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La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

I SUOI MODI

295. Spogliare e rivestire. – 296. Consolazioni e prove. – 297. L’intenzione di Dio. – 298. Effetti divini della gioia e del dolore. – 299. Divina testimonianza d’amore.

295. Spogliare e rivestire. – Essendo intimamente penetrato dall’idea e dal desiderio di Dio, mi resta solo da iniziarmi, più praticamente, ai suoi vari modi di procedere. Le ammirabili delicatezze che vi scoprirò mi uniranno maggiormente al suo desiderio e alla sua idea, e mi adatteranno meglio alla sua azione in me e ai mezzi di cui si serve. E saprò ancora poco, purché apprenda però ciò che mi è possibile e necessario. Infatti, mi è possibile e indispensabile conoscere almeno qualcuna delle grandi linee dell’opera dell’artista supremo.

Ora, come ho già visto (nn. 212, 273), per effettuare il mio perfezionamento, Dio ha due operazioni da compiere simultaneamente, fino al termine della sua opera: spogliarmi dell’umano e rivestirmi del divino. E non mi può rivestire senza spogliarmi. Allorché i congegni sono insudiciati o deteriorati, occorre pulire e riparare la macchina. Dopo averle ridato capacità e precisione, occorre lubrificarla e rimetterla in moto. Così, l’azione divina deve dunque togliere le macchie della mia anima, ridarle l’integrità, affinché abbia nuovamente la facilità del movimento e la potenza dell’avanzamento.

Le due operazioni devono essere compiute, in tutte le mie facoltà, fino al totale compimento e alla perfetta realizzazione del disegno divino.

296. Consolazioni e prove. – Per questo duplice lavoro, Dio adopera i suoi mezzi. Le creature che hanno relazione con me sono adoperate da lui per il compimento di quest’opera. Ciò avviene spessissimo e in vari modi, poiché i procedimenti divini si diversificano senza misura, secondo le anime e gli stati dell’anima. Come gli impulsi dell’artista eterno e i colpi dei suoi strumenti hanno il duplice scopo di liberare e di elevare, così le diverse impressioni dell’anima lavorata da Dio si riducono quasi universalmente a due: la sofferenza e la consolazione. È in questi due modi che io posso classificare e considerare tutti i procedimenti dell’azione divina. Dio si serve di certe creature per provarmi, distaccandomene, e di certe altre per incoraggiarmi.

Egli alterna e combina questi due modi di agire, mescolando il dolore alla gioia, prolungando un piacere o una sofferenza, alternando l’uno all’altra, come nell’ordine materiale fa succedere la pioggia al sole, la calma alla bufera. Nel capitolo seguente vedremo in qual modo le operazioni divine siano, quasi di continuo, un alternarsi di doni che consolano, illuminano e riscaldano, e di prove che dèsolano, accecano e rendono impotenti. Ma il mistero più stupendo di tali operazioni è la dolcezza che nasce dall’amarezza, è il favo di miele nella bocca del leone (cf. Gdc 14, 14). Si vedrà, in seguito (n. 326), come il fiume di gioia può scaturire dalle acque amare.

297. L’intenzione di Dio. – Perché gli strumenti usati da Dio producono gli uni il dolore, gli altri la gioia? Qual è il motivo delle gioie e delle prove? Certo, Dio non mi manda la consolazione allo scopo puerile di divertirmi, né mi invia la sofferenza allo scopo crudele di torturarmi. Dio non agisce né da bambino, né da carnefice, ma da padre. La sua condotta a mio riguardo è sempre grave e paterna. A lui sta essenzialmente a cuore uno scopo dal quale la sua paternità non gli permette di deflettere: vuole essermi padre in tutto, ossia, vuole darmi la sua vita. Per questo gli sta a cuore di liberarmi e incoraggiarmi. Liberarmi: è il grande motivo delle sofferenze. Incoraggiarmi: è il grande motivo delle consolazioni. Nell’intenzione di Dio, le creature non mi recano dolore, se non nella misura del distacco, dell’espiazione e della riparazione che mi è necessaria; e non mi apportano gioia, se non nella misura dello slancio del quale ho bisogno. Le sofferenze distaccano dalle creature; le consolazioni uniscono a Dio; ecco la sua intenzione.

298. Effetti divini della gioia e del dolore. – Ah, gli effetti della gioia santa!… gli effetti della sofferenza santa!… in un’anima in cui l’operazione divina non incontra troppi ostacoli volontari!… Quanto slancio e vigore comunica la gioia, quanta vivacità e zelo per il bene! Essa stabilisce correnti di generosità e di dedizione, stimoli di ascesa e di perfezione. È il sole della vita, che penetra fino alle ossa e al midollo, e porta ovunque il benessere e la fecondità (cf. Sal 50, 10).

Il dolore ha forse meno potere? Come sa esso penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i pensieri e le intenzioni del cuore. Esso è onnipotente nel recidere i legami, purificare le sozzure, far cadere le scorie e recare all’anima la santa libertà dello spogliamento, la robusta energia dell’abnegazione, l’eroismo virile del sacrificio. Quanto sono belli, grandi e preziosi i frutti della prova, soprattutto quelli ch’essa mi reca da parte di Dio!

299. Divina testimonianza d’amore. – Non è troppo difficile alla natura umana, riconoscere nella gioia un sorriso di Dio (n. 321). All’anima consolata da Dio sembra che egli sia contento di lei; anche lei è contenta di lui. È incontestabile che la consolazione sia una prova del suo amore. Ma nella sofferenza!… La sofferenza sotto tutte le forme: interna ed esterna, dello spirito, del cuore e dei sensi! Vi è quaggiù testimonianza più divina dell’amore di colui che ci ama tanto? Tra amici, effettivamente, la prova più forte di amore, il punto più elevato dell’amicizia non consiste nel rendere all’amico, per devozione di fedeltà, un servizio che gli sarà doloroso ma necessario? Far piacere, dir parole gradite, non oltrepassa in nulla la capacità degli affetti più tenui. Ma dire una verità penosa, annunziare una notizia desolante, dare un avvertimento spiacevole, domandare un sacrificio straziante…, fare questo all’amico, e perché l’amicizia ne dà non soltanto il diritto, ma anche la forza: questo è il sommo atto dell’amicizia. Così agisce il Padre mio con me. Per amore, egli si rassegna a farmi soffrire; la sua carità ve lo spinge, ve lo costringe. Questa operazione è necessaria alla mia purificazione e alla dilatazione della mia vita; ma la sua Paternità non gli permetterà giammai di lasciarmi intristire lontano da sé, senza impiegare i mezzi per farmi vivere in lui; tanto è grande il suo amore per me. Mio Dio! quanto poco comprendo il vostro amore!

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