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La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

LA PIETA’ RELIGIOSA

273. Ha la sua forma nella regola. – 274. Non si espande fuori della sua regola. – 275. La scorza è dura. – 276. Il libro da divorare.

273. Ha la sua forma nella regola. -Il vero e santo religioso sa che, per lui, la più fedele e completa espressione del dovere è la sua regola. Anch’egli vuole veramente andare a Dio e spogliarsi di sé. Non è forse per questo che si è fatto religioso? La carità e l’umiltà non riassumono tutto per lui? se pure non sono che un’unica virtù, o meglio i due poli di quel mondo chiamato la pietà. Infatti, egli non può amare che rinnegando se stesso e non rinnega se stesso che per amare.

Bisogna uscire da se stessi per andare a Dio. Sono questi i due movimenti della respirazione spirituale che non possono andar disgiunti e che, sebbene distinti,costituiscono un unico atto. Il religioso cessa di vedere, amare e ricercare se stesso, per vedere, amare e ricercare Dio.

Ora, non vi è forse nella sua regola, quest’unico e duplice dovere, tracciato nelle sue due parti, che egli non deve mai separare con la sua condotta? La carità, la ricerca di Dio trovano la propria via, la propria forma perfetta, nella parte in cui sono tracciate le regole degli uffici divini. L’umiltà, il rinnegamento di sé trovano, invece, la propria via, la propria forma perfetta, nella parte in cui sono contenuti gli statuti disciplinari. Ecco la forma di pietà che Dio esige dal religioso (n. 248). Ogni altra forma non è sua, non è quella che Dio richiede da lui. Dio vuole che l’umiltà e la carità del religioso, cioè la sua pietà, rivestano questa forma, ed egli stesso si è preso cura di tracciargliene i particolari nella regola. Com’è triste vedere un religioso ingannarsi al punto di cercare, nelle sue pratiche particolari o negli usi estranei alla sua regola, una perfezione che finisce col non essere che un insieme eterogeneo, poco conferme alle sue necessità! …

274. Non si espande fuori della sua regola. – « Vi è, dice san Francesco di Sales, una certa semplicità di cuore, in cui consiste la perfezione di tutte le perfezioni, ed è quella semplicità la quale fa sì che l’anima nostra fissa lo sguardo solo in Dio e si trattiene tutta raccolta e racchiusa in se stessa, per applicarsi con ogni possibile fedeltà alla osservanza delle proprie Regole, senza perdersi a desiderare né voler intraprendere di fare più di questo ».

Il vero religioso non perde le sue forze a desiderare né a intraprendere nulla fuori della sua regola; questa sola basta alla sua pietà, poiché contiene per lui tutta la volontà di Dio. Perciò, con quanto amore la studia, la medita, la ricorda per trasformarla in se stesso, o meglio, per trasformarsi in essa! Egli sa che non troverà Dio se non seguendo le disposizioni liturgiche della sua regola; e che non si spoglierà di se stesso, se non mediante le prescrizioni disciplinari dei suoi statuti. Su un’altra via non troverebbe Dio e non si spoglierebbe di sé; questo lo sa. Nella sua regola vi è la sua perfezione; là e non altrove. Là egli la cerca con tutte le sue forze. Qual forza di santità e qual pienezza di vita vi è nell’anima religiosa, « tutta raccolta e concentrata in se stessa » per conformarsi allo spirito della sua regola, aspirarne la linfa vitale, succhiarne la sostanza, senza sperdersi a desiderare né a intraprendere alcun’altra cosa!…

275. La scorza é dura. – La regola, nella sua espressione, conserva ordinariamente una rigidità nell’incedere, una freddezza nel volto, che non colpisce direttamente né l’immaginazione né il sentimento. Tuttavia è sempre l’espressione perfetta della volontà di Dio e la forma essenziale della pietà religiosa. Colui che sa spezzare questa scorza ed estrarre il frutto sostanzioso ch’essa racchiude, sa quale ricchezza di forte e sano nutrimento vi si contiene. Soltanto le anime sviate dal sentimentalismo ignorano questi tesori. La regola non parla al cuore, essi dicono. Che cosa è dunque il nostro cuore?… Forse si nutre soltanto di oh! o di ah! …? In questo modo, la pietà non troverebbe allora quasi nulla nella Sacra Scrittura, nulla nelle leggi della Chiesa, nulla negli scritti dei più grandi dottori.

276. Il libro da divorare. – « Prendi questo libro e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele » (Ap 10, 9). Così dice l’angelo della regola ad ogni anima consacrata. Il religioso sentimentale si stupisce; teme quest’amarezza che è il primo risultato percepito dall’azione proposta. Perché Dio non gli mette subito il miele in bocca? Oh, il miele! Cerca forse seriamente altro? Egli ignora che non si può assaporare la dolcezza del vero miele, cioè gustare Dio nella parte superiore dell’anima, se non dopo aver operato nella parte inferiore il rinnegamento dell’io.

Il vero religioso, al contrario, comprende l’invito che gli è rivolto e l’accetta. Non trova nulla di strano nel dover mangiare un libro, e lo mangia. Tale azione non è certamente facile, né gradevole, anzi è arida e dura; ma gli è stato detto: « Prendi e mangia », ed egli obbedisce. Non paventa l’amaro, ossia il lavoro di rinnegamento di se stesso, che è sempre la prima cosa operata dalla regola. E gusta in bocca la dolcezza del miele, ossia trova Dio, vero miele e vera dolcezza dell’anima (cf. Sal 118, 103).

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