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Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma: Il sole di amore

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma:

Il sole di amore

tramonto-e-certosino

Un brano estratto dall’opera Mystica Teologia, nel quale Ugo di Balma ci parla della potenza de il sole d’amore come metafora della passione travolgente per Dio.

Poiché Dio è un fuoco travolgente, divorante, lo spirito dell’uomo espelle tutti i tipi di freddezza, nella misura in cui si accede a stretto contatto con gli impulsi di fuoco d’amore. Quando l’anima, si eleva verso Dio, aspira a una più intima unione con Lui, esponendosi al sole cocente dei dardi dello spirito divino, e come stoppa è esposta ai raggi del sole ed incendiata dal fuoco disceso dal cielo.

Questo sole accende lo spirito in tre modi: in primo luogo, perché per sua natura aumenta l’ardore nello stato d’animo, e mediante questo ardore che si incenerisce gli ostacoli che impediscono all’amore di ardere ancora più incessantemente. In secondo luogo, perché dà benefici spirituali che fanno perfetto l’amore. Terzo e ultimo, perché infiamma la mente in modo che tu possa amare solo Dio con amore estremamente ardente. Oltre a questa saggezza l’anima si infiamma in modo che l’amore ardente per il prossimo diventi come amare se stesso, affinchè non ci si scoraggi nell’ avere un insaziabile desiderio di totale unione con Dio.

 

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Dom Lorenzo Surio

 

surius

Nell’articolo odierno, voglio farvi conoscere il certosino Lorenz Sauer noto come Lorenzo Surio, o in latino Laurentius Surius. Egli nacque a Lubecca nel 1522 in una famiglia luterana. Fu uno studente prima della Facoltà di Lettere dell’Università di Francoforte sull’Oder, e poi di Colonia, dove ebbe come compagni ed amici di studi Nicolas Van Esch (Eschius) e Pietro Canisio. Quest’ultimo lo convinse e lo introdusse alla Chiesa Cattolica, convertendolo. Nella città di Colonia Lorenzo ebbe l’opportunità di conoscere e frequentare Dom Giovanni Giusto Lanspergio, del quale rimase affascinato e fu attratto dalla vita certosina. A seguito di ciò decise di entrare, giovanissimo, nella certosa Santa Barbara di Colonia il 23 febbraio del 1540, facendo la Professione solenne il 21 febbraio del 1541 e ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1543. Fatta eccezione per un breve soggiorno alla vicina certosa di Magonza, nel 1548, Dom Lorenzo Surio trascorse trentasei anni di vita monastica tra le mura della certosa di Colonia. Egli si dedicò alacremente alla scrittura coniugandola con grande fervore alla sua attività religiosa dove fu un modello di pietà, di rigida osservanza delle regole dell’Ordine. Morì nella sua amata cella il 23 maggio del 1578.
Tra i suoi scritti vi furono molte opere riguardanti l’agiografia e la storia della Chiesa, ed inoltre tradusse in latino diverse opere di ascetica e teologia di autori mistici renani, fiamminghi ed olandesi. La sua opera più nota fu il De probatis sanctorum historiis (7 voll., 1576-81). Un grande studioso che seppe conciliare la sua inclinazione verso la scrittura con la rigida ed austera vita claustrale certosina. Questo particolare è sottolineato nel dipinto che ho inserito in questo articolo, laddove Dom Lorenzo viene raffigurato a scrivere con il pennino all’interno della sua cella, con alle spalle diversi volumi, mentre sullo sfondo si fa riferimento alla sua dedizione per la vita monastica certosina, fatta di preghiere e meditazione.

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La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

IL SUO CAMMINO

300. L’ago e il filo. – 301. Triplice spogliamento esteriore. – 302. Spogliamento interiore. – 303. Il perché dell’unione delle potenze. – 304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – 305. 1 doni di Dio che diventano ostacoli.

300. L’ago e il filo. – Per comprendere meglio i risultati purificatori, cerchiamo di seguire l’azione divina nel suo alternarsi di gioie e di dolori. Nessuno forse ce ne ha dato un quadro più completo e più conciso di quello di p. Antonio del SS. Sacramento, nel suo Ritiro dei dieci giorni-. Senza dubbio, la sua esposizione, come tutto ciò che è sintesi umana, presenta più rigore metodico di quanto ve ne sia nella realtà. Le vie di Dio, infatti, sono varie quanto le esistenze. Tuttavia, gli avvenimenti osservati nelle anime rivelano una certa economia generale, le cui grandi linee sono ben definite nella sintesi del p. Antonio. A chi cerca vedute di unità, le indicazioni rivelatrici non sono date per mezzo delle varietà accidentali, ma per mezzo dei tratti più salienti in cui si dichiara la somiglianza dei procedimenti divini.

Dio solo è Dio; nessuno dei suoi doni è lui, eccetto, in qualche modo, la grazia santificante, che è la sua vita in noi, con le trasformazioni che opera in noi e che sono la nostra vita in lui. Gli altri doni di Dio non sono che gli strumenti delle sue operazioni. Anche quei doni del tutto spirituali, che penetrano nel più intimo dell’anima, sono soltanto una preparazione della sua dimora in noi. Non sono perciò destinati a fermarsi, bensì ad operare e passare, altrimenti ritarderebbero o impedirebbero la azione della grazia. Ciò è chiarito dal grazioso paragone di san Francesco di Sales, circa l’ago il quale, se si ferma nel tessuto, non lascia passare il filo. E, come nella cucitura o nel ricamo, i punti si succedono e si aggiungono secondo l’attività del passaggio dell’ago, così nell’anima si susseguono i doni e gli avanzamenti divini.

Rallentare il passaggio di un dono vuol dire diminuire la purezza e la rapidità dell’operazione e, di conseguenza, ritardare l’arrivo di un altro dono. « Se io non me ne vado – dice il Salvatore – non verrà a voi il Consolatore » (Gv 16, 7). Affinché Dio cresca occorre che chi è precursore si eclissi (cf. Gv 3, 30).

301. Triplice spogliamento esteriore. – I primi doni che esercitano la loro azione sono, abitualmente, le consolazioni sensibili, le quali affluiscono nella parte inferiore dell’anima per allontanarla dalle seduzioni dei sensi e unirla a Dio. Esse durano il tempo necessario ad ottenere il loro effetto, poi scompaiono seguite dall’aridità, il cui compito sarà di purificare la sensibilità dalle sue false compiacenze nelle dolcezze sensibili.

Allorché l’aridità ha compiuto la sua opera, Dio invia un dono migliore, quello dei lumi, che purificheranno l’intelligenza dalle sue vedute terrene e l’inizieranno ai misteri di Dio e del suo Cristo. Nel firmamento dello spirito si aprono magnifiche vedute sulle cose, disegni, parole, operazioni di Dio, sulle sue perfezioni e sulla sua vita. E quando lo sguardo è sufficientemente retto, fortificato ed elevato, i lumi s’eclissano, si fa notte. La mente si spoglia allora delle adesioni alle false luci.

Terminata la sua missione, questo periodo di tenebre aprirà la porta a nuove infusioni divine. Desideri santi, infuocati ardori s’impossesseranno della volontà e la trascineranno ad immensi sacrifici per Dio, per la santa Chiesa, per le anime. Il calore inebriante continuerà in grado bastevole a cattivarsi la generosità del cuore e, a sua volta ancora, esso si estinguerà in un disgusto ed in un’impotenza che dovranno svincolare gli affetti dai loro attaccamenti egoistici a questi doni così penetranti.

Terminato questo nuovo spogliamento, l’anima ritroverà una forza più pura per agire, una facilità più vigorosa per operare per Dio e secondo Dio. Ecco dove la conduce la triplice fase dei doni e degli annientamenti che operano sui sensi, sulla mente e sul cuore in vista del loro spogliamento esteriore.

302. Spogliamento interiore. – Ma non è tutto finito. L’anima è ormai distaccata all’esterno, ma non ancora nell’interno; è distaccata dal creato, ma non da se stessa. Le sue potenze conservano dei segreti e sottilissimi legami alle loro impressioni, vedute ed affetti. Queste alterazioni non possono sussistere con la vita divina; saranno perciò espulse da nuove operazioni più crocifiggenti, poiché staccheranno l’anima da se stessa. Qui gli spogliamenti si susseguono senza grandi intramezzi di periodi di consolazioni, senza altre soste che quelle che esige un cammino lungo e penoso. Questo stato viene chiamato dai santi la traversata del grande deserto.

A tutta prima, la parte inferiore sarà agitata da spaventose tentazioni di impurità, di collera, d’impazienza, ecc.; tutto è sconvolto dalle passioni.

A loro volta, l’intelligenza e la volontà saranno scosse e desolate da tentazioni terribili di dubbi, disperazioni, bestemmie, angosce, tenebre, rinunzie, abbandono di Dio, oppressioni, ecc.

L’opera di annientamento va oltre. Ecco che Dio toglie all’anima la virtù attiva, cioè quella facilità di agire che era stata rispettata dalle ultime tempeste. L’impotenza diviene tale che le forze non hanno più altro potere che quello di ricevere e soffrire.

Infine, quest’ultimo residuo della loro attività naturale, questa virtù passiva si va anch’essa paralizzando al punto da non poter compiere da sola il minimo movimento. La parte umana non fornisce più neppure l’energia per l’accettazione; di là non viene più nulla, né un pensiero, né un sentimento, né un atto. Più nessun movimento umano; tutto è tolto, distrutto, annientato. La vita puramente naturale dell’anima non è capace di nulla; è la morte mistica, l’ultimo passaggio dalla morte alla vita.

In questa fase di aridità e di annientamento interiore, l’anima è fissata in Dio, non più come nel periodo degli spogliamenti esteriori, da parte della sua attività e delle sue facoltà in cui tutto sembrava in disordine, ma dal suo centro e senza che ella stessa se ne renda sempre conto. Infatti, assorbita dallo sconvolgimento delle sue potenze, essa si crede spesso abbandonata e perduta. Solo in qualche sprazzo di luce confortevole può costatare come Dio la custodisca.

303. Il perché dell’unione delle potenze. – Qual è il motivo e la necessità di questo totale annientamento della virtù attiva e passiva, questa unione delle potenze in ogni movimento di azione e di passione? Dal fatto che l’anima deve perdere tutto il modo di vedere, di volere, di agire e di ricevere umanamente per sé, fuori di Dio. Le sue facoltà sono bandite solo per impedirle ogni minimo movimento umano. Questa specie di paralisi transitoria è la via per arrivare al grado di spogliamento, precedentemente indicato da san Francesco di Sales (n. 188), e rallegrarsi infine nella trasformazione. « Bisogna, diceva san Paolo, che quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5, 15-17).

Allorché si sono cancellate le ultime tracce della vetustà del vecchio uomo, Dio entra nel pieno possesso dell’anima, e l’anima nell’unica possessione del suo Dio per mezzo del matrimonio mistico, in cui si consuma lo stato di unità. In questo stato, l’anima non ha più altro movimento che in quello di Dio; nessun impulso della natura determina le sue azioni, che sono determinate dalla volontà di Dio, unico e sovrano motore delle sue facoltà. Dio compie in essa tutte le sue opere. Le sue potenze, svincolate dalla tirannia delle creature e dalla propria indipendenza, sono ora pienamente libere, sovranamente operanti, sotto lo stimolo della volontà di Dio.

304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – Queste diverse operazioni fanno successivamente salire l’anima attraverso i cinque gradi della pietà. Le consolazioni giungono all’inizio della vita spirituale e corrispondono d’ordinario ai due gradi della fuga del peccato. I lumi accompagnano sovente il terzo grado della rettitudine. I grandi desideri e la facilità d’agire sono stati dati al quarto grado. Le altre operazioni, talvolta incominciate in questo grado, si compiono, nella maggior parte, solo nel quinto grado.

È bene considerare questa via della santità fino alle sue più alte vette. Comprendo così un poco quel che sono i santi, vedo meglio quale distanza mi separa da essi e mi animo a nutrirmi del pane nutriente della rinunzia, che mi darà la forza di giungere, sulle loro orme, al monte di Dio (cf. 1Re 19, 7-8). E non soltanto vedo meglio l’altezza del monte, ma scorgo più chiaramente la purezza immacolata del suo vertice. Più luminosa mi appare la distinzione tra i doni che passano e la glorificazione del nome che resta; più viva la consapevolezza che il mio unico bene consiste nell’aderire a Dio solo; più chiara la certezza che soltanto le operazioni divine sono capaci di condurre le anime sulle sue vette; più puro, di conseguenza, il bisogno di vedere, amare e cercare soltanto Dio in ogni cosa; più ferma, infine, la confidenza che poggia unicamente in lui. E così, col salmista, io canto dal più profondo del cuore: « Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio » (Sal 72, 28).

305. I doni di Dio che diventano ostacoli. – Debbo considerare una lezione, forse ancor più immediatamente pratica, atta a dissipare tante e non lievi illusioni. Non v’è nulla che possa aprire gli occhi quanto il vedere i doni stessi di Dio, non soltanto quelli di ordine materiale e temporale, ma anche i doni più spirituali, quelli destinati più direttamente al progresso della mia anima, ossia le consolazioni di Dio, i suoi lumi, i suoi ardori, divenire, per l’anima che si attacca ad essi, un ostacolo all’azione divina. Tanto è rigoroso il principio fondamentale dell’ordine essenziale!… (nn. 70-73), vasto di disordine dell’adesione al creato, pericolosa l’aberrazione di non comprendere che Dio solo è Dio, elevata e pura la sorte dell’uomo che deve vivere soltanto di Dio, da Dio e per Dio! Ah, se il mio occhio sapesse restare in questa luce, il mio cuore in questo irraggiamento, la mia vita in questa verità! Quanti annientamenti penosi Dio è obbligato ad operare, a causa degli ostacoli che io pongo alla sua azione! E quanto essi avverrebbero più agevolmente e più sollecitamente se io vigilassi per non attaccarmi alla falsità e non indugiare nel basso!

Fratello Jeronimo Durban

Ancora una vita esemplare di un fratello donato certosino, questa storia viene dalla certosa di Vall de Cristo, di cui possiamo ammirare una ricostruzione virtuale molto interessante.

Fratello Jeronimo Durban

Poca ricchezza e molta virtù, ecco ciò che distingueva la famiglia Durban. Avremmo difficilmente trovato nella città di Valencia (Spagna) un posto più umile e più onesto allo stesso tempo. Queste persone valorose educavano la loro piccola famiglia nella pietà e nel timore di Dio. I bambini, costretti a bastare a se stessi, perpetuano le pie tradizioni della loro casa.Colui, a cui dedichiamo questo racconto, era mirabilmente dotato sia nello spirito come nel cuore. Fu, molto dispiaciuto, di accontentarsi dell’educazione comune data ai figli dei lavoratori. Ma, in cambio, fece progressi veloci nella scienza della salvezza. Troppo giovane, amava la preghiera, fuggiva dal gioco e andava in Chiesa. Appena trascorsa l’infanzia, provò questa attrazione misteriosa per le cose sante, che è uno dei tratti distintivi più comuni della vocazione religiosa. Nel corso degli anni l’attrazione fu definita e non avendo il minimo dubbio rispetto i disegni di Dio su di lui, parte per Vall de Cristo. Egli aveva le competenze richieste e soddisfaceva le condizioni indispensabili per essere ammesso tra i conversi. Ma questa situazione non si adattava bene alla sua umiltà, egli si considerava felice di essere collocato nell’ultimo posto della famiglia. Nessuno può decidere di salire più in alto. Questo è il motivo per cui Jerome Durban rimase donato tutta la vita.

Il buon fratello non ha mai lasciato il suo ruolo. Aveva una benevolenza estrema verso tutti, buono e paziente anche per gli animali. Era ammirato dalla comunità per il suo amore per l’osservanza, per la semplicità dei suoi modi, per il suo solito linguaggio riservato. Il suo esterno, però, si distingueva al punto che lo chiamavano Padre Jeronimo, Dom Jeronimo. L’abitudine del raccoglimento, la lettura di autori spirituali, la meditazione, lo familiarizzavano con i segreti della vita interiore. I suoi confratelli, attratti dal fascino della sua conversazione ed il buon odore dei suoi esempi, cercavano con emozione la sua presenza.

Da infanzia, si notava in lui una grande pietà per la Santa Vergine. Questa devozione non faceva altro che crescere nel corso degli anni. Nel chiostro, il Fratello Durban era notato come un devoto servo di Maria. Questa buona Madre lo ricompensò visibilmente. Colpito da un cancro nella lingua, intorno all’età di sessant’anni, il pio donato soffrì per un lungo tempo dolori lancinanti, in grado di esaurire la pazienza del più provato degli uomini. Dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti, pronunciò alcune parole piene di unzione e cantò le misericordie del Signore. Poi, avvertito della sua fine vicina, accese alcuni ceri che aveva in serbo per questa solenne occasione. Dopo recitò il Pater, l’Ave, il Credo, la Salve Regina e si addormentò nel sonno dei giusti alla stessa ora. Era il 26 dicembre dell’anno 1601.

Due preghiere di Dom Polycarpe

in-preghiera

Dopo avervi fatto conoscere, recentemente, lo stravagante Priore certosino Dom Polycarpe de la Rivière, vi offro due preghiere scritte e concepite da lui, ove cogliamo la sua profonda devozione a Cristo.

Oh Amore

“O Amore, Tu che sei forte e potente! Più forte e potente della morte, essendo attratti dal cielo sulla terra per aver umanizzato il Divino, l’Immortale di ucciderlo, davvero più forte della morte, più forte di Dio comandante a morte, ordinato da Amore.Amore, ahimè! Morire per noi, che sta morendo d’amore, quella notte, che seduce ed è sbagliato farci del bene, ci arricchisca e ci salvi!Amen.”

Ahimè!

“Ahimè! Quando arriverà il giorno che la dolcezza di un ritorno mi priverà dell’ impazienza? Quando potrò godere di ciò ? E quando potrò rimanere in Vostra presenza? Perché, sono stanco! Se a lungo soffro per la distanza dal solo che io amo? La mia sete è in crescita costante, I fondi languono, lo vedrò ancora? O amare! O morire! O morire e amare! Morire di amore eterno, amare di non morire e perire nella morte eterna! Viva l’amore e la morte del mio Dio! Viva Gesù, amore, vita del mio cuore! Amen. “

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO III

I SUOI MODI

295. Spogliare e rivestire. – 296. Consolazioni e prove. – 297. L’intenzione di Dio. – 298. Effetti divini della gioia e del dolore. – 299. Divina testimonianza d’amore.

295. Spogliare e rivestire. – Essendo intimamente penetrato dall’idea e dal desiderio di Dio, mi resta solo da iniziarmi, più praticamente, ai suoi vari modi di procedere. Le ammirabili delicatezze che vi scoprirò mi uniranno maggiormente al suo desiderio e alla sua idea, e mi adatteranno meglio alla sua azione in me e ai mezzi di cui si serve. E saprò ancora poco, purché apprenda però ciò che mi è possibile e necessario. Infatti, mi è possibile e indispensabile conoscere almeno qualcuna delle grandi linee dell’opera dell’artista supremo.

Ora, come ho già visto (nn. 212, 273), per effettuare il mio perfezionamento, Dio ha due operazioni da compiere simultaneamente, fino al termine della sua opera: spogliarmi dell’umano e rivestirmi del divino. E non mi può rivestire senza spogliarmi. Allorché i congegni sono insudiciati o deteriorati, occorre pulire e riparare la macchina. Dopo averle ridato capacità e precisione, occorre lubrificarla e rimetterla in moto. Così, l’azione divina deve dunque togliere le macchie della mia anima, ridarle l’integrità, affinché abbia nuovamente la facilità del movimento e la potenza dell’avanzamento.

Le due operazioni devono essere compiute, in tutte le mie facoltà, fino al totale compimento e alla perfetta realizzazione del disegno divino.

296. Consolazioni e prove. – Per questo duplice lavoro, Dio adopera i suoi mezzi. Le creature che hanno relazione con me sono adoperate da lui per il compimento di quest’opera. Ciò avviene spessissimo e in vari modi, poiché i procedimenti divini si diversificano senza misura, secondo le anime e gli stati dell’anima. Come gli impulsi dell’artista eterno e i colpi dei suoi strumenti hanno il duplice scopo di liberare e di elevare, così le diverse impressioni dell’anima lavorata da Dio si riducono quasi universalmente a due: la sofferenza e la consolazione. È in questi due modi che io posso classificare e considerare tutti i procedimenti dell’azione divina. Dio si serve di certe creature per provarmi, distaccandomene, e di certe altre per incoraggiarmi.

Egli alterna e combina questi due modi di agire, mescolando il dolore alla gioia, prolungando un piacere o una sofferenza, alternando l’uno all’altra, come nell’ordine materiale fa succedere la pioggia al sole, la calma alla bufera. Nel capitolo seguente vedremo in qual modo le operazioni divine siano, quasi di continuo, un alternarsi di doni che consolano, illuminano e riscaldano, e di prove che dèsolano, accecano e rendono impotenti. Ma il mistero più stupendo di tali operazioni è la dolcezza che nasce dall’amarezza, è il favo di miele nella bocca del leone (cf. Gdc 14, 14). Si vedrà, in seguito (n. 326), come il fiume di gioia può scaturire dalle acque amare.

297. L’intenzione di Dio. – Perché gli strumenti usati da Dio producono gli uni il dolore, gli altri la gioia? Qual è il motivo delle gioie e delle prove? Certo, Dio non mi manda la consolazione allo scopo puerile di divertirmi, né mi invia la sofferenza allo scopo crudele di torturarmi. Dio non agisce né da bambino, né da carnefice, ma da padre. La sua condotta a mio riguardo è sempre grave e paterna. A lui sta essenzialmente a cuore uno scopo dal quale la sua paternità non gli permette di deflettere: vuole essermi padre in tutto, ossia, vuole darmi la sua vita. Per questo gli sta a cuore di liberarmi e incoraggiarmi. Liberarmi: è il grande motivo delle sofferenze. Incoraggiarmi: è il grande motivo delle consolazioni. Nell’intenzione di Dio, le creature non mi recano dolore, se non nella misura del distacco, dell’espiazione e della riparazione che mi è necessaria; e non mi apportano gioia, se non nella misura dello slancio del quale ho bisogno. Le sofferenze distaccano dalle creature; le consolazioni uniscono a Dio; ecco la sua intenzione.

298. Effetti divini della gioia e del dolore. – Ah, gli effetti della gioia santa!… gli effetti della sofferenza santa!… in un’anima in cui l’operazione divina non incontra troppi ostacoli volontari!… Quanto slancio e vigore comunica la gioia, quanta vivacità e zelo per il bene! Essa stabilisce correnti di generosità e di dedizione, stimoli di ascesa e di perfezione. È il sole della vita, che penetra fino alle ossa e al midollo, e porta ovunque il benessere e la fecondità (cf. Sal 50, 10).

Il dolore ha forse meno potere? Come sa esso penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i pensieri e le intenzioni del cuore. Esso è onnipotente nel recidere i legami, purificare le sozzure, far cadere le scorie e recare all’anima la santa libertà dello spogliamento, la robusta energia dell’abnegazione, l’eroismo virile del sacrificio. Quanto sono belli, grandi e preziosi i frutti della prova, soprattutto quelli ch’essa mi reca da parte di Dio!

299. Divina testimonianza d’amore. – Non è troppo difficile alla natura umana, riconoscere nella gioia un sorriso di Dio (n. 321). All’anima consolata da Dio sembra che egli sia contento di lei; anche lei è contenta di lui. È incontestabile che la consolazione sia una prova del suo amore. Ma nella sofferenza!… La sofferenza sotto tutte le forme: interna ed esterna, dello spirito, del cuore e dei sensi! Vi è quaggiù testimonianza più divina dell’amore di colui che ci ama tanto? Tra amici, effettivamente, la prova più forte di amore, il punto più elevato dell’amicizia non consiste nel rendere all’amico, per devozione di fedeltà, un servizio che gli sarà doloroso ma necessario? Far piacere, dir parole gradite, non oltrepassa in nulla la capacità degli affetti più tenui. Ma dire una verità penosa, annunziare una notizia desolante, dare un avvertimento spiacevole, domandare un sacrificio straziante…, fare questo all’amico, e perché l’amicizia ne dà non soltanto il diritto, ma anche la forza: questo è il sommo atto dell’amicizia. Così agisce il Padre mio con me. Per amore, egli si rassegna a farmi soffrire; la sua carità ve lo spinge, ve lo costringe. Questa operazione è necessaria alla mia purificazione e alla dilatazione della mia vita; ma la sua Paternità non gli permetterà giammai di lasciarmi intristire lontano da sé, senza impiegare i mezzi per farmi vivere in lui; tanto è grande il suo amore per me. Mio Dio! quanto poco comprendo il vostro amore!

Gli Effetti della Grazia (II)

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Eccovi, cari amici, la seconda parte della meditazione sugli effetti della Grazia.

Gli Effetti della Grazia

(parte seconda)

La timidezza spirituale, che è una forma insidiosa e mascherata dell’amore di sé, è solo smascherata e respinta per la luce della grazia. La delusione di non potere niente e non valere niente, diventa gratitudine, lascia evidente che dobbiamo consegnarci a Dio stesso. Così entriamo nel rapporto perfetto che deve unire la creatura perduta ed il Salvatore che la trova e la salva. Siamo i beneficiari senza alcun merito da parte nostra, mentre Egli è il donatore ed il dono inestimabile. “Che cosa possiedi, che non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (I Cor 4,7).

Il nostro ardore vile a cercare la considerazione e le grazie degli uomini, ha la fonte nella nostra mancanza di interesse per le meraviglie che la Grazia vuole operare in noi e la nostra cecità, davanti alla dignità di figli di Dio. La gelosia e l’ambizione che avvelenano la vita dell’uomo non hanno altra radice che l’ignoranza dei suoi privilegi divini. L’orgoglio e la vanità non sono basati su un apprezzamento esagerato, ma su un apprezzamento insufficiente per ciò che è nostro, se lo vogliamo accettare. C’è un senso di inferiorità che è un insulto a Dio ed un grave pericolo per l’anima. La psicoanalisi parla della repressione degli istinti, ma ignora il rifiuto delle ispirazioni divine, i cui effetti sono infinitamente più dannosi all’essere razionale. È questo complesso che conduce l’anima a piegarsi al mondo materiale, dopo su se stessa e, infine, ad atrofizzarsi. Urge strappare questo germe della morte che è il disprezzo del nostro vero destino e del dono di Dio. “Spogliatevi dell’uomo vecchio, quello del precedente comportamento che si corrompe inseguendo seducenti brame, rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4, 22-24).

Dobbiamo obbedire e sottometterci: è la legge di tutta la creazione mentre non è inclusa nell’ordine della grazia. Ma il messaggio di salvezza che ci viene detto è il rimedio per tutte le forme di miseria. Impariamo a vivere secondo l’esempio dello Spirito: se questo sembra una schiavitù agli uomini che non conoscono la chiave del suo essere, noi sappiamo che questo è la libertà più pura. “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho aiutato” (II Cor 6, 1-2).

Ma se in realtà noi siamo privilegiati, la gratitudine ci costringe, dal momento che abbiamo questa consapevolezza, a confessarLo davanti a tutti. Quando Dio è accusato e offeso dalle bestemmie a causa dei mali che gli errori degli uomini hanno attratto al nostro mondo, spetta a noi, che siamo Suoi figli, lodarLo per la sua infinita bontà e misericordia. Ciò che è in gioco è l’onore del Padre nostro, che è costantemente ignorato e offeso. Questo pensiero è un tormento, ma è anche una scintilla che accende l’anima e la spinge a darsi completamente. Così l’uomo vuole, almeno secondo le sue forze, dare gloria a Dio per tutta la creazione. Non c’è più nobile passione né più ardente di questa impazienza del figlio di rendere gli onori che sono dovuti al Padre, l’impazienza di agire e soffrire per dare la vita affinché Lui riceva ciò che gli altri gli rifiutano. Tale liberalità è una ricchezza infinita e in questo senso si dice: “Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).

(Un certosino)