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  • Memini, volat irreparabile tempus

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La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

IL SUO CAMMINO

300. L’ago e il filo. – 301. Triplice spogliamento esteriore. – 302. Spogliamento interiore. – 303. Il perché dell’unione delle potenze. – 304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – 305. 1 doni di Dio che diventano ostacoli.

300. L’ago e il filo. – Per comprendere meglio i risultati purificatori, cerchiamo di seguire l’azione divina nel suo alternarsi di gioie e di dolori. Nessuno forse ce ne ha dato un quadro più completo e più conciso di quello di p. Antonio del SS. Sacramento, nel suo Ritiro dei dieci giorni-. Senza dubbio, la sua esposizione, come tutto ciò che è sintesi umana, presenta più rigore metodico di quanto ve ne sia nella realtà. Le vie di Dio, infatti, sono varie quanto le esistenze. Tuttavia, gli avvenimenti osservati nelle anime rivelano una certa economia generale, le cui grandi linee sono ben definite nella sintesi del p. Antonio. A chi cerca vedute di unità, le indicazioni rivelatrici non sono date per mezzo delle varietà accidentali, ma per mezzo dei tratti più salienti in cui si dichiara la somiglianza dei procedimenti divini.

Dio solo è Dio; nessuno dei suoi doni è lui, eccetto, in qualche modo, la grazia santificante, che è la sua vita in noi, con le trasformazioni che opera in noi e che sono la nostra vita in lui. Gli altri doni di Dio non sono che gli strumenti delle sue operazioni. Anche quei doni del tutto spirituali, che penetrano nel più intimo dell’anima, sono soltanto una preparazione della sua dimora in noi. Non sono perciò destinati a fermarsi, bensì ad operare e passare, altrimenti ritarderebbero o impedirebbero la azione della grazia. Ciò è chiarito dal grazioso paragone di san Francesco di Sales, circa l’ago il quale, se si ferma nel tessuto, non lascia passare il filo. E, come nella cucitura o nel ricamo, i punti si succedono e si aggiungono secondo l’attività del passaggio dell’ago, così nell’anima si susseguono i doni e gli avanzamenti divini.

Rallentare il passaggio di un dono vuol dire diminuire la purezza e la rapidità dell’operazione e, di conseguenza, ritardare l’arrivo di un altro dono. « Se io non me ne vado – dice il Salvatore – non verrà a voi il Consolatore » (Gv 16, 7). Affinché Dio cresca occorre che chi è precursore si eclissi (cf. Gv 3, 30).

301. Triplice spogliamento esteriore. – I primi doni che esercitano la loro azione sono, abitualmente, le consolazioni sensibili, le quali affluiscono nella parte inferiore dell’anima per allontanarla dalle seduzioni dei sensi e unirla a Dio. Esse durano il tempo necessario ad ottenere il loro effetto, poi scompaiono seguite dall’aridità, il cui compito sarà di purificare la sensibilità dalle sue false compiacenze nelle dolcezze sensibili.

Allorché l’aridità ha compiuto la sua opera, Dio invia un dono migliore, quello dei lumi, che purificheranno l’intelligenza dalle sue vedute terrene e l’inizieranno ai misteri di Dio e del suo Cristo. Nel firmamento dello spirito si aprono magnifiche vedute sulle cose, disegni, parole, operazioni di Dio, sulle sue perfezioni e sulla sua vita. E quando lo sguardo è sufficientemente retto, fortificato ed elevato, i lumi s’eclissano, si fa notte. La mente si spoglia allora delle adesioni alle false luci.

Terminata la sua missione, questo periodo di tenebre aprirà la porta a nuove infusioni divine. Desideri santi, infuocati ardori s’impossesseranno della volontà e la trascineranno ad immensi sacrifici per Dio, per la santa Chiesa, per le anime. Il calore inebriante continuerà in grado bastevole a cattivarsi la generosità del cuore e, a sua volta ancora, esso si estinguerà in un disgusto ed in un’impotenza che dovranno svincolare gli affetti dai loro attaccamenti egoistici a questi doni così penetranti.

Terminato questo nuovo spogliamento, l’anima ritroverà una forza più pura per agire, una facilità più vigorosa per operare per Dio e secondo Dio. Ecco dove la conduce la triplice fase dei doni e degli annientamenti che operano sui sensi, sulla mente e sul cuore in vista del loro spogliamento esteriore.

302. Spogliamento interiore. – Ma non è tutto finito. L’anima è ormai distaccata all’esterno, ma non ancora nell’interno; è distaccata dal creato, ma non da se stessa. Le sue potenze conservano dei segreti e sottilissimi legami alle loro impressioni, vedute ed affetti. Queste alterazioni non possono sussistere con la vita divina; saranno perciò espulse da nuove operazioni più crocifiggenti, poiché staccheranno l’anima da se stessa. Qui gli spogliamenti si susseguono senza grandi intramezzi di periodi di consolazioni, senza altre soste che quelle che esige un cammino lungo e penoso. Questo stato viene chiamato dai santi la traversata del grande deserto.

A tutta prima, la parte inferiore sarà agitata da spaventose tentazioni di impurità, di collera, d’impazienza, ecc.; tutto è sconvolto dalle passioni.

A loro volta, l’intelligenza e la volontà saranno scosse e desolate da tentazioni terribili di dubbi, disperazioni, bestemmie, angosce, tenebre, rinunzie, abbandono di Dio, oppressioni, ecc.

L’opera di annientamento va oltre. Ecco che Dio toglie all’anima la virtù attiva, cioè quella facilità di agire che era stata rispettata dalle ultime tempeste. L’impotenza diviene tale che le forze non hanno più altro potere che quello di ricevere e soffrire.

Infine, quest’ultimo residuo della loro attività naturale, questa virtù passiva si va anch’essa paralizzando al punto da non poter compiere da sola il minimo movimento. La parte umana non fornisce più neppure l’energia per l’accettazione; di là non viene più nulla, né un pensiero, né un sentimento, né un atto. Più nessun movimento umano; tutto è tolto, distrutto, annientato. La vita puramente naturale dell’anima non è capace di nulla; è la morte mistica, l’ultimo passaggio dalla morte alla vita.

In questa fase di aridità e di annientamento interiore, l’anima è fissata in Dio, non più come nel periodo degli spogliamenti esteriori, da parte della sua attività e delle sue facoltà in cui tutto sembrava in disordine, ma dal suo centro e senza che ella stessa se ne renda sempre conto. Infatti, assorbita dallo sconvolgimento delle sue potenze, essa si crede spesso abbandonata e perduta. Solo in qualche sprazzo di luce confortevole può costatare come Dio la custodisca.

303. Il perché dell’unione delle potenze. – Qual è il motivo e la necessità di questo totale annientamento della virtù attiva e passiva, questa unione delle potenze in ogni movimento di azione e di passione? Dal fatto che l’anima deve perdere tutto il modo di vedere, di volere, di agire e di ricevere umanamente per sé, fuori di Dio. Le sue facoltà sono bandite solo per impedirle ogni minimo movimento umano. Questa specie di paralisi transitoria è la via per arrivare al grado di spogliamento, precedentemente indicato da san Francesco di Sales (n. 188), e rallegrarsi infine nella trasformazione. « Bisogna, diceva san Paolo, che quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5, 15-17).

Allorché si sono cancellate le ultime tracce della vetustà del vecchio uomo, Dio entra nel pieno possesso dell’anima, e l’anima nell’unica possessione del suo Dio per mezzo del matrimonio mistico, in cui si consuma lo stato di unità. In questo stato, l’anima non ha più altro movimento che in quello di Dio; nessun impulso della natura determina le sue azioni, che sono determinate dalla volontà di Dio, unico e sovrano motore delle sue facoltà. Dio compie in essa tutte le sue opere. Le sue potenze, svincolate dalla tirannia delle creature e dalla propria indipendenza, sono ora pienamente libere, sovranamente operanti, sotto lo stimolo della volontà di Dio.

304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – Queste diverse operazioni fanno successivamente salire l’anima attraverso i cinque gradi della pietà. Le consolazioni giungono all’inizio della vita spirituale e corrispondono d’ordinario ai due gradi della fuga del peccato. I lumi accompagnano sovente il terzo grado della rettitudine. I grandi desideri e la facilità d’agire sono stati dati al quarto grado. Le altre operazioni, talvolta incominciate in questo grado, si compiono, nella maggior parte, solo nel quinto grado.

È bene considerare questa via della santità fino alle sue più alte vette. Comprendo così un poco quel che sono i santi, vedo meglio quale distanza mi separa da essi e mi animo a nutrirmi del pane nutriente della rinunzia, che mi darà la forza di giungere, sulle loro orme, al monte di Dio (cf. 1Re 19, 7-8). E non soltanto vedo meglio l’altezza del monte, ma scorgo più chiaramente la purezza immacolata del suo vertice. Più luminosa mi appare la distinzione tra i doni che passano e la glorificazione del nome che resta; più viva la consapevolezza che il mio unico bene consiste nell’aderire a Dio solo; più chiara la certezza che soltanto le operazioni divine sono capaci di condurre le anime sulle sue vette; più puro, di conseguenza, il bisogno di vedere, amare e cercare soltanto Dio in ogni cosa; più ferma, infine, la confidenza che poggia unicamente in lui. E così, col salmista, io canto dal più profondo del cuore: « Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio » (Sal 72, 28).

305. I doni di Dio che diventano ostacoli. – Debbo considerare una lezione, forse ancor più immediatamente pratica, atta a dissipare tante e non lievi illusioni. Non v’è nulla che possa aprire gli occhi quanto il vedere i doni stessi di Dio, non soltanto quelli di ordine materiale e temporale, ma anche i doni più spirituali, quelli destinati più direttamente al progresso della mia anima, ossia le consolazioni di Dio, i suoi lumi, i suoi ardori, divenire, per l’anima che si attacca ad essi, un ostacolo all’azione divina. Tanto è rigoroso il principio fondamentale dell’ordine essenziale!… (nn. 70-73), vasto di disordine dell’adesione al creato, pericolosa l’aberrazione di non comprendere che Dio solo è Dio, elevata e pura la sorte dell’uomo che deve vivere soltanto di Dio, da Dio e per Dio! Ah, se il mio occhio sapesse restare in questa luce, il mio cuore in questo irraggiamento, la mia vita in questa verità! Quanti annientamenti penosi Dio è obbligato ad operare, a causa degli ostacoli che io pongo alla sua azione! E quanto essi avverrebbero più agevolmente e più sollecitamente se io vigilassi per non attaccarmi alla falsità e non indugiare nel basso!

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