo soffocati. La più grande grazia può essere neutralizzata in un cuore che dà troppa importanza a se stesso, che solo timidamente osa affrontare le difficoltà. I sacramenti poco possono beneficiare colui che non si apre a riceverli e non rinuncia a se stesso.

Affinché la vita divina, la nostra luce, risplenda serenamente su di noi, è necessario, in primo luogo, che un certo ordine sia assicurato. L’acqua ed il fuoco non possono coesistere nello stesso luogo perché uno espelle l’altro, il giorno esclude le tenebre, e così accade nell’anima. Mentre l’anima si consegna alle potenze nemiche di Dio, per viltà più o meno consapevole, il Salvatore non può prendere possesso del suo regno in essa. Rifiutiamo di dare a Dio ciò che teniamo a noi stessi, per ignoranza e disprezzo dei suoi diritti fondamentali. Il Suo amore non può smettere di essere avido, richiede tutto il cuore dell’uomo e tutto l’uomo, tale è la misura della Sua giustizia. È in questo senso che si parla dello zelo di Dio (Ex 20,5).

Dubitare della bontà del Padre e del suo desiderio per il nostro bene è offenderLo. Questo dubbio ferisce l’onore e il cuore di Dio. «Distesi le mie mani tutto il giorno verso un popolo ribelle» (Is 65,2). Che siamo umili, infine, e piccoli nelle mani che si estendono a noi e lasciamoci portare dove Dio vuole. «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fl 4,13).

Le lotte e le prove esistono nella vita di tutti, ma quando il cuore si sente fiducioso e eleva a Dio la sua preghiera, ha il pegno sicuro della vera vittoria. «Avviciniamoci dunque con sicurezza al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia per il momento opportuno» (Eb 4,16).

Poco importa trovare un posto umile o elevato, grande o piccolo: queste parole cambiano il significato quando l’amore interviene. Questo potere che l’amore ha di invertire le misure e trasferire i valori, permette all’anima fedele di trovare il lato luminoso di ogni cosa e illuminare allo stesso tempo tutte le facce della realtà. La tristezza è, senza dubbio, naturale in molte circostanze. Tuttavia, deve essere trasformata in pace (la pace la cui radice è la certezza benedetta), quando lo sguardo è fisso sulla realtà divina e si immerge nella sua trasparenza. E nemmeno la memoria dei nostri fallimenti e dei nostri errori, deve essere amara per noi. Infine sappiamo che, solo per noi, non siamo in grado di ottenere un buon impulso, ma che questo non ci rattristi! Che sia una ragione più forte per consegnarci nelle mani di Dio ed aspettare tutto da Lui. «Non che ci crediamo capaci di pensare qualcosa da noi stessi, ma la nostra capacità viene da Dio» (II Cor 3,5).

Naturalmente non è senza lavoro e sacrificio che lo sguardo è orientato al suo oggetto divino e impara a guardalo fedelmente. È molto facile distrarsi dalle piccole cose e innamorarsi delle più futili, purtroppo. La concentrazione paziente su ciò che è essenziale è uno sforzo indispensabile per la vita dello spirito. «Tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria» (Lc 10, 41-42). Questa unica cosa necessaria è il Verbo incarnato.

Anche se spesso inciampiamo lungo la strada e a volte soccombiamo sotto il peso della croce, la nostra fede deve ripristinarsi e rafforzarsi in ogni passo che facciamo sulle sue orme divine. Dio è il nostro coraggio, la nostra forza e la nostra gioia. ServirLo non è un dovere, ma una grazia infinitamente preziosa – servire regnare est. «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò sollievo» (Mt 11, 28).

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Una Risposta

  1. Questo brano appena letto di un padre priore certosino mi fa ricordare quella bella frase di santa Teresa d’Avila considerata la più donna delle sante quando con profonda umiltà e cosciente delle proprie debolezze afferma: “ogni volta che cado e mi rialzo”. L’importante quando si cade è quindi non rimanere a terra ma rialzarsi prontamente attraverso il balsamo della misericordia e Dio è infinitamente grande nella misericordia e nell’amore infinito. Dott. Maurizio Cozzoli.

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