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Le vie dell’Assoluto

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Dal momento che si è parte, effettivamente, dell’Ordine Certosino, si scopre che la scelta radicale per Dio deve necessariamente segnare, con il suo sigillo, tutta questa esistenza umana sensibile, socievole, fragile ed instabile che è in ognuno di noi, rendendo la scoperta ancora più difficile. Noi esploreremo questo argomento in dettagli. Basta notare come si deve esprimere questa scelta puramente spirituale in modo radicale, nello spazio e nel tempo in cui si svilupperà l’esistenza del certosino.

I «limiti» del certosino

Gli storici, che sanno come sono nati i certosini nel Medioevo, hanno fatto una scoperta che li ha scioccati. Hanno constatato, infatti, che i certosini nel momento in cui decidevano sulla fondazione di una casa in un certo luogo, iniziavano dalla definizione dei “limiti” del luogo, allontanando il monastero certosino dal resto del mondo, senza importarsi molto se tali limiti erano nei terreni appartenenti ai certosini. Il chiaro obiettivo era di acquistarli o di ricevere i privilegi che gli permetessero di escludere dal terreno tutte le altre abitazioni. Quindi era una condizione considerata essenziale dai primi certosini. Il monastero deve essere il centro dell’autentica solitudine, la rottura tra i certosini ed il mondo deve essere chiaramente marcata. Poi, un altro confine era tracciato per determinare, con rigore, i limiti che i monaci non dovevano attraversare se volessero rimanere fedeli allo spirito della solitudine. Il novizio che fa la professione sa che deve impegnarsi a rispettare questi limiti, che sono il suo deserto, la sua solitudine.

Sarebbe meschino vedere questo come una sorta d’istinto di proprietà o di voglia di potere dei certosini. Anche se i problemi dei limiti gli hanno causato molte volte processi giudiziari o contestazioni dei loro vicini, è necessario vedere in questo un tenace desiderio di allontanarsi, la chiara espressione della loro sensazione di aver scelto Dio e nient’altro che Dio. È veramente il fuoco dell’Assoluto brillando nella loro vita, in un modo molto esigente. Entrare definitivamente in Dio e racchiudersi in Lui, non solo nello spirito, ma anche nel corpo. I limiti dei Certosini sono il segno concreto di essere racchiuso in Dio. Come dice San Paolo: «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Questa è l’intenzione del certosino: essere nascosto, forzare gli altri a rispettare il suo anonimato e dimenticarlo. Ma è anche imporre a se stesso la missione di non muoversi come vuole, di non andare più avanti e indietro a piacimento. Egli è ancorato in Dio, anche fisicamente, nella sua libertà fondamentale di essere umano che dispone di tutta la terra che gli viene offerta dal Creatore.

Il senso dei voti

È evidente che i voti religiosi non sono una prerogativa dei certosini. Ma forse siamo vicini ad un tempo in cui solo i certosini avranno ancora uno stile di vita corrispondente all’atteggiamento spirituale che abitava nei ambienti monastici dove sono nati i voti quindici secoli fa. I voti, nel suo senso più profondo, si modelleranno fedelmente sulle strutture della vita certosina.

Le prime origini dei voti monastici sono oscure. Sembra, tuttavia, che essi sono nati spontaneamente per rispondere all’instabilità di molti monaci, come l’instabilità nella vocazione o nel pellegrinaggio da un monastero ad un altro. I voti sono, in qualche modo, una sorta di limite, nel senso che abbiamo parlato nel paragrafo precedente. Essi segnano una rottura nella vita del monaco, in modo che egli è costretto a rimanere fisso in Dio, per un atto perfettamente libero che egli assume quando entra nel monastero, fissato dalla sua professione di fede. Senza voler negare le esagerazioni legali che si svilupparono attorno alla nozione di voto, è necessario trovare in essa la sua ispirazione profonda. I suoi autori non avevano, probabilmente, la conoscenza della sua creazione, ma seguivano un’ispirazione molto pura.

L’intenzione di colui che pronuncia i suoi voti monastici è quella di fare un dono di sé, davvero assoluto, a Dio. La seduzione dell’Assoluto richiede che si imprima in sé qualcosa che ricordi quest’Assoluto, che ci prepari ad incontrarLo di nuovo. Questa è la scelta che ci ha portati ad abbandonare tutto per Lui, vogliamo che Lui lasci il suo segno sul nostro essere interiore. È necessaria, quindi, una rottura con il mondo esterno: il voto di stabilità che corrisponde in ogni persona alla esistenza materiale e concreta dei limiti. Soprattutto è necessario segnare, in modo molto chiaro ed efficace, la rottura tra la fuga da Dio, verso cui siamo attratti con tutto il nostro peso, e la volontà di un amore sempre fedele a Dio: il voto di obbedienza.

Per chi osserva le cose dal di fuori, il monaco è, quindi, racchiuso in una rete di obblighi che lo legano e lo paralizzano. Così è il modo in cui le cose si presentano a volte, è necessario ammetterlo. Ma in realtà, è esattamente l’opposto. I voti sono la linea di demarcazione insormontabile fra il campo dell’Assoluto, la zona in cui si desidera che Dio regni senza contestazione, e tutto il resto: i voti sono la porta di accesso alla libertà divina.

I paragoni

Al fine di comprendere meglio il senso della rottura radicale impressa dalla solitudine del certosino, può essere illuminante confrontarla con altre forme di solitudine.

L’eremita: Questo è certamente l’uomo della solitudine nell’essenza e la storia ci offre molti esempi – l’uomo della disponibilità a tutti i tipi di ulteriori evoluzioni. Egli diventerà il fondatore di un’abbazia cenobitica, predicherà, diventerà vescovo, pastore di anime. Sarà profondamente toccato dall’Assoluto, ma non percepirà la chiamata a gettarsi in Lui in modo radicale e definitivo. La sua solitudine potrà, infatti, perseguirlo per tutta la vita, ma potrà anche essere solo un passo verso un’altra vocazione alla quale il Signore lo chiama.

Il camaldolese: Figlio di San Benedetto, egli mette la sua solitudine in un contesto più o meno analogo a quello dell’eremita. Non è altro che un modo di lodare Dio, tra molti altri. Non si deve dimenticare, per esempio, che gli apostoli della Polonia sono stati i primi camaldolesi. Per loro non c’è stato alcun inconveniente nel diventare insegnanti, predicatori, ecc. Tra di loro si troveranno anche i solitari, i segregati. Ma di per sé, la vocazione del camaldolese non implica necessariamente la scelta di dedicarsi in modo esclusivo e radicale a Dio.

Il solitario: Egli gode, materialmente, di una solitudine spesso profonda. Infatti, essa è fragile e soggetta ad un accumulo di contingenze che sfuggono totalmente al suo controllo. Se ritenuto in concreto, il solitario è sempre dipendente da una comunità monastica, canonica, parrocchiale, in cui si inserisce, ma da cui dipende tanto spiritualmente quanto materialmente. Cioè, è una situazione molto fragile, anche se a volte, offra condizioni eccezionalmente favorevoli.

Un certosino

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Una Risposta

  1. Ho trovato questo articolo profondo ed esaustivo. Anche chiarificatore. Lo dico da laica che a lungo ha vissuto una sorta di “invidia” nei confronti dell’immersione certosina. Nel mio piccolo, so che devo perseverare in una condizione di “solitaria” senza segni e senza protezioni. Questo comporta la fragilità e l’esposizione di cui l’articolo dice: fatica quotidiana senza alcun riparo, condizione precaria da riconquistare ogni giorno. L’aspetto “invidia” è però rimasto indietro, appartiene al passato. Credo che la separazione netta (fra le mura e nella cella) sostenga – nell’invisibile – pure le vie fragili ed esposte. Credo che nella comunione dei santi si sia gli uni per gli altri, reciprocamente. Non lo vediamo e non lo sappiamo, ma “avviene”. La sostanza ci fa vivere.

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