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L’effetto certosino

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Nell’articolo odierno, voglio parlarvi di un tema di stretta attualità. Esso riguarda il sorprendente interesse dei giovani nostri contemporanei, ad interessarsi alla vita monastica di clausura.

Da sempre l’Ordine certosino, ha emanato un fascino particolare circa la vita condotta tra silenzio e preghiera all’interno delle certose, aleggiava un alone di mistero intorno a quegli uomini disposti ad abbandonare la propria vita per donarla, in tutti i sensi, a Dio. Un idea comunemente diffusa, al di fuori delle mura certosine, era che chi rinunciava alla propria vita per abbracciare la vita monastica lo faceva come una sorta di penitenza o di espiazione di peccati gravi o colpe incoffessabili. Risultava difficile immaginare l’accettazione della solitudine, del silenzio e della preghiera volta alla ricerca dell’Assoluto, come libera scelta. Il sacrificio, le privazioni, la solitudine, il silenzio, la rinuncia agli affetti ed agli agi ed alle comodità risultavano essere una aberrante forma di masochismo. Ma un motivo per il quale dai tempi di san Bruno ad oggi, ovvero, dopo oltre nove secoli, l’Ordine certosino tra alterne vicende legate ai trambusti delle varie epoche caratterizzate da guerre di vario genere, rivoluzioni, persecuzioni, leggi anticlericali ed il semplice scorrere del tempo le comunità certosine sopravvivono, ed incredibilmente riescono ad attrarre l’interesse di molti giovani.

Tra mille affanni ed ansie per il futuro, il genere umano è riuscito a giungere nel XXI secolo, in un tempo contraddistinto da una imperante globalizzazione e da un consumismo che ha raggiunto vette inimmaginabili. Il genere umano è stato artatamente ridotto, con un processo di massificazione, in una società composta da persone intente a possedere e ad avere compulsivamente anche cose inutili.

L’uomo è al centro di questo processo di distruzione dell'”essere”, un materialismo dilagante che ha svuotato di valori e spiritualità i nostri giovani. Ma nonostante tutto ciò, ed in parte anche grazie ai mezzi moderni di questa globalizzazione, come il computer, la rete internet, ed i social network, ovvero strumenti indispensabili per i giovani di questa epoca, il sottoscritto e tutti coloro che hanno tentato una sorta di “globalizzazione evangelica” per diffondere e divulgare la ricchezza della fede e della spiritualità, hanno spesso trovato un inaspettato riscontro. Cartusialover nel corso del tempo ha ricevuto centinaia di contatti di giovani, provenienti da tutte le parti del mondo, interessati a vario titolo alla vita certosina. Risulta evidente, che buona parte di questi, indistintamente maschi o femmine e prevalentemente giovani, ha dimostrato un interesse profondo e non una mera curiosità.

In tanti si sono avvicinati già in possesso di una profonda Fede, altri ancora hanno voluto contattare le certose per cominciare un cammino vocazionale. Come avrete potuto leggere da questo blog, alcuni di essi mi hanno relazionato sulla loro esperienza tra le mura certosine per poter essere di aiuto ad altri giovani interessati ed attratti da tale vita claustrale. Non è semplice diventare certosino, ma nonostante l’impatto con la realtà, in periodi di prova, prima di cominciare ad essere postulante, non basterà la forza di volontà, l’equilibrio fisico e psicologico, e la tenacia per affrontare tale vita rigida.

La Provvidenza dovrà fare il resto!

Recentemente ho appreso da un Padre Priore certosino, che anche loro stanno assistendo ad un grande interesse ed a numerose richieste di giovani che vogliono diventare certosini. L’Ordine a differenza di altri tempi, ha potuto sperimentare quello che simpaticamente chiamano “effetto certosino“. Analizzando tali richieste, hanno potuto infatti riscontrare che trattasi di giovani alla ricerca di un più alto senso per la propria vita, a scapito della globalizzazione e del progresso, cercano un ambiente tranquillo e silenzioso dove poter attraverso la meditazione e la preghiera andare alla ricerca di se stessi e quindi di Dio. Lo stile di vita degli ordini monastici contemplativi dunque, pare essere una esigenza in questa epoca caratterizzata da un vacuo frastuono che ha massificato gli uomini ed ha impoverito gli animi.

Molti altri giovani mi scrivono e mi dichiarano di non essere riusciti ad accedere alla vita monastica certosina, ma ne restano rapiti ed affascinati ugualmente. Appaiono essere stati “contagiati”, ed irrimediabilmente attratti dalla profonda spiritualità certosina, vera fonte inesauribile di ricchezza tangibile per ogni essere umano, in questa epoca di aridità morale. Le foto che inserisco in questo articolo rappresentano comunque la testimonianza dell’ appartenenza e della vicinanza all’Ordine certosino dal di fuori delle mura di una certosa e dalla vita claustrale.

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La vita interiore di F. Pollien Libro secondo

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO SECONDO

LA VOLONTA DI BENEPLACITO

285. Conosco le rotaie della via che conduce a Dio; occorre ora conoscere il vapore. Il treno non può avanzare sulle rotaie senza il vapore che gli dà il movimento. Perciò, dopo aver considerato la volontà significata, che fissa e conserva le regole della mia azione, bisogna considerare la volontà di beneplacito, che comunica l’impulso divino.

Riguardo alla volontà significata ho visto: 1) come si manifesta; 2) come vi devo corrispondere. Anche per la volontà di beneplacito terremo questa divisione che ci mostra: 1) in qual modo Dio la manifesta; 2) in qual modo l’uomo vi corrisponde.

La manifestazione divina non avviene più per indicazione di precetti o di consigli, ma per il beneplacito d’operazione; la corrispondenza umana, a sua volta, non è più direttamente nell’azione ma nell’accettazione. Come la volontà di Dio mi è parsa più passiva nel mantenere fisse le leggi significate e quella dell’uomo più attiva nell’esecuzione di esse, qui, al contrario, la volontà di Dio mi appare più attiva nelle operazioni e quella dell’uomo più passiva nell’accettazione del beneplacito supremo. Vi è come uno scambio di parti tra Dio e l’uomo.

Qual è dunque, su me e in me, l’azione vivificatrice di Dio? Come devo ricevere questa azione? Tali questioni sono riassunte in questo secondo libro.

È necessario ripetere (n. 238) che la pietà passiva è soltanto una parte della pietà e non è affatto uno stato

superiore o successivo a quello della pietà attiva; ma l’una e l’altra sono simultaneamente unite, e si combinano e si collegano costantemente nel cammino della vita cristiana? La loro unione sarà chiaramente dimostrata nel libro seguente.

Dom Polycarpe de la Rivière

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Il personaggio di cui voglio parlarvi nell’articolo di oggi, è un enigmatico priore certosino che risponde al nome di Dom Polycarpe de la Rivière. La sua vita è avvolta da un alone di mistero, che ne fa di lui un personaggio affascinante. Ma cominciamo a conoscerne la sua vita. Sappiamo qualche notizia della sua infanzia per una introduzione scritta da egli stesso nel libro “L’adieu du monde”. Nacque da una famiglia nobile di Velay, nell’Alta Loira, in Francia probabilmente nel 1586, ed il suo nome di battesimo era François. Fin da giovane cominciò i suoi studi presso la cattedrale di Puy-en-Velay, dove imparò l’arte del canto. Tale dote fu apprezzata dallo scrittore francese Honoré d’Urfé, il quale rapito dalla voce del giovane lo invitò al palazzo di Margherita di Valois per offrirsi al suo servizio. Il giovane François, inorgoglito accettò l’invito e recatosi alla corte della Regina Margot, ebbe una inaspettata opportunità di incrementare le sue conoscenze e la sua erudizione. Potè avvalersi di una ricca biblioteca presente nel palazzo di corte, per ampliare i suoi studi. Le sue doti canterine furono da tutti molto apprezzate. Tale condizione perdurò fino al 1605, allorquando egli fece ritorno alla sua casa natìa, e data la sua inclinazione per la vita religiosa decise poi di entrare come novizio in un convento gesuita. Successivamente, sappiamo che il giovane François, nel 1608 decise di diventare certosino entrando nella Grande Chartreuse, dove il 1 marzo del 1609, all’età di 23 anni, fece la professione solenne scegliendo il nome di Polycarpe. La sua vocazione, non farà cessare la sua voglia di studiare, difatti dedicherà molto del suo tempo alla scrittura realizzando molti testi, rimasti in forma di manoscritti. Durante la sua permanenza in questa certosa fu molto benvoluto dal Reverendo Padre Priore Dom Bruno d’Affringues, il quale apprezzatene le qualità decide nel 1618 di inviarlo come procuratore alla certosa di Lione. Tale incarico gli consente di frequentare molte personalità e studiosi della città, questi incontri contribuiranno alla stesura di un nuovo testo dal titolo “Ricreazione Spirituale sul Divino Amore e il bene delle anime”. Susseguirono altri scritti che riscossero un notevole successo nel mondo letterario, tra cui “Mondo Addio, o il disprezzo della sua vana grandezza” un imponente tomo di 900 pagine!

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Nel 1618, viene trasferito alla certosa di Sainte Croix en Jarez, diventandone priore, e continuando la sua predilezione per la scrittura di testi. Produsse tre volumi, inizialmente per poi realizzare, nel 1626, la sua opera più importante: “Angelica. Eccellenze e perfezioni della immortalità dell’anima”. Questo libro risulta essere una lunga meditazione, sotto forma di “specchio” in cui l’autore si impegna in una sorta di dialogo con la sua anima, che chiamava Angelica. Un vero capolavoro, ma per alcuni un criptato riferimento alla segreta “Società Angelica”!?

Il bizzarro autore certosino amava firmare con un anagramma del suo nome i suoi scritti: L’ay de propre le ciel d’amour  et l’ay d’amour le ciel propre ovvero Polycarpe de la Riviere!
Nel 1627, Dom Polycarpe lascia la certosa di Jarez in condizioni finanziarie eccellenti grazie alla sua gestione oculata che ne risana le finanze, e viene quindi incaricato dall’Ordine di fare il Priore alla certosa di Bordeaux ed anche il Convisitatore della Provincia di Aquitania. Questo incarico lo portò a viaggiare molto per verificare le condizioni delle certose di quella Provincia cartusiana, e quindi non ebbe molto tempo da dedicare alla scrittura, e conseguenzialmente,  la sua produzione letteraria ebbe una brusca frenata anche a causa di una fastidiosa febbre malarica che lo stremò per ben sei mesi. Nel 1631 fu inviato come Priore alla certosa di Bonpas, ricoprendo anche il ruolo di Visitatore della Provincia di Provenza. In questa nuova sede, Dom Polycarpe grazie alla sua saggezza e sapienza riuscì a coltivare illustri amicizie di poeti, scrittori nonché di vari nobili benefattori che “forse” fecero donazioni alla certosa. Sotto il suo priorato fu infatti costruito un nuovo chiostro con nuove celle, una nuova sala capitolare e la chiesa fu sontuosamente decorata ed arricchita con pregevoli opere. E’ questo il luogo ed il momento dove avviene una profonda svolta nella vita di questo certosino, egli infatti ritroverà il tempo per potersi dedicare alle scritture, ma inspiegabilmente il contenuto dei suoi testi cambia radicalmente.Passa ad affrontare temi storici che trasudano esoterismo e non più concetti religiosi e spirituali. Temendo il giudizio dell’Inquisizione, i suoi libri vengono boicottati dall’Ordine certosino, che gli nega il permesso di proseguirli facendoli restare opere incompiute dal contenuto proibito e compromettente per l’intera Chiesa. A seguito di queste controversie ed anche a causa di una malattia che gli impediva di deambulare speditamente, Dom Polycarpe chiede “misericordia” ovvero il permesso di abbandonare l’incarico di Priore, che gli viene prontamente accordato. Decide di recarsi a Moulins, intenzionato a curarsi con una terapia di acque termali da fare a Mont-Dore, in Auvergne. Una scelta bizzarra vista la distanza notevole, circa 150 chilometri e soprattutto il tipo di efficacia di quelle acque termali per patologie legate all’apparato respiratorio e non per problemi reumatici. Questa è una delle tante stranezze legate alla storia di questo personaggio. Ma la storia continua…
Siamo giunti nel gennaio del 1639, egli si diresse verso la meta con un servitore e due cavalli, ma giunto a circa 50 chilometri dalla località termale, impose al servitore di non seguirlo e procedette a piedi, nonostante i forti dolori agli arti, inoltrandosi in un fitto bosco. Siamo arrivati all’epilogo di questa storia misteriosa, Dom Polycarpe de la Rivière scomparve fra la fitta vegetazione e la nebbia, e di lui non si ebbero più notizie. Due mesi dopo il Priore Generale Dom Giusto Perrot, chiese di fare indagini nella zona, ma esse non diedero nessun esito. L’enigmatico Dom Polycarpe era scomparso misteriosamente nel nulla!
Ad oggi, nonostante molteplici ricerche, l’enigma non è stato ancora risolto. Sono state varie le ipotesi fatte intorno a questa misteriosa scomparsa, che sembra essere la risultanza di un cambiamento avvenuto gradualmente nell’animo di questo priore certosino. Vi ho descritto i fatti salienti della sua esistenza, e vi ho accennato delle sue conoscenze, dei suoi studi e dei suoi incontri con diversi illustri personaggi, nei vari luoghi dove ha vissuto Qualcuno ha ipotizzato che proprio in alcune frequentazioni si cela la sua trasformazione, ovvero ambienti esoterici che lo hanno indotto al cambiamento. Inoltre altri enigmi si pongono circa il suo periodo trascorso a Bonpas, questa certosa era precedentemente stata un antico insediamento dei Cavalieri Templari, pertanto probabilmente sede di leggendari antichi tesori, letterali (libri antichi e pergamene) e materiali ( ingenti preziosi utilizzati per l’ampliamento della certosa) trovati da Dom Polycarpe ed alla base della sua radicale trasformazione?
Un altro interrogativo è circa i suoi preziosi scritti dell’ultimo periodo, dai quali non si divideva mai e che egli pare abbia abbandonato o affidato a qualcuno, se ne sarebbe mai disfatto così semplicemente?
E poi sulla scomparsa, rendendosi conto di essere venuto a conoscenza di arcane verità inconfessabili, ha forse voluto uscire di scena il saggio certosino non volendo essere un pericolo per la Chiesa e per l’Ordine certosino?
A tutte queste domande ed a tante altre che potremmo porci oggi, purtroppo probabilmente non si troverà mai una risposta sensata ed attendibile. A me piace celebrare Dom Polycarpe indiscutibilmente come una delle più brillanti menti del XVII° secolo, autore di numerose opere di devozione celeberrime nel suo tempo, il quale anziché cercare fama e successo ha preferito la quiete della vita monastica certosina, egli infatti spesso diceva:“ Sono contento che mi conoscano e mi apprezzino come religioso solitario”. Resterà per sempre un personaggio avvolto in un fitto alone di mistero.

“Commensali di Dio”

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Il testo che oggi vi propongo è estratto da una sorta di manuale per sacerdoti, scritto da uno scrittore spagnolo, un noto  monaco ascetico certosino.

Vi parlerò di Dom Antonio de Molina, nato verso il 1550 a Villanueva de los Infantes, egli entrò negli agostiniani eremiti il 17 marzo del 1575 e dopo poco, fu eletto superiore in una delle loro case a Salamanca, in Spagna, insegnando Teologia. Desideroso di una vita monastica con disciplina più rigorosa, decise di entrare nella certosa di Miraflores, ed il 28 ottobre del 1590 egli fece la professione solenne. Trascorsi ventidue anni, tra studi e vita claustrale Dom Antonio de Molina diventato nel tempo Priore, morì a Miraflores dove fu sepolto in odore di santità il 21 settembre del 1612. Egli ha scritto diverse opere, tra cui spicca il manuale di cui vi accennavo, dal titolo:“Instrucción de Sacerdotes, en que se dá doctrina muy Importante para conocer la Alteza del Sagrado Oficio Sacerdotale, y para exercitarle debidamente”. Fu un testo che riscosse molto successo in Spagna e che fu successivamente tradotto in varie lingue, diventando un vero punto di riferimento per ogni prelato. Scrisse inoltre altre due opere ascetiche di rilievo : “ Exercicios espirituales para personas ocupadas de cosas de su salvaciòn“, e “Exercicios espirituales de la excelencias, provecho, y necesidad de la oraciòn mental reducidos a doctrina, y meditaciones sacada de lo santos padres y Doctores de la Iglesia”.

Il brano che segue è tratto da “Instrucción de Sacerdotes”, e si riferisce alla Santissima Eucarestia, io lo trovo davvero eccelso!

Commensali di Dio

O Re della gloria, Principe dell’universo, allontana la caligine dai nostri occhi, affinché dalle nostre leggerezze passiamo a considerare la grandezza del tuo merito e la condiscendenza che hai usato verso di noi. Tu ti sei degnato di affidarci non la chiave di un palazzo reale della terra, ma la chiave dei cieli, con l’autorità piena di aprire e chiudere: ci hai eletti non in qualità di servi, ma di familiari e amici, per poter prendere parte con te ai tuoi profondi segreti; perciò hai voluto che non ci allontanassimo mai dalla tua presenza e dal tuo cospetto, per poter cosi assistere non già come servi o spettatori, ma come commensali alla tua stessa mensa, per nutrirci dello stesso cibo e bere dello stesso calice, Dio santo!

Solleviamo la nostra mente, solleviamo i nostri pensieri a cose tanto alte.

(Antonio de Molina, “Instrucción de Sacerdotes”, tr.III.cXII.)

La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

CONCLUSIONI PRATICHE

281. Segreto dell’unità. – 282. Nessuna distinzione. – 283. Nessuna esclusione. – 284. Segreto della vita.

281. Segreto dell’unità.Il dovere, quando è compreso soprattutto nell’ampia estensione dei suoi oggetti, delle sue condizioni e circostanze, conduce ad una molteplicità estremamente varia di preoccupazioni. Qual è infatti la vocazione che non abbia da abbracciare occupazioni di diverso genere? E qual è l’occupazione, che, per essere condotta all’apice della sua perfezione, come avviene nella pietà, non richieda l’attenzione a particolari anche assai complessi? Senza di ciò, il dovere, mutilato nelle sue parti, non potrebbe essere attivato nel suo tutto. Che diventerebbe allora l’unità di intenzione, d’amore e d’azione in cui mi devo concentrare?

L’unità è conservata dal fatto che tutte queste diversità d’oggetto, di condizione e di circostanze, sono, secondo la formula di vita, egualmente ed unicamente viste, amate e prese nella volontà di colui che mi dirige. E questa volontà, unicissima in lui, poiché è lui stesso, la trovo ovunque identica, in tutto ugualmente grande, sempre altrettanto perfetta, santa e adorabile (nn. 266, 267).

282. Nessuna distinzione. – Da ciò ne concludo che, nei punti che mi obbligano in modo diverso, non devo lasciarmi trasportare dal gusto o dalla ripugnanza. Appartiene al padrone introdurre, nel servizio, le distinzioni necessarie; il servo deve badare al padrone e non a se stesso. Che importa a lui se la volontà che lo dirige gli impone cose gravi o leggere, gradite o moleste? Non è forse la medesima sorgente a cui deve giungere per dissetarsi? La diversa importanza dei precetti o dei consigli indica la gradazione da tenere nella loro osservanza, ma non implica distinzione alcuna da stabilirsi nell’adorazione della volontà sovrana. Sia che questa volontà mi mandi al lavoro od alla preghiera, mi chieda una cosa onorevole o vile, mi sia manifestata mediante il tale mezzo o il tal altro, io non ho da inquietarmi; ben sapendo che in questi cambiamenti, lui non muta mai ed è a lui e alla sua volontà ch’io mi unisco costantemente (cf. Sal 101, 28). « Dio mio! come ci inganniamo spesso! Vi ripeto ancora una volta, scrive san Francesco di Sales, che non bisogna tener conto dell’aspetto esteriore degli atti, bensì del loro elemento interiore. In altre parole, bisogna vedere se Dio lo vuole o non lo vuole ».

283. Nessuna esclusione. – Ecco una conclusione pratica per mantenere l’unità, ed eccone un’altra ugualmente pratica per assicurare la vita. « Grida a squarciagola, non aver riguardo: come una tromba alza la voce: dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai? Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui » (Is 58, 1-3). Le migliori intenzioni ed azioni sono da Dio ignorate e rigettate, quando portano a trascurare il dovere. Assoggettarsi dunque al dovere; chiudersi in esso come nel santuario in cui ci si unisce alla disposizione, alla volontà, all’intenzione del Maestro e si ricevono le sue benedizioni; non uscirne per alcuna deviazione di falsa generosità o di indegna infedeltà; cercare tutto dentro e nulla all’infuori, sono le condizioni iniziali della pietà attiva.

284. Segreto della vita. – I figli di Dio non nascono né dal sangue, « né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio » (Gv 1, 13). « È come se si dicesse, secondo l’osservazione di san Giovanni della Croce, che il potere di divenire figli di Dio e di trasformarsi in lui è dato soltanto a coloro che non sono nati dal sangue, cioè dalle disposizioni naturali, né dalla volontà della carne, cioè dal capriccio della natura, né dalla volontà dell’uomo. Qui, per volontà dell’uomo, si intende ogni maniera umana di giudicare e di comprendere soltanto secondo la ragione. A nessuno di questi è dato di divenire vero figlio di Dio. Tale sorte è riservata a coloro che sono nati da Dio »’. Così, le azioni ispirate dalle disposizioni naturali, dai capricci della sensibilità, dai gusti della volontà umana non sono affatto sulla vera via, né hanno la vita della vera pietà, che, nata da Dio, vede, ama e segue la sua volontà, e durante il cammino canta le magnificenze della sua gloria (cf. Sal 137, 5).

Sulla scienza

ammirando-il-creato

“I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce”

(Salmo 19)

Lo scorso 6 dicembre vi ho annunciato la pubblicazione di brani sui doni dello Spirito Santo. Dopo avervi illustrato “la gioia“, oggi voglio proporvi “la scienza”, una breve meditazione su cui riflettere.

Non è vero che il nostro modo di parlare, di pensare e di agire, è spesso troppo umano, anche dopo che siamo entrati nel monastero? Per cercare la santità è necessario perdere la mentalità del mondo, cioè, dell’uomo, e sostituirla per il modo come Dio vede.

Qui il dono della scienza può aiutarci; non la scienza del mondo, ma la scienza di Dio. Attraverso questo dono dello Spirito Santo, una persona come per istinto, giudica tutte le cose alla luce della fede come Dio e, quindi, anche come nostro Signore ed i Santi. Beato colui che non possiede proprio giudizio, propri punti di vista, ma che in ogni circostanza giudica secondo lo Spirito Divino. Possiede la certezza di non ingannarsi mai: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9).

La persona che si consegna completamente all’azione dello Spirito di scienza, qualunque cosa accada, senza lasciarsi turbare dalla desolazione e dalla disperazione, sa che non sarà per sempre confusa e sa che è un bene per l’anima essere provata in quel modo; si abbandona senza riserve nelle mani del Padre del Cielo. Volentieri, nella prova e nell’umiliazione, ripete con il Salmista: “Bene per me se sono stato umiliato” (Sl 118, 71).

La persona che aspira a lasciarsi condurre, in tutto, dallo Spirito di scienza, deve prima di tutto, cercare una perfetta purezza dell’anima e una grande delicatezza di coscienza, e deve sforzarsi di essere particolarmente fedele nei minimi dettagli. Attraverso questa fedeltà nelle piccole cose, Santa Teresa del Bambino Gesù ha raggiunto in così poco tempo, una saggezza così elevata e una perfetta santità.

(Un certosino)

La certosa di Buxheim rivive per un giorno

11

Lo scorso 8 dicembre, in occasione della festività dell’Immacolata Concezione, nella certosa tedesca di Buxheim come per prodigio il monumentale coro monastico ha ripreso vita. Ciò è stato possibile poichè un gruppo del Seminario Internazionale di Saint-Pierre Wigratzbad, della confraternita FSSP dopo una visita in certosa, ha partecipato ad una solenne Santa Messa celebrata dall’abate Bernward Deneke. E’ stato emozionante, come vedremo dalle immagini che seguiranno, vedere i giovani seduti nei meravigliosi stalli lignei del prezioso coro dei certosini. Dal momento in cui la certosa di Buxheim è stata chiusa a causa della secolarizzazione, il luogo è stato adottato dai Salesiani che ne hanno fatto una scuola ed un convitto. Vedere riprendere una celebrazione da una comunità con il coro attivo, ritornato seppur per un solo giorno alla sua antica funzione mi ha profondamente colpito. Vi offro le immagini di questa funzione religiosa. Buona visione

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IX

LO SPIRITO DI PIETA

277. Motto di unità e regola di vita. – 278. Incontro divino. – 279. L’occhio chiuso. – 280. Squarciare il velo.

277. Motto d’unità e regola di vita. – Non posso dimenticare che tendo ad eseguire un piano costante di unità e di vita (n. 6). Occorre dunque riassumere questa parte attiva della mia pietà in un motto ed in un regolamento che siano per me come una voce ispiratrice, e mi dicano il tutto dell’unità ed il modo di vita, tutto ciò che posso fare per Dio ed il modo di farlo secondo il suo volere. Perciò, motto e regolamento dovranno essere presi nel loro più alto ideale e nel significato più esteso.

Il motto è: il dovere. Con questa parola intendo, in generale, tutto ciò che mi è tracciato da un’indicazione divina di precetto o di consiglio. Per conseguenza, non solo ciò che è volontà assoluta di Dio e obbligo stretto per l’uomo, ma anche ciò che è desiderio per lui e direzione per me. Intendo ciò che è tracciato per me, ciò che è la mia parte personale di attività, nel mio servizio di gloria e nella mia speranza di felicità. Intendo ciò che mi è indicato in tutta l’altezza e l’ampiezza del fine da raggiungere, della regola da seguire, dei mezzi da usare.

Il tutto dell’unità, così inteso nel motto, è il modo di vita nella regola. Vedere, amare e compiere il dovere nell’ordine voluto da Dio, il suo ordine nella sua volontà, la sua volontà nella sua intenzione; qui non vi è più soltanto la lettera del dovere, la quale è morta quando è isolata, ma vi è il suo spirito vivente, che attraverso le regole ed i mezzi creati, va fino a Dio e attinge le sue ragioni e la sua vita nella sua volontà e nella sua intenzione.

278. Incontro divino. – Ma lo spirito non è compreso che dallo spirito; lo spirito del dovere dallo spirito di pietà, che sa vedere, gustare e sentire Dio in tutte le cose. Ed è precisamente qui che questo spirito giunge al suo divino incontro di conoscenza, di amore e di operazione con colui che cerca. Qui, infatti, nel dovere del momento, si fissa il pensiero presente di Dio su me; qui conduce la parte attuale del suo disegno; qui si esprime la sua volontà; qui hanno termine le operazioni di beneplacito che mi saranno rivelate nei due libri seguenti; qui infine scorrono le grazie delle quali tratterà la terza Parte; qui dunque Dio esercita atti vivificati da una presenza tutta personale per me, poiché vista, volontà, operazioni e grazie sono esclusivamente per me. Ciò che egli è e fa, lo è e lo fa solo per me.

Se il mio pensiero, la mia volontà e la mia azione si concentrano là, vedo ciò che lui vede, voglio ciò che lui vuole, opero con lui, vivo di lui. Ed eccomi alla presenza viva del Dio vivente, unito vitalmente al Dio della mia vita. Questa non è più una presenza immaginaria in cui io mi unisco col pensiero e con l’affetto a certe supposizioni create da me stesso, ma è l’incontro della mia vita operante con quella di colui che è tutto mio, essendo io tutto suo; che è mio Padre, perché mi dona la sua vita, del quale io sono figlio poiché ricevo e vivo la sua vita. « Ma a noi Dio queste cose le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato » (1Cor 2, 10-12).

279. L’occhio chiuso. – L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito» (1Cor 2, 14). Se dunque continuo ad essere uomo naturale, che giudica al modo umano, dall’esterno, la lettera morta, non percepirò il dovere nell’altezza del suo tutto e nella larghezza della sua unità; non vedrò altro che doveri sempre limitati. Meno ancora ne sentirò la vita. Arrestato ed assorbito dal lato materiale esterno, il mio occhio non saprà squarciare il velo sotto il quale Dio, celando la sua volontà e i suoi disegni, si nasconde, in modo da aver riguardo alla mia debolezza ed eccitare la mia ricerca, e non già per non essere sentito e raggiunto dalla purezza del cuore. Come la Maddalena, io non riconoscerò Gesù sotto la veste del giardiniere. E me felice se, come lei, saprò interrogare il mio giardiniere, cioè il mio dovere, affinché mi faccia trovare colui che cerco! Egli mi risponderebbe subito la parola d’amore che mi aprirebbe gli occhi e mi farebbe esclamare: Rabbuni, Maestro! (cf. Gv 20, 14-16). Ma io commetto l’errore, così grave e comune, di lasciare il dovere per seguire certe pratiche di devozione secondaria, in cui credo di trovare Dio più sicuramente. Tali pratiche, estranee al dovere, non gioveranno mai, perché sono fuori della volontà di Dio, il quale ha stabilito che il luogo del suo incontro sia solo ove è la sua volontà.

280. Squarciare il velo. – Ah! se fossi capace di non lasciarmi offuscare dal velo e di comprendere che là, nel dovere del momento, mi sono preparati e riservati l’istante e il luogo di unione! Non andrei, inutilmente angosciato, a cercare lontano colui che è così vicino. Uno sguardo più attento, una più fedele perseveranza me lo mostrerebbero presto ed io sentirei dirmi: Vieni, io sono qui, poiché qui è la mia volontà. Sono qui per te, perché è questo che voglio specialmente da te. Sono qui con la mia azione e la mia grazia, perché non domando alcunché senza aiutarti. Beato chi trova in Dio la sua forza! (cf. Sal 83, 6).

Debbo dunque avere un concetto più elevato del mio dovere, un sentimento più vivo della presenza del Signore nella sua volontà, la certezza di poterlo raggiungere là; allora mi immergerei festante e generoso nel compimento del mio dovere per essere immerso in Dio. È ben vero, o Signore, che è disteso un velo nel cuore di coloro che non sanno ravvisarti in ogni tuo comando o consiglio! Ma è altrettanto vero che basta rivolgersi a Te perché il velo cada.

Dai diari di un priore ad un film: “Bianco come il nero”

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Alla fine di settembre del 2015 vi annunciavo da questo blog la riapertura della certosa di Vedana seppur per girarvi un film. Ebbene la scorsa estate al termine delle riprese, il lungometraggio è stato presentato al pubblico. Il suo titolo “Bianco come il nero”, sintetizza la storia che si svolge nello scenario della Grande Guerra, nel 1917, “l’anno della fame”, tra l’assedio dei soldati e lo spettro della carestia, la popolazione di montagna cerca di resistere alla tragedia in atto vivendo in semplicità, con l’aiuto dei monaci della vicina Certosa.

Il giovanissimo regista Lorenzo Cassol spiega la genesi del suo lavoro in un’intervista : «Siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di quattro diari, datati 1917, scritti a mano e in francese dall’allora priore della Certosa di Vedana, Dom Boniface Pennet. Da questi abbiamo trovato numerosi spunti per la storia». Protagonisti di “Bianco come il nero” (titolo che sta a indicare la presenza, in ogni anima, di una parte più pura e di un’altra più oscura) una giovane donna con la sua bambina e uno strano personaggio, coinvolti in vicende in cui vita, dolore e passione si intrecciano, con un epilogo del tutto inaspettato. Ringrazio la Fare Cinema Production, ed il regista Lorenzo Cassol che hanno voluto omaggiare la certosa di Vedana ed i suoi monaci, che in quel cupo anno vollero essere vicini alla popolazione donando loro conforto ed assistenza.

A seguire il trailer del film, ed immagine tratte dal set.

Buona visione.

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Dionigi il certosino: “Il bacio dell’immensa Luce”

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Voglio condividere oggi con voi, un brano estratto da una opera minore di Dionigi di Rijkel, De fonte lucis ac semitis vitae”. In esso l’autore certosino descrive alla sua maniera, come, e con quale intensità avviene il prodigio di essere travolto e baciato dall’immensa Luce dell’estasi. Una descrizione coinvolgente e mirabolante.

Il bacio dell’immensa Luce

Dio nasconde la luce nelle sue mani, poi dà modo di brillare di nuovo; parlare di lei al suo amico (dicendo) che è in suo possesso e può salire fino ad essa “(Gb 36,32). Dio tenendo in mano la luce della contemplazione e un raggio di visione mistica, a volte le apre e le fa scorrere in onde radianti fino a giungere alla luce dell’anima purificata, altre volte, diversamente, si ritira e si nasconde e quindi questa bella luce si nasconde o si visualizza a secondo della volontà di Dio, e delle sue disposizioni, e brilla con una abbondanza o un più o meno grande bagliore. Quando l’Onnipotente mostra all’anima questa luce, subito, in un istante, in un batter d’occhio, la sua folgore cattura l’anima di sorpresa e cogliere la sua delicatezza e senza violenza, con la sua imponenza, con la sua pienezza e l’eccellenza della sua maestà, la sua perfezione, il suo immenso bagliore.
Allora l’anima perde i sensi e trasuda fuori di se stessa vinta dall’amore, a bocca aperta in soggezione della maestà della luce immensa di Colui che contempla; nella deliziosa serenità della visione della Divinità , si dimentica di se.

Si è illuminato e infiammato immediatamente con una tale forza che morendone, si perdono le proprie forze ed i sensi del corpo. Poi, introdotto nel segreto della luce increata, sprofondando nell’abisso di questa infinito chiarezza; estaticamente ci si perde in un oceano di felicità eterna; si arde, liberati nel fuoco di un amore immenso; si va da qui a lì come un’avventura, ma con una maggiore sicurezza nel vasto e impossibile da attraversare, una vasta estesa ed immensa mera solitudine; si abbandonano i sentieri battuti con gioia, perdendosi senza sapere come.

Tuttavia, l’anima umana non può rimanere a lungo fisso in questa contemplazione Angelica completamente pieno di pace. Dio toglie la luce che aveva infuso poco prima, e la nasconde nelle sue mani. Poi, dopo qualche tempo, invia l’anima di nuovo, e poi lei viene spesso con una luminosità maggiore rispetto a prima. Quando questa luce brilla nell’anima, splende di nuovo, si infiamma, e poi ancora, la si ammira e se ne vienesommerso, si sviene.

Poi il Dio di immensa dolcezza rende noto “al suo amico,” il suo fervente amore, questa luce, prima in “mani nascoste” ora “è in suo possesso”, perché disprezzava tutto ciò che è carnale e mutevole, e non ha voluto nulla, tranne Dio e nient’altro che Dio, in modo che si possa “arrivare ad essa”, con l’aiuto del Signore, cresce ogni giorno nella luce, restare, infine, devotamente attento alla più dolce luce originaledi Dio, uniti a lui in fruizione, ed immerso nel suo amore eterno.

Infine, dal momento che una grande elevazione del genere soprannaturale dello spirito, in modo ammirevole e di alta contemplazione è una nobilitazione ed una divinizzazione, segno e il lavoro della bontà infinita e l’amore di Dio per lui, la Scrittura aggiunge subito dopo la parole citate: “il mio cuore trema e salta fuori dal petto” (Gb 37,1)

La grazia preveniente di Dio, che scorre in questa profonda contemplazione, tocca i sensi dell’amante, lo solleva e lo unisce a se. Chi fa questa esperienza è rapito da Dio, dice S. Bernardo, in chiaro giorno sopra il tumulto delle cose, le gioie del silenzio, vale a dire, alla luce più chiara del supremo splendore; riposa lì delicatamente, al sicuro dai torrenti dei desideri di questo mondo, l’immaginazione senza riposo e pensieri mutevoli, e cullato dentro la sua amata. Così, nel’immediato che ciò è possibile, per un attimo, è dato di vedere Dio così come Egli è (cfr 1 Gv 3,2) … Poi il contemplativo si incontra con il bacio del Padre e del Figlio.

Dionigi el Certosino “De fonte lucis ac semitis vitae, art.XVI, t.41, 115.”